BARBIE la più forte del mondo

Denver, fine degli anni Cinquanta. Ruth Handler è in cucina, sta preparando la cena. Dietro di lei sua figlia Barbara gioca con le bambole assieme a due amiche. Mentre traffica ai fornelli ascolta cosa stanno dicendo le bambine. Poi si ferma, si gira e comincia a guardarle. Vede che alle bambole le tre piccole hanno affidato ruoli da persone adulte. Pochi minuti dopo torna a preparare la cena, però ha un pensiero fisso nella mente: quello cioè che i giocattoli non rispecchiano mai la realtà che circonda i bambini, che i trenini di legno non assomigliano a quelli veri, così come gli orsacchiotti hanno sempre delle forme improbabili.

 

E le bambole hanno tutte l’aspetto delle neonate.

 

Decide di parlarne con suo marito Elliot. Lui di giochi è esperto, visto che assieme all’amico Harold Matson ha aperto un’azienda che oltre alle cornici per quadri produce giochi da tavolo. L’azienda si chiama Mattel, dall’unione del nome di uno e del cognome dell’altro. Elliot, però, non dimostra un grande interesse per la riflessione socio-psicologica della moglie, ma Ruth non si dà per vinta e comincia subito a studiare un nuovo modello di bambola. La sua idea è creare un prodotto nel quale le bambine possano proiettare le loro fantasie di adulti, perché tutti – quando si è piccoli – si vuole fare le cose da grandi. È il 9 marzo del 1959 quando viene realizzato il prototipo di Barbara Millicent Roberts, cioè Barbie.

E da quel giorno la bambola non sarà più la stessa.

 

Presentata alla fiera del giocattolo di New York si preannuncia subito come un fenomeno commerciale senza precedenti: durante il suo primo anno di vita ne sono vendute più di 350mila al prezzo di 3 dollari ciascuna. Tale trionfo si deve in gran parte alla geniale intuizione di Ruth di commercializzare la bambola e, contemporaneamente, un ampio guardaroba fatto di abiti e accessori venduti separatamente.

 

Biondissima, col corpo sinuoso (a volte anche troppo, tanto da attirare le critiche dei benpensanti), sempre alla moda e sorridente, Barbie dà inizio a una dinastia pluriennale, fatta di personaggi, amici, parenti ma anche immobili e accessori. Nel 1961 compare Ken, il fidanzato (Kenneth è il nome del figlio minore degli Handler); poi alla crescita della famiglia si aggiungono le sorelle Skipper, Stacie e Chelsea; Midge, l’amica del cuore; Alan, amico/fidanzatino della sorella maggiore; più tardi il figlio di Midge. E poi cani, gatti, uccellini, pesci rossi…

 

Barbie sbarca in Italia nel 1964, anno in cui Ruth decide di sottoporla al primo lifting: il seno acquista un paio di taglie, gli occhi diventano più grandi, compaiono le ciglia e si allungano i capelli fino a toccare le spalle.

 

Barbie

 

È una donna che invecchia solo per l’anagrafe e che si è fatta interprete delle trasformazioni estetiche e culturali che hanno contraddistinto oltre mezzo secolo di storia. Nei suoi quasi sessant’anni di vita è stata la compagna preferita delle bambine di almeno tre generazioni, consolidando i ruoli di genere e i canoni della bellezza di diversi periodi, indossando più di un miliardo di abiti ed esercitando 150 professioni, da Reginetta del ballo ad astronauta, ed è stata per sei volte – dal 1996, ben prima di Hillary Clinton –  candidata alla presidenza degli Stati Uniti.

 

Dopo essere stata riprodotta con i tratti somatici delle diverse etnie (c’è la versione asiatica, quella mediorientale, ma anche la mulatta, l’africana, e via via tutte le altre) oggi Barbie dà voce anche alle pari opportunità: la classic – alta, bionda, cotonata, vita piccola e con la quarta di reggiseno –  è affiancata da nuovi “cloni”, tra queste la curvy, dalle taglie comode e la petit piccola di statura e con poco seno. Il messaggio che le è stato affidato da trasmettere alle nuove generazioni di donne è chiaro: le differenze non sono un problema, il mondo è bello proprio perché è vario e diverso.

 

Barbie abbandona così i panni della femminilità tradizionale e la bellezza perfetta per vestire quelli più progressisti, regalando una visione della bellezza più ampia, dal lontano sapore femminista. D’altra parte, a differenza degli altri miti contemporanei stritolati dallo scorrere degli anni, ha il privilegio – in quanto bambola – di essere fuori dal tempo, attraversare epoche e terre lontane, rafforzando il suo status di leggenda e di specchio di epoche diverse.

 

Per questo definirla una bambola è riduttivo, Barbie è un’icona globale, che è riuscita ad abbattere ogni frontiera linguistica, culturale, sociale, antropologica rappresentando il primo esempio di gioco globalizzato. In qualsiasi parte del mondo tu vada, lei è identica e i bambini possono parlare del loro giocattolo preferito senza bisogno di spiegare ogni volta di che cosa si tratti.

C’è chi dice che ha fatto più lei che anni di studi e di politiche per l’infanzia.

Potrebbe essere.

 

Luca Pollini

 

 

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