«Siate sempre curiosi, cercate di capire, di sapere ancora, e ancora e ancora»

Basterebbe questo messaggio-testamento a fare del maestro Manzi un’indimenticabile icona.
A lui, che dal 1960 al 1968 con la trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi ha insegnato a leggere e scrivere a oltre un milione di analfabeti, spetta di diritto un posto in prima fila tra i protagonisti del progresso dell’Italia nel secondo Dopoguerra.

Nato a Roma il 3 novembre 1924, figlio di un tranviere e di una casalinga, da ragazzo studia all’istituto nautico, sognando di fare il capitano di lungo corso, ma si diploma anche all’istituto magistrale, allora gratuito per i maschi. Sarà l’esperienza della guerra (prima come sommergibilista della Marina Militare Italiana e dopo il 1943 nel Battaglione da sbarco San Marco, divisione aggregata all’VIII Armata inglese) a cambiarlo profondamente, influendo in modo decisivo sulla scelta di fare il maestro.

«Facendo la guerra, poi, ho scoperto che tante cose per cui si pensava valesse la pena vivere erano solo delle falsità. […] Soprattutto dopo l’esperienza della guerra, l’idea fissa che avevo era di aiutare i ragazzi. […] rinnovare un po’ la scuola, per cambiare certe cose che non mi piacevano», scriverà.

Nell’anno scolastico 1946-1947 Manzi insegna nel carcere minorile Aristide Gabelli di Roma, la sua prima esperienza come educatore. Cattedra così poco ambita che ben quattro incaricati prima di lui avevano dato forfait. I suoi allievi sono 90 ragazzi fra i 9 e i 17 anni in un’enorme aula senza banchi, sedie, libri, senza niente.

Il primo impatto è difficile:

«All’inizio della prima lezione mi s’avvicina un ragazzo, il boss dei detenuti e mi dice: “Tu ti metti lì a leggere il giornale e noi ci godiamo quattro ore di tranquillità”. E io: “Mi spiace ma mi pagano, qualcosa devo insegnarvi”. E lui: “Allora ce la giochiamo, se vinci tu insegni, se vinco io te ne stai zitto e buono”. “Bene, ce la giochiamo a carte?”.“No, a botte”. Eravamo quasi coetanei, ma io uscivo da quattro anni di Marina. Vinsi senza fatica e salii in cattedra».

Per guadagnarsi l’attenzione di quella strana classe comincia a raccontare la storia di un gruppo di castori che lottano per salvare la propria libertà. Il suo metodo funziona. Anzi, sarà un successo.
«Di tutti quei ragazzi, quando sono usciti dal carcere, solo 2 su 94, così mi fu detto, sono rientrati in prigione», ricorderà. Nasce lì, in un carcere minorile, il suo metodo anticonformista di insegnante nel quale riversava entusiasmo, volontà di sperimentare, di rimettere continuamente tutto in discussione, in gioco.

Non fu mai entusiasmante, invece, il suo rapporto con l’istituzione e la gerarchia scolastica.
Né con il potere in generale. Famoso è rimasto l’episodio del timbro con la scritta “Fa quel che può. Quel che non può, non fa” che metteva sulle pagelle dei suoi allievi meno dotati, per non “bollarli” a vita con voti pessimi. Iniziativa che gli valse quattro mesi di sospensione dall’insegnamento e dalla paga.

Difficile oggi non emozionarsi nel guardare su You Tube le puntate in bianco e nero di Non è mai troppo tardi, con le vecchine sdentate che raccontano l’orgoglio di riuscire a scrivere una cartolina
ai figli lontani o la propria firma, al posto della croce, per ritirare la pensione alla Posta. Mentre lui, il maestro Manzi, con rapidi tratti di carboncino, disegna schizzi e bozzetti su una lavagna a grandi fogli per tener sempre viva l’attenzione. «Non insegnavo a leggere e scrivere: invogliavo la gente a leggere e a scrivere», ha detto lui della famosissima trasmissione con cui è diventato “il maestro degli italiani”.

Ma i suoi meriti non si sono esauriti lì. Pochi sanno ad esempio che Alberto Manzi, laureato anche in Biologia, nell’estate del 1955 ricevette dall’Università di Ginevra un incarico per ricerche scientifiche nella foresta amazzonica. «Vi andai […] per studiare un tipo di formiche, ma scoprii altre cose che per me valevano molto di più». Scoprì la dura vita dei nativos tenuti nell’ignoranza perché il loro lavoro fosse meglio sfruttabile. E tutte le estati, per oltre 20 anni, continuò ad andare nella foresta amazzonica per insegnare a leggere e a scrivere agli indios; da solo, con studenti universitari e poi con l’appoggio di missionari Salesiani. Diede anche impulso a cooperative agricole, indirizzò i contadini verso piccole attività imprenditoriali. Accusato dalle autorità di essere un “guevarista” collegato ai ribelli, fu anche imprigionato e torturato; dichiarato “non gradito” continuò ad andare in Sudamerica clandestinamente, fino al 1984.

Il perché lo spiegò ancora una volta lui, definendosi un “rivoluzionario”, inteso però nel senso profondo della parola.
«Occorre essere continuamente in lotta, continuamente in rivolta contro le abitudini che generano la passività, la stupidità, l’egoismo. La rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell’abitudine, all’insolenza dell’autorità incontestata, alla compiacente idolizzazione di sé e dei miti imposti dai mezzi di informazione. Per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare».
Parola di Maestro.

 Lo chiamavano Belzebù ma lui – a quanto pare – non si offendeva più di tanto. Quello che invece gli diede sommamente fastidio fu il ritrattino confezionato da Paolo Sorrentino con il film “Il Divo”, incentrato sulla sua vita e l’ascesa a personaggio chiave della politica italiana.

«Cattivo, maligno, una mascalzonata, che cercava di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto», lo bollò l’ex leader Dc. E a detta del figlio Stefano quella fu l’unica volta in cui vide suo padre andare su tutte le furie.

E anche l’unica in cui Andreotti venne meno alla sua proverbiale ironia. In realtà, chi lo conosceva bene giurava che “il divo” Giulio era l’esatto opposto di ciò che il film voleva far credere. Da politico navigato, si era sempre divertito alle gag di comici e imitatori (Alighiero Noschese in testa), lasciando correre su maldicenze e cattiverie varie. Non solo! Conservava anche gelosamente tutte le vignette che lo riguardavano. E lui stesso inventava battute fulminanti, come: «Il potere logora chi non ce l’ha» o «A parte le guerre puniche, perché ero troppo giovane, mi hanno attribuito veramente tutto». E perfino questa: «Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch’io un terrorista…».

Che indipendentemente dai giudizi politici e dalle ultime vicende giudiziarie da cui peraltro uscì senza macchia, la sua sia stata una vita straordinaria, vissuta sotto il segno di otto Papi, lo si capisce subito leggendo alcune note autobiografiche: «Mia madre è rimasta vedova giovanissima. Con mio fratello maggiore e mia sorella più grande, che morì appena si iscrisse all’università, vivevamo presso una vecchissima zia, classe 1854, nella casa nella quale io sono nato (via dei Prefetti, 18, ndr). Appena presa la licenza liceale, fu doveroso per me non gravare più su mia madre, che con la sua piccola pensione aveva fatto miracoli per farci crescere, aiutata soltanto dalle borse di studio di orfani di guerra. Rinunciai, in fondo senza rimpianti eccessivi, a scegliere la facoltà di Medicina, che comportava la frequenza obbligatoria; mi iscrissi a Giurisprudenza e andai a lavorare come avventizio all’Amministrazione Finanziaria», confidò.
È a questo punto che Andreotti incontra Alcide De Gasperi, a cui sostenne più volte di dovere tutto. Un incontro che vale la scena di un film. De Gasperi lavorava alla Biblioteca Vaticana. Andreotti vi era andato a cercare testi sulla Marina Pontificia, cui stava dedicando la tesi di laurea. “Ma lei non ha proprio niente di meglio da fare?”, gli dice De Gasperi. “Io mi seccai un po’ – ha raccontato Andreotti – . Qualche giorno dopo mi chiama Giuseppe Spataro, che stava riorganizzando la Democrazia Cristiana, e ci ritrovo quel signore dei libri che mi dice: ‘Vieni a lavorare con noi’. Allora ho cominciato, e non era affatto nei miei programmi. Poi, si sa, la politica è una specie di macchina nella quale se uno entra non può più uscirne”.
Lo statista trentino infatti volle Andreotti con sé come sottosegretario alla Presidenza del consiglio per la sua ferrea memoria e l’indubbia capacità organizzativa. E da lì cominciò una lunga fetta di Storia italiana.

Sempre in Parlamento dal 1945, Andreotti ha dominato la scena politica degli ultimi cinquant’anni del XX secolo: sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte delle Finanze, del Bilancio e dell’Industria, una volta ministro del Tesoro e una ministro dell’Interno. Su una cosa sono tutti d’accordo: che sia stato «il politico più pragmatico d’Italia, maestro di compromessi arditi, navigatore esperto di acque perigliose anche quando “amiche”. Nella sua lunga e onorabile carriera politica gli sfuggirono solo due traguardi; la segreteria democristiana, cui non aspirò per “insufficienza toracica”, come gli era capitato da giovane per evitare il servizio militare; la presidenza della Repubblica, cui teneva molto, che svanì a seguito della strage mafiosa di Capaci, che inopinatamente andò a beneficiare il “meno democristiano di tutti”, il calabro-novarese Oscar Luigi Scalfaro».

Ai giorni nostri, circondati come siamo da tanti “personaggini” della politica, ad un Personaggio come Andreotti va certamente riconosciuta l’aureola di statista. E siccome i corsi e i ricorsi della Storia non mentono mai, aumenta di anno in anno anche il numero dei suoi orfani. Quando morì però non mancarono giudizi anche taglienti. Come quello di Vittorio Feltri che scrisse: «Andreotti è stato il più grande dei mediocri politici della prima Repubblica. Aveva due pregi: era educato e non querelava i suoi detrattori». Di lui è stato detto che «quando faceva politica estera era sempre utile al Vaticano, spesso utile anche all’Italia». Andrea Riccardi lo ha definito «un cardinale esterno» e Giuliano Ferrara ne ha parlato «come una sorta di cittadino vaticano naturalizzato, o come un oriundo italiano con specchiata carriera ecclesiastica».
Lui, da divo malgré soi, sul letto di morte si concesse l’ultima battuta rispondendo a chi gli chiedeva come stava: «Sto maluccio»! Era il maggio del 2013. Ancora sei anni e avrebbe raggiunto il traguardo del secolo. E pensare che il medico militare del Celio, un certo Ricci, lo dichiarò non idoneo al corso allievi ufficiali per “oligoemia e deperimento organico”, diagnosticandogli sei mesi di vita. «Quando diventai ministro della Difesa lo chiamai per dirgli che ero ancora vivo, ma era morto lui!», raccontò a Oriana Fallaci. Un altro episodio memorabile di una vita da film.

Marina Moioli

Anche se comincia con la scena di un funerale in cui il protagonista, bambino, segue il feretro della madre Marija Nikolàevna («Andavano e sempre camminando cantavano “eterna memoria”, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto») la storia avventurosa del medico e poeta Jùrij Andrèevič Živàgo (da zivoj, che in russo significa “vivo”) è un vero e proprio inno alla vita. C’è una celebre frase che racchiude tutto il senso del romanzo: «Vivere significa sempre lanciarsi in avanti, verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci». Come ammetteva lo stesso Borìs Pasternàk, che nella sua autobiografia scrisse: «…Basta quello che ho scritto, per dare un’idea di come, nel mio caso particolare, la vita si sia sublimata in creazione artistica, e come questa sia nata dal destino e dall’esperienza. -… Da poco ho terminato la mia opera principale, la più importante, l’unica di cui non mi vergogno, di cui rispondo senza paura, “Il dottor Živago”, romanzo in prosa con appendice poetica…».

Unica opera in prosa, se si toglie un racconto di gioventù, il romanzo frutterà al suo autore fama universale e un Nobel per la Letteratura nel 1958, che però non potrà ritirare perché Chruščёv gli rifiuta il visto. Un ostracismo che non verrà mai meno per tutta la durata dell’Unione Sovietica, visto che in patria il romanzo ottenne il permesso alla pubblicazione solo nel 1988, grazie a Gorbačëv, mentre a ritirare il premio in Svezia fu nel 1989 il figlio dell’autore, Evgenij.

Pubblicato in anteprima mondiale in Italia il 15 novembre 1957 dalla Feltrinelli battendo la concorrenza di editori americani e francesi e scatenando un “caso” letterario ma anche politico in piena Guerra Fredda, Il dottor Živàgo ebbe un successo planetario: 31 edizioni in un solo anno. Come tutti sanno (anche chi non l’ha mai letto ricorda il film di David Lean del 1965, con Omar Sharif, Geraldine Chaplin e Julie Christie) narra la vita avventurosa di un medico e poeta, Jùrij Andrèevič Živàgo, diviso dall’amore per due donne – sposato con la cugina Tonia e travolto dalla passione per la crocerossina Lara Antipova – sullo sfondo della guerra civile tra Russi Bianchi e Armata Rossa dopo Rivoluzione d’ottobre.

Quello che molti invece ignorano è che anche Boris Pasternak, come il suo celebre personaggio e alter ego, visse analoghe peripezie amorose. Suo padre Leonid era artista e professore alla Scuola moscovita di pittura, sua madre, Rosa Kaufmann, era una pianista. Tra le personalità della cultura Pasternak ebbe modo di incontrare a casa dei genitori anche Lev Tolstoj, per il quale suo padre illustrò i libri. Nel 1922 si era sposato con Evgenija Vladimirovna Lourie, da cui ebbe un figlio ma da cui divorziò nel 1931. Come ricorda Pierluigi Battista nel bel saggio Il senso di colpa del dottor Zivago: «…sposato con la prima moglie Evgenija, aveva preso a corteggiare con insistenza Zinaida che era a sua volta la moglie del suo migliore amico, il pianista Genrikh Nejgauz…». Il secondo matrimonio avviene nel 1935. Poi però Boris, che si innamorava facilmente, nel 1946 conosce Olga Ivinskaja nella redazione della rivista letteraria “Novy Mir” («Nuovo mondo»). Lei aveva 34 anni, bionda con tristi occhi azzurri, due volte vedova, con due figli. Lui ne aveva 22 in più ed era un famoso poeta e traduttore di Shakespeare. In quei terribili anni godeva di una sorta di “immunità”, probabilmente grazie alle sue splendide traduzioni dei poeti georgiani che toccavano la sensibilità di Stalin, il quale avrebbe ordinato di lasciare «Pasternak in pace fra le sue nuvole», come si legge in un documento conservato negli archivi del Kgb.

Sarebbe proprio Olga Ivinskaya la musa ispiratrice dell’indimenticabile Lara del Dottor Živago. A raccontare la sua storia, nella biografia Lara. The Untold Love Story and the Inspiration for Doctor Zhivago è stata pochi anni fa Anna Pasternak, scrittrice. E, soprattutto, pronipote di Boris (sua nonna Josephine era la sorella dello scrittore). «Lui era lì davanti alla mia scrivania – scriverà Olga del loro primo incontro – l’uomo più generoso del mondo, cui fu dato di parlare a nome delle nuvole, delle stelle e del vento, che trovò parole eterne per la passione dell’uomo e la debolezza della donna». Olga riempì il vuoto esistenziale che l’aridità della moglie lasciava nell’anima di Boris, ma per il suo amore pagò un duro prezzo. Non potendo colpire Pasternak, divenne lei il bersaglio delle persecuzioni. Fu arrestata la prima volta nel 1949, interrogata e torturata per ottenere informazioni sulle presunte attività spionistiche dell’amante e sul libro sovversivo che stava scrivendo. Durante l’interrogatorio ebbe un aborto, ma fu ugualmente condannata a tre anni di lavori forzati in un gulag.

A rendere giustizia a Olga Ivinskaya, all’epoca bollata come una tentatrice e un’avventuriera, è stata proprio Anna Pasternak, che parlando di questo grande amore, conflitti interiori compresi, ha dichiarato: «È tragico che Boris non volle mai onorare il più grande desiderio di Olga, sposandola. Boris non la sposò non per egoismo, ma perché non aveva il coraggio di sfasciare per una seconda volta la sua famiglia. Il loro fu un amore travagliato, con spiragli di felicità e un frutto ormai eterno: una storia intensa e piena di ostacoli come la loro, il Dottor Živago, che per me è come una lunga lettera d’amore a Olga».

La pronipote di Pasternak dimostra che fu l’ingiusta persecuzione di Olga a spingere Boris a trasferire il suo amore e il senso di colpa ne Il Dottor Živago, di cui scrisse la seconda parte nonostante un infarto lo costringesse a lasciare Mosca per la sua dacia a Peredelkino. Quando Olga fu liberata dal gulag si trasferì in una casetta vicina e Boris continuò la sua vita sempre in bilico fra Olga e Zinaida, in uno stato di continuo tormento, come Yuri, il suo protagonista, diviso fra Lara e la moglie Tonya.

«Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita»,
sostiene Boris-Jùrij. Lo scrittore, ormai in fin di vita e confinato a Peredelkino, finirà i suoi giorni scrivendo messaggi di nascosto, portati all’esterno dalla fidata infermiera. Che ogni mattina, all’alba, sul ponte sul lago Izmailovo si incontrava con Olga – che abitava in una casetta sull’altra sponda del lago – per passarle i biglietti del suo amato.

Non a caso un vecchio proverbio recita: «La Russia si può conoscere solo col cuore, non con la testa».

P.S. Nel 1960 Olga Ivinskaya subisce un secondo arresto. Interrogata alla Lubjanka e accusata di avere partecipato alla stesura del romanzo (fra le prove una dedica appassionata di Boris) e di atti sovversivi all’estero, viene condannata con la figlia Irina ai lavori forzati in Siberia. Liberata nel 1964, racconterà tutto nelle sue memorie del 1978, A captive of time («Prigioniera del tempo»). Morirà a 83 anni a Mosca, nel 1995. Le sue ultime lettere furono scritte a Boris Eltsin per richiedere la restituzione della corrispondenza di Pasternak confiscata dal Kgb nella casetta di Peredelkino dopo il suo arresto. Inutilmente.

Marina Moioli

Per scoprire che il suo colore preferito non era affatto il rosso bisogna andare a Modena, nell’avveniristica casa-museo Enzo Ferrari allestita in via Ferrari 85, dove un tempo c’era l’officina di carpenteria meccanica del padre Alfredo, che lavorava per le vicine ferrovie. Lì – tra le pareti dipinte dello stesso azzurro intenso di quelle che guardava il “Drake”, le vecchie poltroncine di pelle marrone Anni Sessanta e altri mobili originali – si comprende meglio il carattere di un personaggio diventato leggenda.

E basta guardare la sua scrivania, essenziale come quella di un monaco, per capire che per lui semplicità, concretezza e rigore erano dogmi e non parole. Per scrivere, il mago delle Rosse usava solo ed esclusivamente una stilografica caricata con inchiostro viola «come il colore delle copie dei disegni meccanici di mio padre nella sua officina», spiegò. Un suo biografo sostiene invece che siccome Enzo Ferrari amava distinguersi: «quella firma vergata in viola, l’unione cromatica del blu, il colore dell’equilibrio, e del rosso, quello della passione, era ben più di una velata stravaganza emanata dal genio, era la rivendicazione stessa di una personalità che spiccava e pretendeva il giusto riconoscimento».

La storia del rosso dei suoi bolidi si deve invece al fatto che sin dagli Anni Trenta, nell’automobilismo sportivo internazionale in base ad un provvedimento della FIA (Federazione italiana automobilismo), era il colore che rappresentava l’Italia. In quel periodo anche l’Alfa Romeo competeva con le macchine di colore rosso, mentre i colori delle altre nazioni erano differenti: il blu per la Francia, l’argento per la Germania, il bianco e il blu per gli Stati Uniti e il verde per la Gran Bretagna. Ecco spiegato il perché del rosso fuoco delle Ferrari, anche se nel 1964 l’Ingegnere (era molto fiero della laurea ad honorem conferitagli nel 1960 dall’Università di Bologna) utilizzò delle auto bianche con una striscia blu per protesta contro la Federazione, che a suo dire, non l’aveva tutelato in una vertenza con l’organismo internazionale.
Poi nel 1923, quando vinse la prima edizione del Gran premio del Circuito del Savio, fu la contessa Paolina Biancoli, madre dell’aviatore Francesco Baracca, a regalargli il simbolo dicendo: «Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna». Così fu.

Uomo dalle molte vite (pilota, meccanico, imprenditore) Enzo Ferrari ha avuto un’esistenza lunghissima e intensa. Cominciata in salita, come lui stesso aveva confessato, ricordando il “no” ricevuto a Torino dalla Fiat: «Era l’inverno 1918-1919, rigidissimo, lo ricordo con grande pena. Mi ritrovai per strada, i vestiti mi si gelavano addosso. Attraversando il Parco del Valentino, dopo aver spazzato la neve con la mano, mi lasciai cadere su una panchina. Ero solo, mio padre e mio fratello non c’erano più. Lo sconforto mi vinse e piansi». Ma lo sconforto durò poco, se poi ammise che: «Nel 1920 cominciavo soprattutto a far sentire con istintiva prepotenza la mia vocazione di agitatore di uomini e di problemi tecnici. Tengo a dire che, quale fui allora, sono adesso: mai mi sono considerato un progettista, un inventore, bensì soltanto un agitatore».

Uno che lo conosceva bene e lo intervistò più volte, Enzo Biagi, scrisse di lui che «Era così sincero e umano nelle sue debolezze che gli si poteva anche voler bene».
Tra queste debolezze c’erano sicuramente le donne: la moglie Laura Garello (conosciuta nel 1918 a Torino e che non lasciò mai), Lina Lardi degli Adelardi (da cui avrà il figlio Piero) e Fiamma Breschi (compagna del pilota Luigi Musso, morto nel 1958 in pista). Molti poi lo hanno descritto come un uomo duro, determinato, diretto, ostinato, accentratore. In realtà era un tipo timido e schivo, che negli ultimi trent’anni della sua vita (morì a 90 anni), decise di indossare sempre gli occhiali scuri da sole, «che altro non erano che una protezione dalla curiosità dal mondo, con quelle lenti scure a difesa dei suoi sentimenti più veri», ricorda Luca Dal Monte nel libro “Ferrari Rex!”, l’autobiografia più completa dedicata al Drake. Un uomo che amava le sfide, ma che, come tutti i grandi, «si passò sempre accanto senza concedersi troppe attenzioni» e più volte, soprattutto negli ultimi tempi, disse che una volta morto avrebbe voluto solo essere dimenticato.
Non è stato e non sarà mai possibile.

Marina Moioli

Se, come suggeriva lo scrittore Balzac “il caso è Dio”, non c’è da stupirsi troppo per il fatto che Luciano Pavarotti se ne sia andato a 50 anni dalla morte di Beniamino Gigli, a 30 esatti dalla Callas e a 25 da Mario Del Monaco, altra titanica figura di tenore.

Vera e propria icona pop mondiale, Big Luciano lo è diventato, non solo per la sua comunicativa romagnola e la stazza da gourmet, ma anche per come ha saputo e voluto aprirsi al mondo e al suo tempo, rompendo recinti e classificazioni tradizionali. Nel mito è entrato a Londra il 2 giugno 1966, a 31 anni, quando nella “Fille du règiment”, unica opera in lingua non italiana che terrà poi in repertorio, esegue i nove Do acuti che costellano l’aria “Ah, mes amis, quel jour de fête!” con incredibile baldanza, finendo sui giornali di mezzo mondo. E diventando negli anni a venire un eroe suo malgrado di folle oceaniche, composte da giovani e giovanissimi che non si sarebbero mai sognati di entrare in un teatro d’opera, ma che si esaltavano davanti a quel pingue signore in frak.

Chi l’ha conosciuto bene assicura che anche se cercava in ogni modo di farsi vedere sorridente e gioviale, in fondo non lo era. Anzi, c’è chi lo descrive come un uomo molto malinconico, pieno di conflitti interiori. Un indizio sicuro è il suo rapporto con il cibo. Da giovane era un bellissimo ragazzo, robusto sì ma con i muscoli da atleta. L’attività di cantante lirico fu deleteria per il suo fisico: mangiate luculliane dopo gli spettacoli, quando il metabolismo è in pratica fermo, abboffate di dolciumi e bulimie nevrotiche, per alleviare l’ansia da prestazione canora, le tensioni di una Prima importante. Pavarotti non tardò a ingrassare in modo impressionante; negli anni Settanta giunse a sfiorare i 200 chili, e forse li superò persino. Un mese l’anno andava a Merano, per farsi depurare e drenare nel centro benessere di un celebre guru. Palliativi destinati al fallimento.

Un altro indizio del suo carattere era il suo rapporto con le donne. Pavarotti amava circondarsene, come un sultano. E a modo suo fu anche un gran seduttore. Nel film “Yes Giorgio!”, grande insuccesso cinematografico, recitò perfino se stesso nella caricatura del tenore italiano, tutto cucina e donne. Ma quella pellicola trash appare molto veritiera e Luciano non esita a recitare la sua parte con grande naturalezza.

Rubicondo, mangione, eccessivo sì. Ma appena apriva bocca e iniziava a cantare, la sua voce diventava oro zecchino, come per una incredibile alchimia della natura. «Con Pavarotti – ha scritto un critico musicale – il Belcanto raggiunge i massimi vertici, ma soprattutto arriva a tutti in una forma chiara, limpida, assolutamente moderna. In questo Pavarotti eredita lo scettro di Di Stefano, il suo grande idolo. Pavarotti ha la comunicativa e la simpatia del tenore che va dritto al cuore, non la gelida compostezza della voce “impostata”. Il suo controllo tecnico è assoluto, da campione, ma aggiunge a quello l’arma della perfetta dizione: in Pavarotti non si perde una sillaba, mai, in qualunque opera o brano musicale di ogni genere che abbia cantato».

Figlio d’un corista, Luciano deluse le sobrie aspettative di famiglia che l’avrebbero voluto insegnante di ginnastica o maestro elementare. Si avvicina molto presto a musica e canto grazie al padre Fernando, fornaio e tenore dilettante, e continua gli studi a 19 anni col tenore Arrigo Pola che alla bellezza naturale di una ottima voce aggiunge in tre anni una tecnica sicura, prima di passare (insieme a Mirella Freni) con Ettore Campogalliani, che ne perfeziona lo stile interpretativo, mentre Luciano lavora come maestro elementare e poi come assicuratore. Bocciato al concorso di canto Achille Peri nel 1960, si ripresenta l’anno dopo procurandosi il debutto scenico il 29 aprile 1961 in una “Bohème” giovanile a Modena con la direzione di Francesco Molinari Pradelli. Quell’anno vince il Concorso Internazionale di Reggio Emilia e il ruolo di Rodolfo nell’opera di Puccini, che sarà il titolo da lui più amato con cui esordirà anche trionfalmente alla Scala nel 1965 con la Freni e Karajan sul podio. Da allora la carriera del giovane tenore italiano prende il volo e lui entra trionfalmente nello star system.

E a noi oggi sembra di vederlo ancora, cantare a squarciagola “Vincerò” col suo solito fazzolettone tra le mani per detergere il sudore e nascondere la commozione. Come al concerto nell’agosto del 1991 nell’umido Hyde Park a Londra, dove da poche ore aveva smesso di diluviare, quando al suo recital di arie e romanze accorre una folla immensa. Un trionfo che si ripeterà nel 1993 al Central Park di New York.

Eppure lui voleva che tutti lo chiamassero confidenzialmente “Luciano”, compresi gli attrezzisti di palcoscenico ai quali prima di ogni recita “rubava” un chiodo ricurvo da usare come amuleto portafortuna. E perfino negli ultimi mesi, nonostante la malattia lo avesse debilitato moltissimo, tanto da costringerlo a muoversi su una sedia a rotelle, ha continuato a dare lezione ai suoi allievi. Gratis.

Marina Moioli

«Ci sono artisti che non possono essere giudicati. Essi non appartengono alla Storia, sono essi stessi Storia. Marc Chagall è uno di questi». Come non dare ragione a Vittorio Sgarbi quando dice che il pittore nato nel 1887 nella russa Vitebsk è «ancora nostro contemporaneo»? Basta guardare il suo quadro più famoso “La passeggiata”, dipinto tra il 1917 e il 1918 e conservato nel Museo di Stato Russo di San Pietroburgo. Al centro della scena c’è il pittore che tiene per mano la moglie Bella mentre vola tranquillamente per aria. Nell’altra mano ha un uccellino che simboleggia il loro accordo con la natura. L’artista guarda verso di noi con un sorriso che esprime tutta la sua felicità: è una splendida giornata, sta facendo un picnic con la sua amata moglie, alle loro spalle c’è la loro città, il luogo dove sono nati. La loro felicità è perfetta: Bella si alza in volo e Chagall la trattiene con la mano, ma a sua volta sembra sollevato da terra grazie all’amore che lo lega alla sua donna. Una felicità che si libra in un volo, al di sopra di qualsiasi altra cosa trascendente.

L’amore è uno dei temi centrali delle opere di Chagall e la chiave per leggere le sue tele è la storia con il grande amore della sua vita: Bella Rosenfeld. È lei la donna in volo, l’amante in blu, la protagonista di tanti capolavori. Lei, splendida, intelligente, ricca di grazia e di dolcezza.

Si erano incontrati nel 1909. Lui figlio di modesti commercianti ebrei (vero nome levita Moishe Segal, in russo Mark Zacharovič Šagal, francesizzato in Chagall) fin da ragazzo ha chiaro in testa di voler diventare un pittore e tanto insiste con i suoi che ci riesce, finché nel 1907 va a cercare fortuna nella grande città, San Pietroburgo. Si inserisce subito nel mondo artistico e comincia a maturare il suo talento. Due anni dopo, pittore ventitreenne scapestrato, incontra il grande amore: Bella Rosenfeld, una brillante studentessa quindicenne, anche lei di origine ebraica e nata nella sua stessa città. L’assoluta dedizione dell’artista per la futura moglie è documentata nell’autobiografia di Chagall, che descrive la pelle d’avorio e i grandi occhi neri che lo hanno stregato. Mentre la stessa Bella in un suo libro parla di un colpo di fulmine per quel ragazzo dai ricci spettinati e lo «sguardo di una volpe negli occhi azzurro-cielo». I due si sposano presto. La loro unica figlia, Ida, nasce nel 1916.

Tutti i quadri che Bella ispirerà a Chagall sono il trionfo di un amore felice, gioioso. Tra il 1910 e il 1925, mentre avanzano le avanguardie artistiche, Chagall se ne tiene ben lontano e dipinge il ciclo degli innamorati nei vari colori: blu, rosa, verde, grigio. Oltre a La passeggiata, in cui tiene la sua amata per un braccio a sventolare come uno stendardo d’amore nella campagna di Vitebsk, crea anche Il compleanno (1915), dove schiocca un bacio alla sua donna volando in una stanza multicolore, o Sopra la città (1914-18), dove vola con lei, come nuotando abbracciati. Tutto questo con quella magia di colori che il surrealista André Breton nel 1941 definì: «una pittura in cui gli stupendi colori fondamentali portano in sé il tormento moderno, pur conservando l’antica ingenuità nel raffigurare i fiori e l’espressione dell’amore».

«Non muoverti, resta dove sei…. Non riesco a stare ferma. Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti innalzi, ti stiri, voli fino al soffitto. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia. Mi sfiori l’orecchio e mormori…». Così Bella Rosenfeld ricorderà uno dei tanti momenti in compagnia dell’uomo capace di colmarle il cuore d’amore e di accompagnarla, come in una “passeggiata”, negli anni più belli della sua esistenza.

Quando la sua prima moglie si ammala e muore il dolore di Chagall è così grande che confiderà: «Poi a un tratto un rombo di tuono, le nuvole si aprirono alle sei di sera del 2 settembre 1944, quando Bella lasciò questo mondo. Tutto è divenuto tenebre».

Emigrato negli Stati Uniti, nel 1948 tornerà in Europa, nella sua terra di adozione, la Francia, dove morirà nel 1985 dopo aver sposato Valentina Brodski (incontrata nel 1952) e aver conosciuto nuovi slanci creativi. Ma la sua arte, che si è manifestata in mille maniere, non riuscirà più ad esprimere l’amore come aveva fatto nei quadri ispirati da Bella.

Marina Moioli

Carlo Verdone, che l’11 ottobre 1962 era in Piazza San Pietro ad ascoltare in diretta il famoso “Discorso della luna” si ricorda ancora bene il nodo alla gola che provò allora sentendo Papa Giovanni che diceva di dare una carezza ai bambini. «Era un nonno buono e affidabile, che arrivava dritto al cuore», dice il regista.

C’è un illuminante articolo di Indro Montanelli, pubblicato sul Corriere della Sera di domenica 29 marzo 1959, che svela qualcosa in più sull’Angelo Roncalli privato: «Alla leggenda dell’estrema semplicità di Giovanni Vigesimoterzo ci credevo solo a mezzo, perché, avendo io stesso contribuito più volte a crearne qualcuna, so come queste leggende si formano. E ora, a cose fatte, mi rendo conto che avevo ragione a nutrire qualche dubbio. Non perché quella semplicità non ci sia; ma perché attinge a motivi meno semplici, voglio dire meno semplicistici, di quelli che la gente immagina, attribuendola a una specie di agreste e brusca impazienza dell’uomo per le pastoie dell’etichetta. Questo non è soltanto inesatto. È addirittura il rovesciamento della verità. Il titolo di “Parroco del Mondo”, ch’è stato affettuosamente coniato per Papa Roncalli, è pertinente soltanto a mezzo. Egli lo sa e ne sorride: ma non credo che ne sia del tutto persuaso».

A un certo punto dell’incontro con Montanelli, citando alcune inesattezza fiorite su di lui Papa Roncalli disse: «Solo l’occhio del Signore ci vede come siamo, ed è solo quello lì che conta…». Meno di due mesi prima, nel cenobio di San Paolo fuori le mura, agli sbalorditi cardinali, «tremando un poco di commozione ma insieme con umile risolutezza», aveva annunciato un Sinodo per Roma, la riforma del Codice canonico e un Concilio ecumenico. Una bomba! Ma lui la definì «un’ispirazione dell’Altissimo». Eppure, quando alle 17,08 di martedì 28 ottobre 1958 la fumata bianca del Conclave aveva segnalato la sua elezione, tutti pensarono e scrissero: sarà “un Papa di transizione”. Mai previsione si rivelò più errata…

Nato (il 25 novembre 1881, quarto di tredici figli) in una famiglia contadina povera ma onorata e religiosissima Angelo Roncalli era cresciuto alla “scuola del cortile” che gli aveva insegnato a guardare la vita e il futuro con ottimismo e a considerare le persone con stima e fiducia, pazienza nelle difficoltà, sobrietà nell’uso delle cose, costanza e fiducia. Entrato a dieci anni in seminario, approda a Roma e il 10 agosto 1904 è ordinato prete. Parte da lì una “carriera” diplomatica che lo porta a diventare segretario del vescovo di Bergamo Radini Tedeschi («la mia stella polare», dirà di lui), cappellano militare, direttore di “Propaganda Fide”. Il 3 marzo 1925 Pio XI lo nomina vescovo e rappresentante apostolico in Bulgaria. Sceglie come motto “Oboedientia et pax”. Il 5 gennaio 1935 è delegato apostolico in Turchia e Grecia con sede a Istanbul. Alla fine del 1944 Pio XII lo sceglie come Nunzio Apostolico a Parigi per riallacciare i rapporti con l’irritato De Gaulle che vuole cacciare 33 vescovi presunti “collaborazionisti”: l’abile Roncalli ne salva 30. Risale a quel periodo un episodio poco raccontato nelle agiografie ufficiali, ma riferito da testimoni oculari, che la dice lunga sull’arguzia del futuro Papa. Dovendo presenziare a molte cene di gala, una volta si ritrovò a fianco Yvonne De Gaulle in abiti non molto castigati. Imbarazzato dal generoso decollétè della presidentessa, a fine cena Roncalli le porge una mela e al gentile rifiuto della signora, ribatte: «Peccato! Mangiando una mela anche Eva si accorse di essere nuda». Insomma, placido e sereno, sì; ma anche furbo e pungente.

E per capire un po’ di più chi era e chi è stato veramente quest’uomo passato alla Storia per aver traghettato la Chiesa nel XX secolo converrebbe fare una visita a Sotto il Monte, il paese natale dove giurò di tornare «da vivo o da morto» e dove è tornato veramente, fino al 10 giugno, per concessione di Papa Francesco. Qui, nella “dolce dimora” di Camaitino, dove Roncalli passava le vacanze e che è diventata una ricchissima casa-museo, sono conservati documenti, fotografie, mobili e oggetti che raccontano tutta la vita di Giovanni XXIII. Dal letto dove morì il 3 giugno 1963 all’enorme mappamondo che mostrava a tutti gli ospiti stranieri per capire da dove venivano, dalla camera tappezzata di ex voto alla biblioteca dove sono conservate le Memorie di Tayllerand, dalla pendola donata dagli ex bambini ebrei che aveva salvato a Istanbul allo scrittoio dove cominciò il suo “giornale dell’anima”.
Tanti ricordi e tasselli di storia vissuta tra cui è nascosto un minuscolo quadretto che riporta il suo testamento spirituale: «La mia umile e ormai lunga vita si è sviluppata come un gomitolo sotto il segno della semplicità e della purezza. Nulla mi costa il riconoscere e il ripetere che io sono e non valgo un bel niente». Una frase che è anche una grande lezione di vita.

Marina Moioli

Come diceva Italo Calvino, un classico è un libro che non ha mai finito di insegnare qualcosa. Cosa che non smette di fare Piccole donne di Louisa May Alcott, un bestseller di 150 anni fa (datato 1868) che resiste anche ai tempi dei social. Almeno a giudicare dal successo della miniserie della BBC approdata dall’11 maggio in tv su Sky Uno.

Snobbato come libro per bambine, ha attraversato i decenni e formato generazioni successive di donne indipendenti che sognavano di diventare come la principale protagonista: Josephine March, detta Jo, una delle eroine letterarie più amate di tutti i tempi.

La figlia “maschiaccio” della famiglia March è la più divertente, vivace e anticonformista delle quattro sorelle. Schietta e coraggiosa, non vuole assolutamente farsi ingabbiare nelle costrizioni femminili della sua epoca. La sua è un’eterna lotta contro le false apparenze e il perbenismo borghese. Chi può dire di non aver mai sognato di essere un po’come lei, la sorella ribelle e temeraria, la cui “unica bellezza” è rappresentata dai capelli che lei, l’anticonformista per eccellenza, non esita a tagliare e vendere per aiutare la famiglia in ristrettezze economiche. Con la sua caparbietà nel rincorrere i sogni e la consapevolezza delle proprie capacità, la sua figura rappresenta l’insegnamento più grande che Louisa May Alcott ha lasciato in eredità alle donne di ieri come a quelle di oggi.

Un personaggio inventato che in realtà ha molto a che fare con l’autobiografia della sua autrice, figlia del filosofo trascendentalista Amos Bronson Alcott (amico di intellettuali del calibro di Nathaniel Hawthorne e Henry David Thoreau) e della suffragetta e attivista Abby May. Cresciuta all’interno di un contesto familiare decisamente stimolante e anticonvenzionale, la Alcott racconta in uno dei suoi primi lavori, Work (1873), di aver iniziato a lavorare a dodici anni per aiutare la sua famiglia, prima come cucitrice, poi da insegnante e attrice. E l’attenzione al lavoro e l’importanza di essere indipendenti ritornano come temi anche in Piccole donne, dove tutte e quattro le sorelle hanno precisi doveri a cui adempire e cercano di non sprecare mai il tempo.

Anche il cottage in cui l’autrice ha ambientato le avventure delle sorelle March esiste veramente. Si trova a Concord, nel Massachussetts ed è una costruzione degli inizi del XVIII secolo con annesso un meleto di dodici acri, da cui deriva il nome di Orchard House. Oggi è diventata un affascinante museo, il Louisa May Alcott’s Orchard House.

Per l’epoca in cui uscì, Piccole donne doveva essere una lettura all’avanguardia per le ragazze dell’800, che in generale dalla vita potevano aspettarsi solo due cose: fare le mogli o fare le zitelle. La scrittrice invece, a differenza della sua eroina, non si sposò mai. E nel suo diario confidò: «Le ragazze mi scrivono per chiedermi chi sposerà alla fine le piccole donne come se quello fosse l’unico obiettivo e fine della vita di una donna. Non farò sposare Jo e Laurie per accontentare nessuno». Anzi, per ripicca, la farà sposare con un noioso professore. In fondo, con le avventure delle sorelle March, la Alcott ci ha fatto capire quanto è importante sapersi confrontare con il prossimo attraverso gli affetti e l’amicizia ma soprattutto ci ha ricordato il rispetto che bisogna avere, sempre, per i propri sogni. Perché, diceva: «Lontane, là nella luce, sono le mie più alte aspirazioni. Forse non le raggiungerò, ma posso guardare in alto e vedere la loro bellezza, credere in loro e cercare di seguirle dove esse conducono».

Lei morirà a Boston, a 55 anni, probabilmente a causa di una malattia autoimmune. Era il 6 marzo del 1888, esattamente vent’anni dopo la pubblicazione del suo romanzo più famoso (ne aveva scritti più di 300). È sepolta nello Sleepy Hollow Cemetery di Concord, poco lontana dalle tombe di altri grandi autori americani come Nathaniel Hawthorne, Henry David Thoureau e Ralph Waldo Emerson.

Marina Moioli

Indro Montanelli diceva che non si poteva capire l’Italia del Dopoguerra senza leggere i suoi libri. E aveva ragione. Le avventure di don Camillo e Peppone nel Mondo piccolo di Giovannino Guareschi servono più di qualsiasi saggio storico per entrare in quel clima, ma dietro il successo planetario della serie (letteraria e poi cinematografica) c’è anche dell’altro. Il fatto è che «in quella fettaccia di terra distesa lungo la riva destra del Po, fra Piacenza e Guastalla, con le sue strade lunghe e dritte, le sue case piccole pitturate di rosso, di giallo e blu oltremare, sperdute in mezzo ai filari di viti», Guareschi ha messo in scena una “commedia umana” universale. Come un Balzac nostrano, dotato di ironia e intelligenza, che era solito dire: «è sempre infinitamente più difficile essere semplici che essere complicati». E aggiungeva: «Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo».

Il “mondo piccolo” di Guareschi è un posto semplice, con leggi immutabili tramandate da padre in figlio. Un posto dove si bestemmia non per far dispetto a Dio ma al prete, dove volano facilmente le sberle ma sempre onestamente, senza odio. Qui la parola data ha un grandissimo valore e non si spara alle spalle, neanche se sono quelle del peggior nemico. Un mondo di individui veri, con le loro meschinità e le loro grandezze, i loro sogni e i loro desideri di giustizia. Un mondo dove anche noi – oggi – vorremmo vivere.
Le vicende si svolgono, secondo le parole dello stesso autore, dal dicembre 1946 al dicembre 1947 e hanno come protagonisti gli amici-nemici don Camillo e Peppone, il parroco che parla col Cristo dell’altare maggiore (che di recente è stato rievocato come prete-modello perfino da Papa Francesco), e il sindaco comunista (nonché meccanico del paese). La prima pubblicazione della saga risale al marzo 1948, il primo film con Fernandel e Gino Cervi, ambientato a Brescello, un paese della Bassa in provincia di Reggio Emilia che ancora oggi campa su quel successo, è del 1952.

Scrittore, giornalista, caricaturista e umorista, Guareschi è stato ed è uno degli autori italiani più apprezzati nel mondo, con oltre 20 milioni di copie vendute. Monarchico, cattolico e anticomunista e per questo sempre ignorato dalla cultura ufficiale, a cinquant’anni dalla morte (il 22 luglio 1968), è ancora oggi popolarissimo, amato e studiato. Inventore del celebre slogan che diede il primato alla Democrazia Cristiana nel 1948 (“Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”), nel 1954 finì in cella per 409 giorni in seguito all’affaire De Gasperi con l’accusa di diffamazione a mezzo stampa. Durante la detenzione gli arrivarono ben 27mila lettere: «Gli hanno permesso di non impazzire. A noi figli, di sapere quanto era amato», ha rivelato il figlio Alberto in una recente intervista pubblicata su Il Giornale.

«Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione», disse invece all’epoca Guareschi, che dopo aver vissuto a Milano, nei primissimi anni Cinquanta si era trasferito a Roncole di Busseto, proprio a fianco della casa natale di Giuseppe Verdi, dove ancora abita il figlio Alberto, fedele custode dell’archivio e della biblioteca paterna e dove c’è anche la sede del “Club dei 23” (dalla famosa frase dello scrittore, che diceva di avere solo 23 lettori…).

Penna pungente, Guareschi è passato alla storia anche per le sue famosissime vignette intitolate “Obbedienza cieca, pronta, assoluta”, dove sbeffeggiava i militanti comunisti che lui definiva trinariciuti, che prendevano alla lettera le direttive che arrivavano dall’alto, nonostante i chiari errori di stampa, poi corretti con la frase “Contrordine compagni!“.

Certo è che il suo conflittuale rapporto con il potere costituito e il suo carattere irriverente, irruente e sanguigno non gli hanno reso la vita facile. Ma ha ragione Marcello Veneziani a scrivere nella prefazione al libro Marco Ferrazzoli, Non solo Don Camillo di Marco Ferrazzoli: «Per comporre la biografia civile di Guareschi bisogna riconoscere i suoi tre paradossi: dopo due anni nei campi di concentramento nazisti (dal ’43 al ’45), passò per un fascista; dopo aver vinto la battaglia nel ’48, appoggiando la Dc di De Gasperi, finì in galera per la querela del medesimo De Gasperi; dopo aver umanizzato i comunisti, fondò il settimanale più efficace nella lotta al comunismo e là scrisse il primo libro nero del comunismo».

Lui, Giovannino (che scherzava sempre sul fatto che un omone grande e grosso come lui fosse stato battezzato con questo nome) ha lasciato detto: «Ho dovuto fare di tutto per sopravvivere, tuttavia, tutto è accaduto perché mi sono dedicato ad un preciso programma che si può sintetizzare con uno slogan: “Non muoio neanche se mi ammazzano”». Un vero inaffondabile!

Marina Moioli

A prima vista sembra un autore semplice, tanto che non è raro ritrovare brani di Se questo è un uomo o de La Tregua persino nei libri di lettura delle scuole elementari. In realtà Primo Levi è uno scrittore di cui non si tocca mai il fondo.

«Più si indugia sulle sue pagine, che appaiono perfettamente comprensibili, più ci si convince che andrebbero esplorate, interpretate, spiegate parola per parola: che chiedono di essere spiegate pur essendo limpide, dato che la chiarezza del suo stile ci parla di uno dei luoghi e degli eventi più oscuri nella storia del genere umano», ha scritto Domenico Scarpa in “Il terzo incomodo: un invito a frequentare Primo Levi”.

Era l’11 aprile 1987 quando il telegiornale diede la notizia della sua tragica scomparsa e i motivi che lo spinsero a togliersi la vita sono rimasti sconosciuti. A distanza di tre decenni ci s’interroga ancora per capire perché un sopravvissuto di Auschwitz, qual era Primo Levi, potesse suicidarsi. Se lo chiede chi lo conosceva solo attraverso le sue opere e le sue interviste, come quella rimasta celebre concessa a Enzo Biagi che andò in onda su Raiuno l’8 giugno 1982 nel programma “Questo secolo”. Lo scrittore raccontò la sua vita dal capoluogo piemontese al campo di concentramento polacco di Auschwitz commentando: «Non credemmo a quanto dicevano gli inglesi sullo sterminio degli ebrei. Eravamo stupidi e anestetizzati: abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato».
Rispondendo alle domande del giornalista Levi aveva detto di sé: «Sono un uomo normale di buona memoria che è incappato in un vortice, che ne è uscito più per fortuna che per virtù, e che da allora conserva una certa curiosità per i vortici, grandi e piccoli, metaforici e materiali».

La sua uscita di scena non sorprese invece chi Levi lo conosceva di persona e profondamente. Come la giornalista Tullia Zevi (1919-2011), che nella sua biografia Ti racconto la mia storia, commentò: «Primo Levi era un uomo sempre sull’orlo dell’abisso, e soffriva di pesanti depressioni. Annarita, sua sorella, mi diceva che anche se non ne parlava mai, non riusciva a convivere con l’indelebile memoria dei campi. Viveva in un palazzo con la scala a chiocciola. Quando il peso di quello che devi sopportare è troppo grande, senti l’attrazione del nulla, come per poterti scrollare di dosso questo cagnaccio rabbioso. In quella casa con le scale a tromba il vuoto l’ha chiamato a sé. Io non credo che si sia buttato, deve essere caduto giù come colto da una vertigine fortissima».

Alla domanda che gli facevano sempre, di come fosse riuscito a sopravvivere ad Auschwitz (dove rimase un anno, dal febbraio 1944 al gennaio del 1945), Levi rispondeva che non c’erano “regole generali”, salvo entrare nel lager in buona salute, capire il tedesco e avere dalla propria parte “il cieco caso”.

Il cieco caso, a lui, si era rivelato in due occasioni.

La prima volta fu quando incontrò il muratore italiano Lorenzo Perrone, che gli procurò abiti e cibo, sottraendolo dalla sua razione per 6 mesi e, la seconda volta, l’essersi ammalato durante la detenzione “una volta sola, ma al momento giusto”. Quando nel gennaio del ’45 i tedeschi, sotto la pressione delle truppe russe ormai prossime, evacuarono il campo, vi lasciarono gli ammalati, fra i quali c’era Primo Levi colpito dalla scarlattina. Gli evacuati, costretti a raggiungere a piedi altri campi di concentramento, già stremati dalle sofferenze e dagli stenti precedenti, morirono quasi tutti durante il cammino.

Scrittore-testimone, Levi ha ricordato più d’una volta che il dolore è il nostro guardiano, ma forse l’insegnamento più grande che ha lasciato al mondo sta tutto in queste parole: «Questa esperienza mi ha insegnato molte cose, è stata la mia seconda università, quella vera. Il lager mi ha maturato, non durante ma dopo, pensando a tutto quello che ho vissuto. Ho capito che non esiste né la felicità, né l’infelicità perfetta. Ho imparato che non bisogna mai nascondersi per non guardare in faccia la realtà e sempre bisogna trovare la forza per pensare».

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no…

(Primo Levi, primi versi della poesia Shemà epigrafe in Se questo è un uomo)

Marina Moioli