CALIMERO l’immortalità della tenerezza

CalimeroC’era una volta il Carosello, l’appuntamento serale che per vent’anni (dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977) ha accompagnato a nanna i bambini italiani.  A quei tempi la storica trasmissione della tv in bianco e nero rispecchiava il Paese del boom, che stava scoprendo il consumismo e la tentazione del superfluo. E ancora oggi gli sketch pubblicitari di Carosello sono uno sterminato archivio a cui attingere per ricostruire i cambiamenti che riplasmarono i sentimenti, le mode, le abitudini, i comportamenti politici e le scelte esistenziali.

 

Di quella vera e propria “età dell’innocenza” della nostra tv uno dei personaggi più celebri e più amati è stato Calimero, il pulcino con il guscio rotto in testa e il fagottino da vagabondo in spalla che cade in una pozzanghera e si sporca di nero, al punto da non essere più riconosciuto dalla madre, la gallina Cesira. Calimero si ritrova così a girovagare alla ricerca della sua famiglia e vive una serie di disavventure, che culminano nel famoso claim:

 

«Eh, che maniere! Qui tutti ce l’hanno tutti con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però».

 

Ma per il pulcino emarginato il lieto fine della storia arrivava sempre puntuale, grazie all’Olandesina della Mira Lanza (lo sponsor) che, vedendolo così conciato, lo immergeva in una tinozza piena di detersivo e affermava: «Tu non sei nero, sei solo sporco!», facendolo tornare bianco, lindo e contento. Basti pensare che la serie si intitolava “La costanza dà sempre buoni frutti”. Un ottimismo della volontà che oggi fa sorridere di nostalgia.

 

 

CalimeroCuriosa è anche l’etimologia, visto che Calimero deriva dal greco Kallimeros, formato da Kalòs, “bello, nobile” e da mèros, “coscia, gamba”. Quindi significa: “dalle belle gambe forti”. Era, la sua, la classica storia del brutto anatroccolo. Sedicesimo uovo della chioccia Cesira, Calimero non riesce a nascere assieme agli altri pulcini, così si ritrova dentro l’uovo a cercare di uscire e quando riuscirà a spezzare il suo involucro, un pezzetto di guscio gli rimarrà per sempre sulla testa. Ma non avendo fatto in tempo a essere riconosciuto dalla mamma, la cerca finendo in una pozza di fango e diventando tutto nero, al punto che Cesira, alla domanda del pulcino: «Sei tu la mia mamma?», gli risponde: «Io la tua mamma? Ti sbagli carino. Io pulcini neri non ne ho mai avuti. Vedi, i miei sono tutti bianchi». Calimero però non demorde e chiede: «Ma se fossi bianco vorresti essere la mia mamma?». Al che lei ribatte impassibile: «Certamente, carino».

 

 

Ingenuo e sempre sincero, anche quando non dovrebbe esserlo, Calimero incontra notevoli problemi in una società non sempre ben disposta. Il suo merito è stata l’idea che i timidi, gli introversi, i deboli, gli emarginati, avessero qualcuno con cui identificarsi. Mentre nel volume della Cineteca Italiana di Milano La tv al tempo della Pagot film si legge che: «La forza di Calimero è nella sua identità grafica, nell’immagine immediatamente riconoscibile: un editore l’aveva definito un “carattere tipografico”».

 

Ideato nel 1963 dai fratelli Nino e Toni Pagot e da Ignazio Colnaghi, che gli ha prestato l’inconfondibile vocina (e c’è da segnalare anche una querelle che riguarda l’apporto dato da Carlo Peroni, il fumettista noto come Perogatt), Calimero è uno dei pochi personaggi sopravvissuti alla morte di “Carosello”, tanto da essere ancora amato e ricordato da chi è cresciuto insieme ai suoi sketch. Una fama che ha varcato anche i confini nazionali. Oltre alle storie di “Carosello”, vennero realizzati 290 episodi a colori doppiati in moltissime lingue. Persino in Giappone Calimero è conosciuto e popolare come in Italia: la Rai, in coproduzione con alcune tv giapponesi, realizzò in due tempi ( nel 1974-75 e poi nel 1994-95) quasi 100 episodi dedicati al pulcino nero.

 

 

C’è chi ricorda ancora la parodia di Aldo Moro tutta nel segno di Calimero ideata da Alighiero Noschese, oppure Giuliano Amato che nel 2000, nel corso della conferenza stampa di fine anno, pronunciò questa frase: «L’Italia cresce: non siamo Calimero». Ma il più bel complimento resta quello firmato da Umberto Eco, che di lui scrisse: «Quando un personaggio genera un nome comune ha infranto la barriera dell’immortalità ed è entrato nel mito: si è un calimero come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cenerentola, un giuda».

 

Piccolo, sfortunato, maldestro e vessato. Uscito dall’uovo di “Carosello”, Calimero ha superato i limiti dei semplici “personaggi” dei cartoni animati e ha dato addirittura il suo nome a una sindrome psicologica ben precisa. Secondo gli specialisti questi sono i sintomi delle persone affette da vittimismo patologico: l’incapacità di iniziare una nuova relazione, l’impressione di essere ignorati dagli amici o il sentirsi inadeguati al contesto nel quale si è inseriti (lavoro, studio, relazioni sociali). L’autoesclusione è il comportamento tipico della persona colpita da Sindrome da Calimero. A soffrirne sono soprattutto uomini tra i 30 e i 45 anni che devono fronteggiare le difficoltà legate al mancato raggiungimento degli obiettivi di carriera. Ma anche le donne non ne sarebbero immuni, soprattutto nel periodo post partum, dove si trovano a fare i conti con il nuovo ruolo di mamma e a bilanciare gli impegni tra la famiglia e il lavoro.

 

Del resto la data di nascita di Calimero è il 14 luglio del 1963. Quindi è nato sotto il segno del Cancro, che, come sanno bene i cultori di astrologia, è quello di tutti i vittimisti.

 

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Marina Moioli

 

Per approfondire: Mostra sui divi di Carosello alla Fabbrica del Vapore di Milano

Museo del Fumetto



			

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