Bettino Craxi ha incarnato un’epoca della politica italiana e la sua parabola politica è ancora motivo d’infinite discussioni. La sua passione per la storia e le sue tante identità “virtuali”, prese in prestito da eroi veri o immaginati, restano invece uno spunto di riflessione e, a loro modo, di scrittura creativa.

“Craxi, da quanto ci sembra di capire, ha solo fatto una certa confusione tra le finanze del partito e quelle sue personali e della sua famiglia, intesa nel senso di consorteria. Siamo propensi a credergli quando dice che soldi per le sue mani non ne sono passati. Gli imani non maneggiano soldi. La loro contabilità, affidata ai sottostanti, non conosce che una voce: le spese del culto, il culto dell’imano. In esse è compreso tutto: la manutenzione della moschea coi suoi officianti e muezzin, come il parco-cammelli, come la custodia e la gestione dell’harem”.

Con queste righe affilate, Indro Montanelli infilzò la parabola discendente di Bettino Craxi.

Parabola discendente del leader socialista iniziata dopo gli avvisi di garanzia che alla fine del 1992 l’avevano raggiunto per violazione delle norme sul finanziamento illecito ai partiti.

A metà del ’94 Bettino partì alla volta di Hammamet, da dove continuò a lanciare bordate contro i magistrati che lo indagavano e una parte della classe politica sopravvissuta alla stagione di Tangentopoli. Protetto dal governo amico del tunisino Ben Ali,  Craxi assistette da lontano al tracollo della Prima Repubblica su cui aveva dominato per anni.
Non fu mai arrestato nonostante un mandato di cattura internazionale spiccato in seguito alle condanne dei tribunali ma il suo quadro di salute si aggravò rapidamente e un infarto lo colse nella celebre villa bianca a ridosso della litoranea per Monastir. Ufficialmente morì come “latitante” anche lui si definì sempre “esule”.

Le fake-identity del compagno Bettino

Al di là di ogni giudizio sull’operato politico e di ogni ricostruzione biografica di vita pubblica e privata, ne andrebbe interpretata la figura anche attraverso quello che scrisse più o meno direttamente di sé stesso. E in particolare attraverso quei personaggi, fittizi o reali, in cui amava reincarnarsi. Un po’ per fuggire e un po’ per sguazzarci mettendo in mostra in fondo le sue passioni e certi aspetti del suo carattere.

Il primo di questi personaggi è il leggendario brigante medievale Ghino di Tacco cui il fondatore di Repubblica Eugenio Scalari aveva accostato per primo l’ex segretario del Psi e che divenne presto uno pseudonimo che Craxi stesso utilizzò per firmare i suoi interventi sull’Avanti!. Sul masnadiero di Radicofani lui stesso scrisse una biografia durante la latitanza a Hammamet, approfittando delle presunte analogie col presente per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Quel “ladro gentiluomo”, versione italiana, e più propriamente toscana, di Robin Hood, assomigliava naturalmente a Craxi: “era inviso non solo ai guelfi ma financo ai ghibellini. Molti in entrambi gli schieramenti vedevano in lui un ostacolo ai loro disegni. Era divenuto troppo ingombrante. Sapeva che i suoi metodi fermi e la sua ostinata coerenza aprivano un fossato tra loro da un lato, la sua pratica politica e le sue idee dall’altro. Lo sopportavano, lo circondavano, lo ostacolavano ma non osavano affrontarlo a viso aperto”.

Ghino di Tacco l’alterego

“Ghino – scrive ancora Craxi – rappresentava un ostacolo troppo grande. Una volta eliminato lui tutto sarebbe stato più facile. Per questo si sarebbe usato qualsiasi mezzo… Era fondamentalmente onesto. Era uno dei pochi che riusciva a mantenersi integro tra tanti spergiuri, voltagabbana e profittatori. Pensava in grande e non s’accorgeva o preferiva non accorgersi di tante miserie che lo circondavano”. La vendetta di Ghino sul giudice Bernardo Benincasa da Laterina naturalmente non poteva che richiamare quella che il cinghialone di Hammamet avrebbe forse desiderato per il suo magistrato milanese: un “giudice senza giustizia che aveva giudicato e condannato Tacco con un processo preordinato, falso e iniquo, in obbedienza alla linea guelfa”. Il pool di Milano e i suoi sostenitori (molti all’epoca)? “Si piegavano compiacenti e solerti al corso delle cose. Correvano verso il più forte, facendo a gomitate tra loro. Si preparavano a usare la legge in favore della fazione. Era una giustizia politica che si apprestava ad entrare in campo, forte dei suoi mezzi e degli espedienti legali che si legittimavano l’un l’altro. Una giustizia che imboccava una strada tutta di parte, faziosa, persecutoria e violenta”.

Garibaldi l’eroe-mito

Ma le reincarnazioni di Craxi non si limitarono al brigante toscano. La sua passione per Garibaldi per esempio era cosa nota a tutti sin dai gloriosi tempi dei congressi al Midas e dagli anni d’oro del governo del Caf o “dei nani e della ballerine”. Le cronache della Prima Repubblica ci hanno tramandato il ras del Garofano come un collezionista appassionato di fazzoletti rossi, cimeli, documenti autografi e busti. Più tardi la passione divenne anche identificazione con il capo delle camicie rosse, anche lui del resto esiliato in un angolo del Mediterraneo (l’isola di Caprera).
Craxi raccolse in un volume i suoi scritti su Garibaldi e curò un volume sulla Conquista delle due Sicilie di Anonimo napoletano edito da Sellerio (che scrisse nei paratesti: “L’editore si asterrà scrupolosamente dai facili accostamenti fra la Caprera sulla cui sobria scena si chiude il libro e la destinazione provvisoria del curatore; e da ogni altra sentenza. Eroi dei Due mondi, primi ministri, imputati e condannati vanno e vengono, e anche gli editori non stanno tanto bene”). E l’esilio nei lidi del Maghreb non fece che rafforzare lo sdoppiamento, alimentato dalla storia stessa del capo dei Mille che prima dello sbarco a Marsala fece tappa proprio a Tunisi.

Giuseppe Mazzini l’esempio

Molti eroi risorgimentali ormai dimenticati fecero parte del personale mausoleo da cui al bisogno il nostro faceva riemergere qualche santino. Uno di essi era il fondatore della Giovine Italia che chiamò in causa in Parlamento per affrontare la questione palestinese e il ruolo di Arafat e della Palestina (nel 1985).
“Quando Giuseppe Mazzini, nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell’ideale dell’unità ed era nella disperazione per come affrontare il potere, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici. Questa è la verità della storia”.

Edmond Dantès lo specchio

La verità della storia, ecco il suo pensiero ossessivo. E il passo successivo fu inevitabile: l’identificazione con un nuovo eroe letterario incompreso, Edmond Dantès, protagonista del Conte di Montecristo del romanziere francese Alexandre Dumas, che incontrò peraltro Garibaldi, fu testimone di alcuni episodi dell’impresa dei Mille. Dantès è un altro perseguitato della storia, naturalmente, ha un magistrato come nemico giurato e un drammatico desiderio di vendetta per le ingiustizie subite: un simbolo perfetto per sintetizzare nobilmente la condizione di Craxi che usò infatti a lungo quella firma, o semplicemente le sue iniziali puntate, per firmare le assidue corrispondenze dalla Tunisia. “Io sono uno di questi esseri eccezionali” dice il vero Dantès nelle pagine di Dumas, “sì, signore, io lo credo, sino ad oggi nessun uomo si è trovato in una posizione simile alla mia. Nessuno può dire di avermi veduto nascere; Dio solo sa quale terra mi vedrà morire”.

Radetzky il nemico

Ma la fervida immaginazione e la capacità d’immedesimazione non poteva fermarsi qui e verso la fine dei suoi giorni Craxi decise di calarsi anche nei panni di un onorato cittadino milanese, testimone, e forse protagonista egli stesso,
delle cinque giornate di Milano. L’epopea d’elezione è, sempre quella risorgimentale, s’intende, ma questa volta Craxi segue passo per passo la celebre sollevazione contro gli Asburgo, attraverso gli occhi di un cronista di allora: dalla descrizione della battaglia nelle strade al sapido ritratto della tirannica occupazione del feldmaresciallo Radetzky (un po’ Colombo e un po’ Borrelli, due dei magistrati del pool di Mani pulite). La ricostruzione della Rivoluzione di Milano (edito nei quaderni di Critica Sociale) è divulgativa e puntuale e dimostra tutto sommato che Bettino, da buon grafomane, avrebbe potuto occuparsi di romanzi e saggi storici anziché di politica.
«Rivolgo alla mia cara Milano; che non vivo, non vedo e non sento liberamente da anni, un pensiero carico di emozioni e d’amore. Nel centocinquantesimo anniversario di un evento glorioso sento anche io il dovere di renderle un modesto omaggio storico». Un dovere insomma. Ma era davvero l’unico per un ex presidente del Consiglio in esilio che doveva rispondere ancora a un sacco di domande sui suoi guai giudiziari?

Bettino Craxi morì per un arresto cardiaco. L’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema propose le esequie di Stato. Ma la proposta non fu accettata né dai detrattori di Craxi (non si può proclamare un giorno di lutto nazionale in onore di un fuggiasco, si disse) né dai sostenitori, che accusarono i democratici di non aver aiutato il capo socialista malato quand’era ancora in vita.

John Le Carrè il maestro

“Gli avvenimenti che sto per narrare sono assai singolari. Incredibili per eccesso di credibilità. Quante volte abbiamo pensato, dopo uno strano accidente, che l’unica spiegazione possibile fosse quella di un complotto internazionale? Ogni tanto però quelle che abbiamo sempre considerato fantasie estreme si rivelano appunto drammaticamente reali”. Ad affermarlo è l’agente italo-tunisino Karim all’inizio dell’ultimo libro di Craxi, Parigi-Hammamet pubblicato postumo da Mondadori, ma dietro alla voce narrante non si può non riconoscere la grande ossessione degli ultimi giorni di Craxi. “È una spy story indegna di John Le Carré e di Ian Fleming”, aveva ammesso candidamente con gli amici, “ma contiene molti elementi di verità”. Il politico italiano protagonista si chiama Ghino.

 

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