brutto anatroccoloChe la si metta in un modo o nell’altro, il pungolo acuminato è sempre lo stesso: la differenza. Ovvero quel carattere che, a seconda dei tempi e delle culture, viene identificato come distintivo, particolare, unico, eccentrico, o invece diverso, sbagliato, anomalo, anormale.

Il punto sta tutto lì: nell’occhio di chi giudica. O anzi del gruppo compatto che si unisce per emettere il verdetto di dis-valore.

E che dire?

Scomodare Jung e l’inconscio collettivo? Le pulsioni di morte freudiane? L’antropologia della crescita come metamorfosi?

Ma forse la sola strada è battere le nocche all’uscio della casa più strana e accogliente di sempre: quella delle fiabe.

Perché se una certezza la possiamo avere è che questa grossa creatura sgraziata a cui nessuno sapeva dare provenienza o nome rappresenta l’eroe tipico d’ogni narrazione magica che si rispetti, ovvero quella che affonda unghie e artigli nel non detto della coscienza specchiata, della parte che ci insegnano a rimuovere (asportare chirurgicamente?) sin dalla primissima socializzazione, avvenga alla scuola materna o in coda ai giardinetti per salire su un’altalena.

Vale a dire che la vita sociale comunque la si prenda, questa pelle crudele ce l’ha, e non per ineducazione, per chiusura mentale, piuttosto, pare, per un’impronta di cui è capace soltanto il terrore, la paura. Rovesciare fuori quello che si fatica a mettere a fuoco, nello specchio. Combattere l’altro per salvarsi le… penne.

Lo sa bene Hans Christian Andersen, danese, nato nel 1805 e morto nel 1875, padre di una schiera d’infelici, piccola fiammiferaia in testa, che non può far smettere di piangere, fosse pure per rabbia. Rabbia contro la capacità che hanno le parole d’affondare nel dolore primigenio, di quell’ingiustizia di fronte a cui tutti prima o poi ci siamo sentiti nudi, esposti, svelati, scoperti e stravolti.

Ammettiamolo: quanta rabbia, impotente, per gli occhi, spesso strabici e bolsi, di oche anatre tacchine pragmatiche che s’avventano su uova e culla alla ricerca di somiglianze del nuovo anatroccolo strano – È grosso in un modo spaventoso […] non somiglia a nessuno degli altri!– per perorare la causa della saggezza popolare, vestendo pregiudizi  e ignoranza d’una strana, autoimposta capacità.

Lo sa bene Hans Christian Andersen che le fiabe le fa pure finire spesso male.

Vogliamo parlarne? Fiammiferaia, Sirenetta, il Soldatino di Stagno, anche la Regina della Neve piuttosto impervia lo è. E se l’happy end arriva, ci ha chiesto comunque un tour de force da lasciare spossato un gigante.

La rivoluzione epifanica dei mesti eroi di Andersen ha comunque toni foschi e neri. Ci lascia, sporchi, con il senso di colpa. Egoisti, perché non li abbiamo aiutati a salvarsi, nemmeno tra le righe, girando le pagine.

E il brutto, mostruoso anatroccolo?

Straziante. Con quel suo essere inerme. Con quell’impossibilità che ha un piccolo di fronte all’adulto. Un singolo rispetto a un consesso.

Troppo, troppo duro.

Da madri ci rifiutiamo di leggerla ai pargoli.

Nemmeno Walt Disney s’è azzardato a farne una saga multicolor. È vero: s’invaghì del dolore del pennuto fuori misura, tanto da realizzarne due Sinfonie allegre: nel 1931 firma in bianco e nero L’anitroccolo eroico, poi sperimenta il colore con un corto del 1939, durata 8 minuti e 37 secondi, che gli varrà il premio Oscar come miglior cortometraggio d’azione.

La trama però è edulcorata e in quel “tutti vissero felici e contenti” pare leggere una mano che cancella i traumi passati, con buona pace delle traversie.

Non ne esce un eroe, comunque. Piuttosto, un salvataggio in extremis, che suscita sollievo. Il podio anche nella tragedia lo accordiamo a Bambi, e prosit.

Ammettiamolo: il Brutto Anatroccolo lo lasciamo di lato. Ci solleva la pelle, ci fa accelerare le dita sulla carta.

Perché è uno dei nostri lati.

Quello che si vede soltanto se si guarda in tre dimensioni, usando pure la profondità, ch’è poco di moda nell’immagine sociale, e ormai anche nell’immaginazione.

Andersen ne fa uno scudo, della sua stessa ferocia masochistica.

Si racconta infatti che la sensazione dell’esclusione e del disadattamento l’abbia provata dolorosamente da ragazzo, a causa anche dell’omosessualità, messa alla gogna e persino criminalizzata all’epoca.

Che importa se siamo nati in un pollaio, quando siamo usciti da un uovo di cigno? Scrive magistralmente sul finale.

Sul finale, già…

Eppure non ne pare del tutto convinto, se dobbiamo leggere sette facciate dense d’ogni rabbrividente angheria a fronte di una mezza paginetta che fa unire il malcapitato al branco reale, con tanto di inchino dei vecchi cigni.

Qualcosa che ha l’amaro sapore della rivincita, d’un momentaneo sollievo.

Ma non ce la risolve, diciamola fino in fondo. La scheggia di cristallo (quella del Kay stregato dalla Regina di Neve, uscita dalla medesima penna) ce la sentiamo ancora nel cuore.

E se ce la caviamo, poi, di dosso, un po’, quella malinconia stregata, che ci fa macerare nell’autocompiaciuta tristezza per noi stessi, una nostalgia canaglia che ci strugge e ci fossilizza, è solo per merito d’un altro cigno selvatico, questa volta tratteggiato dal genio di Michael Cunningham, amato dal grande pubblico per il Pulitzer vinto con Le ore, da cui è stato tratto un film di successo.

Nella raccolta di fiabe da lui create, con il titolo appunto di Un cigno selvatico, primo della collana La nave di Teseo con cui ha esordito nel 2016 la casa editrice di Elisabetta Sgarbi (chapeau!), ci fa sapere che:

Il dodicesimo fratello [cigno] lo becchi, quasi tutte le sere, in uno dei bar di periferia, quelli frequentati dalle persone che hanno trovato un rimedio solo parziale ai propri sortilegi. O che non l’hanno trovato affatto. […] In un bar come questo, un uomo con un’ala di cigno è considerato fortunato.

La sua vita, dice a se stesso, non è la peggiore di tutte le vite possibili. Forse basta questo. Forse è questo che c’è da sperare, che non peggiori ulteriormente.

[…]

E allora per questo strano compleanno, cin cin, a tutti i cigni selvatici, che s’alzino i bicchieri per il brindisi e attenzione a tenere i flûte in bilico sull’ala.

 Silvia Andreoli

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