MARY POPPINS, Julie Andrews, 1964

Una formula magica infallibile per azzerare i problemi della vita. Chi non la vorrebbe? Tipo l’indimenticabile Supercalifragilistichespiralidoso che una giovane Julie Andrews cantava nel film Disney Mary Poppins del 1964.

 

Faceva così:

«Ambelele ambelela

ambeleleambelela

Ambelele ambelela

ambeleleambelela

 

Supercalifragilistichespiralidoso

anche se a sentirlo può sembrare spaventoso

se lo dici forte avrai un successo strepitoso

supercalifragilistichespiralidoso

 

Ambelele ambelela

ambeleleambelela

Ambelele ambelela

ambeleleambelela

 

Se tu non sai che dire non ti devi scoraggiar

ti basta una parola e per un’ora puoi parlar

ma attento a dirla bene non ti devi mai sbagliar

perché se tu l’azzecchi la tua vita può cambiar…»

 

Musica e testo si devono a due perfetti sconosciuti – Richard M. Sherman & Robert B. Sherman – ma la canzone da allora è entrata nella storia e così pure la parola, che nella versione originale è “Supercalifragilisticexpialidocious” e ha un significato ben preciso: «fare ammenda per la possibilità di insegnare attraverso la delicata bellezza». Lo si evince scomponendola in Super (sopra) – cali (bellezza) – fragilistic (delicato) – expiali (fare ammenda) – docious (istruibile).

 

Ma indimenticabile e mitica è stata ed è soprattutto lei, Mary Poppins, la tata “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” con l’ombrello volante e la borsa-matrioska da cui esce tutto quello che serve.

La donna con il sorriso stampato sulle labbra e la soluzione a tutti i problemi del quotidiano, ma con un carattere fermo e deciso. Che ha insegnato a milioni di bambini (e adulti) che la vita va affrontata con leggerezza ma sempre di petto, ricordandosi ogni giorno di essere felici.

 

Mary Poppins resta un mito assoluto, ormai da più di mezzo secolo e la sua fama non conosce confini. A creare il personaggio fu la scrittrice australiana naturalizzata britannica Pamela Lyndon Travers e a svelarci il perché e il percome è stato un altro film Disney, Saving Mr Banks, diretto da John Lee Hancock, con due splendidi Tom Hanks ed Emma Thompson, uscito nelle sale italiane il 20 febbraio 2014.

La Travers (il cui vero nome era Helen Lyndon Goff) era nata in Australia nel 1899 e non aveva mai ricucito lo strappo del padre alcolista, morto quando lei era bambina. Nel 1924 emigrò a Londra e dieci anni dopo scrisse il libro per bambini (primo di una lunga serie) destinato a darle fama imperitura. Già nel 1938 Walt Disney – le cui figlie si erano innamorate del libro e gli avevano chiesto di farne un film – aveva cercato di convincere la scrittrice a cedergli i diritti. Lei aveva però sempre rifiutato perché temeva che una versione cinematografica non sarebbe stata fedele alla sua opera. A quel tempo Disney era conosciuto soprattutto come autore e produttore di cartoni animati, e l’autrice non voleva che il suo libro fosse trasposto in un cartone. Ci vollero trent’anni per convincerla, offrendole un compenso da centinaia di migliaia di dollari, una percentuale sugli incassi del film e l’ultima parola sulla sceneggiatura: cosa che in precedenza Disney non aveva mai concesso a nessuno.

 

Mary Poppins, Julie Andrews

In effetti libro e film sono molto diversi e la Mary Poppins che tutti conoscono e amano non è completamente frutto della penna di P.L. Travers, bensì del magico tocco della Disney. L’autrice, si racconta, vide il film solo la sera della prima a Hollywood e per lei fu uno shock. Un testimone, Richard Sherman, ha raccontato che alla festa dopo la proiezione la Travers andò da Disney e gli disse ad alta voce: «Bene, la prima cosa da tagliare è la sequenza animata». Disney la guardò freddamente e le rispose: «Pamela, la barca è salpata». 

 

E fu così che la perfetta istitutrice inglese, con modi decisi, precisi e sprezzanti del libro di P.L. Travers si trasformò nella deliziosa Mary Poppins che tutti conosciamo. Quella che risolve ogni problema alla famiglia londinese di Viale dei Ciliegi 17.  O che insegna ai ragazzi a riordinare la stanza con un semplice schiocco di dita, il tutto accompagnato dalla canzone “Basta un poco di zucchero e la pillola (leggi un guaio qualsiasi) va giù”. Impareggiabile e sempre valido insegnamento.

 

A Jane e Michael Banks (che la guardano a bocca aperta “come merluzzi”) ma in fondo anche a tutti noi Mary Poppins ha insegnato che con un po’ di buona volontà, anche un compito ingrato come mettere in ordine può diventare semplice, che una risata è capace di alleggerirci la vita, che vale sempre la pena essere generosi, che è bello avere degli amici con cui fare gruppo, anche se sono improbabili spazzacamini che ballano sui tetti. E che non bisogna giudicare niente e nessuno dalle apparenze, nemmeno una borsa da viaggio.

 

Grazie al suo specialissimo “metro” da tasca, che valuta il carattere dei due bambini invece dell’altezza, la tata magica li ha capiti fin dal primo giorno, e ha provato a prenderli dal verso giusto: se non vogliono dormire, finge di assecondarli (tanto poi crollano addormentati da soli), se non vogliono prendere la medicina, dice che ha un gusto delizioso (così per curiosità l’assaggiano). Insomma, cerca di parlare una lingua che possano capire. Poi, però, quando ha finito con il suo lavoro, al cambio del vento, Mary Poppins segue il suo irresistibile desiderio di libertà, che la spinge a volare via di nuovo. Perché sa che devono essere i genitori a riprendere le redini della famiglia Banks. E saluta anche l’amico (o fidanzato?) Bert. Certa di poter sempre contare su di sé e sulle proprie risorse per vivere. Una vera femminista ante litteram.

 

Per la serie “a volte ritornano”, c’è un’ultima notizia che farà felici i nostalgici. A più di cinquant’anni dalla prima del film cult che, nel 1964, vide Julie Andrews (preferita a Bette Davis e Angela Lansbury per la parte e vincitrice dell’Oscar per la sua interpretazione) e Dick Van Dayke (scelto al posto di Fred Astaire e Cary Grant) zompettare giulivi “lassù come canguri” per comignoli e scalini di fuliggine sui cieli londinesi (ricostruiti negli studios di Burbank in California), e più di ottanta dopo l’uscita del primo di otto libri omonimi, la governante tutta disciplina e filastrocche torna a far parlare di sé. E sarà la protagonista di un sequel annunciato in uscita per il Natale 2018.

La vicenda sarà ambientata vent’anni dopo il 1906 del primo film. Ritroveremo Jane e Michael cresciuti, ormai diventati genitori che si trovano a fare i conti con la Grande Depressione. Avranno quindi bisogno di un supervisore in grado di controllare che sia tutto a posto. E chi meglio di colei che in passato aveva così rivoluzionato le loro vite?

Nel film che segnerà il ritorno di Mary Poppins, però, Julie Andrews (classe 1935 ma ancora arzilla e sempre presente ogni Capodanno al Concerto del Musikverein di Vienna) non ci sarà più. Al suo posto è prevista Emily Blunt. Che ha già messo le mani avanti dicendo: «Mi sento un po’ ansiosa per questo ruolo perché Mary è un personaggio simbolo della nostalgia delle persone, una protagonista importante dell’infanzia della gente».

Invece il novantunenne Dick Van Dayke ha già annunciato urbi et orbi di non voler proprio perdere l’occasione perché: «ritirarsi dalle scene è la cosa peggiore che si possa fare. Quando smetti invecchi velocemente. Penso che il modo migliore sia rimanere attivi più a lungo possibile».

Se esistesse, anche Mary Poppins approverebbe.

 

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Marina Moioli

«Ridi e saprai di più su te stesso», sosteneva il poeta latino Marziale. Anche Charles Adrien Wettach, in arte Grock, ne era convinto. Tanto che amava ripetere: «Un sorriso ben recitato può sostituire una lunga frase. Basta un unico movimento per scatenare l’entusiasmo». Concetto che suona curioso in bocca a uno che era nato in Svizzera (il 10 gennaio 1880). E che per di più era figlio di un orologiaio di nome Adolf. Costui però la sera lavorava in una birreria-cabaret di Bienne, nel Giura Bernese, dove pure il piccolo Adrien cominciò a esibirsi quando aveva solo sei anni suonando la fisarmonica. Fu proprio il padre, cultore d’atletismo e di acrobazia, che aveva fatto parte per brevissimo tempo del Circo Martinelli, a trasmettergli la passione per il circo.

 

A quattordici anni Adrien entra così nella carriera circense come illusionista, funambolo e uomo-serpente. Dopo qualche tempo abbandona l’ambiente e si dedica a vari mestieri, quindi espatria in Ungheria, dove insieme a un clown, chiamato Alfredo, forma il duo Alfredianos, ingaggiato per due anni dal circo Crateil. Adrien passa quindi in Francia, prima al circo Barracetta, poi,

come cassiere, al circo Nazionale Svizzero. Spesso in difficoltà, soffre la fame, dorme nel ripostiglio degli attrezzi, impara, con tenacia, tutto quanto può servirgli. Diventa maestro in ogni specialità della pista (contorsionismo, giocoleria, equilibrismo, acrobazia, equitazione) e si mette a suonare un numero sorprendente di strumenti: pianoforte, violino, clarinetto, sassofono, fisarmonica, trombone, xilofono. «Ma tutti male», si schermirà da vecchio.

 

La verità era che lui, da instancabile e puntiglioso perfezionista, ha continuato tutta la vita ad affinarsi fino a raggiungere una maestria senza pari: «Io sono il risultato di mezzo secolo di osservazione e di ostinazione, del desiderio di perfezionare ciò che era già perfetto. Sono convinto di esserci riuscito», ammise una volta colui che è ricordato come “il più grande clown del Ventesimo secolo”,

 

L’anno di svolta dell’uomo che riuscì a trasformare il suo breve nome d’arte in autentica leggenda fu il 1903, quando si mise in coppia con altro eccentrico musicista, Marius Galante, detto Brick subentrando al compagno Brock. Fu allora che, per diversificarsi, assunse il nome d’arte di Grock. Con il nuovo compagno si esibì per tre anni, in Francia, Belgio, Spagna, Turchia e Sudamerica. Poi nel 1907 fece coppia fissa con Antonet, debuttando a Marsiglia, presso il Circo Kayol, con la parodia musicale “Kubelik et Rubinstejn”. Separatosi nel 1913 anche da Antonet, si esibì a Londra e l’anno dopo persino a New York, al Riverside Theatre. Riapparve nel 1919 a Parigi, nientemeno che all’Olympia, dove il suo numero, che durava circa mezz’ora, ebbe un successo straordinario e lo consacrò “Re dei clown”. Tanto che potè finalmente affermare: « … Il mio nome di nascita non conta più. Io sono Grock. L’altro è il nome degli anni oscuri… ».

 

Da quel momento, fino al suo addio alle scene nel 1954, Grock è stato una vera e propria star internazionale. Ha fatto ridere re, regine, presidenti e tre generazioni di europei in tempi in cui non c’era molto da ridere. Ma a lui bastavano tre note su un piccolo violino seguite dal suo inimitabile «Sans blâââgue!» (“Senza scherzo”).

Una volta fu ingaggiato in esclusiva per uno spettacolo dal re d’Italia Vittorio Emanuele III, in occasione del compleanno del principino Umberto di Piemonte. «Signor Grock ora vi ho visto, sono incantato», commentò il re. Ne rimasero affascinati anche i viaggiatori americani, francesi, polacchi, tedeschi e ungheresi con lui accalcati su un treno per la Riviera ligure negli anni ’40. A ognuno di loro si rivolgeva nell’idioma natio. «Ma quante lingue parlate?». «Tutte», rispose.

Fu anche protagonista di tre film, Son premier film (1926), Grock presenta Grock (1931) e Arrivederci, signor Grock (1950). A lui, dicono, si è ispirato Charlie Chaplin per il suo Charlot e i due sicuramente si incontrarono durante uno spettacolo a Vevey, sul lago Lemano, nel 1953. 

E si dice pure che fu scritto in suo onore il monologo di Totò-pagliaccio nel film Il più comico spettacolo del mondo (1953).

 

Definito di volta in volta “shakespeariano”, “cartesiano”, “bergsoniano”, Grock ottenne anche la laurea in filosofia honoris causa dall’Università di Budapest, anche se lui scrisse: «Né l’arte, né la filosofia m’interessano. Io non sono un intellettuale: tutto quello che si dirà di me in questo senso è lusinghiero, ma falso».

 

Curioso è scoprire che Grock è legato a Imperia, luogo conosciuto per caso, facendo visita ai suoceri in villeggiatura nel 1920. Ne rimase così colpito da acquistare un terreno per farci costruire una casa: l’eclettica Villa Bianca che domina la collina di Oneglia e che divenne residenza stabile del clown fino alla sua morte, il 31 ottobre 1954. Un luogo davvero speciale, ora trasformato in museo «capace (come si legge nella guida “Forse non Tutti sanno che in Italia…” di Isa Grassano, Newton Compton editore, 2016) di lasciare a bocca aperta i più piccoli e di far tornare bambini anche gli adulti».

 

 

Per saperne di più:

http://www.museodelclown.it

http://www.grockland.ch

 

Marina Moioli

Oggi è considerato un covo dell’Isis, ma il sobborgo bruxellese di Schaerbeek merita una visita per almeno due motivi: la prima casa Art Nouveau costruita da Victor Horta e quella al 138 di Avenue du Diamant dove c’è una targa ricordo con questa scritta: «Ici est né Jacques Brel 1929 -1978. Il a chanté le plat pays, le vieux, la tendresse, la mort. Debout il a véçu sa vie et le poéte vit encore» (“Qui è nato Jacques Brel. Ha cantato il paese piatto, la vecchiaia, la tenerezza, la morte. In piedi ha vissuto la sua vita e il poeta vive ancora”).

 

Una vita formidabile quella del grande chansonnier belga. Vissuta sempre “in piedi” e conclusasi drammaticamente a Bobigny, alle porte di Parigi, il 9 ottobre 1978 per un’embolia polmonare. In mezzo c’è stato di tutto: la faticosa scalata, un matrimonio sofferto, gli amori parigini, i trionfi all’Olympia, l’addio alle scene, gli ultimi anni felici alle Isole Marchesi, nella Polinesia Francese. Dove viveva trasportando medicine a beneficio di quegli indigeni che lo rassicuravano «parlando della morte/come si parla d’un frutto». E dove riposa per sempre a Hiva Oa, l’isola a forma di cavalluccio marino che era stata anche il rifugio di Paul Gauguin, suo vicino di tomba.

 

Il cantore della tenerezza era nato da padre fiammingo e da madre con lontane origini spagnole nelle vene, retaggio del dominio castigliano del XVI e XVII secolo. La sua era una famiglia devota alla causa dell’arricchimento, della promozione sociale e della forma, tanto da non parlare in casa che il francese, la lingua della nobiltà. Morbosamente attaccato alla madre, figura malaticcia e succube del marito, un padre-padrone insensibile ad altre ambizioni che non riguardassero potere e denaro, il giovane Jacques fu subito e per sempre un ribelle, un inquieto.

A causa degli scarsi risultati scolastici abbandonò presto gli studi e non ancora diciottenne iniziò a lavorare nella fabbrica di cartone gestita dal padre (ed è da questa esperienza che viene la sua affermazione di sentirsi “encartonnée”). Scandaloso per i benpensanti e anche per i suoi operai ritrovarlo a cantare in sordide taverne «i sentieri che portano all’officina/li vorrei bruciare»!

 

Jacques BrelIntanto frequenta un movimento di ispirazione cristiano-sociale, la Franche Cordée, fondato nel 1940 da Hector Bruyndonckx, e diventa un fustigatore dell’untuosità borghese («nazisti durante le guerre/e cattolici in mezzo/non fate che correre/dal fucile al messale»). È in questo ambiente che conoscerà la moglie Thèrese Michelsen, che gli darà nel giro di qualche anno tre figlie.

 

Partecipa a Bruxelles a diversi spettacoli teatrali e propone brani di sua composizione in alcuni cabaret o durante feste organizzate da studenti. Nel 1953 incide il suo primo disco, un 78 giri con due canzoni: “La foire” e “Il y a”. Il disco capita tra le mani di uno dei più grandi scopritori di talenti dell’epoca, Jacques Canetti (fratello di Elias), che lo convoca a Parigi.

 

Il 1° giugno 1953 Brel abbandona per sempre la fabbrica di cartone. Qualche giorno più tardi, prende il treno per Parigi, in terza classe.

 

Scriverà in “Départs”:

 

«… Sur les quais des gares

Tous les “au revoir”

Et tous les adieux

Nous rendent l’espoir

Nous rendent plus vieux»

 

(“Sulle banchine delle stazioni/ Tutti gli arrivederci/ E tutti gli addii/ Ci restituiscono la speranza/ Ci fanno più vecchi”)

 

In un attimo Brel si lascia tutto alle spalle: lavoro, ricchezza, moglie e figlie, ma soprattutto quell’imborghesimento che permea la società della capitale belga e del quale lui si farà sovente beffe in memorabili canzoni (una fra tutte, “Les Bourgeois”). A fine giugno debutta a Les Trois Baudets, il celebre locale di Canetti. Lì rimarrà in cartellone per cinque anni, mangiando i primi mesi solo sandwich al Camembert e pommes frites e cantando anche nelle caves e nei bistrot (leggenda vuole anche addirittura sette per notte). Il successo però si fa attendere. Il pubblico e la critica francesi, infatti, non sembrano apprezzare la sua musica, forse anche a causa dell’origine belga (è rimasta celebre la frase di un giornalista che ricorda a Brel che «ci sono ottimi treni per Bruxelles»).

 

Solo Jacques Canetti crede in lui e gli dà la possibilità di incidere i primi 33 giri. Finché arriva la svolta: l’incontro con la “dea di Saint-Germain-des-Pres”, Juliette Gréco. Che registra una sua canzone, “Le diable”, e gli presenta quelli che poi diventeranno i suoi principali collaboratori: il pianista Gérard Jouannest e l’arrangiatore François Rauber.

 

In una intervista, alla domanda “Quando ha incontrato per la prima volta Brel?”, la Gréco ha risposto così:

«Nel 1954, ero sulla balconata del Gaumont-Palace a Parigi, un bellissimo cinema, con degli organi, e ho visto arrivare questo tizio dinoccolato, con un che di donchisciottesco. Suonava tre canzoni nell’intervallo, nessuno lo stava a sentire. Io mi sono arrestata di colpo, come un cane da caccia. Canetti (il proprietario del cabaret Les Trois Baudets) mi ha detto: “Ah! Le interessa? Si chiama Brel, è belga. Proviamo e vedremo… “. Abbiamo visto. Abbiamo preso “Le diable”. Gli ho detto: “Tutto il resto, sarai tu a cantarlo”. Non ha mai dimenticato. Ci siamo amati seduta stante, da quel giorno finché non è morto».

 

Jacques BrelTre anni dopo, nel 1957, la canzone forse più bella e più famosa di Brel, “Quand on n’a que l’amour”, vince il Grand Prix du Disque dell’Académie Charles Gros e lo consacra anche come straordinario poeta.

 

Due anni più tardi scrive “Ne me quitte pas” (che darà poi il titolo a un album nel 1972). Le tristi parole della canzone nascondono la storia melodrammatica di un amore proibito, strano e appassionato nella Parigi moderna. Quella tra il cantautore e la fidanzata “Zizou”, l’attrice comica Suzanne Gabriello. La famiglia di Brel viveva all’epoca in un sobborgo della capitale francese e lui doveva trovare qualsiasi scusa per poter vedere la sua amante. Quando la moglie Miche (questo il suo soprannome) stanca di bugie torna a Bruxelles, Brel affitta una stanza a Place de Clichy per poter stare con Zizou. Poco tempo dopo lei rimane incinta, ma Brel nega di essere il padre del bambino e dice che non lo riconoscerà come suo figlio. Questo è l’inizio della fine. Furiosa, Zizou minaccia di denunciare e portare l’artista in tribunale. Lui, a quel punto, torna a Bruxelles dalla moglie legittima.

 

“Ne me quitte pas” è una canzone disperata, parla di una rottura tragica, dell’abbattimento di un uomo quando cade, della disperazione e della morte dei sentimenti. Gli esegeti dicono che Brel stia citando Dostoevskij quando canta “fa di me una cosa tua, il tuo cane” e suggeriscono anche che ci siano riferimenti a García Lorca per quanto riguarda il tesoro perduto e l’immagine servile dell’uomo. Di sicuro c’è che Suzanne Grabiello, morta di cancro a 60 anni nel 1992, verrà ricordata per essere stata la “dolce pazzia” di un musicista belga.

 

Uno che per spiegare la sua “filosofia amorosa” una volta confidò:

 

«La tenerezza svanisce poco a poco, e il dramma è che non viene rimpiazzata da niente. Le donne, in particolare, non sono più tenere come una volta. L’amore è un’espressione della passione. La tenerezza è un’altra cosa. La passione sparisce da un giorno all’altro, mentre la tenerezza è immutabile. È un dato di fatto. Io ho l’impressione di essere nato tenero.

Amo la tenerezza. Amo darla e riceverla. Ma, in generale, noi manchiamo tutti di tenerezza, senza dubbio, perché non osiamo offrirla e non osiamo prenderla. Anche perché la tenerezza dovrebbe venire dai genitori, e la famiglia non è più quella che era un tempo»

 

Per lui, comunque, arriva finalmente il sospirato trionfo. Nel 1961, quando Marlene Dietrich dà forfait all’Olympia a sostituirla chiamano proprio lui. Da lì in poi tiene concerti su concerti  (fino a 350 l’anno) e gira il mondo: dall’Unione Sovietica (Siberia e Caucaso compresi) all’Africa e all’America. A testimoniare la sua fama ormai universale, ci sono i numeri del suo primo concerto alla Carnegie Hall, nel 1965: 3.800 spettatori entrano nel teatro per assistere allo spettacolo, ma ben 8.000 rimangono fuori dai cancelli. Anni dopo, un critico musicale ha scritto che: «I suoi recital sono un capolavoro di indecenza e di matematica insieme. Grondano realmente sentimento, tumulto, rabbia, dolore e ironia da ogni stilla di sudore, da ogni “perla di pioggia” che gli luccica in volto».

 

Nel 1966, all’apice del successo e tra lo stupore generale, Brel annuncia l’intenzione di lasciare le scene. Come Maurice Chevalier, come Edith Piaf e come molti altri. Non canta più in pubblico, ma desideroso di provare nuove strade ed emozioni, per qualche anno si dedica (senza risultati eclatanti) al teatro e al cinema.

 

Poi, ancora una volta nella sua vita, Brel si lascia tutto alle spalle e nel 1972 inizia a girare il mondo sul suo veliero, l’Askoy. Arrivato in Polinesia si stabilisce ad Atuona sull’isola di Hiva Oa, con la nuova compagna, la ballerina Maddly Bamy. Qui inizia nuova vita: allestisce spettacoli e cineforum per le popolazioni locali e porta, col suo bimotore, la posta alle isole più lontane.

 

A spezzare l’incantesimo è la diagnosi fatale: cancro. Cominciano viaggi segreti in Europa per sottoporsi a terapie nella speranza della guarigione. Ma il 9 ottobre 1978 (pochi mesi dopo essere riuscito a pubblicare un ultimo disco, “Les Marquises”) quello che Georges Brassens chiamava affettuosamente “il monaco” muore.

 

E forse, oltre a tutte le struggenti canzoni che ci ha lasciato, come testamento è ancora valida questa lettera, scritta il 1° gennaio 1968. L’augurio di un grande sognatore.

 

«Le seul fait de rêver est déjà très important. Je vous souhaite des rêves à n’en plus finir et l’envie furieuse d’en réaliser quelques-uns. Je vous souhaite d’aimer ce qu’il faut aimer et d’oublier ce qu’il faut oublier. Je vous souhaite des passions, je vous souhaite des silences. Je vous souhaite des chants d’oiseaux au réveil et des rires d’enfants. Je vous souhaite de respecter les différences des autres, parce que le mérite et la valeur de chacun sont souvent à découvrir. Je vous souhaite de résister à l’enlisement, à l’indifférence et aux vertus négatives de notre époque. Je vous souhaite enfin de ne jamais renoncer à la recherche, à l’aventure, à la vie, à l’amour, car la vie est une magnifique aventure et nul de raisonnable ne doit y renoncer sans livrer une rude bataille. Je vous souhaite surtout d’être vous, fier de l’être et heureux, car le bonheur est notre destin véritable».

(“Il solo fatto di sognare è già molto importante. Vi auguro sogni a non finire e la voglia furiosa di realizzarne qualcuno. Vi auguro di amare ciò che si deve amare e di dimenticare ciò che si deve dimenticare. Vi auguro passioni, vi auguro silenzi. Vi auguro il canto degli uccelli al risveglio e risate di bambini. Vi auguro di rispettare le differenze degli altri, perché il merito e il valore di ciascuno sono spesso da scoprire. Vi auguro di resistere all’affondamento, all’indifferenza, alle virtù negative della nostra epoca. Vi auguro infine di non rinunciare mai alla ricerca, all’avventura, alla vita, all’amore, perché la vita è una magnifica avventura e nessuno di ragionevole deve rinunciarci senza ingaggiare una dura battaglia. Vi auguro soprattutto di essere voi stessi, fieri di esserlo e felici, perché la felicità è il nostro vero destino».

 

 

Per saperne di più

http://www.jacquesbrel.be

http://www.artnoise.it/jacques-brel-vivere-sparsi-in-unesattezza-accecante/

 

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Marina Moioli

In russo “Nadežda” (надежда) significa “speranza”. Nome che calza a pennello per la moglie bambina – ma destinata a diventarne la tenace vestale – di uno dei più grandi poeti del Ventesimo secolo: Osip Mandel’štam. Quando i due si incontrano per la prima volta, al Chiam di Kiev, un cabaret rifugio di artisti e bohémien, lei ha 19 anni e lui è un giovane poeta dalle lunghe ciglia che recita versi misteriosi e incantatori.
Come questi del 1909: 

Una indicibile tristezza

ha spalancato gli occhi,

un vaso di fiori s’è svegliato

ed ha versato il suo cristallo.

Tutta la stanza è impregnata
di languore-dolce rimedio!

Un così piccolo regno
 ha risucchiato tanti sogni.

Questi del 1912:

Odio la luce

delle stelle monotone.

Salve, mio antico delirio –

crescita della torre ogivale!

Pietra, sii come merletto

e diventa una ragnatela.

Ferisci con un ago sottile

il petto vuoto del cielo!

Così sarà il mio turno –

sento un’apertura di ali.

Così – dove va

la freccia del pensiero vivo?

O forse, portati a termine la strada e la data,

io tornerò:

là – non posso amare

qua – ho paura di amare..

O come quelli della poesia “Pedone”, scritta nel 1912: 

Sento una paura invincibile
in presenza dell’altezza misteriosa;
io sono soddisfatto della rondine nei cieli
e amo il volo delle campane!

E, sembra, antico pedone,
che sopra l’abisso, sui ponti che si curvano,
ascolto come cresce una palla di neve
e l’eternità batte sulle ore di pietra.

Se così fosse! Ma io non sono
quel viandante che passa rapido sulle foglie sbiadite
e veramente in me canta la tristezza.

In realtà, la valanga è sulle montagne!
E tutta la mia anima è nelle campane
ma la musica non salva dall’abisso!

«Nadežda del destino non sa nulla, è troppo giovane, non ha avuto il tempo di pensarci. Qualcosa sente di condividere con lui: la sventatezza, e la coscienza di una catastrofe imminente», sostiene la scrittrice Elisabetta Rasy (che al grande amore tra il poeta russo e la moglie ha dedicato nel 2005 il romanzo La scienza degli addii, ispirato dal celebre verso di Mandel’štam: «Ho imparato la scienza degli addii, nel piangere notturno, a testa nuda»).

Nella Russia sconvolta dalla rivoluzione e dalla guerra civile, tra speranza e paura, nasce un amore destinato a diventare leggendario. Separati per quasi due anni dalle turbolenze della rivoluzione, Nadežda e Osip si ritroveranno nel 1921 e non cesseranno di amarsi fino a quando, nel 1938, al culmine del terrore staliniano, Osip sarà deportato e morirà in un campo di concentramento in Siberia.

Figlia minore di un avvocato e di una delle prime donne medico in Russia, Nadežda Jacovlevna Chazina era nata a Saratov nel 1899 ed era cresciuta in una famiglia benestante di origini ebree convertita al cattolicesimo ortodosso. Nel 1918, anno del suo incontro fatale, è una ragazza allegra, che va in giro di notte con gli amici, lavora nel prestigioso studio dell’artista teatrale d’avanguardia Aleksandra Ekster e dipinge i festoni per il palcoscenico che il primo maggio celebra la vittoria dei contadini.

Osip, invece, è un tipo spavaldo e anticonformista. Magro, con il volto affilato, aveva un’abitudine ricordata da tutti coloro che lo conobbero: teneva la testa piegata all’indietro e la faccia alta, lasciando intravedere che al di là delle minuzie della vita, poteva essere irriducibile nel difendere i propri valori spirituali. Era nato a Varsavia nel 1891, in una famiglia ebraica della media borghesia, ma aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Nel 1907 lo ritroviamo a Parigi alla Sorbona, poi nel 1910 si iscrive all’università di Heidelberg dove segue per breve tempo corsi di filologia germanica. Viaggia in Italia, in Svizzera e in Finlandia. Scrive le sue prime poesie, si fa conoscere per il suo lirismo, la sua indipendenza e l’intransigente amore per la libertà. Si oppone ai futuristi e ne sfida persino uno a duello.

Viaggia in Crimea, in Georgia, in Ucraina. Ed è proprio a Kiev che incontra Nadežda, che sposerà nel 1922. Così la ragazzina ebrea di buona famiglia comincia a seguire il suo uomo («Uccello da voliera che segue l’uccello migratore») fino alla fine, la morte di lui nei gulag siberiani. Passando per la putrida stamberga dell’alloggio per scrittori Herzen, i sanatori di Stato in Crimea e l’esilio a Voronež, nella Russia sud-occidentale.

Un amore tormentato, il loro, che deve anche fare i conti con la gelosia nei confronti delle poetesse Marina Cvetaeva e Anna Achmatova, di cui Osip si innamora. Ma Nadežda, certa di incarnare il sentimento più vero e profondo del marito, dimostra un coraggio inossidabile e, caparbia, mantiene in vita l’amore coniugale, il vero “amore impossibile”. Segue ovunque il poeta, che già nel 1923 viene ammonito dal regime sovietico a non pubblicare più le sue poesie, giudicate sovversive. E così lei, quei versi che il marito le detta di notte li riporta su carta di fortuna, nascondendo i figlietti nelle pentole, per paura delle perquisizioni e più tardi li imparerà a memoria, unico modo per proteggerli e consegnarli alla Storia.

Nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1934 due agenti della polizia sovietica si presentano in casa di Mandel’štam a Mosca e dopo una perquisizione accurata il poeta viene arrestato e poi rilasciato con una condanna al confino per tre anni.

 

mandelstam

 

La descrizione di quella notte è impressionante. Un vicino si autoinvita all’ora di cena (in casa ci sono solo poche mele) chiacchiera ininterrottamente, non se ne va mai, solo più tardi si comprende che il suo compito era di controllare che nessun documento venisse distrutto. Anna Achmatova, che era presente, scrisse: «La perquisizione durò tutta la notte. Cercavano delle poesie. Lo portarono via alle 7 di mattina». Istruttoria e interrogatori si svolgono alla Lubianka e qui il poeta fa un primo tentativo di suicidio, tagliandosi le vene. Il verdetto sarà di tre anni d’esilio a Tcherdyn con la menzione “isolare, ma mantenere in vita”. Nadežda ha il diritto di accompagnare il marito durante il viaggio sottoscorta fino a Sverdlosk. Ma Mandel’štam, che soffre di allucinazioni auditive, a Tcherdyn fa un nuovo tentativo di suicidio, saltando dalla finestra di un’infermeria. Mesi dopo in una poesia definisce la sua depressione «un tafferuglio da quattro soldi» e il suo tentativo di suicidio «un salto ed eccomi tornato in me …».

Grazie all’intercessione di Nikolaj Bucharin e a una telefonata di Pasternak a Stalin, la condanna viene commutata in tre anni di confino amministrativo, con divieto di risiedere a Mosca, a Leningrado e in altre dieci città. Il poeta sceglie Voronež, dove compone molte poesie più tardi raccolte nei “Quaderni di Voronež” e dove vive in domicilio coatto quindi dal 1935 al 1937.

«Oh rozza trama della nostra vita / ben povera è la lingua della gioia! / quello che accadde è già

matrice logora / ma intensamente dolce è il riconoscersi.

E una serena nostalgia non mi permette di lasciare / le ancora giovani colline di Voronež / per

quelle toscane, terse, universali».

Il premio Nobel Brodskij, parlando della “tremenda accelerazione che l’epoca del cane da lupo” ha dato alla poesia di Mandel’štam osserva: «Eppure proprio per questa via la sua poesia diventò canto più di quanto non fosse mai stata; non il canto di un bardo ma quello di un uccello con le sue subitanee, imprevedibili, spirali e impennate, simili al tremolo di un cardellino».

A Nadežda, che l’ha seguito, riserva questi versi:

«Guarda la fifa a cosa ci ha ridotto o mio compagno dalla grande bocca! Guarda il tabacco nostro

che si sbriciola schiaccianoci, babbeo, caro amico! Come uno storno fischiarsi la vita, come una

torta di noci divorarla, ma è un desiderio proibito».

Ma la disgrazia politica diventa definitiva, anche perché muore, nel vortice del grande terrore staliniano, il vecchio protettore Bucharin. Dopo il secondo arresto, avvenuto il 2 maggio del 1938, Osip Mandel’štam viene inviato nella Siberia più estrema, destinazione le famigerate miniere d’oro della Kolyma e circa sei mesi più tardi, nella prigione di transito di Vtoraia Rečka, muore di fame e di follia. La moglie lo seppe molto tempo più tardi, con un avviso postale e la restituzione di un pacco “per morte del destinatario”. Nadežda, nelle sue Memorie scrive: «ho potuto raccogliere le mie scarse informazioni e tentare di indovinare quando è morto. E mi ripeto ancora oggi; quanto più rapidamente arrivò la morte, tanto meglio. Non vi è nulla di peggio di una morte lenta… La data della sua fine è incerta. E io sono nella impossibilità di fare ancora qualcosa per stabilirla con esattezza».

Nel 1958 Nadežda Khazina Mandel’stam si era già lasciata alle spalle due decenni di vedovanza, privazioni indicibili, la guerra e «la quotidiana paura di essere agguantata dagli Agenti della Sicurezza di Stato come moglie di un nemico del popolo. Per chi scampava alla morte, tutto ciò che veniva dopo poteva significare soltanto un rinvio, una tregua».

Ma all’età di sessantacinque anni prende la penna e comincia a scrivere il libro “L’epoca e i lupi”. Sempre e soltanto del marito, della loro vita, della poesia, degli amici veri e finti, senza nulla tacere; svelando finalmente tutte le poesie di Osip protette e nascoste fino ad allora, memorizzate e ricostruite. Per farle conoscere al mondo.

kalashnikovDicono che sul letto di morte si sia pentito e che abbia inviato una lettera al patriarca Cirillo della Chiesa ortodossa russa dicendosi affranto per le conseguenze della sua invenzione. Complice di morte e devastazione, si tormentò tutta la vita chiedendosi: «Sono anch’io colpevole, anche se erano nemici?».

Colui che nel 1947 progettò l’AK-47 (abbreviazione di “Avtomat Kalašnikova obrazca 1947 goda”), il fucile automatico di facile manutenzione più famoso del mondo, confessò così la sua insopportabile pena spirituale per aver contribuito a causare tanta morte e devastazione. Una volta letta la missiva, il patriarca inviò una sua personale risposta rimasta privata, ma il suo addetto stampa, Alexander Volkov, comunicò: «La Chiesa ha una posizione molto precisa. Quando le armi servono a proteggere la patria, la Chiesa sostiene entrambi, tanto i loro creatori che i soldati che le utilizzano. Egli progettò questo fucile per difendere il suo Paese, non per utilizzarlo come fanno i terroristi».

Michail Timofeevič Kalašnikov era nato nel 1919, in Siberia, da una famiglia numerosa di poveri contadini. E anche se alla fine della sua vita (è morto a quasi cent’anni, il 23 dicembre 2013, e ai suoi funerali c’era anche Vladimir Putin) si definiva semplicemente «servo di Dio» e «un disegnatore», fu un militare, ingegnere e progettista sovietico ricoperto di onorificenze. Cominciò la carriera lavorando in un deposito ferroviario, poi nel 1938 fu assegnato all’Armata Rossa, come comandante di carri armati durante la Seconda guerra mondiale.

Gravemente ferito in combattimento nell’ottobre del 1941, venne congedato. Ma la leggenda vuole che cominciasse a creare il suo primo progetto in ospedale, poi perfezionato lavorando presso l’Istituto Aeronautico di Mosca come inventore autodidatta. Mentre lavorava qui, Kalašnikov progettò varie innovazioni per i carri armati, incluso un meccanismo che contava il numero di colpi sparati.

Nel 1949, l’AK-47 divenne il fucile d’assalto ufficiale delle forze armate sovietiche e fu adottato da quasi tutti i Paesi membri del Patto di Varsavia. A questo punto Kalašnikov assunse il prestigioso ruolo di capo progettista delle armi leggere per l’Unione Sovietica e verrà insignito due volte del titolo di Eroe del Lavoro socialista e poi nominato Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea, la più alta onorificenza della Federazione Russa. Il suo grado militare era Tenente-Generale, ed era pure dottore delle scienze tecniche.

Nel 2004 l’ingegner Kalašnikov è perfino diventato testimonial della “sua” vodka, la Vodka Kalašnikov, la cui bottiglia ha appunto la forma di un fucile e che viene distillata a San Pietroburgo. La cartella stampa recita: «La Kalašnikov Vodka è fatta con il grano coltivato in Russia e con l’acqua del Lago Ladoga a nord di San Pietroburgo. Si beve meglio in compagnia di amici e belle ragazze».

Il fucile automatico AK-47 (tuttora considerato l’arma da fuoco più diffusa nel mondo, con cento milioni di pezzi venduti, usato dall’esercito di cinquanta Paesi e da organizzazioni di guerriglieri e terroristi) è stato solo il primo di una lunga serie di armi progettate da Michail Timofeevič Kalašnikov. E oggi nella fabbrica che porta il suo nome gli affari vanno così bene che la società ha deciso di aumentare il personale del 30 per cento perché la manodopera attuale (circa 5.500 persone) non è più in grado di far fronte alla mole di lavoro.

Lui, invece, non è mai diventato ricco grazie alla sua invenzione ed è vissuto fino alla morte con una modesta pensione nella sua città natale, Iževsk. E siccome sapeva che il suo AK-47 ha causato più morti di quanti ne abbia provocati la bomba atomica su Hiroshima, avrebbe confessato: «Avrei preferito inventare un taglia erba!».

Come non credergli?

 

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Marina Moioli

oblomov«Si può imparare a vivere? Evita qualsiasi frenesia; lascia che i tuoi giudizi smascherino la stupidità. Ridi, ma senza fretta… »

Parola di Ivan Aleksandrovič Gončarov, lo scrittore russo che ha inventato il personaggio più pigro della letteratura di tutti i tempi: Oblomov. Un anti-eroe destinato a enorme fama, tanto da diventare nell’immaginario collettivo il prototipo del tipo umano rassegnato e passivo, che subisce la propria vita piuttosto che esserne l’artefice.

 

Gončarov era nato nel 1812 e apparteneva alla schiera di coloro che diedero vita all’epoca d’oro della prosa russa (da Turgenev e Leskov a Dostoevskij e Tolstoj) ma viene considerato un tipo noioso, se non antipatico. La sua biografia si può riassumere in poche righe: dopo quasi quarant’anni di onorata carriera impiegatizia al servizio di Sua Maestà lo Zar e tre romanzi (Una storia comune, Oblomov e Il burrone) morì vecchio, solo e quasi dimenticato nel 1891.

 

In effetti dopo aver frequentato per alcuni anni la cerchia del famoso pittore Majkov, l’unico guizzo nella vita tranquilla di quello che Aleksej Tolstoj chiamava “affascinante zitella” fu il giro del mondo intrapreso nel 1852, quando si imbarcò sulla Fregata Pallada (titolo dato poi ai due volumi che scriverà al ritorno, diario di un viaggio fatto controvoglia da un viaggiatore pigro e sedentario). Dal 1855 diventò censore al Ministero dell’Istruzione e fino al 1867 occupò una posizione molto importante che sicuramente gli procurò non pochi nemici. Il che forse spiega le stroncature dei critici (con poche eccezioni) ai suoi lavori letterari.

 

Lui stesso, in un articolo autobiografico, ha spiegato la genesi delle sue opere: «I miei romanzi sono tutti legati da un solo filo conduttore, da un’idea conseguente». Il primo, Una storia comune, è il romanzo della sconfitta di un giovane idealista e sognatore, Aduev, che vuole vivere la sua temperie romantica di stampo byroniano ma si arrende e torna a casa identificandosi nel ruolo concreto e pratico dello zio. Oblomov è il canto centrale e Il Burrone l’epilogo, il ritorno alla provincia, alla terra, alla casa avita, per sempre. Il protagonista in questo caso è Raiskij, pittore e poeta insoddisfatto, costretto a fare i conti con la propria mediocrità artistica. Un’altra figura di dilettante, di uomo incapace di vivere attivamente nel presente.

 

Goncarov, OblomovAmareggiato dall’insuccesso del libro, lo scrittore trascorse gli ultimi anni in un piccolo appartamento di San Pietroburgo, in via Mochovaja, accanto alla famiglia del suo domestico Ludwig, morto nel 1978, e alla vedova lasciò tutti i suoi averi. All’epoca, un critico poco lungimirante annotò: «Il vecchietto fu seppellito in gran pompa benché in realtà non lo compiangesse nessuno: era ormai molto vecchio e il pubblico se n’era dimenticato». Non aveva capito che Oblomov, un capolavoro di infinita sottigliezza, avrebbe reso il suo autore immortale.

 

Il’ja Il’ič Oblómov è un proprietario terriero (la sua tenuta di trecentocinquanta anime è chiamata Oblómovka) che vive senza compiere alcuna attività particolare. Per la gran parte del tempo resta sdraiato su un divano o su un letto, circondato da poche persone, tra le quali il suo pigro, riottoso, ma fedele servitore Zachàr, senza il quale non riesce neanche a indossare le scarpe e gli stivali.

Vive in una casa di San Pietroburgo, nel disordine e nella trascuratezza. Ex impiegato, ha dato le dimissioni dopo un errore sul posto di lavoro, prima ancora di conoscere le conseguenze della sua mancanza, solo per paura della reazione del capufficio.

 

«Nel suo appartamento situato in via Gorochòvaja, in una di quelle case i cui abitanti sarebbero bastati a popolare una città di provincia, Il’ja Il’ič Oblómov se ne stava, un mattino, sdraiato sul suo letto. Di età sui trentadue o trentatré anni, di media statura, di aspetto piacente, con occhi grigio scuri, ma con un viso i cui lineamenti non esprimevano alcuna concentrazione per un’idea determinata…

 

… Che cosa faceva a casa? Leggeva? Scriveva? Studiava?

Sì: se un libro o un giornale gli capitavano sottomano, lo leggeva; se sentiva parlare di qualche lavoro importante, gli nasceva il desiderio di conoscerlo: cercava, chiedeva il libro e se poteva procurarselo subito cominciava a leggerlo e a formarsi un’idea dell’argomento: sarebbe bastato un ultimo passo per impadronirsene del tutto; ma eccolo già sdraiato, con lo sguardo assente volto al soffitto mentre il volume non letto gli giace accanto.

Il disinteresse si impossessava di lui assai prima dell’entusiasmo, e mai accadeva di riprendere la lettura abbandonata…»

 

 

Oblomov vive così della rendita che gli è garantita da Oblómovka, la tenuta dove era cresciuto, invischiato e inghiottito in un Eden di dolcissima pigrizia. Ma la proprietà rende sempre meno, perché il suo disinteresse per gli affari ha fatto sì che i contadini e gli amministratori della terra lo ingannino sistematicamente sull’effettivo rendimento delle colture. Ha pochi rapporti umani: il bonario Alekséev, il viscido Tarànt’ev e l’adorato amico Andréj Ivanovič Stolz, che tenta inutilmente di risvegliarlo dal suo torpore esistenziale.

 

Poi, quasi all’improvviso, Oblomov si innamora di Olga, e sembra diventare un’altra persona.

«Gli sembrava di essere risuscitato e irriconoscibile. Teneva lo sguardo fisso su Olga come una lente, e non riusciva a volgerlo altrove. C’era in lui una rafforzata circolazione del sangue e un battito raddoppiato del polso, e un palpitare del cuore. Ma presto ripiombò nella sua apatia. Non amava: sognava, sdraiato sul divano. La sua “tenerezza di colomba” non riuscì a sopportare l’amore, che lo abbandonò inerte, come se non l’avesse mai visitato», ha scritto Pietro Citati in un memorabile articolo  (“Corriere della Sera”, 30 luglio 2012) dedicato al personaggio di Gončarov visto come testimonial del no alla vita.

 

OblomovSalvato miracolosamente dai truffatori, Oblomov finisce per vivere gli ultimi anni accanto ad Agaf’ja Matvéevna, la vedova che abita a Oblómovka, con la quale si sposa e fa un figlio, chiamato Andréj in onore dell’amico Stolz. E proprio a quest’ultimo, che nel frattempo sposa Olga, Agaf’ja affiderà alla fine del libro il piccolo perché cresca colto e forte, e non indolente come il padre. Che era morto per un colpo apoplettico, «ancora giovane nel sonno, senza dolore», scrive ancora Citati, «come si ferma un orologio, che qualcuno ha dimenticato di caricare».

 

 

 

…. «Si è rovinato, perduto senza alcun motivo…

Stolz sospirò e rimase sovrappensiero.

“E non era più stupido di altri, era un’anima pura, limpida… come il cristalllo, generoso, tenero e… si è rovinato”.

“Perché mai? Per quale motivo?”

“Motivo… quale motivo! L’oblomovismo!” , disse Stolz.

“L’oblomovismo?”, ripetè sorpreso il letterato. “Che roba è?”»

 

 

Secondo lo slavista Fausto Malcovati, però, quello di Oblomov «in realtà non è un fallimento: è un rifiuto a uscire dal proprio cosmo. Perché a lui non restava che «sopravvivere come mondo isolato (oblom in russo significa “frammento”) secondo le proprie leggi fino a che il nuovo mondo le permetterà. Un essere lunare tra i terrestri».

 

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Marina Moioli

Ettore ContiNon è parente del ben più famoso Carlo (deus ex machina del Festival di Sanremo). E non ha nulla a che vedere neppure con il simpatico Febo (noto solo agli ex bambini degli anni ’60 che guardavano in tv il mitico quiz Chissà chi lo sa). In più Milano, che pure gli deve moltissimo, non gli ha mai dedicato nemmeno una strada di periferia. E c’è pure da scommettere che la maggior parte degli allievi dell’istituto tecnico che porta il suo nome non si è mai posto il problema di sapere chi fosse l’ignoto personaggio. Uno dei tanti milanesi, un tempo illustri, oggi ingiustamente dimenticati.

 

Eppure quella di Ettore Conti, conte di Verampio nonché ingegnere, politico, imprenditore e dirigente d’azienda italiano è stata una vita da romanzo, degna di diventare la sceneggiatura di un film o perlomeno di una fiction. Non solo perché è vissuto più di cent’anni (dal 1871 al 1972), ma anche perché, nato figlio di un modesto tappezziere e fabbricante di mobili, è stato il primo vero magnate dell’industria elettrica italiana.

 

Forte del motto “Agere, non loqui” (Fare e non parlare), con le sue imprese, nel primo Novecento, Conti costruì molte centrali idroelettriche nelle valli alpine, quasi tutte su progetto dell’architetto Piero Portaluppi (che ne sposò la nipote, Lia Baglia, adottata ex sorore), diventando uno dei più importanti industriali del Ventennio fascista. Primo presidente di Agip e presidente di Confindustria, incaricato di missioni economiche all’estero, presidente per quindici anni della Banca Commerciale, fu anche uno dei rari italiani che tenne testa a Mussolini.

 

La sua scalata sociale comincia nel 1894 quando, appena laureato in Ingegneria civile al Politecnico, fonda insieme a Carlo Clerici la “Clerici e Conti”, una società in accomandita per la distribuzione dell’energia elettrica a Milano (la sede era in via Principe Umberto, oggi via Turati) che viene subito acquistata dalla Edison per 81.000 lire. Nel febbraio 1895 entra nella direzione tecnico-amministrativa della Edison. Ambizioso, brillante, consapevole delle proprie capacità e del valore delle proprie intuizioni, energico, dotato di eccellenti qualità manageriali, non ci rimase a lungo, anche se lì, come riconosceva, apprese «molte virtù borghesi».

 

Disegnando una pianta industriale di Milano «con la indicazione di tutti gli opifici che avranno interesse a sostituire il motore elettrico al vapore o al gas» e iniziando le trattative con i potenziali clienti, Ettore Conti si era conto delle enormi e inesplorate possibilità del settore. Clienti principali delle officine elettriche erano ancora solamente «i teatri, caffè, grandi magazzini di lusso ed appartamenti di persone facoltose, o almeno dei ceto medio», quanti cioè preferivano la comodità e sicurezza dell’illuminazione elettrica al minor costo dei gas.

 

Veniva però trascurata secondo lui «tutta la numerosissima clientela degli impianti privati di piccola entità, le piccole botteghe aperte fino a tardi, i cui padroni inoltre vivono spesso superiormente alla bottega stessa, accrescendo la possibilità di un lungo orario», scrive. Per questo con altri soci fonda alcune società, con cui costruisce una centrale elettrica dopo l’altra, dalla val d’Ossola all’Adamello.

 

Ettore Conti davanti alla Centrale di Verampio

Nel 1919 Ettore Conti viene eletto Senatore del Regno (con 102 voti favorevoli e 8 contrari) ma deve aspettare altri vent’anni, fino al 9 maggio 1939, per diventare nobile con il titolo di “conte di Verampio” (dal nome della località dove sorge la centrale costruita nel 1915 alla confluenza dei fiumi Toce e Devero). Sullo stemma, dedicato al suo santo patrono San Giorgio (era nato il 24 aprile) figurano anche la “razza” viscontea (il sole raggiante) e una scacchiera.

 

Il resto è una vita piena di grandi successi. Economici e diplomatici. Come nel 1922, quando su incarico del presidente del Consiglio Luigi Facta, negozia un accordo commerciale con i Sovietici alla Conferenza internazionale economica di Genova. E di coraggiose prese di posizione politiche. Come il suo discorso in Senato nel 1927 sulla rivalutazione della lira (anche se l’unico quotidiano che riportò il testo del suo intervento fu «La Stampa», che venne per questo sequestrata).

 

Una tessera della manovra con cui nella tarda primavera del 1927 si cercava da più parti di indurre Mussolini a non rivalutare a oltranza la lira (la famosa “Quota 90”), usando come argomentazione efficace il pericolo di compromettere irreparabilmente il pareggio del bilancio di cui il fascismo si vantava. Ma evidentemente Conti seppe giocare bene le sue carte, se nel decennio successivo viaggiò in tutto il mondo in missione ufficiale fino all’ultima nel 1938 ufficiale (che gli vale la nomina a ministro plenipotenziario): le trattative con il Giappone e il Manciukuò per accordi economici.

 

Fu Giovanni Malagodi a suggerire a Ettore Conti di modificare un progetto concepito nell’estate 1939 (rievocare le fasi iniziali dello sviluppo industriale italiano) in un racconto autobiografico (pubblicato nel 1946 da Garzanti con il titolo Dal taccuino di un borghese) che lo impegnerà durante tutta la guerra, e a cui forse contribuì il nipote e figlio adottivo, lo scrittore Piero Gadda Conti.

 

Epurato dopo la Liberazione per i suoi trascorsi sotto il Fascismo, Conti viene in seguito riabilitato e nominato nel 1955 Grande Ufficiale al merito della Repubblica. Muore il 13 dicembre 1972. È sepolto assieme alla moglie Gianna Casati nella quarta cappella a sinistra di Santa Maria delle Grazie, la basilica di cui per due volte, prima e dopo la guerra, finanziò i restauri.

 

Casa Atellani

Tutto questo e molto di più sulla straordinaria figura di questo imprenditore milanese lo si scopre visitando la Casa degli Atellani (o Della Tela, famiglia di cortigiani e diplomatici al servizio nel XV secolo dei duchi di Milano, di Ludovico il Moro e degli Sforza) in corso Magenta 65-67, acquistata da Conti nel maggio 1919 per farne la propria abitazione  (nonostante le resistenze di sua moglie che pare avesse esclamato: «Non vorrai che noi si venga ad abitare in questa topaia!») e restaurata dal genero Piero Portaluppi tra il 1922 e il ’23.

 

Allora si trattava di due case vicine e separate: una nel luogo dello scomparso numero civico 67; l’altra, probabilmente già ricostruita nel primo Cinquecento, nel luogo dell’attuale ingresso al numero civico 65. Portaluppi abbatte il muro che le separava e s’inventa una casa sola, unendo le due corti preesistenti grazie a un nuovo atrio porticato, sotto il quale prevede l’ingresso all’appartamento padronale.

 

La pianta del nuovo edificio viene riequilibrata intorno a un inedito asse prospettico che si spinge fino al giardino interno, dove nel 2015, in occasione di Expo, è stata riportata alla luce la Vigna di Leonardo da Vinci, che abitò proprio qui negli anni in cui dipingeva il Cenacolo per i frati domenicani di Santa Maria delle Grazie, praticamente di fronte al portone di casa. Corsi e ricorsi curiosi della storia di Milano, città plasmata grazie anche all’irrequietezza fattiva di persone come Ettore Conti, fedeli nei secoli al motto “Agere, non loqui”.

LINK

www.storiadimilano.it/repertori/ettoreconti/cronettoreconti.htm

www.vignadileonardo.com

 

Marina Moioli

 


Si chiamano Violetta, Gilda, Leonora, Aida, Desdemona, Amelia, Elisabetta. Sono le eroine più famose delle opere di Giuseppe Verdi, dalla Traviata all’Aida passando per il Rigoletto, il Trovatore o La Forza del Destino. Eroine stereotipate in un primo tempo, destinate a diventare però donne di carne e di sangue, di testa e di cuore. Donne che vivono in palcoscenico, ma che assomigliano sempre di più a quelle che s’incontrano nelle case, nelle strade, nei teatri d’Italia.

 

E se le “donne di carta” di Verdi tendono a essere sempre più concrete e reali, anche le sue donne “di carne”, quelle che lo hanno accompagnato lungo il corso della vita, sono tutte figure solide, forti, sostenute da un amore pragmatico e terreno.

Margherita Barezzi, la prima moglie, che segue devotamente Giuseppe nei primi, tragici anni milanesi, poi Giuseppina Strepponi, fedele, paziente, saggia compagna di una vita, che lo protegge dalle tempeste dell’esistenza. Senza dimenticare Clara Maffei, amica e confidente, che fa di lui un uomo di pensiero e persino un politico, e infine Teresa Stolz, l’amore platonico e inconfessato, che gli sta accanto in silenzio, soprattutto negli anni della fertilissima vecchiaia. Ma nell’elenco va pure citata «l’antica e fedele amica» Giuseppina Morosini Negroni Prati, che lo veglierà per tre giorni sul letto di morte nella suite 105 del Grand Hotel et de Milan di via Manzoni.

 

L’albergo era diventato la residenza milanese abituale di Verdi a partire dal 1872. Nel periodo in cui era gravemente ammalato la folla sostava davanti all’ingresso e due o tre volte al giorno il direttore dell’hotel faceva affiggere i bollettini con lo stato di salute del Maestro. Su quella che allora veniva chiamata “Corsia dei Giardini” fu sparsa della paglia per attutire i rumori delle carrozze e dei cavalli, e non disturbare così l’agonia del compositore. Ancora oggi all’esterno dell’hotel è affissa una targa che riporta questa scritta: «Questa casa fece ne’ secoli memoranda Giuseppe Verdi che vi fu ospite ambito e vi spirò il dì 27 gennajo del 1901. Nel primo anniversario di tanta morte pose il Comune per consenso unanime di popolo a perpetuo onore del sommo che avvivò nei petti italici con celestiali armonie il desiderio e la speranza di una patria».

 

Ma c’è un altro luogo milanese legato a filo doppio con Verdi: è il ricovero per musicisti di Piazza Wagner. Aperto nel 1902, ospita artisti anziani da tutto il mondo.

 

«Delle mie opere, quella che mi piace di più è la Casa che ho fatto costruire a Milano per accogliervi i vecchi artisti di canto non favoriti dalla fortuna o che non possedettero da giovani la virtù del risparmio. Poveri e cari compagni della mia vita!», disse il Maestro, che qui riposa nella sontuosa cappella (aperta e visitabile gratuitamente tutti i giorni).

 

E in effetti ancora oggi Casa Verdi è uno dei rari luoghi dove si ha l’impressione di qualcosa di onesto e coerente, di un’idea ben fondata che funziona con grande naturalezza. Un luogo dell’anima dove regna l’armonia.

 

Se Verdi è diventato uno degli italiani più famosi del mondo, pochi conoscono le vicende della sua storia privata. Comprese le passioni amorose. Sempre coltivate con molta discrezione. Come quel ménage à trois con la Strepponi e la Stolz, in cui il compositore si rivelò un uomo anticonformista e moderno.

«Era un uomo complicato, contraddittorio. E proprio per questo affascinante», ha detto di lui Michele Placido, che al Verdi intimo e segreto ha dedicato qualche anno fa uno spettacolo teatrale. Dicono che fosse un tipo scontroso, solitario, cupo. Sicuramente però, oltre alle donne, amava il vino. Ed era anche un buongustaio, ghiotto per esempio dei biscotti della pasticceria Alquati di Cremona che si faceva preparare e spedire appositamente.

 

A condizionare la vita affettiva di colui che è stato pomposamente definito il “cigno di Busseto”, rendendola complessa e tormentata, fu sicuramente la prima moglie: Margherita Barezzi, morta a 26 anni. Un fantasma che una sciagurata catena di lutti (la morte di due figli a due soli mesi di distanza, quindi la morte di lei, dopo altri otto) incomberà su Verdi per tutta la vita. Lei è la figlia dell’agiato commerciante di Busseto Antonio Barezzi, che nel 1830 ospita in casa il giovane compositore. Tra lui e la figlia del suo mecenate nasce un legame e i due si sposano il 4 maggio 1836.  Nascono due figli: Virginia e Icilio Romano, che moriranno però entrambi all’età di un anno. Nel febbraio del 1839, dopo che lui abbandona il suo lavoro di maestro di musica, i Verdi si trasferiscono a Milano. Margherita fa in tempo a vedere il debutto della prima opera del marito al Teatro alla Scala, l’Oberto, Conte di San Bonifacio, nel novembre del 1839. Ma muore l’anno successivo a causa di una encefalite mentre Verdi stava componendo la sua seconda opera lirica, Un giorno di regno.

 

Giuseppe Verdi a tavolaLa grande svolta avviene con il Nabucco, opera che debutta, sempre alla Scala, il 9 marzo 1942 e fa incontrare per la prima volta il genio verdiano con la sua futura seconda moglie e già soprano affermato Giuseppina Strepponi (si sposano però soltanto nel 1859) che interpreta il ruolo di Abigaille. «La Strepponi sarà una moglie devotissima, adorante. E intelligente» è ancora il commento di Michele Placido. «Ma lui aspettò 12 anni, prima di sposarla. Se la portò in casa more uxorio (e nonostante lei avesse uno o due figli segreti) scandalizzando i bravi abitanti di Busseto. Lei l’adorò sempre: contribuì a lanciarlo, lo introdusse nei migliori salotti. Ma lui, a quanto pare, la trattava malissimo: la rimproverava di non saper gestire la servitù, scatenava collere epiche per dei nonnulla».

 

Invece, tra le tante testimonianze dell’amore di Giuseppina c’è una lettera del 5 dicembre 1860 in cui si legge: «Ti giuro, e tu non avrai difficoltà a crederlo, che io molte volte sono quasi sorpresa che tu sappia la musica! Per quanto quest’arte sia divina e il tuo genio degno dell’arte che professi, pure il talismano che mi affascina e che io adoro in te, è il tuo carattere, il tuo onore, la tua indulgenza per gli errori degli altri, mentre sei tanto severo con te stesso. La tua carità piena di pudore e di mistero – la tua altera indipendenza e la tua semplicità di fanciullo, qualità proprio di quella tua natura che seppe conservare una selvaggia verginità d’idee e di sentimenti in mezzo alla cloaca umana! O mio Verdi, io non sono degna di te e l’amore che mi porti è una carità, un balsamo a un cuore qualche volta ben triste, sotto le apparenze dell’allegria. Continua ad amarmi, amami anche dopo morta ond’io mi presenti alla Divina Giustizia ricca del tuo amore e delle tue preghiere, o mio Redentore!».

Il 14 novembre 1897 anche la seconda moglie morì, a causa di una polmonite, lasciando Verdi solo nella sua lunga vecchiaia.

 

La terza donna di Verdi è stata Teresa Stolz: il pettegolezzo più chiacchierato della storia dell’opera. Generazioni di storici ci si sono scervellati sul dilemma: erano amanti o no? Secondo alcuni era soltanto una cara amica di famiglia. Descritta come «il soprano verdiano drammatico per eccellenza, potente e appassionata, ma dotata da tono sicuro e da molto autocontrollo» ceca naturalizzata italiana, era nata nel 1834 e morì a Milano nel 1902.

 

La curiosità è scoprire che la Stolz dedicò gli ultimi mesi della sua esistenza (e una somma di denaro enorme) alla sistemazione e all’abbellimento del tempio funerario del suo adoratore. La piccola cappella che ospita la tomba di Verdi si affaccia in un balconcino di marmo, su colonne alte e pareti dipinte con angeli e una bellissima volta azzurra di lapislazzuli su cui risplende un sole dorato. Al di sotto, anonime e ovattate, le due tombe, con i nomi in rilievo: Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi. Oltre al sepolcro della prima moglie, Margherita, e dei due figli morti bambini. E al celebre epitaffio di Gabriele D’Annunzio: «Diede una voce alle speranze e ai lutti. Pianse e amò per tutti».

 

Alla parete sono appoggiate due corone che ricordano la visita di Vittorio Emanuele III l’8 ottobre 1901. Su suggerimento della regina Margherita venne successivamente aggiunta una targa in ricordo della prima moglie e dei suoi due figli: «Dolce consorte a lui vicina nelle prime lotte della vita, lo fece padre di Igino e Virginia, desiderati e pianti ancora piccoli».

 

Al centro del grande mosaico la Stolz volle due figure di geni che levano alta una corona ornata da bacche d’oro e un medaglione con il ritratto di Verdi fuso in bronzo da Giovanni Lomazzi. Quel che non è dato sapere ai visitatori più maliziosi è se Giuseppina Strepponi, eterna e gelosa rivale, non abbia mandato a Teresa Stolz qualche maledizione dall’oltretomba.

 

Per saperne di più: http://www.casaverdi.org

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Marina Moioli

CalimeroC’era una volta il Carosello, l’appuntamento serale che per vent’anni (dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977) ha accompagnato a nanna i bambini italiani.  A quei tempi la storica trasmissione della tv in bianco e nero rispecchiava il Paese del boom, che stava scoprendo il consumismo e la tentazione del superfluo. E ancora oggi gli sketch pubblicitari di Carosello sono uno sterminato archivio a cui attingere per ricostruire i cambiamenti che riplasmarono i sentimenti, le mode, le abitudini, i comportamenti politici e le scelte esistenziali.

 

Di quella vera e propria “età dell’innocenza” della nostra tv uno dei personaggi più celebri e più amati è stato Calimero, il pulcino con il guscio rotto in testa e il fagottino da vagabondo in spalla che cade in una pozzanghera e si sporca di nero, al punto da non essere più riconosciuto dalla madre, la gallina Cesira. Calimero si ritrova così a girovagare alla ricerca della sua famiglia e vive una serie di disavventure, che culminano nel famoso claim:

 

«Eh, che maniere! Qui tutti ce l’hanno tutti con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però».

 

Ma per il pulcino emarginato il lieto fine della storia arrivava sempre puntuale, grazie all’Olandesina della Mira Lanza (lo sponsor) che, vedendolo così conciato, lo immergeva in una tinozza piena di detersivo e affermava: «Tu non sei nero, sei solo sporco!», facendolo tornare bianco, lindo e contento. Basti pensare che la serie si intitolava “La costanza dà sempre buoni frutti”. Un ottimismo della volontà che oggi fa sorridere di nostalgia.

 

 

CalimeroCuriosa è anche l’etimologia, visto che Calimero deriva dal greco Kallimeros, formato da Kalòs, “bello, nobile” e da mèros, “coscia, gamba”. Quindi significa: “dalle belle gambe forti”. Era, la sua, la classica storia del brutto anatroccolo. Sedicesimo uovo della chioccia Cesira, Calimero non riesce a nascere assieme agli altri pulcini, così si ritrova dentro l’uovo a cercare di uscire e quando riuscirà a spezzare il suo involucro, un pezzetto di guscio gli rimarrà per sempre sulla testa. Ma non avendo fatto in tempo a essere riconosciuto dalla mamma, la cerca finendo in una pozza di fango e diventando tutto nero, al punto che Cesira, alla domanda del pulcino: «Sei tu la mia mamma?», gli risponde: «Io la tua mamma? Ti sbagli carino. Io pulcini neri non ne ho mai avuti. Vedi, i miei sono tutti bianchi». Calimero però non demorde e chiede: «Ma se fossi bianco vorresti essere la mia mamma?». Al che lei ribatte impassibile: «Certamente, carino».

 

 

Ingenuo e sempre sincero, anche quando non dovrebbe esserlo, Calimero incontra notevoli problemi in una società non sempre ben disposta. Il suo merito è stata l’idea che i timidi, gli introversi, i deboli, gli emarginati, avessero qualcuno con cui identificarsi. Mentre nel volume della Cineteca Italiana di Milano La tv al tempo della Pagot film si legge che: «La forza di Calimero è nella sua identità grafica, nell’immagine immediatamente riconoscibile: un editore l’aveva definito un “carattere tipografico”».

 

Ideato nel 1963 dai fratelli Nino e Toni Pagot e da Ignazio Colnaghi, che gli ha prestato l’inconfondibile vocina (e c’è da segnalare anche una querelle che riguarda l’apporto dato da Carlo Peroni, il fumettista noto come Perogatt), Calimero è uno dei pochi personaggi sopravvissuti alla morte di “Carosello”, tanto da essere ancora amato e ricordato da chi è cresciuto insieme ai suoi sketch. Una fama che ha varcato anche i confini nazionali. Oltre alle storie di “Carosello”, vennero realizzati 290 episodi a colori doppiati in moltissime lingue. Persino in Giappone Calimero è conosciuto e popolare come in Italia: la Rai, in coproduzione con alcune tv giapponesi, realizzò in due tempi ( nel 1974-75 e poi nel 1994-95) quasi 100 episodi dedicati al pulcino nero.

 

 

C’è chi ricorda ancora la parodia di Aldo Moro tutta nel segno di Calimero ideata da Alighiero Noschese, oppure Giuliano Amato che nel 2000, nel corso della conferenza stampa di fine anno, pronunciò questa frase: «L’Italia cresce: non siamo Calimero». Ma il più bel complimento resta quello firmato da Umberto Eco, che di lui scrisse: «Quando un personaggio genera un nome comune ha infranto la barriera dell’immortalità ed è entrato nel mito: si è un calimero come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cenerentola, un giuda».

 

Piccolo, sfortunato, maldestro e vessato. Uscito dall’uovo di “Carosello”, Calimero ha superato i limiti dei semplici “personaggi” dei cartoni animati e ha dato addirittura il suo nome a una sindrome psicologica ben precisa. Secondo gli specialisti questi sono i sintomi delle persone affette da vittimismo patologico: l’incapacità di iniziare una nuova relazione, l’impressione di essere ignorati dagli amici o il sentirsi inadeguati al contesto nel quale si è inseriti (lavoro, studio, relazioni sociali). L’autoesclusione è il comportamento tipico della persona colpita da Sindrome da Calimero. A soffrirne sono soprattutto uomini tra i 30 e i 45 anni che devono fronteggiare le difficoltà legate al mancato raggiungimento degli obiettivi di carriera. Ma anche le donne non ne sarebbero immuni, soprattutto nel periodo post partum, dove si trovano a fare i conti con il nuovo ruolo di mamma e a bilanciare gli impegni tra la famiglia e il lavoro.

 

Del resto la data di nascita di Calimero è il 14 luglio del 1963. Quindi è nato sotto il segno del Cancro, che, come sanno bene i cultori di astrologia, è quello di tutti i vittimisti.

 

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Marina Moioli

 

Per approfondire: Mostra sui divi di Carosello alla Fabbrica del Vapore di Milano

Museo del Fumetto


        

Keira Knightley Anna Karenina«Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

 Tutti, ma proprio tutti conoscono (e citano per far colpo) il celeberrimo incipit di “Anna Karenina” di Lev Tolstoj. Anche quelli che non si sognerebbero mai di leggere un “mattone” di circa mille pagine che, in soldoni, parla della storia di un’adultera che si getta sotto un treno.

Però anche chi l’ha amato, e magari letto e riletto più volte nel corso della vita, raramente si ricorda dell’epigrafe iniziale: “A me la vendetta, io farò ragione”, tratta dalla Lettera ai Romani di San Paolo (12,19). Eppure è proprio questa esortazione a lasciare a Dio il compito di fare giustizia la chiave di lettura per capire il destino di un’eroina tanto passionale e romantica, quanto coraggiosa e controcorrente.

«Anna Arkad’evna leggeva e comprendeva, ma non le faceva piacere leggere, cioè seguire il riflesso della vita altrui. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa».

Una donna rovinata dal tormento interiore tra la consapevolezza di sentirsi intrappolata in un matrimonio infelice con l’opprimente marito Karenin e il desiderio di abbandonarsi a una relazione clandestina con il seducente e irresistibile Conte Vronskij. E a essere sinceri, chi non vorrebbe provare almeno una volta nella vita, quello che prova Anna Karenina per il suo spasimante?

«Non c’era bisogno di chiedergli perché fosse lì. Era certa, come fosse lui stesso a dirglielo, che era lì per essere dov’era lei».

A 140 anni dalla prima edizione del romanzo (pubblicato in Russia nel 1877, anche se era già apparso a puntate sul Russkij vestnik, cioè Il Messaggero russo, a partire dal 1875) Anna Karenina è un personaggio più che mai vivo, amato e attuale. Non a caso cinema e televisione se ne sono appropriati più volte sfornando a intervalli regolari una nuova trasposizione dopo l’altra. Come dimenticarsi le interpretazioni di Greta Garbo (1935) e Lea Massari (1974) fino alle recenti prove d’artista di Keira Knightley nel 2012 e Vittoria Puccini nel 2013?

anna karenina

E ci sarà un motivo se da qualche mese a questa parte, in piena era Putin, il musical tratto dal capolavoro di Tolstoj fa ogni sera il tutto esaurito al Teatro dell’Operetta di Mosca.

Interpretato da Ekaterina Guseva e diretto da Alina Chevik, è uno spettacolo grandioso e avveniristico che, in un gioco tra il reale e il virtuale, accompagna gli spettatori  attraverso la grande Russia, li trasporta nei palazzi sfarzosi di San Pietroburgo ma soprattutto fa “respirare” lo spirito di Tolstoj anche ai giorni nostri.

Potenza di un romanzo che può attraversare le epoche e di un personaggio che ha ancora tanto da svelarci in fatto di crimini del cuore e disperazioni amorose. E che invita a una riflessione sull’amore, quando questo rischia di essere confuso con un suo surrogato (pericolo che ieri riguardava solo le dame dell’aristocrazia, ma che oggi riguarda tutte).

Il giudizio, o se si vuole il “gradimento”, sul libro, cambia parecchio a seconda dell’età e dell’esperienza della lettrice (dei lettori uomini non è dato sapere. Forse si limitano a pensare che sia un romanzo “frivolo”, proprio come fecero i critici all’indomani della sua uscita).

Da adolescenti ci si lascia conquistare semplicemente e semplicisticamente dal suo coraggio di eroina romantica, una capace di abbandonarsi a una passione che non conosce né Dio né Ragione. Un’eroina con cui ci si identifica.

A trenta o quarant’anni, invece, si comincia a mettere qualche puntino sulle “i” e a diventare più consapevoli delle trappole della gelosia. Per Anna l’unica cosa importante è essere amata da Vronsky e quando Vronsky si rivela un uomo imperfetto come qualsiasi altro, la gelosia la consuma, distrugge l’amore e distrugge lei stessa, fino a portarla, in una spirale di disperazione e follia, alla morte.

«Io penso – disse Anna, giocando con un guanto che si era tolto – io penso… se è vero che ci sono tante sentenze quante teste, così pure tante specie d’amore quanti cuori»

«Ben presto sentì che nell’animo suo s’era destato il desiderio dei desideri: la malinconia»

 

Ma per la lettrice di sessanta anni e più, la lezione che esce dalle pagine del romanzo è un’altra: quella che fare di un altro essere umano il proprio dio procura solo una felicità ingannevole, causa della propria rovina.

 

«Laggiù! Proprio in mezzo! Castigherò lui e mi libererò da tutti e da me stessa»

dice Anna prima della scena madre.

Da parte sua, l’autore di questa storia universale rifiutò sempre di esprimere chiavi interpretative per Anna Karenina, anzi dichiarò: «Se volessi dire a parole tutto quel che ho cercato di esprimere con questo romanzo, dovrei per forza riscriver tutto quanto il romanzo daccapo e per l’appunto così come l’ho scritto». Insuperabile nel descrivere gli stati d’animo, Tolstoj a un certo punto fa dire al personaggio di Levin, da molti considerato il suo alter ego:

«Era come se tutte quelle tracce del suo passato lo avessero afferrato dicendogli: No, non ci lascerai, non diventerai un’altra persona, resterai quello che eri: coi tuoi dubbi, con la continua insoddisfazione personale, coi vani tentativi di correggerti, con le cadute e l’eterna attesa della felicità che non ti è stata data e che per te non è possibile!…»,

anna kareninaUn dilemma, quello dell’eterna attesa della felicità, con cui prima o poi tutti dobbiamo fare i conti. E li faceva anche Tolstoj, che mentre scriveva il romanzo era ancora diviso tra la vita semplice inseguita da Levin e il tumulto che agita Anna. Un acuto critico italiano, Igor Sibaldi, ha scritto a questo proposito che nella figura di Anna si intravede Tolstoj mentre cerca di «commettere adulterio contro il proprio mondo, staccandosene e imparando a vederlo con occhi nuovi».

Eppure lo scrittore rinnegò il romanzo: nel 1881, in una lettera al critico Strasov, scrisse: «Quanto alla Karenina: io vi assicuro che per me quello schifo di romanzo non esiste più». Perché?

Forse la risposta sta nella fuga da casa che egli fece la notte del 27 ottobre 1910, correndo incontro a una forza-tormenta che lo chiamava al miraggio di una vita “per la verità, per Dio”, verso un treno che lo portasse chissà dove.

Ultraottuagenario, legato da quasi mezzo secolo a una moglie che lo tiranneggia e lo controlla persino mentre dorme, Tolstoj fugge come fuggirebbe uno che sa solo che è necessario allontanarsi: non ha una destinazione ben precisa, ha solo lasciato la casa dove non poteva più rimanere.

«E si sente libero, questo vecchio saggio, trattato con riverenza da quanti lo riconoscono, libero soprattutto quando è in comunione con la natura, quando il vento gli rinvigorisce il viso, sulla piattaforma del treno, restituendogli interamente la sensazione della fuga», si legge nella presentazione de “La fuga di Tolstoj” di Alberto Cavallari (Skira, 2010).

Di lì a pochi giorni, però, Tolstoj morì. Ironia della sorte, in una stazione ferroviaria. Proprio come l’eroina del libro che aveva ripudiato.

 

Marina Moioli