BOTERO la leggerezza della ciccia



Sembra di piombare nel bel mezzo della cattura di Gulliver. Con quella sproporzione, che dà lo sguardo esatto alla massa più ampia.

Ma non nel romanzo di Swift ci troviamo, invece nel cuore pulsante e gigantesco dell’opera di Fernando Botero. Lui è “il” pittore e scultore nato a Medellín, Colombia, nel 1932, in quella terra nota al mondo per gli eccessi dei cartelli della droga, raccontati nel tormentone irresistibile di Netflix su Escobar. Fin da bambino s’invaghisce del barocco e di quella grafica opulenta con cui Gustave Doré tradusse in disegno la Divina Commedia.

Ha da subito idee maestose, Fernando. La mano che s’impegna non scarnifica mai, invece aggiunge, riempie, “dopa” i corpi, mischiando la floridezza rinascimentale, che scopre in Italia, nel viaggio che a vent’anni intraprenderà, grazie al denaro ottenuto con il secondo premio  al IX Salone degli artisti colombiani, organizzato presso la Biblioteca Nazionale di Bogotà. Visiterà la Toscana, come meta dopo Parigi, e scoprirà come maestri suoi Giotto e Mantegna, di cui riproduce le opere, con un gioco di copie difformi, e deformi dei capolavori, che allenano la mano, ingolosiscono la sfida. 

Eppure dirà, più tardi, «non aver mai dipinto nulla di diverso dal mondo come lo conosceva a Medellín».

Ed è vero, avrà sempre la Colombia nel cuore. Appena rientrato – nel 1955 sposerà Gloria Zea (poi ministro della cultura) – comincerà ad esporre ricevendo critiche feroci.

BoteroMa continuerà, con quei giganteschi corpi, dipinti a colori tenui o sbalzati in bronzo e marmo. Sarà apologia delle pieghe della carne, esplosione sintattica di culi e guance, e visi immobili. Da cui affiorano sempre occhi d’una quiete pressoché divina. Sono sagge, le creature di Botero, mai sgomente. Hanno occhi che non impallidiscono nemmeno di fronte alla violenza arsa di chi contesta.

Non c’è altra verità che quella del punto di vista. E Botero vuole che il suo sia sempre riconoscibile. Come una firma.

Quel punto di vista, infatti, è coordinata geografica esatta, segnata su una mappa che ha le dimensioni vertiginose della storia dell’arte, prima ancora che un confine di spazio. Tempo invece. Un tempo cui Botero attinge senza sosta, per ri-creare la magia di un corpo che si staglia nello spazio, e muove la lancetta di una bussola immensa, nord sud, est ovest.

Senza possibilità di rinnegarne il peso. La dimensione però, sì.

Perché peso e dimensione sono grandezze difformi. Il primo attiene alla metafisica del corpo. L’altra, al giudizio della gente.

Come accade al Gulliver di Swift, gigante tra i lillipuziani e lillipuziano tra gli enormi abitanti di Brobdingnag. Lui che ci ha con garbo e un’intelligenza profetica ricordato quanto stolti, miopi e presuntosi erano quei Lillipuziani, convinti d’avere talmente tanta testa da non provare alcun bisogno di possedere un corpo. Ebbri della propria intelligenza al punto di rivelarsi più sciocchi degli sciocchi giganti.

Alla fine tutto muta e si rovescia persino, se solo si cambia referente sociale, ambiente.

Eterna lotta tra normalità e outsider. Quella molla che tiene in asse la bilancia, tra l’ipocrisia di “così fan tutti” e l’autenticità di “così son io”.

Viaggerà molto, Botero, fino a diventare “apolide”, (ma la Colombia sempre addosso), armi e bagagli, alter ego di Gulliver che tocca i quattro lati del mondo, per sapere infine (ha scritto Gianni Celati), di “vivere in un’enorme prigione manicomiale chiamata mondo”.

Nel 1963 prende studio nell’East Side newyorkese. Non ne può più degli assalti feroci contro la sua arte figurativa. A fargli compagnia, la passione per Rubens, eccelso classico che lo seduce, dopo l’amour fou per Velázquez.

L’Europa s’interessa di lui. Espone. Germania, 1966. Parigi, 1969. Nella capitale francese si trasferirà nel 1973, fino a che dieci anni dopo sceglie l’Italia, e quella patria del marmo più amato nel mondo: Pietrasanta.

Botero, "La mano"E da lì ormai sono le sue figure che partono e ritornano. Quelle mastodontiche creature d’una strana sapienza, che scatenano reazioni sempre e comunque. E si stagliano nel dibattito ossessivo sul corpo, che tanta parte ha avuto e ha nella moda, nel potere, nel gusto.

Non c’è violenza in loro. Neppure remissività. Né dubbio. Semmai la forza, di una domanda. Che non avvertono loro, ma sollecitano in noi, lì dinnanzi.

È lo sguardo che dilata e restringe?

Nessuna pozione magica, questa volta. Bastano le relazioni a deformare, rovesciare le certezze, anche quelle delle percezioni.

E d’un tratto, a fissarli da vicino, quei corpi enormi emanano una lievità affascinante, una compattezza ch’è sì della materia, ma più ancora della noncuranza, quell’arte filosofica affinata con caparbia fatica di dimenticarsi il giudizio sapido del mondo medio, per sperimentare l’ebbrezza di essere come ci si sente d’essere. Avendo di quella forza, e voglia, e dubbi, dolore magari anche, però, tutta la consistenza.

Silvia Andreoli

http://www.skira.net/books/botero#

 

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