“Una terra difficile da governare perché difficile da capire”.
Di tutte le sue “corde”, “la seria, la civile, la pazza” aveva scritto Luigi Pirandello, si sarebbe occupato Leonardo Sciascia, osservatore appassionato, partecipe e inflessibile. Come in La corda palla, del 1970. Sciascia guarda all’Isola “vuote le mani, ma pieni gli occhi del ricordo di lei”, come scrisse, parlando d’amore, Ibn Hamdis, massimo esponente della poesia araba in Sicilia, vissuto a cavallo tra XIesimo e XIIesimo secolo.

Di Ibn Hamdis c’è traccia nello straordinario patrimonio librario di casa Sciascia, nel cuore di Racalmuto

La casa è stata aperta ai visitatori da Pippo Di Falco, che la comprò nel 2012 da una erede dello scrittore. Avrebbe dovuto, potuto, acquistarla il Comune, ma il tempo passava, prigioniero della burocrazia e dei tempi della politica. Intervenne la passione di Pippo, intervennero cinquantamila euro di risparmi. Seguirono anni di meticolosa ricostruzione degli interni, accompagnata da una appassionata ricerca di libri e di tant’altro che potevano mettere assieme il mosaico di un tratto importante della vita e dell’opera dello scrittore siciliano. Tanto di originale, quel che era andato perduto ricomposto con fedele rivisitazione e una passione rara.

Prima di incontrare Pippo Di Falco, uno sguardo dalle terrazze del vicino Castello Chiaramontano.
La vista spazia sulla campagna che, mandorli, ulivi e noci, scivola verso la valle e corre lungo un interno straordinario e incontaminato. Aiuta la luce dolce del pomeriggio inoltrato. Lì, nella valle ci sono, c’erano le miniere di sale. Ci lavorarono il nonno e il padre di Sciascia, Pasquale, contabile della famiglia Mantia, proprietari di miniere.

La casa dove Sciascia visse fino al ’58 è su più piani.

Probabilmente fu ricavata costruendo su parte del giardino di casa Mantia. Un gesto di riconoscenza. La vicina casa Mantia nell’architettura ha i segni di un agio che non ha la casetta dei Sciascia. A più piani, con al piano terra la sartoria dello zio di Leonardo, dove il piccolo Leonardo lavorò. In Sicilia, era abitudine che i piccoli, finite le scuole, andassero ad imparare un mestiere, sarto o falegname. Non si conoscevano vacanze. Peraltro, il giovanissimo Leonardo ci fu un tempo nel quale pensò di lasciare proprio la scuola. Casa su più piani, dunque. Conosciuta come “La casa delle zie”, le zie dello scrittore. Il piano”nobile” era della zia Marietta che in realtà si chiamava Angela. Complesse alchimie siciliane.

Per Sciascia che nel ’44 sposa Maria, un’insegnante, dopo la più classica delle”fuitina”, l’abitazione il piano di mezzo.

Per andare in bagno o in cucina, nell’abbaino, c’è da attraversare il piano della zia.
Così erano le case familiari in quest’angolo di Sicilia.
E casa Sciascia rivive, si riapre.
È il luglio del 2019, Pippo Di Falco è felice, la prima tappa raggiunta, il lavoro continua. Lui ha più di 80 mila libri da ordinare. Per questo, dopo aver comprato l’abitazione che fu dello scrittore, ha comprato l’adiacente casa dei Mantia. Bella, tra le più antiche del paese, ma che richiede sforzi enormi. “Sarà dura e lunga, ma quando riesco a mettere qualcosa da parte faccio entrare i muratori e si va avanti”, dice Pippo Di Falco. L’ingresso, alla parete il ritratto a figura intera di Leonardo Sciascia. Lo fece Andrea Vizzini, un amico pittore dello scrittore, un amico della vicina Grotte. La casa si affaccia su un tratto di strada che oggi porta il nome dello scrittore, che fu via Regina Margherita. Di fronte al portoncino, un’edicola votiva con la Madonna del Monte, la madonna di Racalmuto, con una chiesa straordinariamente bella, a due passi da casa Sciascia, e con una scalinata stretta e ripida che la rende unica.
Piano terra, un primo piano, il salotto, il secondo piano, due stanzette, il piano nobile, l’abbaino.

                                               

Scaffali e cassetti traboccano di libri, edizioni rare trovate qui e là, tante all’estero. Tante trovate per caso.

Opere di Sciascia, opere di scrittori che erano il riferimento della formazione dello scrittore siciliano: Voltaire, Montesquieu. E tutti gli scrittori e pensatori siciliani, e non solo, col quale Sciascia aveva avuto rapporti e corrispondenze. E si continua: Consolo, Bufalino Rosso di San Secondo, le poesie di Quasimodo. Prendi appunti, fotografi, ed ecco altri libri, altri nomi che rinviano al meglio della nostra letteratura, al meglio di quella europea.

Frastornato. E poi, libri sui fotografi siciliani, grande scuola che Sciascia ammirava tanto.

Tutti, fino ad arrivare alle foto straordinarie di Franco Carlisi, che è della vicina Grotte, che iniziò da fotografo nei matrimoni e che quei matrimoni ha saputo raccontare con una straordinaria sensibilità, artistica e umana.  E guardando tra i fotografi, ci trovo un libro di Antonio Vinciguerra, anche lui fotografo. Era della vicina Palma di Montechiaro, fu mio amico, morto in Marocco alla fine di una vita come lui voleva viverla.

“Questa è la prima edizione de Il Gattopardo – mi mostra Pippo Di Falco – l’ho trovata in una falegnameria…C’era una vetrina da restaurare e in uno dei ripiani della vetrinetta c’era il libro, chissà, destinato…”.
Tanto Vittorini, tanto Vitaliano Brancati al quale si deve Sciascia scrittore. Gli fu maestro al Magistrale di Caltanissetta. Lo accompagnò nei primi passi di scrittore segnalando il valore dello scrittore di Racalmuto, la bellezza del suo scrivere, il suo straordinario italiano, il respiro del suo bagaglio culturale.

Casa Sciascia: la scrivania, la luce della finestra sull’Olivetti,

due bibbie sul comodino, la bastoniera decò nel pianerottolo, le giacche di un rigoroso grigio, bottiglia e bicchieri di rosolio accanto a preziose edizioni, come quella di Liolà edito da Formìggini in via del Campidoglio 5, Roma.

Di Formìggini anche una rara edizione di Fuori di chiave di Pirandello. Rara, di Elio Vittorini una edizione di Americani, raccolta di narratori con il cofanetto che rinvia a Edward Hopper.

                                             

Sciascia e le sue prefazioni alle cartelle del pittore siciliano Bruno Caruso.

Degli anni Sessanta quella alle acqueforti di Caruso con testi che rinviano alla poesia ispiratrice di Ibin Hamdis.
Preziosa la collezione di riviste, tra queste una copia di Rinascita del’48 con un articolo di Luigi Russo. Del testo Sciascia sottolinea un passaggio: “Il comunismo è soltanto un mito pedagogico”.

Comincia a fare buio a Racalmuto. Lo dice l’orologio del campanile, lo dice il taglio dell’ultimo sole di un settembre che da queste parti tocca la nostra migliore corda.

 

 

 

 


È così ogni volta che finisci un libro che illumina quel che ti circonda, che fa chiaro quel che hai dentro, che ti avverte su quello che vivrai, che ti alza uno specchio davanti al viso. Quando finisci di leggere le ultime parole, “Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida”, lo metti in uno degli scaffali difficili della libreria, non che si possa leggerne il titolo. A potersi vedere solo la somma del colore dello spessore di pagina dietro pagina. Confondendosi. Per nasconderlo a te, e agli altri, perché è tuo, parte di te, segreto tuo, tuo genoma.

E ti scordi di dove sia. Come volevi. Così gli anni passano e ci sono cose della vita, che nel frattempo è una cesta immensa di panni sporchi e di lenzuola linde; ci sono cose che ti suggeriscono di tornare a quel libro, di rileggerlo, perché ci sono cose, ripeto, che questa volta sentirai maledettamente lontane, e cose inevitabilmente più vicine. Lo cerchi, allora, e non lo trovi. La tua gelosia guidò bene le mani, il libro non si trova. Fu ben fatto. Ricordi la copertina, anche il profumo di quelle pagine, ricordi anche i segni tracciati a margine dei passaggi che tu sottolineavi a te. Ricordi in quante sere lo leggesti e dove lo sfogliasti. Ricordi la luce della finestra e quella del lume dello scrittoio. Ma ora non si trova. Sai che avrai gli occhi, la malinconia e la serenità delle solitudini del Principe, ma vuoi rileggerlo lo stesso. Tancredi sarà lontano, lontana Angelica.
Lo cerchi perché la notizia è che Il Gattopardo, libro e poi film, presto sarà una serie televisiva. Non mi sono mai piaciuti i voli arditi ed estremi. Anche, e soprattutto, quando si pensano queste operazioni. Nelle mie cose, stento sempre a pensare di cambiare una vecchia poltrona, mi crea disagio un paio di scarpe nuove. Provo lo stesso all’idea che quel libro, quel film siano altro, immagini altre sovrapposte alle immagini che il libro e Visconti ti hanno tatuato addosso. Frasi finte dove erano condivisioni.
“Buongiorno, vorrei un’edizione economica del Gattopardo…”. Eccola, quella dell’Universale Economica Feltrinelli, 9 euro e cinquanta.
“Ecco, si…Grazie…No, va bene così, non c’è bisogno della busta… Grazie.”
“Maggio 1860. Nunc et in hora mortis nostre. Amen”. Appena l’inizio, e c’è tutto.
Le forme della vita e l’inevitabile morte, che riesci a percepire quasi che sia pulviscolo che galleggia nel taglio della luce che entra dal balcone, insinuandosi nelle pieghe della pesante tenda. La vita, già tra le prime parole, nella “biondona, svagata in chissà quali sogni”, nelle sottane, nelle nudità mitologiche e nelle mattonelle dal fondo latteo. E poi, il soccorso di un bacio.
“L’amore. Certo, l’amore. Fuoco e fiamme per un anno, cenere per trenta. Lo sapeva lui che cos’era l’amore”. Il principe Salina certo che lo sapeva cos’era l’amore. Visto e vissuto tante e tante volte, da giovane. Lui che dalla cenere di un matrimonio senza piaceri guardava Angelica ma cominciava a dialogare con la morte. Strofinio di gonne e di sottane da un salone all’altro, sudore dolce e intenso sotto il carrubo, seni coperti da pudore e spudorati, il proprio corpo giovane su cui avevano giocato e scivolato gli occhi ridenti di lei, di lei e di lei. Tutti a tornare, insieme e nello stesso momento, ormai dolorosi stiletti, in Angelica che irrompe al ballo. Nei suoi occhi, nel malizioso o innocente labbro che si morde. Somma di tutte le bellezze conosciute e delle tante altre che mai aveva conosciuto, che tanto meno avrebbe mai incrociato. Bellezza che appariva lontana, di là del fiume, col Principe nella sponda senza vegetazione, con lei nel gioco dei meandri dell’agrumeto, con un Tancredi tale e quale il Principe perduto, cancellato dal tempo, scurito dalla cenere.
“L’attimo durò cinque minuti; poi la porta si aprì ed entrò Angelica. La prima impressione fu di abbagliata sorpresa… Sotto l’impeto della sua bellezza gli uomini rimasero incapaci di notare, analizzandoli, i non pochi difetti che questa bellezza aveva; molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono mai capaci”.

Angelica è la vita che entra in luoghi dove già si comincia a tessere un rapporto d’amore con un’altra donna, diversa, l’ultima che diverrà la prima di altro che non si conosce.
“O stella, o fedele stella, quando ti deciderai a darmi un appuntamento meno effimero, lontano da tutto, nella tua regione di perenne certezza?”.
In attesa di quell’appuntamento, un ballo con Angelica, un ballo che si vorrebbe non finisse mai.
Io ero Tancredi, più del mio Tancredi, avrà pensato il Principe. Smesso il ballo, dalla cenere all’appuntamento con la stella il passo è un altro passo di danza.

“Io penso spesso alla morte – confessa il Principe all’esplosione di vita che sono Angelica e Tancredi – Vedi, l’idea non mi spaventa certo. Voi giovani queste cose non le potete capire, perché per voi la morte non esiste, è qualcosa ad uso degli altri”. Si, perché “la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana”.

Principe…Principe…le donne…Eccone un’altra, forse la più bella, oblio su ogni altro ricordo.
Eccola, si fa largo, è giovane, snella, “con un vestito marrone da viaggio ad ampia tournure, con un cappellino di paglia ornato da un velo a pallottoline che non riusciva a nascondere la maliosa avvenenza del volto”. Guanti di camoscio si avvicina, facendosi strada, scusandosi.
Eccola, era lei. “Strano che così giovane si fosse arresa a lui”.
C’è un treno che parte, treno che non si perde.
“Giunta faccia a faccia con lui, sollevò il velo e così, pudica ma pronta ad essere posseduta, gli apparve più bella di come mai l’avesse intravista negli stellari”. Gli occhi non erano maliziosi, pensò, e non morde maliziosamente il labbro di giù. Il mare non era vicino, anzi. Ma ultimamente gli era arrivato alle orecchie, onde che fragorosamente sculacciavano gli scogli. Incessantemente. Ma all’improvviso “il fragore del mare si placò del tutto”.
Principe mio, questa volta non la ficcherò nella fila seconda dello scaffale in alto, remoto.
Starà qui, mi terrà compagnia. Le offrirò una pasta di mandorla del monastero di Palma di Montechiaro e un bicchierino di vino dolce. E l’ascolterò. Le chiederò di raccontarmi, di dirmi della bella signora col cappellino di paglia.