La sua vita è legata a filo doppio con la magia e ancora oggi, a quasi cent’anni dalla morte, il nome di Harry Houdini rimane quello di una leggenda, protagonista di francobolli, libri, film e perfino canzoni rap e videogiochi. A suo nome non manca nemmeno una stella sulla Hollywood Walk of Fame, al 7001 di Hollywood Boulevard.
Tutti sanno che è stato il più famoso illusionista ed “escapologo” di tutti i tempi, capace di liberarsi da catene, corde, camicie di forza o bauli anche immerso nell’acqua a testa in giù. Ma la fiammella del dubbio sulla fine di un uomo che sembrava invulnerabile è sempre rimasta accesa, tanto che recentemente un pronipote ha chiesto che il suo corpo fosse riesumato nel cimitero ebraico di Queens per provare che ad ucciderlo non era stata la famosa peritonite (causata dai colpi alla pancia dati con l’intento di testare gli addominali da un giovane che lo era andato a trovare in camerino) bensì l’arsenico somministratogli dai suoi più acerrimi nemici: gli spiritisti. E così la Leggenda è diventata Cold Case.

Sia come sia, chi passa da Budapest e visita il museo a lui dedicato (in Dísz tér 11 a Buda), scopre non senza una certa sorpresa che Houdini era ungherese e si chiamava in effetti Ehrich Weisz. Nato nel 1874 nella famiglia di un rabbino, emigrò da bambino con i genitori negli Stati Uniti quando aveva 4 anni. Ne aveva solo 12 quando entrò come tagliatore in una fabbrica di cravatte a New York, la Richter’s Sons. Finché a 16, già abbastanza abile nei trucchetti con carte da gioco e monete, scelse il nome d’arte dopo aver letto l’autobiografia del suo idolo: il mago francese Jean Eugène Robert-Houdin.
Cominciò così la sua vita da illusionista e pochi anni dopo incontrò una ragazza bruna, dal viso dolce, piccola ed esile. Si chiamava Wilhelmina Beatrice Rahner, Bess per gli amici, ed era figlia di immigrati tedeschi. Houdini se ne innamorò a prima vista e due settimane dopo erano sposati. Lui aveva 20 anni, lei 18. Bess diventò la sua assistente per tutto il resto della carriera.

A quei tempi il solito repertorio da baraccone non rendeva molto nell’America battuta da fiere ambulanti di donne barbute e uomini elefante. Fu ben presto la scoperta dell’abilità di “escape artist”, capace di sfuggire e divincolarsi da ogni gabbia, ad affascinare il pubblico con le sue sfide alla morte. Houdini cominciò a girare per il mondo e a esibirsi in numeri straordinari, come la “cella della tortura cinese dell’acqua”, il più famoso di tutti, numero che prevedeva che il mago fosse appeso a testa in giù in una cassa di vetro e acciaio piena d’acqua. Conquistò così imperitura fama.

Narra ancora la leggenda che prima di morire, Houdini ebbe il tempo di lanciare un’ultima sfida: disse alla moglie Bess di tenere una seduta spiritica ogni anno, per dieci anni consecutivi dalla sua morte, evocando la sua presenza che si sarebbe verificata comunicando il loro codice: «Rosabelle, rispondi, parla, prega, rispondi, guarda, parla, rispondi, rispondi, parla». Bess provò sino al 1936, ma senza successo, e abbandonò così ogni speranza di un ritorno del marito. Invece la Society of American Magicians non ha mai smesso di tenere ogni anno una seduta spiritica nel giorno della sua morte, avvenuta alle 13.26 del 31 ottobre 1926, la vigilia di Ognissanti, la notte in cui, secondo la tradizione di alcuni paesi, gli spiriti dei defunti tornano sulla terra.

Houdini morì senza figli, perché la fascinazione con i Raggi X, da poco scoperti e usati dal fratello radiologo, lo aveva reso sterile, avendo esagerato con le radiografie che continuamente si faceva fare. Quelle immagini lattiginose e fantasmatiche catturate all’interno del corpo umano lo sconvolgevano, gli sembravano la risposta scientifica e materialistica agli imbonitori dello spiritismo di finti tavolini danzanti e voci spettrali. Spiritismo su cui dopo la morte della madre, che adorava, aveva un tempo riposto molte speranze, ma che aveva poi smascherato pubblicamente.

E forse su di lui ha ragione David Merlini, fondatore del museo di Budapest dedicato al principe degli illusionisti, quando dice: «Tutti si sentono un po’ come Houdini nel fondo dell’anima. Tutti vorrebbero fuggire da certe situazioni. Alcuni sono abbastanza coraggiosi per farlo, altri sono meno audaci. Ma la storia di un piccolo uomo, che da lontano conquista il mondo intero, e ancora riceve omaggi dal mondo a quasi un secolo dalla morte, è una storia così bella e piena, che ispira tanta gente».

 

Marina Moioli

Chi lo conosceva bene riferisce che si riteneva “un ragazzo fortunato”. Come Jovanotti. E che spiegava il perché citando Confucio: «Scegli il lavoro che ami e non dovrai mai lavorare un giorno». Anche se lui ha lavorato, tanto e bene, fino all’ultimo giorno.

Ma oltre che il più grande cuoco italiano (guai a parlagli di “chef”), Gualtiero Marchesi
era anche un uomo sofisticato, perfezionista, curioso, che citava Kant per spiegare un sugo. Amava Seneca, Schopenhauer, Toulouse-Lautrec. Poi però in casa, assicurano, aveva il libro di ricette di Nonna Papera, perché secondo lui «a voler essere curiosi qualche idea viene fuori anche da lì».
Era, insomma, un misto di candore e impertinenza, provocazione e ironia. La sua miglior battuta? «Vivere è pericoloso: si può anche morire».

“The Great Italian” si intitola il docufilm (nelle sale il 20 e il 21 marzo) che racconta la sua vita.
«Io imparai nel ristorante dei miei genitori, dove la milanese arrivava in tavola spumeggiante di burro. Poi però al Troisgros di Roanne, vicino a Lione, dove da tre generazioni si fa la grande cucina francese, nel 1965 ci fu qualcuno che incominciò a “porzionare” nel piatto invece di presentare in tavola il vassoio di portata…», ha raccontato lui. Dal 1977, quando si mise da solo nel celebre ristorante di via Bonvesin de la Riva, incominciarono ad arrivare i grandi piatti: le insalate di spaghetti, il raviolo aperto, il risotto alla milanese con la foglia d’oro, il filetto alla Rossini, le mousse ghiacciate. A chi lo definì l’inventore della nouvelle cuisine, replicò: «Oggi quelle due parole non vogliono più dire niente. È come se si dovesse definire Picasso un cubista. La cucina, come la pittura, ha i suoi periodi, ci sono cambiamenti di marcia continua, dal dadaismo all’iper-realismo».

Venerava la saggezza antica, ma rifuggiva dalla “polverosa malinconia delle cose”, per proiettarsi nel futuro a bordo delle “potenzialità di un’idea”. Osare è stato il leit motiv della sua intera esistenza: «Ho imparato prima a tuffarmi che a nuotare», diceva. E a 84 anni aveva voluto provare per la prima volta a lanciarsi con il paracadute.

La sua ultima “opera” è stata l’istituzione di una Casa di riposo per cuochi a Varese: «Questa volta riesco a realizzare un progetto che sogno da almeno dieci anni», aveva spiegato. «Una casa di riposo per cuochi, sulla falsariga di quella per musicisti, Casa Verdi. La mia passione per la musica è una passione personale e familiare a tal punto che ho spesso paragonato la cucina a uno spartito, le ricette all’opera che un compositore affida a chi deve eseguirle nel rispetto delle note, aggiungendo, come è naturale, la sua dose di interpretazione».

Caposcuola, ha lasciato una schiera di discepoli famosi (Carlo Cracco, Pietro Leeman, Ernst Knam, Paola Budel, Davide Oldani, Andrea Berton; Enrico Crippa per citarne solo alcuni) e nel 2004 ha fondato ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana con sede nella Reggia di Colorno (Parma) di cui è stato rettore fino al 2017. Eppure sosteneva: «Se ti apostrofano, chiamandoti maestro, non c’è da gongolare troppo, semmai da stringere i denti e sentirti, nuovamente e a qualsiasi età, come il primo degli scolari».

Sognava di cucinare per il demonio: «Forse lo renderei un po’ migliore!». Noi preferiamo pensarlo in Paradiso.

Marina Moioli

rita levi montalciniCon quel profilo aristocratico e i capelli candidi non sembrava la persona più adatta a incarnare il prototipo della rivoluzionaria. E invece doveva esserlo, visto che ai giovani predicava: «Ribellatevi! Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva. Bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi». Non a caso Primo Levi l’aveva definita così: «Una piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa». 

La nostra Marie Curie, che nel 1986 vinse il Nobel per la scoperta del fattore di accrescimento della fibra nervosa (Nerve growth factor o NGF), era nata a Torino il 22 aprile 1909 (lo stesso giorno di un altro grande vecchio, Indro Montanelli), da genitori ebrei sefarditi. Ma, come lei stessa ha dichiarato, essere ebrea non fu mai motivo d’orgoglio né d’umiliazione: «Non sono ortodossa, non vado mai in sinagoga. Sono totalmente laica, non ho ricevuto alcuna educazione religiosa. Mio padre ci diceva: siate liberi pensatori». E in un’altra intervista ammise: «Invidio chi ha la fede. Io non credo in Dio. Non posso credere in un Dio che ci premia e ci punisce, in un Dio che ci vuole tenere nelle sue mani».

Indipendente, caparbia e “ribelle” deve essere stata fin da piccola, almeno a dar credito ai suoi racconti: «Mio padre aveva deciso che mio fratello doveva andare all’università, mentre le sue tre figlie erano destinate alle scuole femminili per affrontare il ruolo che spettava loro di future mogli e madri. Alla donna, da bambina, nell’era vittoriana, si insegnava a essere graziosa e gentile. Che ingiustizia. Ne ho sofferto moltissimo. Mi sentivo inferiore da ogni punto di vista, intellettuale e fisico. Intellettualmente il mio idolo era Gino, il fratello più grande, mentre Paola, la mia gemella, era molto portata per l’arte. Tra loro due ero come il brutto anatroccolo, perennemente giudicata e inibita da un padre severo, che mi incuteva timore”.

“Ogni suo desiderio doveva essere esaudito. È stato questo a farmi decidere di non sposarmi mai. Avevo tre anni quando ho pensato: da grande non farò la vita che sta facendo mia madre. Mai avuto più alcuna esitazione o rimpianto in tal senso. La mia vita è stata ricca di ottime relazioni umane, lavoro e interessi. Non ho mai sperimentato cosa volesse dire la solitudine». Dichiarazione assolutamente confermata da questo aneddoto: «La prima volta che andai in America, mi chiesero chi fosse mio marito. Non erano abituati a una donna che conducesse la sua vita di studiosa da sola. “I’m my own husband”, sono il marito di me stessa, risposi. Non capirono. Pensarono non sapessi l’inglese».

Nella sua autobiografia, Elogio dell’imperfezione (1988) la scienziata svelò anche come da adolescente volesse fare la scrittrice, ma che a vent’anni i suoi interessi cambiarono: si iscrisse alla facoltà di Medicina, laureandosi nel 1936. Tra i suoi colleghi di studio c’erano Salvatore Luria e Renato Dulbecco, anch’essi futuri premi Nobel; insieme frequentavano i corsi di un grande biologo, Giuseppe Levi, studioso di istologia.

Nel 1938 il governo fascista approvò le leggi razziali contro i “non ariani”. Rita Levi-Montalcini andò in Belgio ma due anni dopo rientrò a Torino. Dopo numerose difficoltà e peripezie (non potendo frequentare l’università, allestì un piccolo laboratorio in camera da letto, nell’appartamento al civico 10 di corso Re Umberto) e dopo essere scampata a un’epidemia di tifo, nel 1945 riuscì a riprendere le sue ricerche.

Nel 1947 fu invitata negli Stati Uniti dal professor Viktor Hamburger, biologo della Washington University di St. Louis, che le offrì di proseguire insieme i suoi studi sul sistema nervoso embrionale dei vertebrati, argomento allora ancora poco studiato. Alla partenza pensava di tornare a casa entro qualche mese, ma a St. Louis trovò un clima scientifico molto vivace e tornò in Italia definitivamente soltanto nel 1977.

Nel 1951 osservò per la prima volta l’effetto esercitato dal trapianto di un tumore di topo sul sistema nervoso dell’embrione di un pulcino. Quel fenomeno, fu chiamato Nerve Growth Factor: «Ci arrivai con la fortuna e l’istinto. Conoscevo in tutti i dettagli il sistema nervoso dell’embrione e ho capito che quello che stavo osservando al microscopio non rientrava nelle norme. Una vera rivoluzione: andava, infatti, contro l’ipotesi che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni. Per questo decisi di non mollare».

Quando le telefonarono da Stoccolma per annunciarle il riconoscimento stava leggendo un giallo di Agatha Christie. Vestita di raso nero, modello Capucci 1986, andò a ricevere il premio più ambito da uno scienziato con la grazia e l’eleganza di una regina. E da quel giorno divenne una vera icona pop.

Negli ultimi anni della sua lunghissima vita (103 anni) udito e vista erano calati, ma usava uno speciale visore che ingrandiva le parole di libri e giornali. Mangiava una sola volta al giorno e dormiva due ore per notte: «Di giorno leggo e lavoro. Di notte penso», svelò. Chi non vorrebbe un cervello così?

Marina Moioli


dostoevskij«Un essere che s’adatta a tutto: ecco, forse, la miglior definizione che si possa dare dell’uomo».

Così scrive Fëdor Dostoevskij nel romanzo filosofico e semi-autobiografico “Memorie dalla casa dei morti” del 1861. E lui, che aveva scontato quattro anni di esilio in Siberia per il suo coinvolgimento nel Circolo Petrashevsky (un gruppo progressista di oppositori dell’autocrazia zarista) certamente sapeva tutto sulle capacità di adattamento dell’animo umano. Capacità che sperimentò poi anche per tutto il corso della sua vita, sempre costretto a vagare – per molteplici motivi – di casa in casa e di trasloco in trasloco. Indirizzi e abitazioni che diventano sfondo e scenario dei protagonisti dei suoi romanzi.

Nato a Mosca nel 1821, a soli 16 anni per studiare ingegneria militare (senza alcuna inclinazione ma per imposizione paterna) si era trasferito a San Pietroburgo, città che sarebbe poi diventata la protagonista di tutte le sue opere. Nessun’altra città è più impregnata delle sue storie, dei suoi personaggi e del misto di truculenza, dramma, spiritualità, rottura intellettuale e mistero tipico della sua opera, che si percepisce ancora camminando per le viuzze scalcinate del quartiere Sennaya lungo le sponde del Canale Griboedova, dove si svolgono gli episodi principali di “Delitto e Castigo”; un romanzo che Dostoevskij finì di scrivere in un appartamento di via Kaznacheiskaya.

Sempre inseguito dai debiti di gioco, Fëdor Dostoevskij visse in tante case e in tanti luoghi diversi – non si fermò mai per più di tre anni nello stesso posto – ed ebbe sempre l’ossessione di avere appartamenti ad angolo, con le finestre affacciate su due strade e vicino a una chiesa, in modo da poter ascoltare le campane, una musica che acquietava il suo spirito (per tutta la vita soffrì di attacchi di epilessia).

Una di queste case la si ritrova ancora in Vladimirskij Prospekt 11, in un appartamento con le finestre affacciate su vicolo Grafsky. Qui visse dal 1842 al 1845 e qui scrisse il romanzo “Povera gente”. L’indirizzo più conosciuto è però quello dell’ultima dimora, dove morì nel 1881 qualche mese prima di compiere sessant’anni, tra la Prospettiva Kuznechny e l’antica strada Yamskaya, oggi via Dostoevskij. La casa rispondeva perfettamente a tutti questi requisiti, e oggi, a cento anni dalla Rivoluzione Russa, chi la visita può ancora udire i rintocchi delle campane della vicina chiesa ortodossa di Vladimir che chiamano a raccolta i fedeli come ai tempi dello scrittore.

Nella casa-museo sono state ricostruite le sei stanze in cui Dostoevskij e la seconda moglie Anna Grigor’evna, con i figli Ljubov e Fëdor, si trasferirono nell’ottobre del 1878, per scappare dai ricordi dall’appartamento dove era morto il piccolo Aleksej, una delle tragedie che fecero soffrire di più il tormentato autore de “I Demoni”. Tra i cimeli che vi sono conservati c’è anche il comodo divano inglese dello studio dove Dostoevskij poteva sdraiarsi per un breve riposo tra le interminabili e febbrili nottate durante le quali scriveva “I Fratelli Karamazov”.

L’appartamento si trova al secondo piano e ogni volta che saliva le scale, l’illustre inquilino, già molto malato, doveva fermarsi un momento, per riprendere fiato. Il medico gli aveva proibito di fumare, ma lui rispettava il divieto solo durante il giorno; la sera fumava ininterrottamente quando scriveva, e sul suo tavolo da lavoro c’è ancora la scatola di sigarette che arrotolava con le sue mani nervose mentre rileggeva le cartelle appena scritte.

Sullo scrittoio, l’orologio segna l’ora funesta: le 20,38 del 9 febbraio 1881. Ancora oggi chi visita il suo sepolcro nel cimitero Tichvin del monastero di Aleksandr Nevskij trova visitatori che portano mazzi di fiori freschi sulla sua tomba, circondata di alberi e fiori, con una bella statua che ne riflette fedelmente i lineamenti austeri e lo sguardo profondo.

Dopo la morte del marito, Anna Grigor’evna (autrice di una bella biografia: “Dostoevskij mio marito”) continuerà a pubblicarne le opere e difenderne la memoria. Ma lei stessa finirà come un personaggio dostoevskijano: nel 1917, durante la guerra, ammalata di malaria, senza soldi, digiuna da tempo, mangerà due chili di pane fresco, e morirà sul colpo.

Marina Moioli


ho chi minhIl suo nome era… Nguyễn Sinh Cung (che in vietnamita significa “colui che è vittorioso”), non Cerutti Gino. Ma lo chiamavan Hồ Chí Minh, vale a dire  “Portatore di luce”, pseudonimo di battaglia del fondatore nel 1941 della Lega per l’Indipendenza del Vietnam, colonia francese.

Forse non tutti sanno però che qualche anno prima, anziché la luce della rivoluzione, portava i piatti in tavola agli avventori di una storica trattoria milanese. Il futuro presidente della Repubblica Democratica del Vietnam, che avrebbe guidato il Paese durante la Guerra del Vietnam fino al 1969, anno della sua morte, infatti, durante gli anni delle sue peregrinazioni in giro per il mondo nel 1933 capitò anche a Milano.

Le notizie storiche informano che il piccolo Nguyễn Sinh Sắc proveniva da una famiglia povera ma non indigente: il padre era un funzionario e uno studioso del confucianesimo, oltre che un anticolonialista. Nguyễn Tất Thành ricevette un’educazione occidentale e frequentò il liceo francese di Huế, ma quando il padre per le sue idee politiche fu espulso dalla pubblica amministrazione decise di partire in cerca di lavoro.

Il 5 giugno 1911 lasciò per la prima volta il Vietnam a bordo del piroscafo francese Amiral-Latouche Tréville, dove era stato assunto come aiuto-cuoco. Viaggiò in incognito sotto il nome Van Ba e sbarcò a Marsiglia. Durante la permanenza in Francia lavorò come addetto alle pulizie e cameriere, trascorrendo la maggior parte del tempo libero nelle biblioteche pubbliche.

Diventato nei due decenni successivi un rivoluzionario a tutti gli effetti, votato alla causa indipendentista, nel giugno del 1931 venne arrestato a Hong Kong dalla polizia britannica per attività sovversiva e la Francia ne chiese l’estradizione. Nel gennaio del 1933, liberato, riprese le sue missioni e per un certo periodo abitò proprio a Milano, in una caratteristica casa popolare di ringhiera tra viale Pasubio e via Maroncelli, a pochi metri da quella zona che stava cominciando a diventare la Chinatown meneghina.

Viveva al piano superiore dell’edificio e lavorava come cuoco (secondo altri come cameriere) in viale Pasubio 10, in quella che ancora oggi si chiama “Antica Trattoria della Pesa”,  al piano terra presso la signora Calatti, all’epoca proprietaria del ristorante. Eventualità del tutto plausibile, perché già nel 1915 a Londra all’hotel Carlton il futuro grande condottiero vietnamita era diventato chef pasticciere sotto la guida del famoso cuoco Auguste Escoffier.

Di  sicuro c’è che il locale conserva ancora all’interno un ritratto giovanile del futuro presidente vietnamita e che all’esterno c’è una lapide che recita: «Questa casa fu frequentata dal presidente Hồ Chí Minh durante le sue missioni internazionali negli anni ’30 a difesa delle libertà dei popoli. Nel centenario della nascita 1890-1990». Ricordo storico sancito in anni recenti dalla visita guidata che Silvio Berlusconi fece fare nel dicembre 2009 in viale Pasubio all’allora presidente vietnamita Nguyen Minh Triet.

“Zio” Hồ (Bác Hồ, come lo chiamano affettuosamente ancora oggi i nordvietnamiti), non rimase però molto a Milano tra i tavoli o ai fornelli della Pesa, visto che qualche anno dopo, nel 1938, lo ritroviamo in Cina consulente dell’armata comunista cinese di Mao Tse-Tung.

Il resto di lui è noto, dalla salma imbalsamata conservata nel mausoleo di Hanoi al nome dato in suo onore nel 1975 alla conquistata città di Saigon.

Manca solo un particolare: chissà se gli piacevano il risotto e la cotoletta alla milanese.

Marina Moioli


Coco ChanelAnche se il suo secondo nome in francese significa “Felicità”, a leggere la biografia di Gabrielle Bonheur Chanel – in arte Coco – non sembra proprio che la vita gliene abbia riservata molta. Nonostante la fama planetaria conquistata e la fortuna milionaria accumulata. Lei stessa, del resto, ripeteva sempre: «Sono sopravvissuta al peggio», lasciando intuire di non aver più nulla da temere dopo le tante prove imposte dal destino.

Nella sua lunga esistenza, ottantasette anni, Mademoiselle Chanel ha attraversato tali e tante tragedie e momenti di dolore assoluto che chiunque al posto suo sarebbe finito ko: la scomparsa della madre Jeanne per tubercolosi quando aveva solo 12 anni, la fuga del padre Albert (un venditore ambulante squattrinato di maglieria e biancheria dallo sguardo tenebroso, seduttore impenitente), gli anni in orfanotrofio, il suicidio di due sorelle, l’incidente dell’amato Arthur “Boy” Capel e poi più in là la scomparsa di Paul Iribe, un illustratore con cui stava per sposarsi.

Per non parlare della tristezza e dello sconforto provati in una società che a lungo la considerò solo una “commerciante”. Lei, invece, facendo leva probabilmente su un carattere d’acciaio inox («La forza si ottiene con i fallimenti, non con i propri successi», diceva), ha saputo superare il buco nero della disperazione con la creatività.

Famosa per le battute fulminanti («La moda passa, lo stile resta», «La bellezza serve alle donne per essere amate dagli uomini, la stupidità per amare gli uomini»), colei che ha rivoluzionato lo stile mettendo i pantaloni alle donne è stata una femminista ante litteram. La donna “liberata” da Coco fin dagli inizi del Novecento si muoveva agile e disinvolta anche in abito da sera, senza lacci e corpetti, perché «la vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento».

Icona di stile impertinente e trasgressiva, rivelò: «Ad appena vent’anni ho fondato una casa di moda. Non fu la creazione di un’artista, come si è soliti sostenere, né quella di una donna d’affari, ma l’opera di un essere che cercava solo la libertà». Ammettendo anche che fin da bambina era solita raccontare piccole o grandi bugie per raggiungere i suoi scopi.

Ma qualunque psicologo da strapazzo direbbe che probabilmente Coco Chanel era solo timida e ansiosa e voleva che il mondo l’amasse, a causa della mancanza di amore negli anni dell’infanzia e giovinezza. E che dire del fatto che fu l’unica tra tutti i couturier a bandire l’abito da sposa dalle sue collezioni? Pare ne abbia inventato uno solo, quello indossato dalla sorellina Antonietta, morta suicida poco dopo le nozze.

Mademoiselle Chanel era nata per caso a Saumur, nella Valle della Loira, nello stesso paesaggio in cui Honoré de Balzac aveva collocato Eugénie Grandet, la giovane protagonista di uno dei suoi capolavori. Però considerava l’Alvernia la sua terra d’origine, tanto che amava ripetere: «Sono l’ultimo vulcano dell’Alvernia a non essersi ancora estinto». Il soprannome Coco pare derivi invece dalla canzone “Qui qu’a vu Coco?”, in cui la giovanissima Gabrielle si esibiva in un caffè-concerto di Moulin (ma esistono altre versioni anche riguardo a questo particolare, come esige tutta la “mitologia” Chanel).

Se le biografie agiografiche su di lei si sprecano, in una delle più documentate la giornalista Marie-Dominique Lelièvre si addentra invece nelle vicende oscure di un’esistenza sempre sotto i riflettori: il ricorso alla droga, la bisessualità accennata, il disprezzo per i poveri e gli sconfitti, le accuse di simpatia per i tedeschi e di antisemitismo.

Inventrice di uno stile rimasto unico e nello stesso tempo imitato da tanti, l’ex orfanella Coco si dedicherà al lavoro tutta la vita e con tutte le sue forze. E sarà il lavoro a salvarla dai ricordi.

Negli ultimi anni soffriva l’ossessione delle domeniche, unico giorno di chiusura della sua “maison”. Per riempire il vuoto del giorno festivo andava tristemente a sedersi ai giardini pubblici, insieme all’autista.

Morirà sola, il 10 gennaio del 1971, in una camera dell’hotel Ritz di Parigi, dove viveva in due stanze nude come una cella monacale. Ogni sera, uscendo dai lussuosi saloni di rue Cambon n. 31, era come se tornasse – eterna diseredata – dalle suore del convento di Aubazine (dove ancora oggi accorrono frotte di turisti americani, giapponesi e tedeschi e dove anche lei tornò più volte, a cercare le radici su cui aveva fondato il suo ideale di bellezza e di chiarore). Perché in fondo, come ben ha indovinato Rainer Maria Rilke: «Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada».

Marina Moioli


Audrey HepburnAnche se era magra e spigolosa, in controtendenza rispetto alle maggiorate di allora (Marilyn Monroe, Jane Russell, Jayne Mansfield) la più sognata, amata e invidiata attrice degli anni ’50 e ’60 è stata lei: Audrey Hepburn. Un mito condiviso da tutte e da tutti.

Con quel corpo flessuoso da figurina di bisquit (aveva studiato danza classica ma soprattutto aveva sofferto la fame “vera” da piccola) e i grandi occhi da cerbiatta, ha insegnato alle donne l’arte sottile della seduzione e ha cambiato per sempre negli uomini la visione dell’eterno femminino.

L’indimenticabile interprete di Vacanze romane, Sabrina e Colazione da Tiffany possedeva quel mix irresistibile e ineguagliabile di grazia, bellezza, femminilità, sex appeal e innocenza, ma soprattutto di classe e stile che ne hanno fatto un’icona senza tempo.

Non si spiegherebbe altrimenti, a più di vent’anni dalla morte, la “fortuna” intatta che ancora oggi circonda il ricordo della filiforme attrice nata in Belgio il 4 maggio 1929 da una aristocratica olandese (la baronessa Ella van Heemstra) e da un signore inglese (Joseph Anthony Ruston) non troppo raccomandabile, dal momento che era un simpatizzante del nazismo e che abbandonò la famiglia.

Ma chi c’era dietro quel leggendario tubino nero della Cenerentola-Holly inventato per lei dallo stilista francese Hubert de Givenchy (che la definirà “un regalo del cielo”) e quei grandi,impenetrabili, occhiali da sole? Ecco il primo indizio.

Intervistata dopo il successo planetario del film diretto da Blake Edwards nel 1961 ammise: «Sono un’introversa. Interpretare una ragazza estroversa è stata la cosa più difficile che io abbia mai fatto».

Tanto esile fisicamente quanto forte nello spirito, Audrey Hepburn ha vissuto almeno tre vite. E la prima sicuramente non è stata quella della diva di Hollywood e dell’attrice “secchiona” che si alzava alle quattro di mattina per ripassare la parte, sempre estranea agli stravizi della città delle star.

Lontano dai riflettori del cinema, infatti, Audrey Hepburn era solo una donna romantica. Quasi una casalinga, a volte disperata. Che in tv non si perdeva una puntata della sua serie preferita: Cuore e batticuore. «Per me le uniche cose che contano sono quelle che hanno a che fare col cuore», è una delle sue frasi cult.

Arrivata alla boa dei cinquant’anni, quest’icona di charme e semplicità confidò però di considerarsi un “disastro” nella vita privata. Il perché è presto detto. Alle spalle aveva due matrimoni, con l’attore Mel Ferrer e con lo psichiatra italiano Andrea Dotti, finiti con due divorzi, oltre a varie storie che la fecero soffrire e non le resero facile la vita (soprattutto, dicono le biografie, quelle con Albert Finney e Ben Gazzara).

Solo negli ultimissimi anni, forse, trovò la sperata tranquillità tra le braccia dell’attore olandese Robert Wolders (classe 1936), che resterà al suo fianco fino alla fine. Non è per caso se l’unico posto in cui l’attrice si sentiva a casa (la villa di Tolochenaz in Svizzera, nei pressi di Losanna, dove morirà nel sonno, consumata dal cancro, nel 1993 e dove non si è mai interrotto il pellegrinaggio dei fan sulla sua tomba) si chiamava La Paisible, cioè “luogo di pace”.

Anche se il marito italiano lo ribattezzò malignamente La Pénible (luogo di dolore). Lei, invece, in quel paesino svizzero ci visse beatamente, almeno stando alle testimonianze dei negozianti (il panettiere, il droghiere o il fiorista) che ancora se la ricordano bene e la rimpiangono come una gran dama, democratica e gentile.

Dal Belgio (era nata nel 1929 a Ixelles, un quartiere di Bruxelles, in Rue Keyenveld 48) agli studios di Hollywood, da Roma (dove abitò all’epoca del matrimonio con il medico Andrea Dotti) alla Svizzera (dove si trasferì all’inizio degli anni ’80) fino all’Africa, “l’enigma” Audrey Hepburn si capisce un po’ meglio solo esplorando anche la sua terza vita, quella da ambasciatrice umanitaria dell’Unicef.

Perché se nell’immaginario collettivo sarà sempre la ribelle principessa Anna di Vacanze romane, la frivola Holly Golightly di Colazione da Tiffany o la buffa Eliza Doolittle di My Fair Lady, nella vita reale che aveva scelto, e che si era conquistata a caro prezzo, Audrey Hepburn si dedicava con grande generosità ai bambini a cui le guerre e la fame avevano rubato l’infanzia.

Proprio come era successo anche a lei durante l’occupazione nazista dell’Olanda, ad Arnhem, dove visse dal 1939 al 1945. Durante la carestia dell’inverno 1944, la brutalità crebbe e i nazisti confiscarono le limitate riserve di cibo e carburante della popolazione olandese, che senza riscaldamento nelle case o cibo da mangiare moriva letteralmente di fame o di freddo nelle strade.

Anni dopo, parlando della liberazione, la Hepburn dirà: «L’incredibile sensazione di conforto nel ritrovarsi liberi è una cosa difficile da esprimere a parole. La libertà è qualcosa che si sente nell’aria».

Ed è certamente ricordando le sofferenze di quei tempi se al figlio Luca insegnò che: «Al momento giusto, quel che si è ricevuto si ridà». Una lezione indimenticabile, visto che ancora oggi l’Audrey Hepburn Children’s Fund (fondato dai figli Sean e Luca) si occupa della scolarizzazione nei Paesi africani.

Marina Moioli


Indro MontanelliSono già passati 16 anni dal 22 luglio 2001, ma nessuno si è dimenticato di Indro Montanelli, da tutti venerato come il più grande giornalista italiano del Novecento.

Anche se lui, a novant’anni suonati, scrisse: «Io forse sarò ricordato, quando avrò preso congedo da questo mondo, da qualcuno dei miei lettori, non certamente dai loro figli. So di aver scritto sull’acqua. Ma ciò non mi ha impedito di continuare a scrivere, impegnandomi tutto in quello che scrivo…».

Alla nipote Letizia Moizzi dettò questo auto-necrologio rivelatore: «Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza / Indro Montanelli / giornalista / prende congedo dai suoi lettori, ringraziandoli della fedeltà e dell’affetto con cui lo hanno seguito». Un congedo commosso a quelli che lui, cresciuto con il mito di «scrivere per farsi capire anche dal lattaio dell’Ohio», considerava la sua vera famiglia.

Sulla lunga vita e sulla prestigiosa carriera di Montanelli sono stati scritti decine e decine di libri. Di lui si sa, o si crede di sapere, ormai tutto. Dalla leggenda del perché si chiamasse così – per mascolinizzazione del nome della divinità induista Indra, scelto dal padre Sestilio per fare un dispetto ai parenti della moglie – oltre che Alessandro, Raffaello e Schizogene (ovvero “seminatore di zizzania”) al divorzio con Berlusconi. Dalla relazione di “madamato” con la piccola Fatima in Eritrea al racconto di una memorabile cena con Papa Giovanni Paolo II. Dalla prigionia a San Vittore con Mike Bongiorno alle polemiche con l’amico-nemico Fortebraccio.

Non fece in tempo a commentare la tragedia dell’11 settembre, ma aveva già predetto che il futuro avrebbe portato un tempo di conflitti striscianti, forme di guerra endemica e di terrorismo. «Se avessi vent’anni avrei paura del fanatismo religioso. Le ideologie politiche sono morte, per il momento, ma le religioni tendono facilmente a diventare politica», profetizzò poco tempo prima di morire.

Si definiva “anarcoliberale” e anche un “condannato al giornalismo” («perché non avrei saputo fare niente altro» scrisse in Questo secolo, 1982) e negli ultimi anni, parlava con rimpianto del suo secolo che stava finendo: «Un secolo di sangue, di barbarie, di orrori. Un’ininterrotta “suspence”. Quando li vivevo, quei drammi, non vedevo l’ora che finissero. Ora mi mancano».

Per i suoi tanti orfani ogni tanto arriva ancora qualche piccola e curiosa nuova rivelazione, come quella secondo cui Indro, quando andava d’estate in vacanza a Cortina d’Ampezzo, si fermava a Valeggio sul Mincio, in compagnia dell’amico Cesare Marchi, per gustare i deliziosi agnolini nell’Antica Locanda Mincio di Borghetto. Se invece era diretto al mare, a Montemarcello, trovava sempre il modo di fare una sosta a Berceto, sulla strada della Cisa, per gustare un buon piatto di funghi porcini. Notizie che sembrano stupefacenti, considerata la nota sobrietà di Montanelli, magro come un grissino, a tavola. Leggenda vuole infatti che si nutrisse più o meno con una minestrina, un pugno di fagioli con un cucchiaino di olio, uno spicchio di pomodoro, poche verdure. E qualche giornalista milanese di lungo corso ricorda ancora i pranzi-esame alla Tavernetta Da Elio di via Fatebenefratelli, quando ordinava enormi piatti di fave crude per tutti (e chi non dimostrava di gradirle non acquisiva certo punti ai suoi occhi).

Nonostante gli innumerevoli successi, Montanelli fu però per tutta la vita un uomo inquieto, tormentato dalla depressione. Un coacervo di contraddizioni. Così tanto che forse tra tutti gli aneddoti e i ricordi, l’informazione che più ne rivela il carattere è un verso della poesia che più amava, If di Kipling: «… e perdere, e ricominciare daccapo». Quasi un vademecum esistenziale per un uomo destinato a vivere sempre controcorrente. E con la schiena dritta. «Perché non ho potuto sempre dire tutto quello che volevo, ma non ho mai scritto quello che non pensavo», dichiarò.

Non ebbe (almeno ufficialmente) figli, ma ai giovani dava regolarmente un unico e prezioso consiglio: «Combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s’ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio».

Inaffondabile perché… È l’unico giornalista italiano che sia diventato leggenda. A lui Milano ha intitolato i Giardini Pubblici dove amava passeggiare ogni mattina e dedicato una statua che lo raffigura intento nella stesura di un articolo con la celebre Lettera 22 sulle ginocchia.

Marina Moioli

«Veramente mirabile pittore, scultore, teorico dell’arte, musico, scrittore, ingegnere meccanico, architetto, scenografo, maestro fonditore, esperto d’artiglieria, inventore, scienziato».

Così Giorgio Vasari ne Le vite elenca le abilità di Leonardo da Vinci, considerato l’archetipo del genio universale. Ma si è dimenticato di dire – forse per non sminuirlo –  che l’autore de “L’Ultima Cena” è stato anche gran maestro di cerimonia per feste e banchetti alla corte degli Sforza e che per tutta la vita ha nutrito una grande passione per la cucina.

Una passione coltivata fin da bambino, insieme alla grande curiosità per lo studio, il disegno, la progettazione e la sperimentazione. Leonardo era nato da una relazione illegittima della madre Caterina con il notaio Piero da Vinci. Lei poi aveva sposato un vecchio pasticcere in pensione, tale Piero del Vacca detto Accatabriga, che insegnò al piccolo genio in erba a preparare i dolciumi, tanto che crebbe creando modellini di strumenti fatti di marzapane.

Leggenda vuole che all’età dieci anni Leonardo fosse condotto a Firenze per entrare nella bottega del pittore Verrocchio dove, agli impegni di apprendistato artistici, pare affiancasse  l’attività di apprendista cuoco prima alla “Taverna delle tre lumache” vicino al Ponte Vecchio e  in seguito alla trattoria: “Le tre rane di Sandro e Leonardo”, aperta in società con Botticelli. Ma di questi esperimenti culinario-artistica non esistono prove.

Leonardo
Macchina per gli spaghetti – Codice Atlantico

Certo invece è che, approdato nel 1482 a Milano in cerca di fortuna, fu assunto da Ludovico il Moro anche per curare la “regìa” dei banchetti di corte. Ed è proprio frequentando le cucine del Castello Sforzesco che Leonardo pensò di applicare la tecnologia alla preparazione del cibo: inventò macchinari e arnesi per pelare, tritare e affettare gli ingredienti. Lo prova anche il fatto che nel Codex Atlanticus, tra appunti e disegni di meccanica, anatomia e geometria, fanno capolino disegni e progetti che sembrano aver ispirato vari arnesi per agevolare il lavoro dei cuochi: un macinapepe, un affettauova a vento, un girarrosto meccanico, persino l’antenato del cavatappi. Studiò perfino il sistema per tenere sempre calde le pietanze e mandare via i cattivi odori e il fumo dalle cucine.

C’è chi ritiene che Leonardo si sia preoccupato anche di insegnare ai suoi contemporanei un po’ di galateo. Le sue annotazioni sarebbero contenute in un fantomatico Codice Romanoff, ritrovato in Russia nel 1865, che riporterebbe oltre a una serie di ricette anche un codice di comportamento per i commensali. D’altronde fino ad allora (secondo alcuni appunti dello stesso Leonardo) era brutta abitudine dei signorotti di ripulire il coltello sugli abiti di chiunque sedesse loro accanto e ancora, di far legare dei conigli vivi sulla tavola in modo che gli invitati potessero pulirsi le mani sulle loro pellicce.

Anche quando Ludovico il Moro lo inviò al convento di Santa Maria delle Grazie per realizzare la sua celebre “Ultima Cena” a quanto pare non rinunciò alla sua grande passione gastronomica. Tanto che il priore, disperato, scrisse al Duca di Milano: «Mio signore, sono passati due anni da quando mi avete inviato il maestro Leonardo; in tutto questo tempo io e i miei frati abbiamo patito la fame, costretti a consumare le orrende cose che lui stesso cucina e che vorrebbe affrescare sulla tavola del Signore e dei suoi apostoli».

Menù disegnato da Leonardo
Menù disegnato da Leonardo

Genio fallito in cucina, Leonardo ebbe maggior fortuna come vignaiolo, non solo perché inventò un’inedita bevanda (l’Acquarosa, la cui ricetta è descritta al foglio 482 recto del Codice Atlantico, databile attorno al 1517), ma soprattutto come proprietario della vigna che Ludovico il Moro gli regalò nel 1499. Passata di mano in mano e praticamente scomparsa nel corso dei secoli, è stata miracolosamente e fortunosamente ripristinata nel 2015, in occasione di Expo, e ora lì cresce ancora il vitigno coltivato fin dal 1500: la Malvasia di Candia Aromatica.

 

Dopo ben trent’anni alla corte degli Sforza, Leonardo fu invece costretto a scappare in Francia, a Cloux, alla corte di Francesco I, anch’egli grande appassionato di cucina. Si narra che un giorno il re gli chiese di conoscere il contenuto di una scatola nera che l’inventore portava sempre con sé, ma lui si rifiutò. Quella scatola nera sarebbe stata il prototipo della “macchina per fare gli spaghetti”. Ecco spiegato perché quando morì, nel 1519, Leonardo lasciò metà del suo patrimonio alla fedele cuoca, insieme al “brevetto” di una serie di innovazioni come il cavatappi, l’affettatrice e il trita-aglio, chiamato ancora oggi dai cuochi “Il Leonardo”.

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www.vignadileonardo.com

www.celebrandoleonardo.org

 

Marina Moioli