CAETANO VELOSO vedere le cose dal suo punto di vista

caetano velosoVeloso: cognome rotondo e vellutato. Caetano: nome secco e asciutto come il suo fisico esile, femmineo; barocco come la sua poesia e la sua musica.

Poeta come Dylan, profondo come Faber, erotico come Jagger; criptico –  a volte – come Battiato o De Gregori, disinvolto come Madonna e “africano” come neanche Miriam Makeba. Peccato la lingua, la lingua portoghese, la più dolce di tutte, eppure quasi ovunque, nel mondo occidentale, snobbata e misconosciuta.

 

Per dire, la maggior parte degli italiani – anche se comunque la sua schiera d’irriducibili fan se l’era costruita anche da noi – l’ha conosciuto soltanto grazie a quel famoso cameo di “Parla con me” di Almodovar, quando recita, incantatore e struggente, la più intensa versione mai concepita di “Cuccuruccucu paloma”. Eppure, altra obiezione, fu sul punto di essere scelto da Zeffirelli per interpretare Francesco in “Fratello Sole Sorella Luna” e Caetano ha ammesso con stupore, che il regista italiano riscontrò una sua somiglianza con Florinda Bolkan. Per dire, quante cose insieme ha rappresentato questa mitragliatrice culturale, questa “celebrità deviante”, come si è definito una volta.

 

La sua sensibilità fuori dal comune appare delicata e insieme violenta, quando si presenta sulla scena con la sua magrezza proverbiale, fragilissimo e con movenze quasi di un’altra epoca, ma con una voce e un impeto stupefacenti. Sembra un uomo fuori posto, Caetano, quasi come la cultura nera, come il candomblé, come tutte le manifestazioni meticce che vivono là, in Brasile.

 

Uno, nessuno, e centomila, Caetano. Uomo forte e sexy e al contempo icona gay – disinvoltissimo nel dichiarare che la sua intesa con le donne nasce dalla sua spiccata femminilità – canta Frank Sinatra, Giulietta Masina, Mick Jagger e Vinicius con un timbro inconfondibilmente suo, personale; vanta una storia “importante” di resistenza politica, con tanto di esilio, che accomuna tanti intellettuali sudamericani; è scivolato sulla sperimentazione e al contempo ha cavalcato, dopo averla creata, l’onda del Tropicalismo, movimento culturale che ha rinnovato i canoni estetici, non soltanto musicali, della sua terra.

A proposito di…  “Terra”, con questo titolo Caetano ricorda l’immagine del pianeta vista su una rivista durante la sua detenzione, nel periodo della dittatura militare: e così la vicenda privata ed esistenziale di un intellettuale si trasforma in pretesto per una narrazione cosmica, mistica e mitica. In altri testi, poliedrico, postmoderno, divertito, Caetano cita l’antropologo Lévi-Strass (“Estrangeiro”), e Giulietta Masina (nel pezzo omonimo), Claudia Cardinale e Brigitte Bardot (“Alegria”), Fernando Pessoa e l’epopea dei navigatori portoghesi («navegar é preciso, viver não é preciso», cioè “navigare è necessario, vivere no” in “Os Argonautas”) e addirittura Nietszsche (“Peter Gast”). Ancora, ha trattato temi quali l’ecologia (“Um indio”), la schiavitù (quelle dell’album “Noites du norte”), ha parlato di Londra (“London London”), Rio (“Menino do Rio”), Bahia (“Itapuã”, la stessa “Terra”).

 

Ma per chi ha conosciuto poco o tanto il Brasile, un certo Brasile, il suo capolavoro rimane “Sampa”. Una delle più belle canzoni tra quelle dedicate a una città. È un inno informale, un atto d’amore, un testo ricco, anche in questo caso, di citazioni.

Magari inconsapevolmente, Caetano ha sempre dipinto, attraverso le sue canzoni, un ritratto di un Brasile composito, vario, contraddittorio, assolutamente vero, ma stavolta in questa list song colma di riferimenti associati che forse la maggior parte delle persone trascura, si supera. Ecco cosa fa Caetano, insegna.

«Alguma coisa acontece no meu coração que só quando cruza a Ipiranga e Av. São João…». “Accade qualcosa al mio cuore, e accade solo quando all’incrocio tra via Ipiranga e via  São João”, è l’incipit di Sampa. E veniamo proiettati al centro di una città invivibile e meravigliosa, durissima e soave, umile e orgogliosissima. La città dell’ossimoro, più che del contrasto

 

Da Sampa, come viene definito per associazione questo incrocio, magico ed evocativo, passa tutto: sfilate e storia, immigrati vecchi – italiani soprattutto – e nuovi, lusso  – in auto dai vetri schermati  – e straccioni dolenti e deformi, le belle ragazze brasiliane – detto tutto – e quelle della periferie, che non hanno mai conosciuto le virtù della cucina virtuosa e mangiano quel che possono.

La “dura poesia concreta di quegli incroci” è semplicemente realtà, soprattutto per chi, come Caetano viene da città da sogno come Bahia e viene catapultato tra grattacieli e inquinamento, traffico infernale e pericoli costanti.

Soprattutto, e qui c’è il passo “universale” della canzone,  «quando mi accostai a te, San Paolo, e non ho scorto il mio viso, ho avuto una sensazione di cattivo gusto. Il fatto è che Narciso trova brutto quel che non è specchio…» .

 

La città rutilante e frenetica, paradiso dei ricchissimi e inferno per i deboli, purgatorio per la maggior parte dei suoi 25 milioni di abitanti, si rivela nella sua concreta impazienza. Il nuovo, qui, fin dai tempi del Modernismo, ha preso il posto del quasi nuovo, senza che niente abbia avuto modo di invecchiare: idee, edifici, mode, tutto deperisce troppo in fretta, si sfalda e deve essere demolito. Peccato succeda anche con gli uomini, troppe volte, qui e non solo qui.

C’è il rischio sì, di fare la fine di Narciso: non riconoscersi in nulla, trovare tutto assurdo e brutto. Ma per fortuna San Paolo si riscatta.

Nonostante la miseria, le diseguaglianze sociali, l’inquinamento, il capitalismo, che da queste parti ha offerto una delle prove più esplicite del suo fallimento, nonostante il fumo delle fabbriche che sembra cancellare la vista delle stelle e quindi la possibilità di sognare – bisognerebbe conoscerlo, il portoghese – a San Paolo nascono,  poeti sperimentali e idee di un nuovo Brasile sempre in fermento, nascono la coscienza ecologica, nuovi fenomeni religiosi, nuove mode, movimenti politici e ideologici. Perché San Paolo è la città laboratorio del Sudamerica, sperimentale, sincretica, fervida, meticcia, vivissima, imperfetta e incessante.

 

Caetano è in grado di cogliere proprio questo, che una città vive sì di tante storie, ma è anche in grado di esprimere un respiro, un atteggiamento, un modo di fare che magicamente, come un unguento fatato, sa conferire a ogni abitante abitudini, se non comuni, comunque coerenti, comprensibili, decifrabili a prima vista. Si chiama il volto della città, la personalità della città, il modello culturale della città.

Del resto, non deve stupire che a trasmetterci questa profondità, questa colta intensità sia stato proprio Caetano Veloso: esiste forse un altro cantante al mondo cui sia stato dedicato un verbo? Nella celebre “Sina”, diventato una hit internazionale grazie alla versione dei Manhattan Transfer, l’autore, Djavan, inventa il neologismo “caetanerar”. Non significa semplicemente imitarlo, ma vedere le cose dal suo punto di vista.

 

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