carolinaI giardini, ça va sans dire, non sono quelli di Kensington. E di giardini in realtà non si dovrebbe nemmeno parlare.

Una piazza piuttosto, square, la chiamano i parigini per distinguerla dalla grandeur della place. Ma la dimensione non ne altera il potere.

Qui in una piccola, chicchissima macchia alberata, con le panchine di rigore, la recinzione perché i pupi possano razzolare in pace, s’incontra lei, Carolina.

Sì, sì, Carolina-e-basta, come si confà a ogni vero personaggio. Una data di nascita, il 1968, e un padre – italiano, Marcello Tommasi, scultore di razza e ascendenza (famiglia tutta di artisti, il primo fu il padre Leone, che sposò, guarda caso, una Carolina, Carolina Ferrari, la madre di Tommaso).

Square Gabriel-Pierné, a due passi da quel rinomato Collège des Quatre-Nations (oggi sede le prestigioso Institut de France), creato per volere testamentario del cardinal Mazarin. Dal 1661 si appresta ad accogliere e istruire, come dice il nome, sessanta gentiluomini provenienti da quattro nazioni, e quella lungimiranza è ancora il cuore della Parigi più profonda.

Tutt’attorno si spande la magnificenza della cupola altezzosa, rivolta, sul lato d’ingresso, verso la Senna e fronteggia la facciata posteriore del musée du Louvre, a esaltare la severità magniloquente e rigorosa di chi ha fatto e fa la storia della cultura.

Carolina, irriverente, osserva e non si inchina. Resta lì, attenta, la nudità nel corpo ancora di bambina, i capelli raccolti a perfezione, mossi, la coda alta sulla nuca, qualche ricciolo ribelle a opporsi a quella scriminatura esatta nel centro.

Gli occhi sono enormi, la testa quasi sproporzionata, piena di pensieri e idee, e quella posa sinuosa, persino un poco maliziosa, – la gamba destra in avanti, il braccio ripiegato con il gomito estroflesso e il polso posato sull’anca, – lanciano la sfida.

A chi?

Forse a Monsieur Le Temps.

Con piglio di saputella, sembra chiedere: Monsieur, senza alcuna intenzione di mancarle di rispetto, ma mi faccia capire.

Capire? E che cosa dovresti capire, bambolina?

Be’, quella storia infinita che ha attraversato ogni pargolo -pardon, pargola- delle fiabe più recenti, rendendo incandescente una letteratura solo per sbaglio chiamata d’infanzia. Intendo, prosegue caparbia, quella storia dei sogni, dei desideri, del crescere e comprendere, smettere di volare, volere. Quella faccenda complicata che chiamano realtà, ecco.

Perché noi – accentua il piglio, la jeune fille, fiera e pimpante nel suo bronzo splendente, – noi – e intende Pippi Calzelunghe, Alice nel Paese delle Meraviglie, ma anche Bibi (la bambina venuta dal nord) e Mari (Il giardino segreto), – la storia di come fare a cavarcela – oggi dicono: crescere- senza perdere quel pizzico di sfrontatezza (oggi dicono: essere sprezzanti) che serve a continuare ad avventurarsi in giro, mica l’abbiamo risolta ancora.

S’incanta, riflette, Carolina, e conta nella mente le “colleghe”, Pippi, Alice, Bibi. Poi d’un tratto ha un’illuminazione.

Ecco, chi mancava all’appello. Un maschio. Un maschio doc, invero. Lui, il più grande di tutti. Peter Pan, “miracolo” di resistenza maschile.

Chi meglio di lui ha capito che per proseguire nella conquista dell’Isola-che-non-c’è bisogna tenersi alla larga da quelli che ti ripetono: crescerai?

Non che non gli vada la cosa in sé per principio. Se in astratto il verbo è sinonimo di aumentare, e aumentare potere, importanza, sveltezza, capacità, bravura, niente da eccepire. Il problema è che, nel gergo degli adulti, crescere significa “tirare i remi in barca”, ma quelli dei sogni, dei progetti, della noia anche, la noia creativa che spinge a sperimentare.

All children, except one, grow up.

Non è esattamente così.

Pas tout le monde, en réalité.

La banda delle ribelli s’ingrossa.

Carolina, come Pippi, Alice & co, non si prestano al gioco della mistificazione.

Come?

Lo fanno lasciandosi guardare.

Lei, almeno, che resta lì, a uno degli incroci più affascinanti del sesto arrondissement parigino, tra la rue de Seine e la rue Mazarine, prossima al quai de Conti, cento passi appena da quel Pont des Arts, meta imprescindibile di tutti gli innamorati del mondo (tanto da aver ceduto infinite volte sotto il peso dei lucchetti), in bilico su quell’età che non ha determinazione, su quella specie di area opaca che intreccia bambina e adulta, e che sì adolescente si può anche chiamare, ma forse circoscrive a un termine abusato un’infinita varietà di accenni e accenti e contraddizioni. Di cui non privarsi. Invece rimanere legati.

Curioso, come già Barrie e Carroll, è anche il padre suo.

Lui, Marcello Tommasi, italiano, nato nel 1928 a Pietrasanta, viene considerato l’erede simbolico del Neoplatonismo quattrocentesco, dunque nuovo diapason per quella rinascita, di stampo fiorentino e rinascimentale, che grazie all’influsso della cultura bizantina, rimaneggia le idee del Platone greco per integrarlo con altre.

Un melting pot forse spurio, di contaminazioni che, se ne “sporcano” in parte il significato originario, hanno il pregio di adattarne la fruibilità a quello che accade nel presente e soprattutto intrecciando accenti e valutazioni. Insomma, innescando nuova linfa.

E nella scultura, Tommasi farà questo. Lo farà nel cuore degli anni Sessanta, Settanta, gli anni della controcultura, della liberazione sessuale. Anni che vedono Parigi scintillare nelle contraddizioni ma anche in quella forza dirompente di innovare e conservare di cui la capitale delle capitali ha eccelsa dimestichezza, e vezzo di stupire.

Lui sarà classico. La vera ribellione.

“L’immagine è sapienza”, gli ripeteva il padre Leone, a lui e al fratello Riccardo, che sceglie la pittura. Insiste: il classicismo, la forma, sono tutto. E in quel modo Leone fu uno che non si piegò alle mode, né cedette al canto delle sirene di movimenti con nomi altisonanti. Faceva il suo mestiere e quello impartì ai figli. Poi ciascuno seguì la propria inclinazione. Marcello, il “padre” di questa Carolina di bronzo, si concentrò sul carattere delle figure. Le intrecciò, le sovrappose. Voleva che gli parlassero. Che gli raccontassero com’erano davvero.

Psicologia del bronzo, del gesso prima, della pietra.

Perché questo pure è giocare con la realtà, ingannarla, o forse soltanto dilatare. Quel tempo che corre, correrebbe troppo, se non ci si attardasse sulla meraviglia d’un broncio infantile che occhieggia dalla piccola piazza parigina e intarsia silenzi a brusio e risate. Tanto che verso il tramonto, quando la luce s’attenua ed è dominio d’ombre, riflessi, un suono di zufole pare alzarsi nell’aria. Magari non è più quell’assolo di Kensington, ma un duetto improvvisato tra le due sponde opposte della Manica.

Silvia Andreoli

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