BILLIE JEAN M. KING La tennista diventata Re

Era Wimbledon 2018. Vabbè, non era la finale, solo il quarto turno, robetta che se ci arrivassimo noi poveri sportivi della pantofola h24 faremmo festa per una vita. Lei no, la belga Alison Van Uytvank perde in tre set e che fa subito dopo?Uno s’aspetterebbe un’uscita di scena “normale”: prendi la sacca, t’avvolgi l’asciugamano al collo, infili le racchette nella borsa e a testa bassa, salutando il pubblico, te ne vai negli spogliatoi a ripensarti perdente. Macché: si guarda intorno, la vede, le sorride, s’avvicina decisa e appassionatamente innamorata la bacia. Perché?

«Nella mia vita non è cambiato niente. Sono felice con la mia fidanzata, a prescindere se sia un uomo o una donna. Non dobbiamo provare vergogna per questo. Non sono malata, non ho nulla che non va». Tiè, piglia e porta a casa.
E tutti a dire: bene, brava, bis, era ora. E a ricordare Martina, sì, la Navratilova, quel mostro di tennista che non appena ottenne la cittadinanza statunitense come prima cosa si dichiarò lesbica. E ancora, giù a sentenziare che adesso si può fare, si può dire, nessuno può impedirlo e che l’omosessualità va rivelata orgogliosamente come hanno fatto Martina e Alison, gli smemorati. Eh sì, perché quando sembra che accada una rivoluzione pochissimi se ne accorgono; dopo qualche tempo molti se ne dimenticano e dopo ancora un po’ d’anni qualcuno considera che il dimentico silenzio serve a non mostrare, a escludere piuttosto che a unire e che, insomma, come scrisse quel tipo: “Sopire, troncare, troncare, sopire”.

Ora, nessuno vuole togliere la patente di eroine del tennis non omofobo a Martina e Alison, anzi, ora e sempre chapeau! E però, però, però: fra i politicamente e tennisticamente corretti di oggi c’è anche una bella schiera che qualche decina d’anni fa voltò la faccia dall’altra parte, soprattutto e quasi esclusivamente uomini, quando la vera Giovanna d’Arco della racchetta mise a soqquadro l’ambiente e non solo.

Si chiamava e si chiama ancora Billie. Anzi Billie Jean. Anzi, Billie Jean Moffitt. Anzi, e finalmente: Billie Jean Moffitt King. Una che anche la Navratilova avrebbe faticato a domare sul campo: dodici titoli in singolo, sedici nel doppio e undici nel doppio misto, perché fino a qualche anno fa il tennis era l’unico sport dove si poteva gareggiare mettendo assieme un uomo e una donna senza suscitare tremori di gambe e paure di genere. Certo, un uomo era un uomo e una donna una donna, nel senso che la mascolinità e la femminilità erano concetti che restavano separati, stai al tuo posto e basta. Morale: che l’omosessualità sia antica come il mondo lo si sa, che se ne possa disquisire come se niente fosse, ’nsomma, mica tanto. Così, andava bene che uomini e donne giocassero assieme, facessero squadra, molto meno che le portatrici di gonnellino potessero rivendicare qualcosa per sé, tipo soldi, libertà, indipendenza, sessualità.

Lei, con quei nomi e quei cognomi da film western, Billie Jean Moffitt King, la Calamity Jane della terra rossa, era un coacervo di contraddizioni simpatiche e anche bislacche. Portava gli occhiali, lenti spesse, perché vedeva poco e qui uno già comincia a sospettare che la ragazza abbia sbagliato scelte sportive. No, invece, perché a 17 anni vince il doppio femminile di Wimbledon, anno domini 1961. Da lì in poi gli amanti della racchetta non si liberarono più, per un decennio abbondante, di quel sorriso contagioso ma che abitava in una donna scontrosa e timida come la maggioranza dei miopi; di quel gioco arioso, tecnica ottima e gambe veloci che quando arrivavano a rete non davano scampo, ma che spesso e volentieri sostituiva con l’istinto anziché assecondarlo con la testa. Testa: organo che nel tennis è anche più importante delle gambe e del braccio e che in una tennista impaziente e nervosetta come lei faceva ribadire agli stolti che la femmina non deve tentare di utilizzarlo perché altrimenti va nei pasticci.

È che lei nei pasticci ci sguazzava, altro che Martina! Altro che Alison! Billie Jean Moffitt si sposa a 22 anni e diventa per la legge Billie Jean Moffitt King. I soliti banditelli la aspettano al varco: «Vediamola adesso, da sposata, cosa riuscirà a fare», sottovoce, s’intende, i vigliacchetti.Lei non se ne cura e spande vittorie ovunque, da Wimbledon agli Open degli Stati Uniti, passando per quelli d’Australia e la Francia del Rolland Garros. Tanto per capirci, a Wimbledon ha trionfato per ben 20 volte. Poi, però, qualcosa s’inceppa, ma non nel senso dei vili che speravano in una sua caduta. S’inceppa il meccanismo per cui se sei donna vali meno. Lei non ci sta, lei protesta, lei … si può dire?, ma sì, s’incazza di brutto.

Così, pubblicamente, denuncia che i guadagni delle tenniste non solo sono inferiori a quelli dei colleghi, ma che questo spesso impedisce anche la sola iscrizione ai tornei e che, apriti cielo, la United States Tennis Association concorre apertamente a rendere il gioco maschile più appetibile per il pubblico di quello femminile. Bene: 1972, Us Open. Il torneo maschile lo vince il rumeno Ilie Nastase, quello femminile Billie Jean Moffitt King, ma i guadagni per il successo dell’occhialuta campionessa sono inferiori di 15.000 dollari a quelli del grande Ilie. Va in conferenza stampa e, sintetica come uno sparo di pallottola, fa: «Se l’anno prossimo i guadagni non sono alla pari, io non gioco».

L’anno dopo gli Us Open passano alla storia. Oh, non per la bravura di chi partecipa, no, ma per qualcosa di più apparentemente prosaico. Gli Us Open del 1973 sono i primi in cui i premi sono uguali per uomini e donne. Si può pensare che King così abbia vita facile in un mondo pieno di squali e anche di qualche squinzia invidiosetta? Nooo, dai.
Salta fuori un ex giocatore degli anni Quaranta, Bobby Riggs, ai suoi tempi tra i migliori, che emette ridicula sententia: «Il tennis femminile è talmente inferiore a quello maschile che anch’io, oggi, a 55 anni, potrei battere la migliore al mondo». Uno a quel punto potrebbe dire: “Toglietegli la bottiglia”. Invece, i testosteronici s’infiammano e nella patria della pubblicità tutto diventa un circo Barnum;così Riggs affronta la numero uno, Margaret Court. E la batte, maledizione, e pure senza fatica: 6-2, 6-1. Non sia mai! King si riguarda la partita e poi decide che sì, si può fare. Oltre 90 milioni di telespettatori statunitensi attaccati alla televisione per The battle of the sexes, al meglio dei cinque set: 6-4, 6-3, 6-3. Per lei, però, per Billie Jean Moffitt King, non per Riggs!

Agli omuncoli come lui non rimase che affermare che la partita non era stata giocata secondo le regole perché a King sarebbe stato concesso di tirare anche oltre le righe che delimitano il campo dei match di doppio. Ovviamente non era vero ma come stiamo reimparando a nostre spese, le fake news esistevano già.

Nel 1971, due anni prima della battaglia dei sessi, King inizia una relazione con la sua segretaria Marylin Barnett. Lo rivelerà solo dieci anni dopo, affermando ancor più tardi, nel 2005, in cauda venenum: «Il mio orientamento sessuale è stata la lotta più importante della mia vita. Sono cresciuta in una famiglia tradizionalista che mi ha impedito di uscire allo scoperto subito, al contrario di giocatrici meno inibite come Martina Navratilova».

Grande atleta, grande personalità, un sorriso indimenticabile. Gli omosessuali e le lesbiche oggi fanno coming out e quasi non fa più notizia. Anche nel tennis. Ma fino a pochi anni fa, le battaglie per l’uguaglianza, la parità dei sessi, il diritto delle scelte di genere, erano utopia.E un po’ di velocità nel recuperare terreno ce lo ha messo lei: Billie King, la tennista che voleva gli stessi soldi degli uomini, che batteva gli arroganti maschilisti almeno nel suo sport e che è stata la prima atleta al mondo a svelare il proprio orientamento sessuale non politically correct. In quattro parole: Billie Jean Moffitt Queen.

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