AYRTON SENNA pit stop Imola

Ayrton SennaA Imola c’è una statua in bronzo che guarda per terra.
Ha i tratti di Patrick Swayze ma è un tributo ad Ayrton Senna.
Non gli somiglia molto. Più che altro lo ricorda.
E’ davanti a un muretto. Sopra, una rete metallica.
E disegni, foto, bandiere. Scoloriti dal tempo.
E frasi, dediche, cuori, graffiti. Fiori appassiti. Come si fa con le rockstar.
Su un lato c’è una frase: “Credo di essere molto lontano da una maniera di vivere che mi piacerebbe”.

 

Era una curva, quella del Tamburello. Ora è una variante. O chicane. La curva è morta il 1° maggio del 1994, ricordata da una pietra tombale lunga come un muretto. Con una rete metallica sopra. Guardata a vista da una statua in bronzo che somiglia a Patrick Swayze ma che è un tributo ad Ayrton Senna.

 

E’ un giorno come un altro.
Non c’è nessun anniversario, oggi. Non ci sarà domani, non c’è stato ieri.
Chissà perché le ricorrenze che fanno cifra tonda fanno più effetto.
Un ragazzo ha lasciato una foto ai piedi della statua.
Una bara. Un funerale. Brasile. San Paolo. 1994. 5 maggio. Ei fu.
“Le statue sono parole. Le hanno dette tutte, tutti. Ma non bastano mai”, ha detto.
La statua guarda per terra. Guarda la foto.

 

“Le statue sono parole”.
Parole.
Come quelle di Gerhard Berger poco prima della sepoltura al cimitero del Morumbì. La bara è stata adagiata su un carrello e dev’essere accompagnata, ai lati, da amici e colleghi. Berger, grande amico e collega di Senna, corre dalla sua addetta stampa, Betise Assumpçao. Berger è stato l’unico amico di Senna che era presente quando ha smesso di respirare.

 

“Mi hanno detto che Prost e Jackie Stewart saranno davanti tra quelli di fianco alla bara. Sono le due persone che Ayrton ha odiato di più in Formula 1 e sembra che conti chi ha vinto di più in carriera. Devi impedirlo”, dice Gerhard.
Betise è d’accordo. Betise si attiva. Betise si consulta con il manager di Barrichello. Betise decide.

 

Il funerale di Ayrton SennaE’ come la griglia di un GP. Di fianco alla bara, davanti Berger da un lato ed Emerson Fittipaldi, brasiliano come Ayrton. Dietro Berger un altro pilota di casa, Barrichello, poi uno straniero, Boutsen. Dietro Fittipaldi un altro pilota straniero, Prost. Jackie Stewart più indietro. C’è anche Damon Hill, l’ultimo compagno di scuderia di Senna, perché la Assumpçao gli ha detto che la famiglia vuole che ci sia anche lui. Non è vero: “Ho cercato di fare quello che Ayrton avrebbe voluto. Damon gli piaceva. Mi piaceva. Non si conoscevano bene, ma ho pensato fosse comunque importante che ci fosse”.
Finisce così l’ultimo Gran Premio di Senna. Con Berger in pole position.

 

“Le statue sono parole”.
Parole.
“Nada pode me separar do amor de Deus” è la frase scritta sulla lapide della tomba di Senna. Parole ispirate dall’apostolo Paolo. Parole scelte dalla famiglia.
La famiglia è anche e soprattutto la Fondazione Senna che ha assistito, aiutato e aiuta a studiare decine di milioni di bambini brasiliani.

 

La famiglia è anche la sorella di Ayrton, Viviane: “Credo che lui non appartenga all’ambito delle celebrità. Lo ha superato. Fa parte di una categoria mitica che trascende il tempo e lo spazio. Per noi ha avuto una grande importanza perché quando lui c’era il Brasile non era ben visto: era associato solo a concetti come corruzione e violenza, era un Paese che non funzionava a nessun livello politico, né sociale, né economico. Lui era qualcosa di cui essere orgogliosi. Era nostro e di tutti i brasiliani. Quando incontro qualcuno le parole più ricorrenti sono queste: ‘Quando Ayrton è morto, è come se fosse morto uno di famiglia’”.

 

ayrton senna“Le statue sono parole”.
Parole.
Quelle di Galvao Bueno, “el papagayo”, storico commentatore brasiliano di Globo che ha raccontato le imprese di Senna dall’inizio alla fine.
“Avevamo vari idoli in tutti gli sport, naturalmente. Ma Ayrton è andato oltre i parametri che caratterizzano gli idoli sportivi. Era più che un idolo: era un eroe. Lui era Ayrton Senna do Brasil”.

 

“Le statue sono parole”.
Parole.
Quelle usate da Bernie Ecclestone a Imola pochi minuti dopo lo schianto al Tamburello. L’elicottero sta per portare Ayrton all’ospedale di Bologna.
Ecclestone riceve nell’ufficio della direzione di gara suo fratello Leonardo, accompagnato da Betise perché non capisce l’inglese e c’è bisogno di un’interprete. C’è anche Slavica, che allora era la moglie di Bernie. Piange.
Ecclestone si siede su una poltrona. Leonardo e Betise di fronte a lui, su un divano. Leonardo è pallido.
“Ho delle notizie su Ayrton”, dice. “E’ morto”.
Leonardo piange a dirotto. Betise lo abbraccia. Bernie sospira.
Poi aggiunge: “Ma lo annunceremo più tardi per non interrompere la corsa”.
Passano alcuni minuti, Leonardo si calma. Poi chiama la famiglia, in Brasile, e dà loro la notizia cercando di trovare le parole adatte.

 

“Le statue sono parole”.
Parole.
Sid Watkins era uno degli amici più stretti di Senna.
Medico ufficiale del circus fin dagli anni ’70, fu il primo ad assistere Villeneuve dopo il fatale incidente a Zolder nell’82. Nello stesso anno fu avvolto dalle fiamme mentre cercava di salvare la pelle al pilota della Osella Ricardo Paletti e si ustionò gravemente le mani: nonostante le ferite riuscì anche a liberarlo dai rottami con una motosega. Paletti però non ce la fece. Come non ce l’aveva fatta Ronnie Peterson, qualche anno prima a Monza: Watkins c’era, era entrato in quel mondo da poco e la sua clinica era una tenda malconcia vicina al circuito. Ma dopo lo schianto del pilota i carabinieri non lo lasciarono entrare in pista e Peterson venne soccorso troppo tardi dall’ambulanza.

 

Watkins arriva al Tamburello pochi secondi dopo. Vede subito che non c’è niente da fare. Il cranio di Ayrton è stato perforato sopra l’occhio destro e il pilota perde molto sangue e materia cerebrale: “Era lì, disteso vicino alla macchina. A un certo punto sospirò e il corpo si rilassò. In quel momento ho pensato che la sua anima se n’era andata, e io non sono religioso”.

 

Watkins amava pescare nel fiume Tweed, nel sud della Scozia, e ogni tanto divideva la sua passione con Senna che aveva preso un’abitazione nella zona, a Coldstream. Il giorno prima della tragedia, era il 30 aprile, Ayrton piange sulla sua spalla per la morte di Ratzenberger. “Perché non lasci tutto e ce ne andiamo a pescare?”, gli dice. Ma Senna non ha mai dubitato di voler correre quella gara. Nessuna premonizione, nessun presentimento.

 

Watkins, che è morto nel 2012, disse: “Voleva aiutare a tutti i costi i bambini brasiliani con opere di carità. Forse era destinato a una carriera politica. Chissà, magari sarebbe diventato il presidente del Brasile”.

 

“Le statue sono parole”.
Parole.
Quelle che si sente dire Adriane Galisteu, l’ultima fidanzata di Ayrton. Si sono conosciuti perché lei faceva l’ombrellina al GP del Brasile dell’anno precedente. La famiglia del pilota non la vede di buon occhio, per usare un eufemismo.
Vede la gara alla tv dalla loro casa in Algarve, Portogallo. Dopo l’incidente un volo privato la sta per portare in Italia. Ancora non sa. “Ero salita sull’aereo pensando che fosse ferito, sì, ma vivo. Quando stavamo per decollare il pilota mi passò una telefonata. Pensavo fosse Ayrton che mi diceva ‘tranquilla, è tutto ok’. Era un amico che mi disse ‘Adriane, non c’è bisogno che tu venga’. Risposi ‘Ok, bene!’, ho pensato che le cose stessero migliorando. ‘No’, disse. ‘Ayrton è morto’”.

 

“Le statue sono parole”.
Parole.
Quelle che mancano ancora oggi a chi ha avuto la sfortuna di vedere la camera mortuaria dell’istituto di medicina legale di Bologna il 2 maggio 1994.
C’erano due barelle. Due corpi. Uno si chiamava Roland Ratzenberger, il gregario. L’altro Ayrton Senna, il campione.

 

ayrton sennaLe parole che mancano a chi si chiede perché sia stato così amato in vita e rimpianto dopo la morte.
Forse perché è stato l’incarnazione della differenza tra mito e leggenda, tra il racconto di storie fantastiche e la narrazione di una storia vera con tratti fantastici.
Forse perché il suo soprannome era ‘Magic’.
Forse perché era il volto di uno sport romantico che dopo di lui non lo è stato più.
Forse perché è stato l’ultimo campione ad avere un vero, acerrimo rivale.
Forse perché ha guidato l’auto più elegante di sempre, la Lotus con la livrea delle John Player Special nere.
Chissà, forse perché – fatta eccezione per il primo anno alla Toleman – in Formula 1 ha sempre guidato sigarette a quattro ruote: le John Player Special e le Camel alla Lotus, le Marlboro alla McLaren, le Rothmans alla Williams.

 

Forse perché parlava l’italiano.
Forse perché aiutava i bambini.
Forse perché il suo casco giallo era riconoscibile, inconfondibile.
Forse perché è stato l’ultimo campione a morire in pista. Da allora – anche se con tutto il rispetto campione non era – solo Jules Bianchi, anche se in circostanze diverse.
Forse perché gli han fatto una statua.
La statua che ricorda Ayrton Senna è una specie di altare. Che ispira preghiere. Intenzioni. Sensazioni. Ricordi.
Parole.

 

Matteo Corfiati

 

 

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