CARLO COLLODI terribile quanto Pinocchio

CollodiChe succede se ti affacci alla vita dritto nell’adolescenza senza passare per l’infanzia?

Chiedilo a Pinocchio.

E non a lui soltanto.

Ne sapeva qualcosa di quella privazione Carlo Lorenzini (prenderà come cognome d’arte Collodi, richiamandosi al paese di provenienza della madre), fiorentino, classe 1826, primogenito di dieci figli del cuoco Domenico, in forza nelle cucine del marchese Lorenzo Ginori.

La povertà della famiglia era acuta tanto da motivare il marchese ad addossarsi l’educazione di due dei pargoli del cuoco. Vennero scelti Carlo e Paolo, il fratello terzogenito (cui rimarrà legato fino alla morte e con il quale abiterà), che di quel privilegio godettero, ma al contempo vennero caricati.

Costretto dalla necessità, Carlo sarà allontanato da casa per il seminario nel 1837, undicenne come, presumibilmente, il suo Pinocchio. Né diverso per ribellione e cocciutaggine se, appena rientrato a casa per le vacanze, s’impunta di voler abbandonare per sempre la tonaca e gli studi, cosa che non accadrà solo perché persuaso da uno zio, fratello della madre, che intercede perché resti a Firenze dai Padri Scolopi.

Il suo profitto è mediocre. Retorica e filosofia lo annoiano.

Nel 1842 lascia i libri e abbraccia la politica. Sarà grazie ai circoli mazziniani, pieni di giornalisti e letterati, che alla libreria Piatti di Firenze, centro degli indipendentisti, otterrà anche il suo primo lavoro come impiegato con l’incarico di pubblicare il bollettino bibliografico.

Partirà per il fronte per sua scelta. Rientrato, fonderà, con l’aiuto di uno zio paterno, Il Lampione, giornale di satira politica e dal giornalismo non si staccherà più.

Quella che conduce è a tutti gli effetti una vita sregolata. Fuma, beve, mangia disordinatamente, soffre di manie di persecuzione. Fino al 1864, anno della svolta, verso una specie di quiete, o di sobrietà.

Tramite il fratello Paolo che lo aiuta, ottiene un impiego alla Prefettura di Firenze. Viene anche chiamato a partecipare alla giunta per la compilazione del Dizionario della lingua italiana (1868) e, tappa importantissima, traduce le fiabe francesi di Perrault e quelle di Madame d’Aulnoy così come di Madame Leprince de Beaumont.

Il mondo dell’infanzia – che gli è mancato – ritorna. Uno strano viaggio à rebours.

La penna corre, veloce. A riparare vuoti e colpe.

Non sarà mai indulgente, però, con l’universo adulto. Si commuoverà a tratti, ma con ambivalenza.

Gioca di sponda, Collodi, e sbugiarda chi sbandiera le proprie certezze come verità, e avalla chi mente. In un alterco che forse a tratti gli sfugge, se è vero che sono anni di principi ferrei e gesti invece esagerati.

Esattamente come nelle fiabe francesi che traduce, va in scena anche nelle sue pagine il teatro dell’assurdo, delle regole che si fanno per dirle ma disattenderle.

In quel braccio di ferro tra adulti moralisti e infanti sgomenti, dove solo la spavalda ribellione dell’adolescenza muta i giochi di forza e fa esplodere il filo.

Ne esce una recita a soggetto che contesta il dogma supremo d’ogni pedagogismo di maniera: io so, tu non sai; e quando capirai, sarà tardi perché apparterrai all’altra parte delle barricate, ovvero quella di chi per crescere non ha più tempo.

Ed eccole, le barricate.

Quelle delle fazioni, dell’indipendenza.

Le barricate dei pensieri. Delle idee politiche differenti.

Quelle degli adulti che sproloquiano e non comprendono.

Se il mondo è pieno di lupi, Monsieur Perrault, la causa non è forse degli adulti, che non dovrebbero mandare i bambini da soli nei boschi?

CollodiCerto, facile, molto più facile, stare immobili, a sproloquiare.

Collodi è maestro di parola, ma ambiguo nel dire e negare. Usa la satira di cui è abile maneggiatore, la politica l’ha ben svezzato in questo senso, oltre che il sangue puro toscano che del vernacolo ha il piglio supremo.

Ma intanto l’occhio dell’adolescente che è stato, in qualche modo, gli si accende dentro (il seminario? Con le infinite regole? I precettori? I Padri Scolopi?).

Non c’è cronologia.

Solo gesti. Ripicche.

Burle, attuate e subite. Bullismo, che fa vittime e carnefici assiepati dietro una vergogna simmetrica e gemella. E quella specie di malessere rimonta.

Ma tant’è, non lo vuole mollare.

Adesso che qualcosa del fanciulletto gli è tornato addosso – più il rancore e l’istinto a sovvertire che la morale dell’errore e del pentimento (per fortuna) – lo rovescia nella carta. 

Nascono Giannettino, Minuzzolo, e poi Pinocchio.

Il rapido successo del primo – è il 1875 – lo spinge a estenderne il racconto in una saga, che vede uscire volumi successivi a tema: La geografia di Giannettino, La grammatica di Giannettino e poi tutta l’Italia vista dal personaggio: Nord, Centro, Sud. 

Storia di un burattino – il titolo verrà poi mutato in Le avventure di Pinocchio – esce a puntate sul “Giornale per bambini”. Ne abbellirà il primo numero. È il 7 luglio 1881.

A volte le puntate saltano, l’autore si distrae, temporeggia, forse s’annoia. Poi, sbrigativo, al termine del quindicesimo capitolo, Collodi scrive «fine».

I piccoli lettori protestano, indignati, alla redazione.

E come il pubblico vuole, la storia continua.

Verrà pubblicata tutt’insieme come volume due anni più tardi.

«Birba d’un figliolo», scriverà per bocca di Geppetto, «non sei ancora finito di fare e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!».

Bullo, bulleggiato e, se non bastasse, pure ipercinetico (secondo quanto scrive Giovanni Jervis) con il grappolo di disturbi dell’attenzione e la diagnostica del caso, Pinocchio si fa odiare, ma nessuno smette di leggerlo. Perché vallo a negare che la storia è andata così per tutti, nei corridoi sbagliati, nei cortili, a fare a gara a chi diceva peggio, tutti contro uno, solo contro tutti.

E gli adulti? Eh, questi adulti onniscienti?

Si prendevano a sediate in testa come Maestro Antonio detto Ciliegia e Geppetto?

Per fortuna, quando ancora si scrivevano le fiabe, nessuno dava ascolto agli psichiatri. E si procedeva agli affreschi veritieri delle canaglie, che si mischiano a ogni contesto.

Il bravo scrittore – e Collodi lo è –  con sforbiciate di penna, e dettagli isolati, ne sbalza sulla carta d’un tratto l’ipocrisia sottaciuta. A volte gli adulti sono come le tre scimmie: non vedo, non sento, non parlo. E per salvarli bisogna rinunciare a tutto.

 

«Davvero, – disse fra sé il burattino rimettendosi in viaggio, – come siamo disgraziati noi poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci danno dei consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri: tutti, anche i Grilli parlanti».

 

Si ribella, allora, Collodi, e urla, strepita. Dal legno, alla carta. Sono stufo dei pugni, legnate (tanto di legno sono), smettete di avere tutti la flemma d’educarmi. A me, poi, che l’infanzia l’hanno cancellata e m’hanno gettato, pieno d’una gratitudine che non voglio, a diventare colto e istruito a spese del Marchese Ginori.

Così Pinocchio approda al mondo e procede, claudicante, nell’adolescenza, ch’è più dura di un mestiere.

Letteratura per ragazzi si dice piuttosto che per bambini. Non agevola l’identificazione, ti fa sentire piuttosto fuori luogo, e cattivo, in colpa. Per questo agli adolescenti Pinocchio calza che è un piacere. Sbandiera da sfigato un codice di autodistruzione invincibile. E una lente radar che passa al setaccio tutte le incongruenze. Di certo nel mondo adulto c’è solo l’imbarazzo della scelta.

D’altra parte, chi è più noioso, inconsistente e vacuo di quel pedante grillo, che affossa, una volta per tutte il potere buono della morale?

C’è il labirinto, in Pinocchio. Il labirinto degli specchi.

Collodi strizza l’occhio a Lewis Carroll e parla pour parler, che così si favoleggia. Ambivalente, e dunque umana troppo umana. Abile a insinuarsi tra riga e riga, la frase si solleva appena, battito d’ali, e noi, in silenzio, tutti ad annuire.

Perché la ricordiamo bene, quella storia, della colpa, della coscienza, della responsabilità.

 

Ma almeno qui, nella carta, lasciateci in pace. A commettere marachelle, a correre senza una direzione, a mentire, dimenticare, imbrogliare, e sbagliare all’infinito.

Invero, se lo si fa immaginando, non c’è poi bisogno d’azzuffarsi a scuola, nei corridoi o nei bagni dove ora dominano bulli di carne e crudeltà, senza l’ombra di una fantasia. Forse rubata, quella pure, dagli adulti, che di starsene fuori non sono più capaci.

Invece c’è una parte di vita – di tempo – in cui siamo nati per correre e cadere, correre ancora, sbagliare, come Pinocchio, fino a che le gambe reggono e pazienza se «c’è sempre un ma che sciupa ogni cosa».

 

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Silvia Andreoli

 

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