L’inconfondibile bottiglietta conica del più famoso degli aperitivi e lo slogan, fortunatissimo, “Se la pioggia fosse Bitter Campari” con l’ombrello rovesciato all’insù, posson bastare a fare di lui un’icona inossidabile. Leggendo però quali odissee gli abbia riservato la vita, si capisce che quella di Fortunato Depero, grandissimo artista della prima metà del Novecento oltre che “art director ante litteram” nel nascente mondo dell’advertising, non dev’essere stata proprio una passeggiata. 

«Non bisogna dimenticare che non sono una femmina anemica, che sono figlio delle nostre montagne, trentino al cento percento e che in tutte le mie espressioni si rispecchia la mia natura, quella dentro di me e quella fuori di me; colorata, plastica, cristallina e rocciosa…», ammise lui una volta. Al netto dell’allegria che ancora oggi proviamo guardando i suoi coloratissimi quadri, insomma, l’uomo Depero doveva essere un tipo abbastanza coriaceo. 

Nella prima autobiografia, apparsa nel celebre libro “bullonato” Depero Futurista 1913-1927,  quando era ancora all’inizio di una carriera che sembrava lanciatissima, si raccontava così:

«Nacqui a Fondo (Val di Non) nel 1892. Altipiano di prati e selve oscure di larici ed abeti. Vallata di castelli e santuari. Padre nato spazzacamino e vissuto gendarme e carceriere: ciglia e baffi ispidi ed irti, si commuoveva per un nonnulla, religioso. Madre cuoca tutt’occhi e tutto cuore. Discolo, fui spedito in un collegio tedesco a Merano: mangiavo male e non mi piacevano i tedeschi. Feci pochi anni di scuole medie Reali a Rovereto, mia città adottiva. Studiai di malavoglia. Disegnavo, dipingevo, modellavo, scolpivo con passione precoce e tumultuosa frenesia di autodidatta. Incontrai Rosetta a 14 anni… m’infiammai di lei a 18 anni… due anni dopo la rapii a Roma. Scoppiò la guerra mondiale. Rosetta guadagnava per tutti e due… io zero soldi e 1000 di vita e d’arte. Conobbi il vortice futurista ed i suoi diavoli creatori. Il motto di Marinetti, marciare e non marcire, m’inebriò. Fame + fame + fame – fame x fame = magro-magrissimo. Rosetta stirava e piangeva. Io tenace, cocciuto, testardo, ostinatissimo, audacissimamente, instancabilmente cieco seguivo la via del mio destino. Marinetti, Balla, Boccioni, Russolo, Bragaglia, Diaghilev, Semenov, Clavel, Azari, Notari mi rivelarono, mi incoraggiarono, mi aiutarono, mi difesero quale sicura promessa. Feci poca guerra volontario al Col di Lana. Riformato iniziai la mia marcia artistica, sempre più celere fino ad oggi..».

Fortunato Depero: una “carriera” piena di alti e, molto più spesso, di bassi.

Anche se di fronte a ogni fallimento, creativo e/o economico, ogni volta lui  inventava e si reinventava. Non c’è infatti campo artistico, tecnica o materiale con cui Depero non si sia cimentato. Una versatilità che dimostrò fin dagli esordi: respinto dall’Accademia di Belle Arti di Vienna, e dopo aver lavorato come decoratore nell’Esposizione Internazionale di Torino del 1911, tornò a Rovereto come apprendista dal marmista Gelsomino Scanagatta e in questo periodo si occupò perfino di progettare lapidi funebri, scoprendo la sua passione per la scultura.

Nel 1913 Depero pubblica il suo primo libro, Spezzature,

una raccolta di componimenti poetici, di prose, di pensieri e di disegni: un coacervo di sensazioni e di allusioni tra Simbolismo e Futurismo con velati accenti di Cubismo, come ci conferma questo passo: «Ed or un frammento di me, del mio ritratto: blocco multi-facettato, più specchi che riflettono la mia faccia». Nell’autunno 1916 entra in contatto con Sergej Djagilev, il fondatore della compagnia dei Ballets Russes, e si aggiudica la realizzazione dei costumi per il balletto Le chant du rossignol di Stravinskij. Secondo lo stesso Depero «fu strabiliante sorpresa, da impazzire di giubilo», quando il primo ballerino Leonide Massine, provò davanti allo specchio le sue stravaganti creazioni.  

«Vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione…», si legge nel programma futurista sottoscritto anche dal giovane Depero. Che nei primi anni sembra davvero lanciato verso il successo, specialmente dopo la nascita del laboratorio artigianale in cui realizzava tarsie, arazzi, cuscini e altri oggetti d’arredamento, una variopinta Casa d’Arte che (come si legge nel libro La casa del mago, edizioni Charta per il Mart di Rovereto,1992), «era cresciuta a dismisura rispetto anche alle più rosee previsioni dei secondi anni Dieci, anche se si era basata non su un preciso programma di produzione ma sul suo estro artistico e creativo, fuori da qualunque logica imprenditoriale, in questo del resto sulla scia di quasi tutte le case d’arte futuriste italiane…». 

Al suo fianco c’è e ci sarà sempre la moglie Rosetta Amadori, preziosa collaboratrice, manager, musa e compagna di una vita.

Lo stesso Depero la descrive così: «intenta al telaio a imbastire e cucire i primi arazzi… (e io che) saltello di gioia, sprizzo di allegria, persuaso di aver trovato la pratica soluzione di un insospettato avvenire redditizio. Mi rivolgo verso l’ampio azzurro mediterraneo e tirando un grande sospiro… prometto profeticamente di saper trasformare in avvenire le pezzuole degli scampoli policromi in seducenti banconote da cento e da mille». In realtà le cose negli anni successivi non andarono così lisce, nonostante i mille tentativi per emergere.

Nel settembre 1928 la coppia parte per New York.

E anche qui l’aiuto di Rosetta, che imparò inglese e francese per riuscire a mantenere costanti contatti con committenti e colleghi stranieri del marito, si rivelò fondamentale. Una donna che scelse di sposare completamente la causa artistica dell’uomo amato e che ne diventò importante braccio destro nella realizzazione materiale di quei cuscini, panciotti ed arazzi futuristi che rappresentano il nucleo maggiormente rappresentativo della cifra stilistica di Depero e che evidenziano ancora una volta come la sua ricerca fosse assolutamente personale ed unica.

A New York Depero sforna centinaia e centinaia di bozzetti, collabora con le maggiori agenzie pubblicitarie e con le più diffuse riviste di moda, grafica e letteratura.

Quasi sempre riesce ad imporre il suo stile, le sue creazioni, come nel caso di Vanity Fair, oppure di Movie Makers, o ancora di Auto Atlas. In altri casi, invece, come nei bozzetti per Vogue è costretto a scendere a compromessi. Ma il Depero che, dopo due anni di dure battaglie per riuscire a sbarcare il lunario, torna in Italia non è più lo stesso di prima. L’esperienza americana lo ha profondamente cambiato, togliendogli quello slancio vitalistico verso il futuro che lo aveva sempre sostenuto. 

Tornato tra i suoi monti trentini, Depero ritrova il contatto con la realtà, con la concretezza, con i valori della terra e della famiglia.

Ma la sua innata allegria è come raffreddata e il suo isolamento dal contesto nazionale si fa sempre più marcato, finché, anche per motivi alimentari (oltre che per ingenua, ma sincera, convinzione) si ritrova a lavorare per corporazioni e apparati del regime, oltre che in campo pubblicitario per tanti committenti come Campari. Durante la Seconda guerra mondiale si ritira in alta montagna, in una baita di Serrada di Folgaria, e nel 1943, nel tentativo d’ingraziarsi i gerarchi locali per ottenere qualche commessa, pubblica A passo romano, una raccolta di liriche “guerriere” che, con pessimo tempismo, anticipa di pochi mesi l’armistizio dell’8 settembre. Quel pamphlet, dettato più da ragioni alimentari che politiche gli sarà poi continuamente rinfacciato, specie da chi, all’arrivo degli americani, cambiò velocemente la camicia sostituendo quella nera con una rossa.

Depero tenta allora ancora una volta la via dell’America,

per cercare di pubblicizzare il nuovo materiale da lui utilizzato, il “buxus” (un materiale che ricicla sottoprodotti di lavorazione, usato per impiallacciare i mobili in tempi di autarchia), ma ritrova una New York quasi ostile, chiusa al Futurismo. L’inverno 1947/48 fu uno dei più freddi e nei primi mesi Depero non aveva trovato neanche un alloggio, sia perché aveva pochi soldi, sia perché le vendite erano a “zero”. Per la notte un amico gli aveva messo a disposizione un divano letto nel suo ufficio della ditta Never Rust (“Non arrugginisco mai”!), che produceva letti, parapetti e altri manufatti in ferro. Depero poteva entrare nell’ufficio solo dopo la chiusura e doveva uscire prima dell’arrivo degli impiegati. Durante il giorno gironzolava infreddolito per la città in cerca di qualche cliente. Alla sera, quando stanco e sfinito, tornava a riscaldarsi in quel piccolo rifugio, il nome della ditta gli sembrava persino ironico nei suoi confronti. Per fortuna nella primavera del 1948 lo raggiunse la moglie Rosetta e i due si trasferirono a Mary Hall, nell’area di New Milford (Connecticut), ospiti nella villa della moglie (italiana) di William Hillman, l’addetto stampa del presidente degli Stati Uniti, Truman, che aveva messo a loro disposizione il loro elegante cottage. Là, immerso nella pace agreste, ritrova la serenità e lavora moltissimo. 

Nel 1949 i Depero tornano in Italia e l’anno dopo l’artista  lancia il Manifesto della pittura e plastica nucleare.

Sono anni difficili, di polemiche e scarsi riconoscimenti, superati solo grazie all’aiuto di Remo Albertini, allora Presidente della Provincia di Trento, che commissionò e difese, agli occhi di amministratori pubblici e cittadini contrari, la progettazione della Sala del Concilio della Provincia Autonoma di Trento di cui Depero realizzò il grande allestimento e l’arredo tra il 1953 e il 1956. Nei suoi ultimi anni l’artista si dedica alla realizzazione del primo museo futurista in assoluto, concepito come casa-museo, parzialmente inaugurato nell’agosto del 1959, quando lui era già minato da un male incurabile. Poco più di un anno dopo, Depero se ne andava senza clamori, amareggiato da una consapevolezza: che un artista andrebbe valorizzato mentre è in vita e non dopo la morte. Alla sua città lasciava un patrimonio di oltre tremila opere chiedendo però l’impegno di valorizzarlo in futuro. Aperto al pubblico solo nel 2009, oggi il Museo Depero è parte della rete museale del MART Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto e Trento.

In Italia erano pochini a conoscere l’arte e la vita di Natalia Goncharova prima della grande mostra che Palazzo Strozzi le ha dedicato lo scorso autunno. Eppure è stata uno dei più straordinari talenti artistici del Novecento. E da enfant terrible dell’avanguardia futurista, anche la prima figura femminile ad imporsi nel panorama internazionale con la fama di essere un’artista “scandalosa”. 

A Mosca diventò una star fin dal 1913, ai tempi della gloriosa personale allestita al salone Artistico di Klavdia Mikhailova in via Bolshaya Dmitrovka con circa 800 opere tra dipinti, acquarelli, sculture, pastelli, disegni per il teatro, tessuti, figurini di moda e carte da parati realizzati in dieci anni di carriera. Un recensore dell’epoca descrisse così la scena: «Un vernissage di straordinario successo. Sale affollate, pubblico bohémien, sguardi sconcertati e sorrisi confusi di chi è perplesso, lo “spirito” ironico e arrocante del blasé, due o tre importune personalità futuriste in cerca di attenzione con indosso giacche color arancio e garofani intrecciati nei capelli, Goncharova che arrossisce felice…». Un successo clamoroso per l’epoca, visto che i visitatori furono addirittura 12mila. Quel trionfo la consacrò come figura carismatica seppur controversa. Tre anni prima, infatti, aveva subìto un processo, con l’accusa di offesa alla morale e di pornografia per aver esposto nudi femminili. Ne uscì assolta, e da quel momento diventò un’icona.

Natalia era nata il 3 luglio 1881 in una famiglia benestante, discendente di un fabbricante di vele, Abram Gonchar, favorito di Pietro il Grande.

Ai discendenti la zarina Caterina aveva concesso il titolo nobiliare e una prozia di suo padre, sua omonima, fu la causa della morte in duello di Aleksandr Pushkin. La sua condizione privilegiata però le andava stretta e nel 1901 la futura artista si iscrive alla Scuola di pittura, architettura e scultura di Mosca dove incontra Mikhail Larionov, compagno di studi destinato a diventare il compagno di tutta una vita. Un sodalizio amoroso e professionale che supererà i decenni e i tradimenti reciproci. «È la mia coscienza nel lavoro, il mio diapason… Siamo molto diversi, ma lui è capace di vedermi come se fosse all’interno di me. Come io vedo lui», confiderà lei.

In poco tempo l’artista diventa quello che oggi chiameremmo un’influencer: le sue mise eccentriche, i suoi modi ricercati, le sue ideazioni da stilista sono seguite dal mondo moscovita d’avanguardia e intellettuale. Tanto che Larionov conia per lei il termine “tuttismo”. In sostanza, voleva dire che Natalia era un’artista eclettica, che traeva ispirazione da tutto, era pronta a cogliere le novità, ma era anche forte nello stile, unica nel linguaggio, geniale nelle soluzioni. Di lei Djaghilev diceva: «Questa donna trascina tutta Mosca e tutta San Pietroburgo dietro di sé; non si imita solo la sua opera, ma anche la sua personalità». Ad aiutarci a capire chi e come fosse la Goncharova c’è anche questa dichiarazione attribuita al pittore Ardengo Soffici, che la descrive «di grande ingegno, non bella, gradevolissima, alta, vestita alla diavola, indolente, silenziosa, misteriosa, russa in toto». 

Nel 1914 ritroviamo Natalia a Parigi, come scenografa acclamata dell’opera-balletto di Sergei Diaghilev Le Coq d’Or.

E proprio la capitale francese, dopo un lungo tour europeo al seguito dei Balletti Russi di Djaghilev, diventerà il definitivo rifugio per la Goncharova e Larionov, che a causa della Rivoluzione d’ottobre non torneranno mai più in Russia. Una lontananza certamente sofferta. Nel 1928, parlando con la poetessa Marina Tsvetaeva, Natalia confesserà: «Per tutta la vita ho amato la campagna, e  vivo in città…. Volevo andare in Oriente, sono finita in Occidente…». Ma nel 1938, a seguito dell’annessione dell’Austria da parte di Hitler, chiede e ottiene la naturalizzazione francese.

Con il passare degli anni, Natalia sperimenta altre forme d’arte: si cimenta come attrice, diventando la prima donna a ballare il tip tap in un film, si dedica all’illustrazione di libri e alla decorazione teatrale. Anticonformista in una società fortemente conservatrice, non esita a dichiararsi femminista: «Dovete credere di più in voi stesse, nei vostri sforzi e nei vostri diritti prima del genere umano e di Dio; credete che tutti, donne comprese, hanno un intelletto a forma e immagine di Dio».

Sfidando la morale pubblica, Goncharova e Larionov convissero per cinquant’anni more uxorio ma la loro fu una coppia apertissima, senza segreti né gelosie.

Si sposeranno nel 1955, solo per garantire a chi fosse sopravvissuto il lascito artistico dell’altro. Molti anni prima Larionov si era invaghito di Alexandra Tomilina, sua modella e poi segretaria. Natalia invece aveva fatto coppia fissa con un esule politico russo, lo scrittore Orest Ivanovich Rosenfeld. E se questo legame si spezza perché Orest si sposa, la Tomilina finisce per trasferirsi in rue Jacques Callot 16, in un appartamento dello stesso edificio dove abitano Natalia e Mikhail, diventando, di fatto, la loro governante. Nel 1946 la Goncharova scrive: «Non sono gelosa di Alexandra, è una buona persona, la rispetto e ammiro il suo fascino, anche lei non è gelosa di me». 

Nel 1950, mentre è a Londra con una compagnia di danza, Larionov è colpito da un ictus che gli provoca la paralisi della mano destra. Natalia lo raggiunge, ma le spese per le cure necessarie determinano il dissesto delle loro finanze; per sopperire alle difficoltà riprende il lavoro di illustratrice di libri ed è costretta a vendere alcune opere ai musei. La salute della pittrice, che soffre di artrite reumatoide, comincia a declinare e, con l’intento di non veder dispersa la loro eredità artistica, i due decidono nel 1955 di sposarsi. Con loro c’è sempre la fedele Tomilina, ormai diventata “badante” di entrambi.   

Natalia muore il 17 ottobre 1962 e viene sepolta secondo il rito ortodosso a Ivry-sur-Seine.

Un anno dopo Larionov, nella casa di riposo in cui vive a Fontenay-aux-Roses, sposa in seconde nozze Alexandra Tomilina. Sarà quest’ultima a ereditare tutto il lascito culturale della copia, destinato allo Stato sovietico. Alla sua morte, avvenuta nel 1987, anche le sue ceneri vengono inumate nel cimitero di Ivry-sur-Seine nella stessa tomba di marmo grigio con i fregi dorati. Una semplice tomba a tre per tre persone unite come non mai nella vita e nella morte.  

P.S. Nel 1989 il governo francese si accaparra alcune opere a copertura delle tasse di successione ma la gran parte delle collezioni Goncharova-Larionov si trova alla Galleria Statale Tretyakov di Mosca, che conserva 413 quadri, 6.924 opere su carta, fotografie e materiali d’archivio. 

Per saperne di più c’è il documentatissimo catalogo della mostra di Palazzo Strozzi dedicata a Natalia Goncharova (edito da Marsilio, pagg. 224, 40 euro)

 

Avremmo voluto sentirla tutti in diretta la sua voce la sera dell’8 maggio, durante la cerimonia di consegna del David di Donatello “Speciale” alla carriera per «aver letteralmente rivoluzionato la comicità e l’immagine femminile dal secondo dopoguerra con l’invenzione di personaggi simbolo». Ma invece di una fulminante battuta ci siamo dovuti accontentare di una fotografia mentre stringeva in mano l’agognata statuetta. Qualche malizioso ha pensato che il mancato collegamento “da casa” fosse solo un modo di “chiamarsi fuori” da una certa retorica.

Un messaggio da inossidabile “signorina snob” allergica ai festeggiamenti? 

Più probabile che Franca Valeri si sia arresa al peso dell’età, visto che il 31 luglio si appresta a spegnere le 100 candeline.

Nell’ultima intervista, un anno fa, aveva ammesso: «Ora il mio spettro è la noia, la vita non è più divertente» e il perché l’aveva già spiegato nel libro Il secolo della noia pubblicato da Einaudi: una caduta di tre anni fa, cinque costole rotte, l’obbligo di muoversi solo in sedia a rotelle. Eppure, rassicurava ancora così i suoi ammiratori: «Ho il beneficio di una testa che funziona incessantemente, ma il mio corpo non mi permette di abitare un palcoscenico come ho fatto per tutta la mia vita. Sono due anni che non recito. E mi manca, mi manca tantissimo. L’ultima volta, nel mio testo Il cambio dei cavalli, facevo un personaggio seduto. Ora sono tentata di includere un cammeo che mi faccia ritornare anche per un tempo limitato sotto i riflettori, sempre come donna seduta».

Nata nel 1920 a Milano, Franca Maria Norsa (il nome d’arte scelto in onore di Paul Valery) è  approdata in teatro quasi per caso.

Il fidanzamento con Vittorio Caprioli (suo marito fino al 1972) la porta ad entrare nella compagnia del Teatro dei Gobbi, a cui segue l’approdo al mondo del cinema: un mondo che la vedrà al fianco di Totò, di Sophia Loren, di Alberto Sordi, senza mai dimenticare però il teatro, suo primo amore. «Ho sempre sfruttato il mio senso dell’umorismo, la mia ironia, la mia passione per osservare e scrivere del mondo che mi circonda», ha ammesso. Nascono così “Cesira la manicure” (una presa in giro della borghesia milanese) e “la signora Cecioni“, una romana sempre al telefono con la mamma.

In un’altra bellissima intervista ha raccontato: «Io ho vissuto con Balzac, con Proust. Che privilegio, a ripensarci. Per motivi razziali fummo costretti con la famiglia a riparare in Svizzera, e mentre poi infuriava la guerra io non ho fatto altro che assorbire libri e libri di autori in special modo francesi. Mi sono imbattuta in opere che trasmettevano forza d’animo, una vera coscienza d’essere viva. Ma non sono esterofila. Molti detestano i cosiddetti pilastri della nostra cultura, e io, che pure ho cercato sempre di contagiare il buon umore, il sorriso e il piacere della comicità, già a scuola adoravo Dante e Manzoni, e aspettavo con ansia l’ora di lettura per godermi le loro pagine, la bellezza della loro tecnica del pensiero. È da questi grandi che ho imparato a scrivere, è a loro che devo la capacità di immediatezza dei miei racconti, dei miei testi teatrali, per i quali mi sono di fatto ispirata anche a un’umanità semplice che osservavo di continuo, che ascoltavo rubando con la gioia d’avere modelli quotidiani a portata di mano».

I suoi personaggi, in tv e al cinema, erano parodie surreali di donne.

Esasperazioni di tratti femminili che solo una donna colta avrebbe potuto cogliere. Attrice di sé stessa, ma soprattutto autrice, è stata la prima femminista ma, non a caso, ferocemente contestata. «Le femministe mi contestano? Non si rendono conto che una donna che prende in giro le donne è la miglior femminista». Basterebbe questa battuta, pronunciata all’epoca del pieno femminismo talebano a renderle giustizia.

C’è un libro che più di altri rivela chi sia Franca Valeri. L’autobiografia del 2010 Bugiarda no, reticente, titolo preso paro paro da una battuta scherzosa di sua madre. Lei conferma di essere stata sempre reticente per educazione ma sincera per vocazione. Ha sempre detto tutto quello che voleva, anche quando tutti speravano stesse zitta. Le signorine snob le ha immaginate guardando le sue compagne di liceo del Parini, ma assicura, esistono ancora oggi.
Fanno i selfie e mettono cuoricini, ma hanno gli stessi tic, le stese pose, le stesse banalità degli anni ’40.

«La signorina esisterà sempre perché certe ubbie degli snob cambiano, ma il concetto rimane lo stesso».

Senza nostalgie del passato, parla del presente con la consueta vis comica lanciando un’ultima intelligente provocazione: «Il maleducato guida, parcheggia e soprattutto telefona sfondando le capacità contenitive di una città, mentre sorvola sui tatuaggi e le sbornie dei figli, prostrandosi di fronte a una generazione ingovernabile. La maleducazione è arrivata molto in alto. La nostra freddezza li ha lasciati lavorare. Adesso la ribellione spetta a noi. Non si era mai visto nella storia: la rivoluzione degli educati!».

Parola di un’icona inaffondabile del teatro, del cinema e della televisione. Che sorridendo ammette: «Sono arrivata 99 anni perché non ho mai messo l’amore al primo posto. La mia priorità nella vita è il successo: sono stati sempre gli applausi ad appagarmi».

E allora, standing ovation per Franca Valeri anche da Mollybrown.it.

“Too damn good for the lot of them” (Troppo dannatamente brava per tutti loro).
Così il “Daily Mail” titolò l’edizione speciale dedicata agli anni di potere di Margaret Thatcher il 23 novembre 1990, giorno in cui la leader conservatrice usciva per sempre dalla scena politica.

Nei suoi 11 anni di governo aveva «spaccato la Gran Bretagna: era Giovanna d’Arco per una metà del paese e una strega per l’altra… Il giorno del suo funerale migliaia di britannici festeggiarono per le strade questa idea con una speranza: la strega era morta. Ma almeno altrettanti capirono che se l’economia della Gran Bretagna era guarita, il merito era di quella donna colta e incapace. Incapace di compiacere. Incapace di arrendersi. E incapace di avere paura», si legge nell’appassionata e documentatissima biografia che la giornalista del Corriere della Sera Elisabetta Rosaspina ha dedicato alla Dama di Ferro (Margaret Thatcher – Biografia della donna e della politica ed. Mondadori, 276 pag, 22 euro).

Tutti i nickname di Maggie

Un libro che si legge come un romanzo, e che della Baronessa Margaret Hilda Thatcher, nata Roberts, figlia di un droghiere di Grantham (cittadina della contea di Lincolnshire), svela mille curiosità. Come la storia dei soprannomi che accompagnarono la vita dell’ex primo ministro, prima donna a varcare la porta del numero 10 di Downing Street.
Il più famoso è sicuramente Iron Lady, la dama di ferro, nato dalla mente di un giovane caporedattore della “Krasnaja Zvezda” (la Stella Rossa, organo ufficiale delle forze armate sovietiche), dopo un discorso in cui lei attaccava duramente la Russia. Ma non solo: scorrendo le pagine si trovano anche “la figlia del droghiere”, per sottolineare le sue origini borghesi rispetto agli aristocratici parlamentari; “Thatcher the milk snatcher”, utilizzato dopo il taglio alla fornitura di latte nelle scuole, e “she-de-Gaulle”, che girava principalmente negli ambienti diplomatici europei.
Fino all’acronimo “TBW” (That bloody woman, quella dannata donna) con cui la bollavano nemici e finti amici.
Ma forse il più rivelatore è la “snobby Roberts” che le avevano appioppato le compagne di scuola da bambina, «per la sua ansia di mettersi in evidenza con le insegnanti e per il disdegno che riservava alle futilità delle sue coetanee».

La regola di casa Thatcher

«Per comprendere bene la figura della Thatcher bisogna spostarsi nelle Midlands Orientali, più precisamente nella cittadina di Grantham, dove la piccola Maggie crebbe tra disciplina e austerità, grazie anche alle ferree regole che vigevano in casa», si legge nella biografia. E la principale, mai trasgredita, intimava di “Non vivere al di sotto delle proprie possibilità”. «I semi del Thatcherismo sembravano essere concentrati tutti lì, all’angolo tra la North Parade e la Bond Street di Grantham, una città qualunque dove una famiglia qualunque aveva perfezionato il più autentico, completo e inimitabile prodotto britannico: una creatura dalla pelle fresca come il latte, gli occhi blu, l’indole seria, disciplinata, rigorosa, incapace di bluffare, aliena ai compromessi e alle scorciatoie, esigente e intransigente innanzitutto con se stessa. E sì, d’accordo, forse un filo troppo assertiva. Per questo, quando a nove anni le consegnarono il primo premio di un concorso di poesia e si felicitarono con lei della sua buona stella, Margaret replicò seccata:”Non sono stata fortunata, me lo sono meritato”».

La giovane conservatrice

Guadagnarsi la vita era la regola in cui Margaret Thatcher credeva fin da piccola (quando chiedeva ogni anno ai genitori, per Natale, un libro di Rudyard Kipling) e alla quale intendeva mantenersi fedele. Per questo,pur sognando una carriera in Parlamento, si laureò in chimica all’università di Oxford, come garanzia di impiego e stipendio. «Il primo campo di battaglia, per lei fu l’OUCA, l’associazione degli studenti conservatori di Oxford, di cui divenne la terza presidente donna nel 1946. Nelle aule, nei corridoi e nelle caffetterie universitarie Margaret non cercava amicizie ma fruttuose (non nell’immediato) conoscenze tra i futuri dirigenti della società inglese», si legge ancora. «Dopo una breve parentesi come chimica, l’unicità di una giovane conservatrice con una capacità oratoria non comune venne notata all’interno dei circoli dei Tory. Il primo tentativo di entrare in Parlamento, con le elezioni del 1950, fu un insuccesso, tranne per il fatto che conobbe il futuro marito Denis Thatcher».

Margaret Thatcher e l’amore

Nella biografia di Margaret non mancano neppure i segreti amorosi, tutti antecedenti alle nozze con Mister Thatcher «un maturo divorziato, anglicano, con l’hobby delle fuoriserie» che sposò il 13 dicembre 1951, senza abito bianco né velo né pizzi né paggetti, ma con un sorprendente vestito di velluto blu zaffiro, abbinato a un manicotto e un cappellino della stessa tonalità, la prediletta dai Tory.
Prima, però, questa moderna zarina aveva avuto parecchi altri incontri. Il primo amore si chiamava Thomas Shaw, terzo barone di Craigmyle. «Piaceva a Margaret, in particolare, perché rappresentava tutto ciò che le era mancato fino a quel momento: una famiglia agiata (anzi, molto ricca), un cognome altisonante, un’educazione cosmopolita e non troppo bigotta, un palazzo nel centro di Londra, a Kensington; e la serenità con la quale sapeva affrontare le ansie esistenziali di un ventenne negli anni incerti della guerra». Ma sulla love story calò una pietra tombale dopo la visita-esame alla ipotetica futura suocera: «Miss Roberts era graziosa, colta… ma non apparteneva al loro lango, era una piccola borghese qualunque».
Incassato in fretta il colpo, Margaret si consolò con un altro corteggiatore, Tony Bray, un po’ più giovane di lei, che era a Oxford come cadetto militare per un addestramento disei mesi. Ma quando lui andò al fronte, dopo lo scambio di qualche lettera, anche questa relazione imboccò un binario morto.

«Se la sua vita sentimentale era tutt’altro che effervescente, per una fanciulla nel fiore degli anni, pazienza: erano gli incontri e gli scontri politici i suoi momenti di svago preferiti», sottolinea Elisabetta Rosaspina nella biografia dedicata alla Dama di ferro.

Le sue strategie sentimentali

Le conquiste maschili però non mancarono mai del tutto. Un altro corteggiatore fu William Cullen, ricco agricoltore scozzese e uomo semplice e generoso. Lui cercava di conquistarla a suon di scatole di cioccolatini, inviti in ristoranti esclusivi, profumi e stoffe pregiate. Margaret lo assecondava pensando però che sarebbe stato un ottimo partito per sua sorella Muriel, come in effetti avvenne grazie alla sua “regìa”. «Aveva chiarito di essere troppo occupata per perdersi in quisquilie sentimentali, tantomeno per progettare le proprie nozze, e ancor meno quelle con l’affabile campagnolo scozzese che, nel suo ambiente, si sarebbe sentito come un pesce fuor d’acqua»: (“Sebbene sia molto affezionata a lui, non ne sono inamorata. E un matrimonio tra noi vacillerebbe dopo due o tre mesi”, confesserà)».

Anche il chirurgo Robert Henderson fece qualche avance, ma forse su di lui pesò l’età: aveva ben 23 anni più della tosta Margaret. Che alla fine scelse come compagno di vita l’affidabile Denis Thatcher sulla cui spalla pianse anche dopo la seconda bruciante sconfitta elettorale e da cui ebbe in un colpo solo due figli gemelli, Mark e Carol Jane, per «dimezzare» il tempo dedicato alle gravidanze.

Imbattuta

«Non lasciarti umiliare, tesoro», le disse il marito nel fatidico novembre 1990, quando la cacciarono inmalo modo. E pare sia stato questo consiglio a convincerla che era il momento di uscire di scena a testa alta. Oltre al trasloco in una nuova casa, si dedicò a scrivere la sua autobiografia. Avrebbe voluto intitolarla Undefeated (Imbattuta), ma si accontentò di un più umile The path to power (tradotto in italiano Come sono arrivata a Downing Street).

Oggi, forse, 7 anni dopo la sua morte (8 aprile 2013), è finalmente arrivato il momento di rendere merito a questa donna che, con il suo filo di perle, ha saputo tener testa ai più grandi uomini politici del mondo.

Il segreto? Sapersi reinventare di continuo facendo leva sulla simpatia. È questa la dote che ha permesso a Orietta Berti (nata Galimberti 76 primavere fa) di restare sulla cresta dell’onda così tanto tempo. Una vera icona della musica italiana, che dall’alto dei suoi 55 anni di carriera e dei 15 milioni di dischi venduti non ha mai conosciuto momenti di stop.

L’ultimo colpo di genio è stato partecipare al brano Merendine blu degli Extraliscio, una band romagnola che per anticipare l’album Punk da Balera, in uscita a fine aprile per Garrincha Dischi, ha  sfornato una canzone che è già diventata un tormentone. Un antidoto alla noia e alla cupezza di questi giorni da Coronavirus.
Nonostante il testo sia simildemenziale: Tasche vuote, motorino/calcinculo testa in giù/un ghiacciolo al tamarindo/patatine, merendine blu.

Il singolo Merendine Blu è un incontro tra il gruppo romagnolo (composto da Mirco Mariani, Moreno “il Biondo” Conficconi, Mauro Ferrara), Pacifico, coautore del testo, e infine il duetto tra Orietta Berti e Lodo Guenzi.

«Un brano strepitoso, fuori dalle corde di tutti gli artisti coinvolti. È la sensazione che tutti siano apparentemente finiti nel posto sbagliato, regalando poi un risultato unico e irresistibile», ha scritto un critico musicale, spiegando che tutto è nato lavorando sui ritmi di una canzone popolare ungherese.
Da quando è uscita sta spopolando tra i bambini (perché parla di alcune merendine che fanno diventare supereroi), ma fa impazzire anche gli adulti, perché la formula è molto originale, un mix tra il liscio e il punk. «Basta ascoltarla una volta perché si incolli alle orecchie e faccia venir voglia di ballare sul balcone, in cucina, in quei viaggi intorno a una camera, tanto per citare il magnifico testo di Xavier de Maistre», ha fatto eco qualcun altro.

Ma che c’azzecca la nostra Orietta Berti, direbbe qualcuno?

Chi se la ricorda solo per il suo repertorio di canzonette degli anni ‘60/’70 non può capire. Chi invece ha imparato a conoscerla vedendola all’opera come ospite fissa di Fabio Fazio in tv non si meraviglia più di tanto di questa emiliana “verace” che sembra ingenua ma non lo è affatto. E nasconde una vena di (forse inconsapevole?) ironia.

Nata in quel di Cavriago, paesotto della Bassa in provincia di Reggio Emilia famoso per la Fiera del bue grasso, comincia a cantare giovanissima, spronata dal padre, grande appassionato di musica lirica.
Studia musica e canto lirico e nel 1961 partecipa al concorso Voci Nuove Disco d’Oro a Reggio Emilia. Si fa notare interpretando in italiano le canzoni di Suor Sorriso ma solo nel 1965 arriva al successo vincendo Il disco per l’estate con Tu sei quello.

Soprannominata da Silvio Gigli la “capinera dell’Emilia” ma meglio nota come l’Usignolo di Cavriago, Orietta entra in quel “raffinato bestiario” di cantanti italiane che dall’inizio degli anni ’60 contribuirono a rendere la musica leggera italiana una delle più apprezzate al mondo. Insieme a Mina (la tigre di Cremona), Iva Zanicchi (l’aquila di Ligonchio), Milva (la pantera di Goro), Nada (il pulcino di Gabbro), Alice (la cerbiatta di Forlì) Patty Pravo (la civetta di Venezia) e Marisa Sannia (la gazzella di Cagliari).

Anche se all’inizio “l’Orietta”, così ruspante e nazionalpopolare, era un po’ snobbata dalle colleghe.

Tanto che nel 1966 Ornella Vanoni si rifiutò di farsi fare una foto con lei con una battuta sprezzante: «È troppo colorata». Ora però sono diventate amiche per la pelle e la Berti non manca mai di portare alla Vanoni ottimi salami nostrani quando va a trovarla.

Nella carriera di Orietta c’è un’unica nota stornata: Sanremo 1967

l’edizione del Festival macchiata dal suicidio del cantautore Luigi Tenco che, nel biglietto d’addio ritrovato nella sua stanza, scrive:  «In un mondo dove va in finale Io tu e le rose non c’è posto per me».
Una mazzata incredibile per l’incolpevole Orietta, che ancora oggi ricorda così quell’episodio: «Io, e non solo io, penso che quel biglietto Tenco non l’abbia mai scritto. E che gliel’abbia scritto qualcuno, dopo. Una cattiveria contro di me. È impossibile sia stato lui. Eravamo in buoni rapporti, avevamo mangiato vicini quel pomeriggio.
Ha sentito le mie prove, mi apprezzava… Ecco, io spero che prima di morire quel signore che ha scritto quel biglietto falso si faccia avanti e lo dica. Perché a me, quel biglietto, mi ha rovinato la vita».

La carriera di Orietta Berti è però continuata per decenni, sull’onda di tanti successi.

E quello a cui lei dichiara di essere più affezionata resta Tu sei quello.

«Tu sei quello che s’incontra una volta e mai più, l’ho sentito quando m’hai guardato tu per un attimo», canta Orietta con la sua inconfondibile voce. Il suo “quello” si chiama Osvaldo Paterlini, l’uomo della sua vita.

Che ha conquistato con un’altra arma segreta: la dolcezza. «La prima volta che è venuto a casa l’uomo diventato mio marito, gli ho preparato il caffè napoletano e ci ho messo dentro un cioccolatino sciolto. Lui non lo aveva mai assaggiato!».

Dal loro matrimonio nascono Omar, il 3 agosto del 1975 e Otis, il 18 febbraio del 1980. Una famiglia unita anche dal marchio della lettera “O”.

«L’ho ereditata: mia madre si chiamava Olga, mio nonno Oreste, mio zio Oliviero, mia suocera si chiama Odilla e mio marito Osvaldo. Dei nostri figli il piccolo si chiama Otis in onore di Otis Redding e quello grande Omar in onore di Omar Sharif, che ho conosciuto al Lido di Venezia a un torneo di bridge e fu così gentile e poi ha due occhi che sembrano due tizzoni ardenti…», racconta lei garrula, spiegando che Orietta è il nome che sua madre copiò da un romanzo di Liala letto durante la gravidanza. Un anno fa è nata una nipotina e perfino a lei è toccato rispettare la tradizione di famiglia. Si chiama Olivia.

 

 

 

 

 

 

 

Il re Vittorio Emanuele II s’innamorò della sua bella Rosina, legandola a sé in un amore diventato leggendario.

Ma perché Vittorio Emanuele II era chiamato “Re galantuomo”?

In verità non l’avevo capito finché non ho trovato questo ricordo, firmato regina Vittoria: «Era uno strano uomo, sregolato e spesso sfrenato nelle passioni (specialmente per le donne), ma un coraggioso, prode soldato, con un cuore generoso, onesto, e con molta energia e grande forza». La sovrana inglese l’aveva conosciuto nel 1855, in occasione di un viaggio a Londra che il Conte di Cavour aveva organizzato per il re. Ufficialmente per consolarlo dopo la morte della moglie Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena, molto più probabilmente a scopo diplomatico.
Il nostro fece colpo sulla regina, che nella sua corrispondenza privata lo descriveva così: «È un uomo rozzo. Balla come un orso, parla in modo sconveniente: ma, se entrasse il drago, sono sicura che tutti fuggirebbero, tranne lui. Sguainerebbe la spada e mi difenderebbe. È un cavaliere medievale, un soldato, questo Savoia».

E continuava: «Quando lo si conosce bene, non si può fare a meno di amarlo. Egli è così franco, aperto, retto, giusto, liberale e tollerante e ha molto buon senso profondo. Non manca mai alla sua parola e si può fare assegnamento su di lui».
Come non amare un uomo così? Dopo aver letto un simile giudizio non ci si meraviglia più scoprendo che Vittorio Emanuele II era anche un tombeur de femmes seriale.

Accreditatissimo presso le Corti europee, il “re galantuomo” aveva dalla sua una capacità innata: sapeva come accattivarsi le simpatie di tutti.

Vittorio Emanuele era e si sentiva un re, orgoglioso del passato millenario della sua dinastia.

Ma nello stesso tempo con la sua bonomia e il suo anticonformismo riusciva a dare ai suoi interlocutori la sensazione di mettersi sul loro stesso piano, come ha sottolineato lo storico Federico Chabod: «Qui era in gran parte il segreto del fascino ch’egli esercitò, indubbiamente, e non solo sui piccoli borghesi e sui contadini ma anche sugli uomini politici, qui era una delle sue doti vere di capo di Stato, che potè dunque agire personalmente, e non solo per imposizione o per consenso».

Le cronache raccontano che Vittorio Emanuele II, figlio di Carlo Alberto, soprannominato “l’Italo Amleto” crebbe come un giovane scavezzacollo, tarchiato e rubizzo, amante del vino, del gioco d’azzardo e delle belle donne. Tanto da far nascere la leggenda (a quanto pare mai smentita) che il vero erede fosse morto in un incendio e fosse stato sostituito in culla con il pargolo di un macellaio, tale Tanaca, che negli stessi giorni aveva denunciato la scomparsa del pargolo.
Nessuno ha mai risolto il dubbio, quel che è sicuro invece è che il titolo di “Padre della Patria” non era tanto dovuto alle imprese risorgimentali, quanto al gran numero di figli disseminato in tutto il Piemonte e oltre, tutti con il cognome Guerriero o Guerrieri che il re riservava ai figli delle sue amanti. Ma il suo unico vero e duraturo amore fu Rosa Vercellana, che riuscì sempre a trionfare su tutte le rivali e a tenere ben saldo il cuore del Savoia. Che da lei e dai loro due figli (Vittoria, nata nel 1848, ed Emanuele Alberto, nato nel 1851) ritornava sempre. Che piaccia o no, infatti, quella tra il re galantuomo e la donna che lui definì “compagna indivisa delle mie pene” è sì d’altri tempi. Ma è anche una storia di amore nel vero senso della parola. Un amore pacato, domestico e familiare, rasserenante malgrado tutto.

Conosciuta come la Bèla Rosin, Rosa era nata l’11 giugno 1833 a Nizza da Giovanni Battista e Maria Teresa Francesca Griglio. Il padre, dopo essersi distinto nell’esercito napoleonico, ottenne poi una medaglia al valore e il grado di “tamburo maggiore” nei granatieri di Sardegna. Nel 1847 la famiglia viveva a Racconigi, dove Giovanni Battista comandava il presidio della tenuta di caccia.
La leggenda narra che il colpo di fulmine scoccò quando l’erede al trono del Regno di Sardegna (che aveva 27 anni, quattro figli e uno in arrivo) la vede affacciata ad un balcone. I ritratti dell’epoca ci rimandano solo l’immagine di una donna prosperosa, dal viso squadrato e i tratti grezzi, ma con una gran massa di capelli corvini, occhi scurissimi e bocca carnosa. I primi tempi la ragazza, che ha soltanto 14 anni, viene ospitata in una villa nei pressi del Castello di Moncalieri, alle porte di Torino e le viene affiancata Madama Michela con il compito di insegnarle il bon ton. Mai compito fu più arduo. Addobbata con vistosi gioielli e preziosi vestiti, Rosa sarà subito snobbata dalla nobiltà sabauda. Soprattutto Cavour non tollerava questa relazione e cercò invano di separare con ogni mezzo i due. Invece il re, che nel 1855 restò vedovo, conferì nel 1859 alla sua Rosa il titolo nobiliare di contessa di Mirafiori e Fontanafredda, comprando per lei il castello di Sommariva Perno. La Bèla Rosin era da tempo l’ombra di Vittorio, lo seguiva con i figli ovunque. Anche dopo lo spostamento della capitale da Torino a Firenze e poi a Roma. E nelle eleganti ville in cui si rifugiava, il re sapeva di trovarla sempre pronta a togliergli gli stivali, a porgergli un sigaro intinto nel cognac e a preparagli un buon piatto di bagna caoda o quelle che ancora oggi si chiamano “euv a la bèla Rosin” con la maionese e il prezzemolo.
Nel 1869, il Re si ammalò e temendo di morire sposò Rosa Vercellana con il solo rito religioso nella tenuta di San Rossore vicino a Pisa: le nozze furono morganatiche in modo che né lei né i figli potessero mai reclamare nulla riguardo alla successione al trono. Dopo il matrimonio però Vittorio Emanuele II guarì e per qualche anno i due formarono una coppia regolarmente sposata. Il matrimonio civile, del quale però non esistono documenti, avvenne il 7 ottobre 1877, a Roma.

Sempre insieme nella vita, ma separati nella morte. Lui spirò a Roma il 9 gennaio 1878 per una polmonite complicata da una pleurite. Lei era lontana, bloccata da un’influenza nella tenuta della Mandria, a pochi passi da Torino, uno dei tanti nidi d’amore in cui la coppia amava trascorrere le vacanze. Dopo la morte del re, Rosa fu definita persona non grata dalla regina Margherita, le vennero requisite tutte le residenze in cui abitava ad eccezione del Castello di Sommariva Perno. Il 27 dicembre 1885 anche lei morì a causa del diabete nel palazzo Spinola Grimaldi di Pisa, dimora della figlia. Ma naturalmente non fu sepolta vicino al suo amato al Pantheon di Roma. Per questo Vittoria ed Emanuele decisero comunque di riunire idealmente i genitori e fecero edificare in zona Mirafiori a Torino un Pantheon in miniatura. Ma dagli anni ’70, dopo una serie di profanazioni, le spoglie sono custodite al Cimitero Monumentale di Torino.

Rosa non fu nemmeno una patriota che lottò per l’unità d’Italia o una testimone attiva del Risorgimento. Si limitò a custodire il suo piccolo mondo antico alle sue condizioni, mescolando amore e furbizia. Con lei, vera anima gemella per gusti e attitudini, il primo re d’Italia poteva finalmente smettere gli stretti panni del sovrano per vestire quelli di un semplice uomo amato, compreso e accettato dalla sua compagna per quello che era veramente.
E forse l’epitaffio più azzeccato è quello scritto da Roberto Gervaso nel libro La bella Rosina. Amore e ragion di stato in Casa Savoia (Bompiani, 1991): «Vinse la battaglia fingendo di perderla, catturò Vittorio dandogli l’impressione di consegnarsi a lui. Una conquista frutto di astuzia, ma anche di acume e tempismo. Fra concessioni ch’erano rivendicazioni e perdoni ch’erano moniti. Se Vittorio se ne accorse, non sappiamo. La sua condotta, comunque, non mutò. A Rosa non avrebbe più rinunciato. Gli piaceva così, la voleva così. E, per trent’anni, così la ebbe».
Una “Regina senza trono e senza corona”, la definì il poeta Costantino Nigra. Ma una vera regina di cuori.

Anche se a quanto pare del Coronavirus non c’è traccia nelle sue Centurie, per il 2020 avrebbe profetizzato, nell’ordine: una guerra tra Usa e Cina, la rivoluzione in Corea del Nord, un terremoto devastante in California e un successore di Elisabetta II sul trono inglese. 

Insomma, ben poco di cui stare allegri.

Come ormai da tradizione quando si parla di Nostradamus, fonte di riferimento di tutti gli appassionati di catastrofismo, che infatti hanno già cominciato a soffiare sulla grancassa.  

Per nostra fortuna la buona notizia è che le sue previsioni sarebbero solo esempi di “chiaroveggenza retroattiva”, vale a dire che le celebri “quartine” sono scritte in modo tanto ambiguo da poter essere lette a posteriori in maniera che ciascuno possa interpretarle come vuole. E, cosa ancor più importante, le uniche volte in cui ha indicato una data precisa per le sue profezie, si sarebbe clamorosamente sbagliato. 

Eppure la fama e la fortuna di Michel de Nostredame, latinizzato poi in Nostradamus – nato il 14 (secondo altre fonti il 21) dicembre 1503 a Saint Rhemy in Provenza – hanno superato i secoli.

Primo dei sei figli di un commerciante di cereali e notaio ebreo convertito al cattolicesimo, studiò ad Avignone e poi a Montpellier. Come ogni erudito del tempo si dedicò a astrologia, medicina, erboristeria, magia naturale e filosofia.
Pare che all’inizio avesse avuto un certo successo creando  una “pillola rosa”  per proteggere dalla peste. Nel 1537, però, moglie e figli morirono proprio a causa dell’epidemia.
Seguirono anni di vagabondaggio attraverso la Francia e l’Italia, finché nel 1547 Nostradamus si stabilì a Salon, dove sposò una ricca vedova, Anne Ponsarde, da cui ebbe altri sei figli: tre maschi e tre femmine. 

All’epoca l’Europa pullulava di negromanti, alchimisti e profeti, presi regolarmente di mira dai razionalisti. Lo stesso Rabelais scrisse dei Pronostici pantagruelici nel 1533, ridicolizzando astrologi e veggenti. 

Nel 1555  Nostradamus pubblica le sue Centurie, quartine in rima dal contenuto incomprensibile, divise in dieci parti, che profetizzano avvenimenti di ogni tipo. E potendo contare sull’appoggio di Caterina de’ Medici, che amava occultisti e veggenti, si arricchisce, oltre che con l’arte magica, anche (e soprattutto, dicono gli storici) con i prestiti ad usura. 

Nel tardo Ottocento e per tutto il secolo scorso Nostradamus fu riscoperto da nuovi occultisti legati alla Massoneria e patiti della Cabala. Tanto che durante la Seconda guerra mondiale i servizi segreti delle varie potenze usavano le quartine del veggente come arma psicologica: la Gestapo sosteneva che avesse previsto la vittoria dell’Asse, mentre l’Intelligence Service propagandava quartine che confermavano l’imbattibilità dell’Inghilterra e dei suoi alleati.

Anche ai giorni nostri sette millenaristiche e profeti per tutte le stagioni si ispirano a lui. Negli Stati Uniti è sorta una Nostradamus Corporation che pubblica e ripubblica le famose Centurie, anche su Internet, dove un centinaio di siti sono dedicati al veggente. E c’è perfino un ciclo televisivo dedicato: Millennium-X Files di Chris Carter. 

Arriviamo così alla profezia che parla della Terza guerra mondiale, primo passo verso la disfatta del mondo contemporaneo. Anche se dalle “ceneri della distruzione” dovrebbe arrivare la pace, ma “solo” intorno al 2025. 

Che dire? Nel libro Les Propheties de M. Michel Nostradamus il futuro sarebbe previsto fino all’anno 3797. Forse, in fondo in fondo, possiamo anche stare tranquilli!

Quando il padre gli mise in mano per la prima volta un violoncello aveva solo otto anni. E da allora, per i successivi 72, non ha più spesso di suonarlo.

Tutti lo ricordano le note sublimi che uscivano dal suo preziosissimo Stradivari Duport del 1711 tra le macerie del muro di Berlino l’11 novembre del 1989 e fu soprattutto per questo che Slava (come lo chiamavano gli amici, nomignolo che in russo significa “Gloria”) entrò nel Pantheon degli Immortali. 

Un artista geniale e generosissimo, che ha vissuto intensamente e pericolosamente.
Dalla ferma opposizione al regime sovietico che nel 1974 causò il suo esilio («quando ho perso la Russia – dichiarò – è stato terribile: ero convinto di averla persa per sempre») all’ospitalità offerta all’amico Solženicyn, dalle denunce della violazione dei diritti umani in Urss alle fondazioni create in ogni parte del mondo per scopi umanitari e artistici, fino all’ultimo ambizioso progetto: creare scuole di musica in Afghanistan per educare i ragazzi alla civiltà e alla pace.
«Le bombe, le navi, gli aerei sono stati a un certo punto inevitabili. Quando era troppo tardi per riparare le nostre colpe. Adesso però dobbiamo renderci conto. Dobbiamo usare altre armi, garantire civiltà, cibo, salute, cultura. Solo così eviteremo il rischio di una catasfrofe mondiale. È il momento di mettere tra le mani dei giovani strumenti musicali invece dei fucili. Per educarli al valore della musica e al senso della bellezza», mi aveva annunciato in un’intervista uscita nel Marzo 2002 sulla rivista Riflessi, mensile di Trenitalia. E per spiegare meglio il suo pensiero aveva continuato: «Noi tendiamo a dimenticare troppo spesso che la musica è un dono divino. Come l’acqua. Come l’aria. Il Signore ci ha dato questa bellezza che è l’unica in grado di unire, senza bisogno di alcuna traduzione simultanea, tutti i popoli del mondo».

Nato a Baku, in Azerbaigian, in una famiglia di musicisti, Rostropovich entrò a sedici anni al Conservatorio di Mosca dove studiò, oltre che pianoforte e violoncello, anche composizione e direzione d’orchestra. Con insegnanti che si chiamavano Dmitrij Šostakovič, Sergej Prokof’ev e Vissarion Šebalin. Il primo concerto da solista risale al 1942. Aveva 15 anni. A 25 anni era già molto conosciuto nel suo paese, e mentre proseguiva la sua attività come solista, insegnava violoncello al Conservatorio di Mosca e al Conservatorio di San Pietroburgo. Nel 1955 sposò il soprano Galina Višnevskaja e un anno dopo si esibì alla Carnegie Hall di New York come primo violoncello all’Orchestra di Stato Sovietica. Ormai era diventato una stella del firmamento musicale. Ma per le sue idee e per l’amicizia con Aleksandr Solženicyn e con tanti dissidenti entrò in rotta di collisione con il regime, tanto da decidere di lasciare l’Urss nel 1974 per stabilirsi con la famiglia a Parigi. Quattro anni più tardi venne anche privato della cittadinanza, che gli venne restituita solo nel 1990, pochi mesi dopo quel concerto impovvisato davanti al Muro di Berlino che fu ripreso in tutto il mondo. Nessuno gli chiese che musica stava eseguendo, ma quel momento divenne per sempre il simbolo della ritrovata libertà.

Eppure tra tutti i successi e le onorificenze ottenute nella sua lunga carriera Rostropovich preferiva quella che la sua patria matrigna gli aveva conferito nel 1950: il Premio Stalin.
«Una cosa molto strana», mi confidò. «Ho ricevuto un premio con l’immagine di una persona che detesto: Stalin. Eppure questa medaglia mi è molto cara perché mi ricorda la guerra, quando insegnavo a Orenburg. Mi pagavano 70 rubli ogni sera e un chilo di burro ne costava 800. La mia vita è cominciata lì». 

Famosissimo, era rimasto un uomo buono e semplice semplice. In un’altra occasione mi raccontò: «Un tempo incorniciavo quadri, poi, più avanti, quando vivevo in campagna, costruii anche una bara. Da bambino invece avrei voluto fare il muratore. Nella mia infanzia sentivo il bisogno di toccare le pietre, di lavorare in cantiere. La musica avrebbe accompagnato comunque la mia esistenza, ma sarebbe esistita solo per me».
La sua più grande convinzione? «Bisogna lottare contro l’abitudinePerché la vita va presa e goduta con intuizione e con talento. Occorre saper “ascoltare” i segni e le combinazioni. Diventare alchimisti capaci di mediare tra cervello e ispirazione. Guai a chi non sa essere altro che un “ragioniere della vita”». 

Di lui Churchill aveva una scarsissima opinione e la risposta che ebbe da Lord Kitchener quando chiese di essere inviato al fronte allo scoppio della Prima Guerra Mondiale («Se sapessi per certo che verreste ucciso, non sono certo che v’impedirei d’andarci») la dice già lunga sul conto di Edward Albert Christian George Andrew Patrick David Windsor, lo sfortunato Edoardo VIII.

A 41 anni Edoardo (David per gli intimi) è lo scapolo più ambito del Regno Unito, ma anche un donnaiolo incallito, ben poco adatto al ruolo di regnante che gli era toccato in sorte. L’americana Bessie Wallis Warfield invece era già divorziata una prima volta dall’ufficiale dell’aviazione statunitense Earl Winfield Spencer (descritto come un uomo violento e alcolizzato) ed era prossima a lasciare il secondo marito, Ernest Aldrich Simpson, direttore d’una grande azienda di trasporti marittimi. Il primo incontro fatale con la donna che gli farà rinunciare alla Corona d’Inghilterra avvenne il 10 gennaio 1931, a casa di Lady Furness. «Eravamo appena in sette. Perciò potete immaginare quanto sia stato bello incontrare il principe in circostanze così intime e informali. Tuttavia non avrei mai immaginato che tutto si sarebbe svolto in modo tanto naturale», confiderà la Simpson in una lettera a sua zia Bessie. Seguiranno altre occasioni mondane nelle quali Wallis sfodererà tutte le sue arti di seduzione, fino a prendere pian piano il posto di Thelma Furness, che del futuro re era l’amante ufficiale: «Mi resi conto che Wallis se n’era occupata “eccessivamente bene”», ammetterà costei in seguito. «Lo sguardo gelido e provocatorio che mi lanciò un giorno mi fece comprendere l’intera faccenda».

Decine e decine di libri hanno spiegato che l’ascendente che la Simpson esercitò sul principe era di natura sessuale, ma c’è anche chi sostiene che oltre a guarirlo da un innato complesso di inferiorità, lei era una delle rare persone che lo facevano ridere. «Aveva condotto un’esistenza inamidata nel protocollo e nel rigore della buona creanza, secondo la quale ridere di gusto risultava sconveniente quanto ubriacarsi. Con Wallis si rilassava, e lo trovava meraviglioso», scrive Gilbert Sinoué ne Le storie d’amore che hanno cambiato il mondo (Neri Pozza Editore, 2016). Inoltre, almeno all’inizio della loro storia, lei lo circondava di attenzioni e cure materne. Nessuno si era occupato così tanto di lui, prima. E diventò devotissimo. Faceva all’amata costosi regali, specialmente gioielli (si ritiene abbia speso almeno 110 mila sterline dell’epoca, equivalenti oggi a circa 7 milioni) e nel 1935 andò due volte in vacanza da solo con lei in Europa. Su ordine di re Giorgio e in accordo col governo i servizi di sicurezza avevano già da tempo iniziato a seguire i due “piccioncini” e a svolgere indagini discrete sulla Simpson, giungendo alla conclusione che avesse anche altri due amanti, più o meno occasionali.

La faccenda diventava sempre più seria, tanto che a un certo punto il padre re Giorgio, a proposito del suo primogenito fece una profezia: «Dopo che sarò morto, il ragazzo si rovinerà entro 12 mesi». Le cose andarono proprio così. Re Giorgio V morì il 20 gennaio 1936 e il giorno successivo Edoardo VIII salì al trono; infranse subito il protocollo perché alla proclamazione formale volle far assistere la Simpson, all’epoca sposata a un legittimo consorte che era, però, assente. La Corte e il governo cominciarono a preoccuparsi seriamente per quella che consideravano una vera sciagura. Il futuro premier Neville Chamberlain (allora Cancelliere dello Scacchiere) nel suo diario aveva scritto che Wallis Simpson era «una donna senza scrupoli che non è innamorata del Re ma lo sta sfruttando per i suoi scopi, in denaro e gioielli…». Voci e insinuazioni la descrivevano come un’avventuriera.

Si sa come andarono poi le cose. Messo davanti al dilemma, Edoardo rinunciò volontariamente al trono. Il 10 dicembre 1936, a Fort Belvedere, di fronte ai suoi fratelli, Albert (che l’indomani sarebbe salito al trono in sua vece con il nome di Giorgio VI), Henry e George, Edoardo VIII firmò la propria abdicazione, primo e finora unico sovrano britannico a farlo in oltre mille anni. L’11 dicembre, davanti ai microfoni della BBC pronunciò un discorso con la celebre frase: «E dovete credermi se vi dico che ho constatato l’impossibilità di reggere il pesante fardello di responsabilità, di adempiere ai miei doveri di re come avrei voluto, senza il concorso e il sostegno della donna che amo». Il 12 dicembre lasciò il Regno Unito e raggiunse l’Austria, attendendo che il divorzio della sua “Wally” diventasse definitivo.

L’ex sovrano e la moglie si stabilirono a Parigi e non ebbero figli. Ma quella di Edoardo VIII non è stata una storia a lieto fine. Dopo anni di viaggi e feste, la vita divenne sempre più noiosa e secondo le più recenti biografie la donna che gli aveva fatto perdere la testa (e la corona) strinse anche una serie di relazioni scandalose. Il Duca di Windsor alla fine dei suoi giorni morì solo, il 28 maggio 1972 per un cancro alla gola, tra le braccia di una giovane infermiera: Julie Chatard Alexander: «Non è mai venuta a vedere come stava o a dare il bacio della buonanotte, non una volta. Poveretto!», raccontò quest’ultima. Wallis gli sopravvisse quattordici anni, consumata dall’Alzheimer. Dopo la morte, il 24 aprile 1986, all’età di 89 anni, la famiglia reale le permise di riposare accanto al defunto marito. Per amara ironia della sorte, la donna che fece abdicare il re d’Inghilterra è finita così nel cimitero privato di una famiglia che odiava e da cui era cordialmente disprezzata. Una famiglia che non aveva mai acconsentito, in mezzo secolo, a concederle il titolo di “Sua Altezza Reale”.

 

 

 

 

 

rossella o'hara«Scarlett O’Hara non era una vera bellezza, ma raramente gli uomini che subivano il suo fascino, come i gemelli Tarleton, se ne rendevano conto».

Intere generazioni di ragazze, donne e donzelle hanno imparato a memoria l’incipit di Via col vento, il fortunato romanzo pubblicato nel 1936 dalla scrittrice americana Margaret Mitchell, giornalista trentacinquenne che si aggiudicò il premio Pulitzer e il National Book Award.

Quattro anni dopo, il 17 gennaio 1940, il film diretto da Victor Fleming (con protagonista una deliziosa Vivien  Leigh) invadeva i cinema americani, trasformandosi nel maggiore campione d’incassi nella storia del cinema. Un successo straordinario e senza precedenti. In tutto, si calcola che Via col vento abbia registrato duecento milioni di spettatori al cinema negli Stati Uniti, detenendo il titolo di film più visto di sempre negli USA, davanti a Guerre stellari di George Lucas (circa centottanta milioni) e Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise (centoquaranta milioni).

Alla base di tutto c’è lei, “miss Rozella”, come la chiamava la burbera Mami, sua guardiana e sua coscienza critica. Il nome Rossella è però l’italianizzazione dell’originale Scarlett (di cui richiama efficacemente il senso, “rosso scarlatto”); a sua volta, il nome Scarlett venne scelto dalla Mitchell solo poco prima di dare il volume alle stampe, visto che fino ad allora si riferiva al personaggio chiamandolo “Pansy”. Anche nelle varie versioni successive, in Italia il nome è rimasto sempre Rossella, grazie al grande successo del film di Fleming e l’identificazione con la protagonista.

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Ma cos’aveva e cos’ha di tanto magico l’anti-eroina Rossella O’Hara? Passa la vita a inseguire l’uomo sbagliato, il vanesio Ashley Wilkes, che però è sposato con l’ottima Melania, convinta di essere ricambiata e di poter coronare il suo sogno d’amore, alla fine si rende conto di non averlo mai amato davvero e quando ormai è troppo tardi capisce che chi l’ha veramente amata è Rhett Butler (nel film un formidabile Clarke Gable). Peccato che lui, stanco di lei e dei suoi capricci, finisca per salutarla con un indimenticabile e inesorabile «Francamente me ne infischio!».

Insomma, sulla carta, Rossella è la quintessenza di tutta la montagna di errori che si possono commettere nella vita, soprattutto in amore. Egoista fino al midollo, non esita a passare su tutto e su tutti per raggiungere i suoi scopi. Ma è anche una donna tosta, indipendente, che non ha paura di niente e nessuno, che non abbassa mai la testa, non ha peli sulla lingua e si rifiuta di vestire i panni della donna di fine ’800. È una, insomma, che non si arrende mai (ecco da chi ha preso il suo motto Simona Ventura!). E di lei è proprio questo che ha conquistato intere generazioni di fan.

Quelle pronte a inseguire uomini sbagliati sperando che tornino ai loro piedi. Che continuano a ripetersi di essere quelle “giuste”. E che pensano: «Ma come farà lui a non averlo ancora capito?». Quelle che stanno lì, ad aspettare i ritorni che non arrivano, a sospirare, a invidiare anche un po’ i tipi mosci alla Melania. Che si fidanzano per dispetto, che magari per ripicca si danno al libertinaggio ma sanno che ce la “possono” fare. Anzi, che ce la “devono” fare.

No, Rossella O’Hara non è una cretina che non ha capito nulla della vita, troppo presa a seguire una chimera per il solo fatto di non riuscire a fare a meno di desiderare quello che non ha. Tutte le romantiche incallite, che hanno visto Via col Vento almeno una decina di volte e conoscono a memoria ogni scena del film, sanno che l’importante per tutte le Rosselle dell’universo è non perdere mai la speranza. Nel lieto fine: Tara!

 

Inaffondabile perché… Ci ha insegnato che «domani è un altro giorno»

Marina Moioli