Candido, VoltaireFamiglia d’origine? Quella più ampia e prolifica della terra: gli sfigati.

Ma sfigati d’un certo blasone, d’una autentica determinazione. Vi appartengono Don Chisciotte della Mancia, Figaro, persino Don Giovanni, per intenderci.

Si tratta insomma di quella genìa di uomini (e donne) che, tormentati dagli eventi, invasi dalla fatica, picchiati dall’evidenza, continuano imperterriti ad aggrapparsi alle scintille di un istante che passa, e da lì filano pensieri, persino teorie e regole di vita.

Così Candide, esimio “figlio” di quel Voltaire illuminista, un grandissimo tra i grandissimi, svolge per il padre il ruolo che spesso hanno avuto certi pargoli: d’essere plasmati per diventare ridicoli, e irridere, in un gesto di racconto in apparenza lieve, scanzonato, irriverente, tutti i principi assoluti, razionali, qualche volta roboanti, che l’illustre genitore ha masticato, sedotto dall’altisonante capacità di persuadere gli altri più che se stesso.

 

Diciamolo: in questo che è uno dei più famosi scritti di Voltaire, Candido assume un po’ quel ruolo di “pecora nera” di cui hanno bisogno tutti i consessi parentali, additato per il suo tragico ottimismo – leggi: sciocca idiozia -, per la capacità di infilarsi in ogni tipo di guaio, senza mai uscirne in piedi, semmai strisciando, sporco, ferito, malmenato.

Eppur si muove. Sempre e comunque. Dopo che la vita s’è accanita con qualunque mezzo pensabile, Candido si rialza e prosegue.

 

Una sorta di coniglio rosa della Duracell, tormentone pubblicitario che dal 1973 imperversa in tivvù? Anche Candido fa uso delle magiche pile e dura di più?

Più o meno, anche se a tratti il cortocircuito lo minaccia e s’aprono finestre d’una saggezza cristallina, come nella più famosa delle citazioni del testo, usata anche da chi non ne ha mai letto un rigo: 

 

«Se questo è il migliore dei mondi possibili, gli altri come sono?».

 

L’illuminismo batte sulla fronte di tutti, anche dell’incredulo Candido che vede l’impossibile, ne busca di ogni, e crede sempre che sia la fine. Invece arriva un prodigo ad aiutarlo, ritrova un vecchio conoscente, il perduto amore, e la macchina si rimette a correre, facendolo avventurare in ogni dove.

 

Avventure da vaudeville, ironia con punte sacrileghe come se piovesse, e la sensazione è di udirla una risata, una risata piena, di pancia, grottesca. Che al suo creatore appartenga è convinzione anche di Roland Barthes, quando definì Voltaire l’ “ultimo degli scrittori felici”. Il riso come saggezza somma, e qualcosa abbiamo da imparare. Già l’espediente narrativo con cui principia il racconto sa di burlesque. In calce al titolo si legge: «tradotto dal tedesco del signor dottor Ralph con le aggiunte trovate nelle tasche del dottore, quando morì a Minden, l’anno di grazia 1759».

 

Eppure niente di più vero: quale storia non è “riportata”? Quale racconto non passa di bocca in bocca, di pagina in pagina, e nel viaggio dall’uno all’altro non accade che un poco muti, si sfalsi, persino cambi?

Telefono senza fili ante litteram: è così che cominciamo l’apprendimento. Da un’incomprensione. Una lettura sfasata, distorta. Poco male, la conoscenza umana di questo s’avvale, fuori dagli scranni prestigiosi delle accademie colte e intellettuali (e là pure, vero, Monsieur Voltaire?).

 

La prima imbeccata ha passo di favola, e i crismi che la favola impone, sia pure un conte philosophique.

Un gesto. Evidente. Dirompente. Motore che scatena. E quel gesto è un bacio.

Un bacio scambiato, guance che s’arrossano, brividi di emozione, e la scoperta del fatto da parte di un adulto non consenziente – di regola padre o tutore della fanciulla -, che assesta un sonoro manrovescio al malcapitato e lo caccia per strada hic et nunc.

Si dia fiato alle trombe, la rocambolesca, crudele, spietata disavventura prende il via.

Ci sarà tanto, in mezzo, luoghi differenti, tragedie, crudeltà.

Però Candido non si fermerà mai. Nonostante tutto. Fino all’epilogo, in un hortus conclusus, metafora di filosofica accezione, ma anche luogo di terra e polvere. Una conclusione che fece dire a Flaubert che il Candido è prova d’un genio di prim’ordine, «l’artiglio del leone, in questa conclusione tranquilla, stupida come la vita».

 

Prima edizione: 1759.

Voltaire è un uomo maturo (è nato a Parigi il 21 novembre del 1694), mastica la fama da tempo. Forse lo annoia persino. E la filosofia, con i suoi sofismi e ragionamenti, lo ha in parte deluso. Deluso per quello che rimane di discrepanza nella lettura della vita.

Detesta gli integralismi di alcuni colleghi, convinti di detenere la verità. Ha smania di far scuotere quella severità francese che si prende troppo sul serio.

Suvvia, amici filosofi, Leibniz ci ha fregati tutti con quella massima del “vivere nel migliore dei mondi possibili”.

Piuttosto, gli fa il verso Voltaire con l’espressione concentrata di Candido, accontentiamoci di trovare almeno un modo di vivere o sopravvivere, che già il risultato pare più che apprezzabile.

Certo, come qualcuno ha suggerito, se la penna corre a dettagliare quest’errabondo “scellerato”, secondo la definizione che dà del libro Barbey d’Aurevilly, ci sono alle spalle alcuni fatti della biografia di Voltaire. I rapporti con la Duchessa di Sassonia-Gotha, seguace di Leibniz e Wolff, nonostante le conseguenze che quel pensiero dettò? Il terremoto di Lisbona? La sconfitta dei francesi a Rossbach? La rottura con Federico II? Lo scandalo per l’articolo su Ginevra nell’Encyclopédie? La perdita di Madame de Châtelet?

Forse tutto questo, e molto altro. O invece nulla. Perché, come ogni storia, anche quella di Candido esce da una fucina alchemica di delusioni, ritrattazione, rabbie e coraggio, e andare a sbrogliare la matassa è più arduo ancora che rilevarne il Dna e mapparne passato e futuro.

 

Dunque da qui si parta, da lui. Il «ragazzo che aveva avuto in dono dalla natura un carattere dolcissimo. Il suo aspetto ne rivelava il temperamento. Aveva una certa perspicacia, unita a una grande semplicità».

Mentre abita in Westfalia, nel castello del Signor barone di Thunder-ten-tronckh, su di lui la servitù mormora che «fosse figlio della sorella del Signor barone e di un buon e onesto gentiluomo del vicinato, che la damigella non volle mai sposare dato che non aveva potuto dimostrare che settantun quarti, in quanto il resto del suo albero genealogico era andato perduto per gli oltraggi del tempo».

 

Lo si capisce da qui: il fanciullo buon carattere ce l’ha, ma nasce con il piede sbagliato. E vallo a spiegare al tempo, alla vita, o a quello che molti chiamano destino, che si tratta di un’inezia, un fatto del tutto irrilevante.

Il solo a poter fingere che lo sia, è lui, Candido, e con il candore che porta nel nome – oggi qualcuno direbbe: ottusità – si comporterà esattamente secondo quel mantra: non importa il piede con cui si comincia.

Importa lo sguardo che si mette sulle cose.

Sguardo, che, ammettiamolo, parrebbe di beota in diverse occasioni, se poi la storia, a modo suo, con briciole e tocchetti, non lo confermasse nella sua determinazione.

 

Nell’ordine: lo cacciano dal castello perché bacia la giovane Cunegonda diciassettenne e pannosa fanciulla del peccato.

Finisce tra i Bulgari. Poi lui, «che tremava come un filosofo, si nascose come meglio poté». Parte per Lisbona, in nave. E fu tempesta, naufragio, infine terremoto.

Perde i due uomini che lo hanno sostenuto, Giacomo l’anabattista e il dottor Pangloss.

Viene fustigato, infine aiutato da una vecchina, che somiglia a quella della fiaba di ogni tempo e luogo. La vecchina viene per parte dell’amata Cunegonda che non è morta, come si credeva, ma venduta, schiava, donna discinta per uomini avidi.

Dice, raccontando le proprie sventure antiche, lei che fu principessa, «Insomma, Madamigella, ho esperienza, conosco il mondo; concedetevi un divertimento, invitate tutti i passeggeri a raccontare la loro storia; e se ne trovate uno solo che non abbia spesso maledetto la propria vita, che non si sia sovente detto di essere il più infelice degli uomini, gettatemi in mare a testa in giù».

Questa, dunque, la saggezza, quella che ci mette tutti sulla stessa barca.

E allora che si può fare?

Andare.

Un po’ con senso, un po’ per caso, mossi da quell’idea che se si può, si deve.

E si può sempre.

E chi gliene farebbe una colpa, povero Candido?

Scagli la prima pietra chi non ha mai pensato di rovesciare il casino di eventi avversi con quell’idea di guardare meglio, e con più attenzione, che magari è stata una stoltezza non cogliere il senso. Perché un senso deve pur esserci, no? Il filosofo, eccolo.

Più Wile E. Coyote che Platone, poco importa, basta che resti, lì, in attesa, con noi, mentre ci pare che ogni cosa se ne vada alla deriva, lì, a inforcare il binocolo, cercare terra, mare, palme, montagne. Un approdo, fosse pure di cartone, per una grande pantomima stregata.

Ma questo non è ottimismo, per nulla.

Si indigna Voltaire quando afferma: «Che cos’è questo ottimismo? “È il delirio di sostenere che tutto va bene quando tutto va male”».

Qui – pardonnez-moi Monsieur Voltaire – è la parola che non calza.

Questo non è ottimismo. Si chiama attaccamento alla vita, semmai, o, se si preferisce, istinto di sopravvivenza.

Se condito con un po’ di immaginazione, diventa arte, poesia.

E Candido si fa poeta sommo e stolto d’ogni sfigato invisibile che abita dentro la vita, quella di ciascuno di noi.

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