Il re Vittorio Emanuele II s’innamorò della sua bella Rosina, legandola a sé in un amore diventato leggendario.

Ma perché Vittorio Emanuele II era chiamato “Re galantuomo”?

In verità non l’avevo capito finché non ho trovato questo ricordo, firmato regina Vittoria: «Era uno strano uomo, sregolato e spesso sfrenato nelle passioni (specialmente per le donne), ma un coraggioso, prode soldato, con un cuore generoso, onesto, e con molta energia e grande forza». La sovrana inglese l’aveva conosciuto nel 1855, in occasione di un viaggio a Londra che il Conte di Cavour aveva organizzato per il re. Ufficialmente per consolarlo dopo la morte della moglie Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena, molto più probabilmente a scopo diplomatico.
Il nostro fece colpo sulla regina, che nella sua corrispondenza privata lo descriveva così: «È un uomo rozzo. Balla come un orso, parla in modo sconveniente: ma, se entrasse il drago, sono sicura che tutti fuggirebbero, tranne lui. Sguainerebbe la spada e mi difenderebbe. È un cavaliere medievale, un soldato, questo Savoia».

E continuava: «Quando lo si conosce bene, non si può fare a meno di amarlo. Egli è così franco, aperto, retto, giusto, liberale e tollerante e ha molto buon senso profondo. Non manca mai alla sua parola e si può fare assegnamento su di lui».
Come non amare un uomo così? Dopo aver letto un simile giudizio non ci si meraviglia più scoprendo che Vittorio Emanuele II era anche un tombeur de femmes seriale.

Accreditatissimo presso le Corti europee, il “re galantuomo” aveva dalla sua una capacità innata: sapeva come accattivarsi le simpatie di tutti.

Vittorio Emanuele era e si sentiva un re, orgoglioso del passato millenario della sua dinastia.

Ma nello stesso tempo con la sua bonomia e il suo anticonformismo riusciva a dare ai suoi interlocutori la sensazione di mettersi sul loro stesso piano, come ha sottolineato lo storico Federico Chabod: «Qui era in gran parte il segreto del fascino ch’egli esercitò, indubbiamente, e non solo sui piccoli borghesi e sui contadini ma anche sugli uomini politici, qui era una delle sue doti vere di capo di Stato, che potè dunque agire personalmente, e non solo per imposizione o per consenso».

Le cronache raccontano che Vittorio Emanuele II, figlio di Carlo Alberto, soprannominato “l’Italo Amleto” crebbe come un giovane scavezzacollo, tarchiato e rubizzo, amante del vino, del gioco d’azzardo e delle belle donne. Tanto da far nascere la leggenda (a quanto pare mai smentita) che il vero erede fosse morto in un incendio e fosse stato sostituito in culla con il pargolo di un macellaio, tale Tanaca, che negli stessi giorni aveva denunciato la scomparsa del pargolo.
Nessuno ha mai risolto il dubbio, quel che è sicuro invece è che il titolo di “Padre della Patria” non era tanto dovuto alle imprese risorgimentali, quanto al gran numero di figli disseminato in tutto il Piemonte e oltre, tutti con il cognome Guerriero o Guerrieri che il re riservava ai figli delle sue amanti. Ma il suo unico vero e duraturo amore fu Rosa Vercellana, che riuscì sempre a trionfare su tutte le rivali e a tenere ben saldo il cuore del Savoia. Che da lei e dai loro due figli (Vittoria, nata nel 1848, ed Emanuele Alberto, nato nel 1851) ritornava sempre. Che piaccia o no, infatti, quella tra il re galantuomo e la donna che lui definì “compagna indivisa delle mie pene” è sì d’altri tempi. Ma è anche una storia di amore nel vero senso della parola. Un amore pacato, domestico e familiare, rasserenante malgrado tutto.

Conosciuta come la Bèla Rosin, Rosa era nata l’11 giugno 1833 a Nizza da Giovanni Battista e Maria Teresa Francesca Griglio. Il padre, dopo essersi distinto nell’esercito napoleonico, ottenne poi una medaglia al valore e il grado di “tamburo maggiore” nei granatieri di Sardegna. Nel 1847 la famiglia viveva a Racconigi, dove Giovanni Battista comandava il presidio della tenuta di caccia.
La leggenda narra che il colpo di fulmine scoccò quando l’erede al trono del Regno di Sardegna (che aveva 27 anni, quattro figli e uno in arrivo) la vede affacciata ad un balcone. I ritratti dell’epoca ci rimandano solo l’immagine di una donna prosperosa, dal viso squadrato e i tratti grezzi, ma con una gran massa di capelli corvini, occhi scurissimi e bocca carnosa. I primi tempi la ragazza, che ha soltanto 14 anni, viene ospitata in una villa nei pressi del Castello di Moncalieri, alle porte di Torino e le viene affiancata Madama Michela con il compito di insegnarle il bon ton. Mai compito fu più arduo. Addobbata con vistosi gioielli e preziosi vestiti, Rosa sarà subito snobbata dalla nobiltà sabauda. Soprattutto Cavour non tollerava questa relazione e cercò invano di separare con ogni mezzo i due. Invece il re, che nel 1855 restò vedovo, conferì nel 1859 alla sua Rosa il titolo nobiliare di contessa di Mirafiori e Fontanafredda, comprando per lei il castello di Sommariva Perno. La Bèla Rosin era da tempo l’ombra di Vittorio, lo seguiva con i figli ovunque. Anche dopo lo spostamento della capitale da Torino a Firenze e poi a Roma. E nelle eleganti ville in cui si rifugiava, il re sapeva di trovarla sempre pronta a togliergli gli stivali, a porgergli un sigaro intinto nel cognac e a preparagli un buon piatto di bagna caoda o quelle che ancora oggi si chiamano “euv a la bèla Rosin” con la maionese e il prezzemolo.
Nel 1869, il Re si ammalò e temendo di morire sposò Rosa Vercellana con il solo rito religioso nella tenuta di San Rossore vicino a Pisa: le nozze furono morganatiche in modo che né lei né i figli potessero mai reclamare nulla riguardo alla successione al trono. Dopo il matrimonio però Vittorio Emanuele II guarì e per qualche anno i due formarono una coppia regolarmente sposata. Il matrimonio civile, del quale però non esistono documenti, avvenne il 7 ottobre 1877, a Roma.

Sempre insieme nella vita, ma separati nella morte. Lui spirò a Roma il 9 gennaio 1878 per una polmonite complicata da una pleurite. Lei era lontana, bloccata da un’influenza nella tenuta della Mandria, a pochi passi da Torino, uno dei tanti nidi d’amore in cui la coppia amava trascorrere le vacanze. Dopo la morte del re, Rosa fu definita persona non grata dalla regina Margherita, le vennero requisite tutte le residenze in cui abitava ad eccezione del Castello di Sommariva Perno. Il 27 dicembre 1885 anche lei morì a causa del diabete nel palazzo Spinola Grimaldi di Pisa, dimora della figlia. Ma naturalmente non fu sepolta vicino al suo amato al Pantheon di Roma. Per questo Vittoria ed Emanuele decisero comunque di riunire idealmente i genitori e fecero edificare in zona Mirafiori a Torino un Pantheon in miniatura. Ma dagli anni ’70, dopo una serie di profanazioni, le spoglie sono custodite al Cimitero Monumentale di Torino.

Rosa non fu nemmeno una patriota che lottò per l’unità d’Italia o una testimone attiva del Risorgimento. Si limitò a custodire il suo piccolo mondo antico alle sue condizioni, mescolando amore e furbizia. Con lei, vera anima gemella per gusti e attitudini, il primo re d’Italia poteva finalmente smettere gli stretti panni del sovrano per vestire quelli di un semplice uomo amato, compreso e accettato dalla sua compagna per quello che era veramente.
E forse l’epitaffio più azzeccato è quello scritto da Roberto Gervaso nel libro La bella Rosina. Amore e ragion di stato in Casa Savoia (Bompiani, 1991): «Vinse la battaglia fingendo di perderla, catturò Vittorio dandogli l’impressione di consegnarsi a lui. Una conquista frutto di astuzia, ma anche di acume e tempismo. Fra concessioni ch’erano rivendicazioni e perdoni ch’erano moniti. Se Vittorio se ne accorse, non sappiamo. La sua condotta, comunque, non mutò. A Rosa non avrebbe più rinunciato. Gli piaceva così, la voleva così. E, per trent’anni, così la ebbe».
Una “Regina senza trono e senza corona”, la definì il poeta Costantino Nigra. Ma una vera regina di cuori.

Anche se a quanto pare del Coronavirus non c’è traccia nelle sue Centurie, per il 2020 avrebbe profetizzato, nell’ordine: una guerra tra Usa e Cina, la rivoluzione in Corea del Nord, un terremoto devastante in California e un successore di Elisabetta II sul trono inglese. 

Insomma, ben poco di cui stare allegri.

Come ormai da tradizione quando si parla di Nostradamus, fonte di riferimento di tutti gli appassionati di catastrofismo, che infatti hanno già cominciato a soffiare sulla grancassa.  

Per nostra fortuna la buona notizia è che le sue previsioni sarebbero solo esempi di “chiaroveggenza retroattiva”, vale a dire che le celebri “quartine” sono scritte in modo tanto ambiguo da poter essere lette a posteriori in maniera che ciascuno possa interpretarle come vuole. E, cosa ancor più importante, le uniche volte in cui ha indicato una data precisa per le sue profezie, si sarebbe clamorosamente sbagliato. 

Eppure la fama e la fortuna di Michel de Nostredame, latinizzato poi in Nostradamus – nato il 14 (secondo altre fonti il 21) dicembre 1503 a Saint Rhemy in Provenza – hanno superato i secoli.

Primo dei sei figli di un commerciante di cereali e notaio ebreo convertito al cattolicesimo, studiò ad Avignone e poi a Montpellier. Come ogni erudito del tempo si dedicò a astrologia, medicina, erboristeria, magia naturale e filosofia.
Pare che all’inizio avesse avuto un certo successo creando  una “pillola rosa”  per proteggere dalla peste. Nel 1537, però, moglie e figli morirono proprio a causa dell’epidemia.
Seguirono anni di vagabondaggio attraverso la Francia e l’Italia, finché nel 1547 Nostradamus si stabilì a Salon, dove sposò una ricca vedova, Anne Ponsarde, da cui ebbe altri sei figli: tre maschi e tre femmine. 

All’epoca l’Europa pullulava di negromanti, alchimisti e profeti, presi regolarmente di mira dai razionalisti. Lo stesso Rabelais scrisse dei Pronostici pantagruelici nel 1533, ridicolizzando astrologi e veggenti. 

Nel 1555  Nostradamus pubblica le sue Centurie, quartine in rima dal contenuto incomprensibile, divise in dieci parti, che profetizzano avvenimenti di ogni tipo. E potendo contare sull’appoggio di Caterina de’ Medici, che amava occultisti e veggenti, si arricchisce, oltre che con l’arte magica, anche (e soprattutto, dicono gli storici) con i prestiti ad usura. 

Nel tardo Ottocento e per tutto il secolo scorso Nostradamus fu riscoperto da nuovi occultisti legati alla Massoneria e patiti della Cabala. Tanto che durante la Seconda guerra mondiale i servizi segreti delle varie potenze usavano le quartine del veggente come arma psicologica: la Gestapo sosteneva che avesse previsto la vittoria dell’Asse, mentre l’Intelligence Service propagandava quartine che confermavano l’imbattibilità dell’Inghilterra e dei suoi alleati.

Anche ai giorni nostri sette millenaristiche e profeti per tutte le stagioni si ispirano a lui. Negli Stati Uniti è sorta una Nostradamus Corporation che pubblica e ripubblica le famose Centurie, anche su Internet, dove un centinaio di siti sono dedicati al veggente. E c’è perfino un ciclo televisivo dedicato: Millennium-X Files di Chris Carter. 

Arriviamo così alla profezia che parla della Terza guerra mondiale, primo passo verso la disfatta del mondo contemporaneo. Anche se dalle “ceneri della distruzione” dovrebbe arrivare la pace, ma “solo” intorno al 2025. 

Che dire? Nel libro Les Propheties de M. Michel Nostradamus il futuro sarebbe previsto fino all’anno 3797. Forse, in fondo in fondo, possiamo anche stare tranquilli!

Quando il padre gli mise in mano per la prima volta un violoncello aveva solo otto anni. E da allora, per i successivi 72, non ha più spesso di suonarlo.

Tutti lo ricordano le note sublimi che uscivano dal suo preziosissimo Stradivari Duport del 1711 tra le macerie del muro di Berlino l’11 novembre del 1989 e fu soprattutto per questo che Slava (come lo chiamavano gli amici, nomignolo che in russo significa “Gloria”) entrò nel Pantheon degli Immortali. 

Un artista geniale e generosissimo, che ha vissuto intensamente e pericolosamente.
Dalla ferma opposizione al regime sovietico che nel 1974 causò il suo esilio («quando ho perso la Russia – dichiarò – è stato terribile: ero convinto di averla persa per sempre») all’ospitalità offerta all’amico Solženicyn, dalle denunce della violazione dei diritti umani in Urss alle fondazioni create in ogni parte del mondo per scopi umanitari e artistici, fino all’ultimo ambizioso progetto: creare scuole di musica in Afghanistan per educare i ragazzi alla civiltà e alla pace.
«Le bombe, le navi, gli aerei sono stati a un certo punto inevitabili. Quando era troppo tardi per riparare le nostre colpe. Adesso però dobbiamo renderci conto. Dobbiamo usare altre armi, garantire civiltà, cibo, salute, cultura. Solo così eviteremo il rischio di una catasfrofe mondiale. È il momento di mettere tra le mani dei giovani strumenti musicali invece dei fucili. Per educarli al valore della musica e al senso della bellezza», mi aveva annunciato in un’intervista uscita nel Marzo 2002 sulla rivista Riflessi, mensile di Trenitalia. E per spiegare meglio il suo pensiero aveva continuato: «Noi tendiamo a dimenticare troppo spesso che la musica è un dono divino. Come l’acqua. Come l’aria. Il Signore ci ha dato questa bellezza che è l’unica in grado di unire, senza bisogno di alcuna traduzione simultanea, tutti i popoli del mondo».

Nato a Baku, in Azerbaigian, in una famiglia di musicisti, Rostropovich entrò a sedici anni al Conservatorio di Mosca dove studiò, oltre che pianoforte e violoncello, anche composizione e direzione d’orchestra. Con insegnanti che si chiamavano Dmitrij Šostakovič, Sergej Prokof’ev e Vissarion Šebalin. Il primo concerto da solista risale al 1942. Aveva 15 anni. A 25 anni era già molto conosciuto nel suo paese, e mentre proseguiva la sua attività come solista, insegnava violoncello al Conservatorio di Mosca e al Conservatorio di San Pietroburgo. Nel 1955 sposò il soprano Galina Višnevskaja e un anno dopo si esibì alla Carnegie Hall di New York come primo violoncello all’Orchestra di Stato Sovietica. Ormai era diventato una stella del firmamento musicale. Ma per le sue idee e per l’amicizia con Aleksandr Solženicyn e con tanti dissidenti entrò in rotta di collisione con il regime, tanto da decidere di lasciare l’Urss nel 1974 per stabilirsi con la famiglia a Parigi. Quattro anni più tardi venne anche privato della cittadinanza, che gli venne restituita solo nel 1990, pochi mesi dopo quel concerto impovvisato davanti al Muro di Berlino che fu ripreso in tutto il mondo. Nessuno gli chiese che musica stava eseguendo, ma quel momento divenne per sempre il simbolo della ritrovata libertà.

Eppure tra tutti i successi e le onorificenze ottenute nella sua lunga carriera Rostropovich preferiva quella che la sua patria matrigna gli aveva conferito nel 1950: il Premio Stalin.
«Una cosa molto strana», mi confidò. «Ho ricevuto un premio con l’immagine di una persona che detesto: Stalin. Eppure questa medaglia mi è molto cara perché mi ricorda la guerra, quando insegnavo a Orenburg. Mi pagavano 70 rubli ogni sera e un chilo di burro ne costava 800. La mia vita è cominciata lì». 

Famosissimo, era rimasto un uomo buono e semplice semplice. In un’altra occasione mi raccontò: «Un tempo incorniciavo quadri, poi, più avanti, quando vivevo in campagna, costruii anche una bara. Da bambino invece avrei voluto fare il muratore. Nella mia infanzia sentivo il bisogno di toccare le pietre, di lavorare in cantiere. La musica avrebbe accompagnato comunque la mia esistenza, ma sarebbe esistita solo per me».
La sua più grande convinzione? «Bisogna lottare contro l’abitudinePerché la vita va presa e goduta con intuizione e con talento. Occorre saper “ascoltare” i segni e le combinazioni. Diventare alchimisti capaci di mediare tra cervello e ispirazione. Guai a chi non sa essere altro che un “ragioniere della vita”». 

Di lui Churchill aveva una scarsissima opinione e la risposta che ebbe da Lord Kitchener quando chiese di essere inviato al fronte allo scoppio della Prima Guerra Mondiale («Se sapessi per certo che verreste ucciso, non sono certo che v’impedirei d’andarci») la dice già lunga sul conto di Edward Albert Christian George Andrew Patrick David Windsor, lo sfortunato Edoardo VIII.

A 41 anni Edoardo (David per gli intimi) è lo scapolo più ambito del Regno Unito, ma anche un donnaiolo incallito, ben poco adatto al ruolo di regnante che gli era toccato in sorte. L’americana Bessie Wallis Warfield invece era già divorziata una prima volta dall’ufficiale dell’aviazione statunitense Earl Winfield Spencer (descritto come un uomo violento e alcolizzato) ed era prossima a lasciare il secondo marito, Ernest Aldrich Simpson, direttore d’una grande azienda di trasporti marittimi. Il primo incontro fatale con la donna che gli farà rinunciare alla Corona d’Inghilterra avvenne il 10 gennaio 1931, a casa di Lady Furness. «Eravamo appena in sette. Perciò potete immaginare quanto sia stato bello incontrare il principe in circostanze così intime e informali. Tuttavia non avrei mai immaginato che tutto si sarebbe svolto in modo tanto naturale», confiderà la Simpson in una lettera a sua zia Bessie. Seguiranno altre occasioni mondane nelle quali Wallis sfodererà tutte le sue arti di seduzione, fino a prendere pian piano il posto di Thelma Furness, che del futuro re era l’amante ufficiale: «Mi resi conto che Wallis se n’era occupata “eccessivamente bene”», ammetterà costei in seguito. «Lo sguardo gelido e provocatorio che mi lanciò un giorno mi fece comprendere l’intera faccenda».

Decine e decine di libri hanno spiegato che l’ascendente che la Simpson esercitò sul principe era di natura sessuale, ma c’è anche chi sostiene che oltre a guarirlo da un innato complesso di inferiorità, lei era una delle rare persone che lo facevano ridere. «Aveva condotto un’esistenza inamidata nel protocollo e nel rigore della buona creanza, secondo la quale ridere di gusto risultava sconveniente quanto ubriacarsi. Con Wallis si rilassava, e lo trovava meraviglioso», scrive Gilbert Sinoué ne Le storie d’amore che hanno cambiato il mondo (Neri Pozza Editore, 2016). Inoltre, almeno all’inizio della loro storia, lei lo circondava di attenzioni e cure materne. Nessuno si era occupato così tanto di lui, prima. E diventò devotissimo. Faceva all’amata costosi regali, specialmente gioielli (si ritiene abbia speso almeno 110 mila sterline dell’epoca, equivalenti oggi a circa 7 milioni) e nel 1935 andò due volte in vacanza da solo con lei in Europa. Su ordine di re Giorgio e in accordo col governo i servizi di sicurezza avevano già da tempo iniziato a seguire i due “piccioncini” e a svolgere indagini discrete sulla Simpson, giungendo alla conclusione che avesse anche altri due amanti, più o meno occasionali.

La faccenda diventava sempre più seria, tanto che a un certo punto il padre re Giorgio, a proposito del suo primogenito fece una profezia: «Dopo che sarò morto, il ragazzo si rovinerà entro 12 mesi». Le cose andarono proprio così. Re Giorgio V morì il 20 gennaio 1936 e il giorno successivo Edoardo VIII salì al trono; infranse subito il protocollo perché alla proclamazione formale volle far assistere la Simpson, all’epoca sposata a un legittimo consorte che era, però, assente. La Corte e il governo cominciarono a preoccuparsi seriamente per quella che consideravano una vera sciagura. Il futuro premier Neville Chamberlain (allora Cancelliere dello Scacchiere) nel suo diario aveva scritto che Wallis Simpson era «una donna senza scrupoli che non è innamorata del Re ma lo sta sfruttando per i suoi scopi, in denaro e gioielli…». Voci e insinuazioni la descrivevano come un’avventuriera.

Si sa come andarono poi le cose. Messo davanti al dilemma, Edoardo rinunciò volontariamente al trono. Il 10 dicembre 1936, a Fort Belvedere, di fronte ai suoi fratelli, Albert (che l’indomani sarebbe salito al trono in sua vece con il nome di Giorgio VI), Henry e George, Edoardo VIII firmò la propria abdicazione, primo e finora unico sovrano britannico a farlo in oltre mille anni. L’11 dicembre, davanti ai microfoni della BBC pronunciò un discorso con la celebre frase: «E dovete credermi se vi dico che ho constatato l’impossibilità di reggere il pesante fardello di responsabilità, di adempiere ai miei doveri di re come avrei voluto, senza il concorso e il sostegno della donna che amo». Il 12 dicembre lasciò il Regno Unito e raggiunse l’Austria, attendendo che il divorzio della sua “Wally” diventasse definitivo.

L’ex sovrano e la moglie si stabilirono a Parigi e non ebbero figli. Ma quella di Edoardo VIII non è stata una storia a lieto fine. Dopo anni di viaggi e feste, la vita divenne sempre più noiosa e secondo le più recenti biografie la donna che gli aveva fatto perdere la testa (e la corona) strinse anche una serie di relazioni scandalose. Il Duca di Windsor alla fine dei suoi giorni morì solo, il 28 maggio 1972 per un cancro alla gola, tra le braccia di una giovane infermiera: Julie Chatard Alexander: «Non è mai venuta a vedere come stava o a dare il bacio della buonanotte, non una volta. Poveretto!», raccontò quest’ultima. Wallis gli sopravvisse quattordici anni, consumata dall’Alzheimer. Dopo la morte, il 24 aprile 1986, all’età di 89 anni, la famiglia reale le permise di riposare accanto al defunto marito. Per amara ironia della sorte, la donna che fece abdicare il re d’Inghilterra è finita così nel cimitero privato di una famiglia che odiava e da cui era cordialmente disprezzata. Una famiglia che non aveva mai acconsentito, in mezzo secolo, a concederle il titolo di “Sua Altezza Reale”.

 

 

 

 

 

rossella o'hara«Scarlett O’Hara non era una vera bellezza, ma raramente gli uomini che subivano il suo fascino, come i gemelli Tarleton, se ne rendevano conto».

Intere generazioni di ragazze, donne e donzelle hanno imparato a memoria l’incipit di Via col vento, il fortunato romanzo pubblicato nel 1936 dalla scrittrice americana Margaret Mitchell, giornalista trentacinquenne che si aggiudicò il premio Pulitzer e il National Book Award.

Quattro anni dopo, il 17 gennaio 1940, il film diretto da Victor Fleming (con protagonista una deliziosa Vivien  Leigh) invadeva i cinema americani, trasformandosi nel maggiore campione d’incassi nella storia del cinema. Un successo straordinario e senza precedenti. In tutto, si calcola che Via col vento abbia registrato duecento milioni di spettatori al cinema negli Stati Uniti, detenendo il titolo di film più visto di sempre negli USA, davanti a Guerre stellari di George Lucas (circa centottanta milioni) e Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise (centoquaranta milioni).

Alla base di tutto c’è lei, “miss Rozella”, come la chiamava la burbera Mami, sua guardiana e sua coscienza critica. Il nome Rossella è però l’italianizzazione dell’originale Scarlett (di cui richiama efficacemente il senso, “rosso scarlatto”); a sua volta, il nome Scarlett venne scelto dalla Mitchell solo poco prima di dare il volume alle stampe, visto che fino ad allora si riferiva al personaggio chiamandolo “Pansy”. Anche nelle varie versioni successive, in Italia il nome è rimasto sempre Rossella, grazie al grande successo del film di Fleming e l’identificazione con la protagonista.

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Ma cos’aveva e cos’ha di tanto magico l’anti-eroina Rossella O’Hara? Passa la vita a inseguire l’uomo sbagliato, il vanesio Ashley Wilkes, che però è sposato con l’ottima Melania, convinta di essere ricambiata e di poter coronare il suo sogno d’amore, alla fine si rende conto di non averlo mai amato davvero e quando ormai è troppo tardi capisce che chi l’ha veramente amata è Rhett Butler (nel film un formidabile Clarke Gable). Peccato che lui, stanco di lei e dei suoi capricci, finisca per salutarla con un indimenticabile e inesorabile «Francamente me ne infischio!».

Insomma, sulla carta, Rossella è la quintessenza di tutta la montagna di errori che si possono commettere nella vita, soprattutto in amore. Egoista fino al midollo, non esita a passare su tutto e su tutti per raggiungere i suoi scopi. Ma è anche una donna tosta, indipendente, che non ha paura di niente e nessuno, che non abbassa mai la testa, non ha peli sulla lingua e si rifiuta di vestire i panni della donna di fine ’800. È una, insomma, che non si arrende mai (ecco da chi ha preso il suo motto Simona Ventura!). E di lei è proprio questo che ha conquistato intere generazioni di fan.

Quelle pronte a inseguire uomini sbagliati sperando che tornino ai loro piedi. Che continuano a ripetersi di essere quelle “giuste”. E che pensano: «Ma come farà lui a non averlo ancora capito?». Quelle che stanno lì, ad aspettare i ritorni che non arrivano, a sospirare, a invidiare anche un po’ i tipi mosci alla Melania. Che si fidanzano per dispetto, che magari per ripicca si danno al libertinaggio ma sanno che ce la “possono” fare. Anzi, che ce la “devono” fare.

No, Rossella O’Hara non è una cretina che non ha capito nulla della vita, troppo presa a seguire una chimera per il solo fatto di non riuscire a fare a meno di desiderare quello che non ha. Tutte le romantiche incallite, che hanno visto Via col Vento almeno una decina di volte e conoscono a memoria ogni scena del film, sanno che l’importante per tutte le Rosselle dell’universo è non perdere mai la speranza. Nel lieto fine: Tara!

 

Inaffondabile perché… Ci ha insegnato che «domani è un altro giorno»

Marina Moioli

«La prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza distrugge» recita una legge non scritta ma considerata infallibile, a cui poche grandi imprese familiari sfuggono. È il caso della casa editrice Hoepli, nata nel 1871 e oggi saldamente governata dalla quinta generazione. Il segreto? Svelato così nel 2006 in un’intervista da uno degli eredi: «Di solito la generazione più difficile, quella a rischio di distruzione, è la terza. Nel caso degli Hoepli invece è stata la salvezza. Di tutti gli Hoepli, papà è stato quello che più ha avuto il senso dell’avvenire, la capacità di leggere il futuro del libro. Il credere che senza libri non c’è civiltà. Gli piaceva molto l’espressione inglese looking forward: guardare avanti». Un insegnamento che gli eredi della celebre dinastia di librai-editori non hanno mai tradito.

Intorno al fondatore, Johannes Ulrich Höpli (questo il nome originario, poi italianizzato), si è creato negli anni un alone di leggenda. E in effetti la sua giovinezza ha tutti gli elementi per diventare un film. Era nato nel 1847 a Tuttwil, un villaggio svizzero del Cantone Turgovia, da una famiglia protestante proprietaria di un’azienda agricola. Dopo aver frequentato le scuole primarie a Tuttwil e quelle secondarie nella vicina Eschlikon, viene mandato a Winterthur per un periodo di apprendistato in una farmacia, ma il disinteresse per questo tipo di attività e la sua passione per il mondo dei libri spingono i genitori a spedirlo a Zurigo, dove arriva a soli 15 anni per fare il garzone nella libreria Schabelitz. Dopo pochi anni, impara così bene il mestiere che inizia a girare il mondo. Lo ritroviamo a Magonza, Trieste, Breslavia e persino al Cairo, dove rimane alcuni mesi per riordinare la biblioteca del Chedivè. A 23 anni, il 7 dicembre 1870, arriva a Milano dopo aver acquistato per corrispondenza – al prezzo di 16mila lire, grazie all’eredità del padre – la libreria Laengner, già proprietà dei viennesi Tendler e Schaefer, che si trovava nella galleria De Cristoforis, il primo “passage” italiano, con annesso un laboratorio di legatoria.

Nella Milano capitale della editoria italiana, dove operano, tra gli altri, Treves, Ricordi e Sonzogno, Hoepli ha la capacità di ritagliarsi un originale spazio di mercato e di offrire una efficace risposta alle esigenze di informazione e di aggiornamento dei nuovi ceti artigianali e industriali. Sin dal 1872 Hoepli accosta alla vendita dei libri anche l’attività editoriale, pubblicando la Guida per le arti e i mestieri, che nel 1876 si trasforma nel periodico «L’Arte e l’industria». Ma saranno i celebri Manuali (traduzione dalla parola inglese handbook) a far decollare il marchio Hoepli. Si tratta di volumetti, rilegati e a basso costo, che costituiscono una sorta di enciclopedia delle conoscenze e pratiche applicative secondo un modello anglosassone che Hoepli importa con l’acquisto dei diritti di traduzione della serie Science primers for elementary school, dell’editore Macmillan. Il primo, del 1875, è Il Manuale del tintore, di Roberto Lepetit, mentre il titolo più famoso sarà Il Manuale dell’ingegnere di Giuseppe Colombo, uno dei protagonisti dell’industrializzazione lombarda.
Secondo la volontà del loro editore, i Manuali dovevano contenere: «gli elementi primissimi delle principali Scienze, allo scopo di ispirare alla gioventù ed alle persone di mezzana cultura quell’amore allo studio, che è il primo fondamento di una più completa istruzione». Il successo è prontamente assicurato, tanto che nel 1915 Hoepli arriverà ad avere oltre duemila titoli in catalogo. Gli argomenti toccano numerosi aspetti dello scibile umano con una inclinazione decisa verso la tecnica, le arti e i mestieri. Non mancano però temi curiosi come la parapsicologia, la grafologia (autore Cesare Lombroso), chiromanzia e tatuaggio, a riprova dell’apertura di Hoepli verso campi anche alieni dallo spirito “positivista” dell’epoca.

Nel 1913 il libraio arrivato dalla Svizzera riceve la Medaglia d’oro del Comune e la cittadinanza onoraria, come riconoscimento alla funzione di mecenate per la sua città d’adozione, a cui nel 1922 donerà la Biblioteca popolare “Ulrico Hoepli”. Ma Hoepli era anche un grande appassionato di astronomia, già da anni editava i lavori dell’Osservatorio Astronomico di Brera e nel 1929 aveva iniziato la pubblicazione delle opere del celebre astronomo Giovanni Virginio Schiaparelli. In estate, dalla torretta della sua casa in via XX Settembre (il celebre Villino Hoepli, realizzato fra il 1894 e il 1896 in stile Liberty ma purtroppo distrutto durante la Seconda guerra mondiale), l’editore-libraio si dilettava a scrutare il cielo con un piccolo telescopio. Fu questa passione a spingerlo a realizzare il Planetario, costoso macchinario che riproduceva la volta celeste e il moto degli astri. Lo regalò il 10 luglio 1929 alla città, per celebrare degnamente il sessantesimo anniversario del suo arrivo in Italia, con queste parole: «Alla generosa Milano, mia patria d’adozione, dono, con animo riconoscente, il Planetario». Il progetto fu affidato all’architetto Piero Portaluppi, vera e propria archistar dell’epoca. Ma a inaugurarlo, il 20 maggio 1930, arrivò da Roma nientemeno che Benito Mussolini.

Oltre che generoso mecenate Ulrico Hoepli, che non aveva figli, si dimostrò lungimirante. Per assicurare continuità alla sua impresa, pensò bene nel 1923 di istituire una società anonima tutta familiare, designando come direttori, e in seguito suoi successori, i nipoti Carlo Hoepli ed Erardo Aeschlimann, già impiegati a tempo pieno nell’azienda. Per sé riserverà però la carica di gerente responsabile, continuando sino alla morte (nel 1935, a 88 anni) a tenere saldamente le redini dell’impresa.

Il suo sistema educativo, il famoso Metodo, è ancora oggi apprezzato e utilizzato in tutto il mondo. Eppure dietro la sua luminosa figura di studiosa – pedagogista, filosofa, medico, neuropsichiatra infantile che fu anche candidata al premio Nobel – i punti oscuri restano ancora molti. A raccontare per la prima volta la sua vita romanzesca è stata la biografa olandese Marjan Schwegman, in un libro che riporta anche una serie di foto d’epoca. Tutte foto rivelatrici. Nei rari ritratti da giovane la Montessori appare vestita in modo sontuoso, perfino ridicolo, tutta pizzi e trine, con i riccioli sparsi sulla fronte, il busto florido e un vitino di vespa. Tanto che nel 1896 L’Illustrazione Italiana non esita a definirla come “vezzosa medichessa chirurga”. Come mai allora in pochi anni si trasforma in una dama dall’aspetto opulento, sempre vestita di nero, con il volto dolente e l’espressione lontana, assorta?

Dietro questa incredibile trasformazione c’è un trauma, un dramma privato: la nascita del figlio avuto a 28 anni, nel 1898, da Giuseppe Montesano, brillante collega di Clinica psichiatrica, del quale si era innamorata. Un bambino “segreto”, partorito all’estero e quindi dato a balia a una famiglia che viveva in campagna, dove crebbe lontano dai pettegolezzi. Maria però andava a trovarlo una volta alla settimana ed è indubbio che fu proprio lui il primo oggetto dei suoi studi.

Alcune delle sue intuizioni sono attuali e condivisibili ancora oggi. Come quando scrive che «La scuola è quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio». Il suo è un sistema educativo che invita ad un nuovo sguardo verso i bambini «creature che crediamo di proteggere ma a cui limitiamo le potenzialità, che addomestichiamo nelle nostre case e nelle scuole forzandoli all’impotenza, al mancato sfruttamento delle proprie forze intellettuali,dei propri talenti, delle vocazioni naturali che farebbero di ognuno una risorsa per tutti».

Nata nel 1870 in una famiglia dell’alta borghesia, nipote di quell’Antonio Stoppani sacerdote rosminiano, scienziato e letterato celebratissimo nella seconda metà dell’Ottocento, da bambina la Montessori non sembrava particolarmente dotata: «Ero una ragazzina di quelle che a Roma vengono chiamate “peperine”: vivace, curiosa, avida di sapere. Il percorso degli studi, tuttavia, non fu molto brillante… Non studiavo mai la lezione e stavo poco attenta alle maestre, organizzando in tempo di lezioni dei giochi e delle commedie», si raccontò lei stessa. Dopo la licenza alla scuola tecnica femminile (con il punteggio di 137 su 160) si iscrive a Medicina grazie a quella che definisce “una folgorazione”: «Avevo deciso di iscrivermi all’università in matematica, ma ad un tratto cambiai idea. Non ho mai capito cosa accadde. Fu un momento. Una sera in una via di Roma vidi, seduta sul marciapiede, una povera donna con in grembo un piccolo bambino, che aveva in mano una strisciolina di carta rossa…».

Il suo, di bambino, a 7 anni viene mandato in un collegio in Toscana con il nome di Mario Pipilli. Il padre nel frattempo si era sposato e per lui la ex innamorata ora nutriva un “atroce disprezzo”. Alcuni anni più tardi, nel 1913, la madre naturale lo porta a vivere con sé, senza però mai rivelargli la verità. Tanto che solo nel 1950 Mario potrà aggiungere al cognome del padre naturale, Montesano, quello della madre. Quest’ultima lo riconobbe ufficialmente come suo figlio solo nel testamento, affidandogli il compito di continuare la sua opera. Cosa che lui, diventato a sua volta pedagogo, fece per altri trenta lunghi anni, certamente succube di quella madre dalla personalità poliedrica, severa e dolce al tempo stesso, materna e inflessibile, moderna e trasgressiva, pronta a sfuggire a qualsiasi gabbia o legame che le impedisse di raggiungere i suoi obiettivi. Tutt’altro che «bella, dolce e cara mammina», insomma.

E se Mussolini, dopo l’iniziale entusiasmo e sostegno alle sue Case dei Bambini, pare l’avesse definita «Una grande rompiscatole!», a tentare di spiegare l’enigma Montessori smontandone l’immagine da “santino”, ci si è messa pure un’astrologa, svelando che «era capricciosa, impulsiva, caparbia, incline al fanatismo a causa di Marte e Urano strettamente congiunti nel Cancro ma anche eccentrica, esibizionista, narcisista, ipercritica, snob ed esterofila come indicano Mercurio nella Bilancia e Saturno nel Sagittario».

Oltre che appassionata e geniale, comunque, la Montessori doveva essere stata davvero una donna ribelle e inafferrabile. In Italia era guardata pure con un certo sospetto sia dal mondo cattolico sia dalla pedagogia ufficiale, dato che pretendeva di contrapporre all’ideale in voga di “educazione come arte” quello di “educazione come scienza”. Forse anche per questo nel 1936 si rifugerà prima in Olanda e poi in India, per lei una vera seconda patria, dove viene accolta come la “Grande Maestra”. E finalmente riuscirà anche a dire addio ai luttuosi abiti neri. Le foto degli ultimi decenni infatti la ritraggono morbida, serena, vestita di bianco o con stoffe fiorite.

Se n’è andata il 6 maggio 1952. Sulla sua tomba a Noordwijk, un villaggio affacciato sul Mare del Nord, si legge ancora questa scritta, in italiano: «Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo». Che l’ecologista svedese Greta Thunberg si sia ispirata anche a lei?

Correva l’anno 1957. Il primo incontro avviene a un ricevimento all’hotel Danieli di Venezia
organizzato da Elsa Maxwell, la celebre giornalista e grande “pettegola” americana.
Lei ha 34 anni, lui 51.
A dieci anni dal debutto, il 2 agosto 1947 all’Arena di Verona con La Gioconda di Amilcare Ponchielli,
lei è la cantante lirica più famosa al mondo.
«Quella voce ci affascinò come un sortilegio, un prodigio che non si poteva definire in alcun modo, la si poteva soltanto ascoltare come prigionieri di un incantesimo», disse di lei il regista Franco Zeffirelli.
Lui invece è un avventuriero già diventato miliardario, con ottime entrature internazionali.

La loro storia d’amore è stata una delle più tormentate di sempre e non perché fossero entrambe sposati o per la differenza d’età, ma perché fu una relazione travagliata, fatta di gelosie, tradimenti e tantissimi litigi.

Non solo.

Onassis priva Maria Callas del suo pubblico tenendola lontana dalle scene, in cambio le promette un matrimonio che non arriverà mai.
Dalla loro relazione nasce nel 1960 anche un bambino di nome Omero, che però muore poche ore dopo la nascita per insufficienza respiratoria (e c’è persino una leggenda metropolitana secondo la quale sarebbe sepolto nel cimitero di Bresso).
Nel 1966 Maria Callas rinuncia alla nazionalità americana e rifiuta quella italiana per diventare cittadina greca sperando così di sposare l’uomo della sua vita.
Ma Aris  due anni dopo la lascia. Ha ambizioni più alte, vuole con sé una donna ancora più famosa, la Divina porta in dote il talento, l’altra il potere. E così il 20 ottobre del 1968 sposa Jacqueline Kennedy, vedova di John Fitzgerald Kennedy.

Un colpo terribile terribile e spietato, com’era nelle corde dell’armatore greco. Maria finisce ricoverata in un ospedale di Parigi, pare, per abuso di psicofarmaci.

Comincia così l’atto finale.

«Venni a sapere della sua storia con Jacqueline Kennedy dai giornali. Fu come se avessi preso un
colpo in testa. Cercherò di sopravvivere. Ho abbandonato una carriera incredibile: è facile dire “niente rancore”. Prego Dio per superare questo momento. Se cerco un Principe Azzurro? Spero di incontrare un vero uomo che mi accetti per quello che sono. Lo considero un gran porco. La pagheranno entrambi», tuonò la cantante in un’intervista. E la maledizione, come si sa, ebbe il suo effetto.

Prima però tra lei e il miliardario greco c’era stato un legame bruciante, un amore assoluto, vissuto con slancio, finché la Callas non si ritrovò sola, come una delle sue tragiche eroine.

Maria Callas (nata Maria Anna Cecilia Sofia Kalogeropoulos) era una donna combattiva, con alle spalle un’infanzia difficile dalla quale si era salvata grazie al suo talento straordinario.
Giovane sposa viveva con il marito, l’imprenditore veronese Giovan Battista Meneghini, in una villa con giardino, a Milano. E in via Buonarroti 38 c’è ancora una targa che ricorda i suoi anni milanesi.

Quando non cantava conduceva una vita agiata, da ricca signora. Si occupava dei menù, andava dall’antiquario a scegliere mobili antichi: i suoi preferiti quelli veneziani del ’700. Le piaceva molto andare per negozi.

«Nella vita di tutti i giorni faceva cose banali – dichiarò la sua amica Giovanna Lomazzi – poi quando varcava la porta del teatro si trasformava nella Callas. Anche quando l’accompagnai a New York, per il debutto trionfale al Metropolitan, passavamo intere giornate a fare shopping. Alla fine io, che avevo 12 anni meno di lei, ero a pezzi, mentre lei aveva una grande resistenza fisica: andava a cantare, con un’adrenalina folle in corpo». I ricordi dell’amica continuano così: «Si alzava tardi. Mangiava pochissimo: filetto tritato e verdure scondite. Seguiva con rigore la dieta che le aveva fatto perdere 50 chili». Secondo i biografi, pur di dimagrire, la Callas non esitò neppure a ingoiare una tenia (verme solitario) in una coppa di champagne. Vero è che cento chili per un metro e 73 di altezza non erano pochi, ma lei li perdeva e li riacquistava ciclicamente, ora trasformandosi in quella che tutti volevano che fosse, una diva aggraziata icona di eleganza, ora tornando a rinchiudersi nelle sue solitudini. Aveva un viso molto particolare, incorniciato da due grandi occhi che lei truccava pesantemente.

Il suo declino incominciò a Dallas. Cantò la Lucia di Lammermoor per la regia di Zeffirelli. Si racconta che non arrivarono in tempo i costumi dall’Italia, ma lei non si disperò.
«Presero tre costumi di una corista e vi aggiunsero qualche perla», ha riferito chi c’era. «Fu un successo, ma lei si rese conto di aver cantato male. “Qui finisce la mia carriera” disse. Quella notte la passò a piangere».

«Conobbi Aristotele Onassis, un uomo affascinante, sincero, spontaneo, nel 1957. Diventammo amici. Mi faceva sentire la regina del mondo. “Aristo, amore mio, gli scrissi da Parigi il 31 gennaio del 1968 in una lettera d’amore struggente, fa di me ciò che vuoi. Sono tua. La tua anima. Maria”», rivelò lei.

Alla festa in cui conobbe Aristotele Onassis seguì l’invito per una vacanza sul panfilo Christina.
La Callas ci andò con suo marito Giovanni Battista Meneghini, industriale di laterizi e suo agente, più anziano di lei di ben di 28 anni.
Quella vacanza fu l’inizio della sua tormentata storia d’amore. Furono sorpresi nella cabina dell’armatore dalla moglie di lui, Tina Livanos, che a Meneghini disse: «Siamo due disgraziati. La tua Maria è in salone, tra le braccia di mio marito. Te l’ha portata via. Mi spiace, ma per te. Io avevo già deciso di lasciarlo. Povero Battista, ma anche povera Maria: si accorgerà di che uomo è».

«Se la cercò – commentò anni dopo Zeffirelli – attorniandosi di personaggi orribili come Onassis. E pensare che sul lavoro era perfetta. Se era stanca e doveva cantare, non parlava nemmeno al telefono, per non sprecare la voce. E quando affrontava il pubblico, iniziava l’incantesimo. Non solo per le doti canore, ma per le straordinarie capacità espressive. I giudizi la ferivano, ma sul palcoscenico dimenticava, tirando fuori una grinta che nel privato non aveva. E stregava tutti».

La fine della storia d’amore tra Maria Callas e Aristotele Onassis segna il declino di una diva senza tempo. Il soprano decide di ritirarsi trascorrendo le sue giornate nella casa parigina lontano da tutto e tutti.

Nel 1974, dopo la tournée con il tenore Giuseppe Di Stefano, l’annuncio dell’abbandono della scena musicale. Ma la botta finale arriverà un anno dopo quando Aristotele Onassis muore. Due anni lo seguirà a causa di un arresto cardiaco e non per suicidio come si pensava all’epoca.

Segnata nel profondo da un amore che le ha consumato l’intera esistenza, Maria Callas si spense a soli 53 anni. Alla governante Bruna scrisse: «Fai spargere le mie ceneri nell’Egeo, abbraccerò il mio Aristo attraverso il mare».

 

 

 

oriana fallaciAd affondarla ci hanno provato in molti, ma lei è sempre riuscita a difendersi con grande energia, rintuzzando gli attacchi e rispondendo per le rime. Con spietata sincerità. E anche adesso, da morta, si sta prendendo le sue belle rivincite su chi l’aveva sbrigativamente bollata di fascismo.

Lei è l’Oriana, senz’ombra di dubbio la giornalista italiana più conosciuta e apprezzata al mondo. Che la sua missione la spiegava così: «Essere giornalista per me significa essere disubbidiente. Ed essere disubbidiente per me significa, tra l’altro, stare all’opposizione. Per stare all’opposizione bisogna dire la verità. E la verità è sempre il contrario di ciò che ci viene detto».

A questo credo del “poco politically correct” Oriana Fallaci non è mai venuta meno nel corso della sua lunga e straordinaria carriera, vissuta sempre in prima linea. Anche se oggi di lei i giovani sanno poco e niente, al massimo la ricordano per le critiche e le polemiche che hanno accompagnato gli ultimi anni della sua vita, dal famigerato 11 settembre 2001 in poi (con la trilogia “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista se stessa – L’Apocalisse”).

Orgogliosissima del suo lavoro («Ho i calli sulla punta delle dita a forza di scrivere a macchina. I facchini li hanno sulle palme delle mani, io sulla punta delle dita. E mi piacciono. Belli duri. Se mi buco lì, non sento nulla»), ha avuto un grande merito: quello di inventare un modo tutto suo di scrivere e intervistare, diventando così una delle prime donne a farsi strada in un mondo che fino ad allora alle donne sembrava precluso. «Io più che il giornalista ho sempre pensato di fare lo scrittore. Quando ero bambina, a cinque o sei anni, non concepivo nemmeno per me un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Io mi sono sempre sentita scrittore, ho sempre saputo d’essere uno scrittore», si legge in un appunto dattiloscritto conservato nell’Archivio privato Oriana Fallaci.

Il 29 giugno cade il giorno del suo compleanno. Era nata nel 1929, da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. E della sua “fiorentinità” era fiera: «Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». Quando il padre Edoardo entrò nella Resistenza, Oriana, a 14 anni, con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia”, fece da staffetta per i partigiani consegnando armi, giornali clandestini e messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati.

«La mia fanciullezza è piena di eroi perché ho avuto il privilegio di esser bambina in un periodo glorioso. Ho frequentato gli eroi come gli altri ragazzi collezionano i francobolli, ho giocato con loro come le altre bambine giocano con le bambole. Gli eroi, o coloro che mi sembravano tali, riempirono fino all’orlo undici mesi della mia vita: quelli che vanno dall’8 settembre 1943 all’11 agosto 1944, l’occupazione tedesca di Firenze. Credo di aver maturato a quel tempo la mia venerazione per il coraggio, la mia religione per il sacrificio, la mia paura per la paura», scrisse in “Se il sole muore”.

Dopo il liceo classico (concluso con un anno di anticipo, nel giugno del 1947) si iscrisse a Medicina ma cominciò a collaborare al quotidiano di Firenze “Il Mattino dell’Italia centrale”, scrivendo di cronaca nera. Il primo “colpaccio” arrivò nel 1951 con un articolo pubblicato sul settimanale L’Europeo, uno dei più prestigiosi del tempo. Il pezzo si intitolava “Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini” e raccontava la storia di un cattolico comunista a cui erano stati negati i sacramenti e i cui compagni vestiti da prete avevano inscenato un funerale religioso.

Da lì la sua carriera decollò, e lei dopo i divi di Hollywood (esperienza da cui ricavò il suo primo libro: “I sette peccati di Hollywood”) comincia a intervistare i grandi della terra (da Indira Gandhi a Golda Meir, da Yassir Arafat a Khomeyni). Tutti sottoposti ai suoi celebri “interrogatori”, con le domande preparate e studiate a tavolino nei minimi dettagli, registrate, e poi scritte e riscritte più volte, smontate e poi rimontate. («Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”).

Finché a un certo punto della sua vita l’Oriana diventò a tutti gli effetti lei stessa un personaggio, a prescindere dalle storie che raccontava e che aveva raccontato e dagli amori che aveva vissuto (il più importante di tutti quello con Alexandros Panagulis, conosciuto come Alekos, uno dei leader della Resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli che fu per tre anni il suo compagno): fotografata e intervistata, con i suoi occhialoni, le sigarette, i suoi cappelli e il suo pessimo carattere («Sono una rompiballe, lo so», ammetteva).

Nel 1992, quando scoprì di avere il cancro, lo soprannominò “L’Alieno” e cominciò una strenua battaglia con la malattia, conclusa solo il 15 settembre 2006: «Io non capisco questo pudore, questa avversione per la parola cancro. Non è neanche una malattia infettiva, non è neanche una malattia contagiosa. Bisogna fare come si fa qui in America, bisogna dirla questa parola. Serenamente, apertamente, disinvoltamente. Io-ho-il-cancro. Dirlo come si direbbe io ho l’epatite, io ho la polmonite, io ho una gamba rotta. Io ho fatto così, io faccio così e a far così mi sembra di esorcizzarlo».

È sepolta a Firenze nel cimitero degli Allori accanto ai suoi genitori e a un cippo commemorativo di Alekos Panagulis. Nella bara sono stati messi una copia del “Corriere della Sera”, tre rose gialle e un Fiorino d’Oro (premio che la città, con grandi polemiche, non aveva voluto conferirle), donatole da Franco Zeffirelli. Sulla lapide c’è scritto solo, per sua volontà: «Oriana Fallaci – Scrittore». Ma di sicuro fu anche una gran donna. Che nell’ultima intervista, tre mesi prima, aveva confessato: «Apro la mia boccaccia. E dico quello che mi pare».

Inaffondabile perché: Con la sua carriera irripetibile è e resterà per sempre la giornalista italiana più famosa nel mondo. Un vero “fenomeno”

Marina Moioli

Il primo incontro, narrano i biografi, avvenne in un giorno imprecisato del 1953, nella villa dell’attore inglese  Stewart Granger a Bel Air. All’epoca Elizabeth Taylor, l’ex bambina prodigio di Torna a casa Lassie, aveva solo 21 anni ma già alle spalle 11 di carriera e due dei suoi leggendari matrimoni.

A raccontare la scena fu proprio Richard Burton: «A un certo punto, una ragazza seduta dall’altro lato della piscina alzò gli occhi dal suo libro, si tolse gli occhiali da sole e mi guardò. Era così straordinariamente bella che mi venne quasi da ridere».
Ma quel giorno tra loro non scoppiò l’amore.
Lui la notò ma lei fece talmente poco caso all’incontro da negare che fosse mai avvenuto.
L’inizio di quello che Sam Kashner e Nancy Schoenberger definiscono Furious love (Il Saggiatore, 2013) era rimandato al 1961. 

Galeotto fu il set di Cleopatra a Cinecittà, il kolossal della 20th Century Fox diretto da Joseph Mankievicz considerato il film più costoso di tutti i tempi: 44 milioni di dollari di allora. Dovevano recitare la parte di due amanti, lei la regina d’Egitto e lui Marc’Antonio, e lo diventarono davvero.

«Se ne sono accorti tutti. Tra i due attori c’è un’alchimia palpabile, si cercano con lo sguardo, vivono intensamente la passione che anima i loro personaggi. Al termine della ripresa, Richard mormora all’orecchio di Liz: “Mi hai stregato, Cleopatra”», scrive Gilbert Sinoué nel libro Le storie d’amore che hanno cambiato il mondo” (Neri Pozza, 2016) documentando anche la data della loro prima notte insieme: il 23 settembre 1961.   

Quello che cominciò su quel set faraonico fu un rapporto che non solo travolse due matrimoni, ma sconvolse la morale dell’epoca. Ogni fuga, ogni cena, ogni bisticcio erano immortalate da fotografie o da articoli di gossip. E fu proprio la caccia a Liz e Richard nella via Veneto del periodo di Cleopatra che ispirò a Federico Fellini le scene del paparazzo della Dolce Vita. 

Dopo i rispettivi divorzi, nel 1964 convolarono a nozze in Canada il 15 marzo e, nonostante lo scandalo, la loro carriera non ne uscì intaccata. Anzi, la love story più agguerrita e più chiacchierata del Novecento sembrava proseguire a gonfie vele. Negli anni d’oro del loro amore erano due tra gli attori più pagati di Hollywood:  «Ho calcolato che alla fine del 1969 dovremmo possedere all’incirca 12 milioni di dollari, tra tutt’e due», dichiarò Burton: «Di questi, 3 milioni in diamanti, smeraldi, proprietà varie, dipinti, perciò la nostra rendita annua si aggirerà intorno a 1,2 milioni». Certo, erano anche bravissimi. Se Liz era un’attrice arrivata sul set a dieci anni e cresciuta nel cinema, Richard si era fatto le ossa come attore shakespeariano e aveva preso il cognome d’arte dal suo maestro e mentore, il grande attore inglese Philip Burton (il suo era Jenkins). Però il bell’attore gallese alle spalle aveva anche una lunga collezione di flirt. Tanto che Liz era prevenuta e in seguito svelò: «Non volevo essere una nuova tacca sul suo cinturone».

Quelli che poi passarono insieme furono tredici anni di passione distruttiva, tra litigi furiosi e gioielli favolosi. Il loro fu davvero un amore grande  e appassionato, ma non una favola a lieto fine. A rovinarla, pare,  furono l’alcool, i farmaci (da cui Liz era dipendente anche per i forti dolori alla schiena) e soprattutto la gelosia. 

Richard infatti comincia a tradire Liz spesso e volentieri. La ricopre di regali meravigliosi e gioielli faraonici (come il mitico diamante da 60 carati o la perla Pellegrina appartenuta alle regine di Spagna), ma non perde occasione di cadere tra le braccia di giovani attrici o avvenenti sconosciute. Le loro liti sono accese e intense quanto le riappacificazioni. Volano sberle, ceffoni e pugni insieme a vasi, piatti ed oggetti di ogni genere. Inevitabilmente nel 1974 si dividono. Per riprendersi e risposarsi l’anno successivo e divorziare ancora. La perfida attrice Joan Crowford commenterà: «Il divorzio era inevitabile. Non si può vivere di solo letto».

Anche dopo il secondo divorzio, però, lui continuò a scriverle lettere bellissime, e lei a pensare che un giorno si sarebbero risposati. Finì con Liz ricoverata a disintossicarsi alla clinica Betty Ford e Richard ucciso a 58 anni, 5 agosto 1984, da un’emorragia cerebrale. Liz dirà che il giorno prima lui le aveva scritto di volerla nuovamente sposare, rivelando: «Richard è l’unico uomo che abbia veramente amato e di cui ancora mi importi. Mi mancherà tutta la vita».  

E così fu. Secondo le sue ultime volontà, nella bara di Liz Taylor (che riposa dal 23 marzo 2011 nel cimitero di Los Angeles), è stata deposta l’ultima lettera dell’uomo che non aveva mai smesso di amare.