«Si potrebbe andare a Milano».
Ah, se lo avessero fatto! Si riscriverebbe la storia. E che storia! Quella del nostro calcio, ma anche quella della società italiana, appena uscita dal fascismo e dalla guerra.
Era il 1949, l’Italia arrancava con buona volontà per ricostruire città ridotte a macerie. Di boom economico neanche l’ombra. Si emigrava: Svizzera, Germania Ovest, Sudamerica e soprattutto Belgio. Quelli che rimanevano si consolavano di domenica, prima a messa, o nelle sedi di partito, poi con la partita di calcio.

L’anno prima, il 1948, i tifosi finirono in un film, uno sciame che andava allo stadio per un Roma-Modena che non entrò di certo nella storia. Il film invece sì, eccome! Era Ladri di biciclette. L’Italia sportiva era roba di guelfi e ghibellini: o Coppi o Bartali in bici, o Consolini o Tosi nel lancio del disco, sempre meglio di quel passato orrendo in cui l’alternativa fu o Roma o morte.

Ma il Torino, il Grande Torino, una specie di armataa… piedi che trionfava ovunque, quello era di tutti, senza distinzioni. Nel 1947 il commissario tecnico Vittorio Pozzo decise di trasferirne addirittura dieci su undici in Nazionale, contro l’Ungheria, vincendo, ovviamente. Pozzo rinunciò a far giocare solo il portiere, per pudore, ma nessuno si sarebbe stupito se avesse messo in campo il Grande Torino per intero. Perché quello squadrone in maglia granata era la Nazionale di tutti, anche di chi non tifava.

«Atterriamo a Milano?». «No, dai, a Torino, abbiamo fretta».
Tutto si consuma tra il 27 febbraio e il 4 maggio 1949. La prima data è quella di una partita della Nazionale a Genova contro il Portogallo. I due capitani si conoscono e si stimano: il nostro è Valentino Mazzola, capitano anche del Torino, per i portoghesi è Francisco Ferreira, capitano anche del Benfica. Ferreira ha 30 anni, pensa di giocare gli ultimi spiccioli della sua vita, né migliore né peggiore di quella di molti suoi connazionali, nonostante la fama. Pochi soldi, qualche debito, e una proposta a Mazzola: «Il Torino è la squadra più forte e più celebre d’Europa; perché non venite a Lisbona per un’amichevole in cui io annuncerò che smetto?».

Mazzola accetta e parla al presidente del Torino, Ferruccio Novo, diventato anche commissario tecnico della Nazionale al posto di Pozzo, e organizza tutto col suo omologo del Benfica. Di malavoglia, però. C’è in ballo il campionato, il Toro può vincerlo per la quinta volta consecutiva, non ci si può distrarre con un’amichevole, pensa Novo. Ma ai suoi ragazzi non può dire di no, visti i risultati. E sia, si andrà a Lisbona ma a un patto: solo dopo la partita più importante della stagione, in trasferta contro l’Inter, che insegue il Torino a quattro punti di distanza.

Il 30 aprile si gioca Inter-Torino. Finisce 0-0 coi granata che s’accontentano di controllare la gara. Così, a quattro giornate dalla fine, il Toro ha quattro punti di vantaggio, sufficienti per potersi distrarre due o tre giorni a Lisbona con l’amico Ferreira.

Il 4 maggio, il giorno dopo l’amichevole che il Benfica vince 4-3, alle 9,40 un trimotore Fiat G212 della Ali, Avio Linee italiane, decolla. A bordo, 18 calciatori, 3 dirigenti, 2 allenatori, un massaggiatore, 3 giornalisti e 4 uomini dell’equipaggio. Nessuno può immaginare che al comando del velivolo c’è un signore dal cognome sinistro per la storia granata,il tenente colonnello Pierluigi Meroni, di 33 anni.
Alle 13 l’aereo atterra a Barcellona, e riparte alle 14,50. La rotta è quella che passa per Tolone, Nizza, Albenga, Savona, prima di arrivare a Torino.
Sole, bel tempo e visibilità ottima fino a Savona, a mezz’ora dalla fine del viaggio.

Poi Torino comunica che lì la situazione va peggiorando sempre più. Piove, con vento di libeccio e nebbia, 40 metri di visibilità, le nubi arrivano fin quasi a terra. Sono le 16,55. Passano ben quattro minuti prima della risposta di Meroni. Dice che l’aereo è quasi a Pino Torinese, poi devierà su Superga e infine atterrerà a Torino. Nove chilometri soltanto.
Il resto è noto.

L’aereo non si trova a 2.000 metrima all’altezza del terrapieno posteriore della basilica di Superga, 600 metri circa, dove si schianta a 180 chilometri orari. Alle 17,05 la torre di controllo chiama invano. A riconoscere i corpi di chi è morto viene chiamato proprio Vittorio Pozzo, che si precipita a Superga e riesce da un anello, un portafogli, un documento bruciacchiato, una foto di un bambino, a chiamare per l’ultima volta i suoi ragazzi per nome e cognome, uno dopo l’altro.

Il lutto è di tutti e ai funerali dei campioni accorre poco meno di un milione di persone.
La Federcalcio assegna lo scudetto a tavolino al Toro anche se mancano ancora quattro giornate alla fine del campionato. Il Torino giocherà con la squadra ragazzi. Le avversarie, Fiorentina, Genoa, Sampdoria e Palermo, decidono immediatamente di fare lo stesso. Il Torino vince tutte e quattro le gare e finisce il torneo guadagnando un altro punto sull’Inter, seconda a cinque lunghezze.

Fu vera gloria quella del Grande Torino?Davvero era la squadra più forte del mondo?
Allora non esistevano tornei internazionali per club ma quasi tutti i tecnici sono convinti della forza di quella squadra. E i numeri lo confermano: dal 1943 al 1949, gli anni dei cinque scudetti consecutivi, il Grande Torino giocò 186 partite di campionato con soli 38 giocatori a cui si aggiunsero gli 11 ragazzi del dopo Superga, vincendo 132 gare, con 32 pareggi e 22 sconfitte, segnando 483 gol e subendone 165.

Il Toro non faceva sconti ad alcuno: cinque reti alla Juventus, cinque a Fiorentina, Inter, Bologna e Lazio, sei a Milan e Genoa, sette addirittura al Napoli e alla Roma, in una partita rimasta celebre. Era il 1948 e la Roma lottava per salvarsi mentre il Toro strabiliava per la facilità con cui trionfava. Ma quel giorno a Roma i granata non sembravano in vena e la Roma andò in vantaggio nell’ultimo quarto d’ora del primo tempo. Non si sveglia il leone che sonnecchia! All’inizio del secondo tempo la tempesta s’abbatte sulla Roma: tre gol in quattro minuti, un altro dopo dieci minuti dal terzo per finire con altre tre reti in cinque minuti! Questo era il Torino, che ancora oggi detiene dieci record di campionato, tra cui quello del maggior differenziale tra due squadre: 10-0 all’Alessandria, in una partita di quel 1948 in cui il Toro vinse il campionato con 16 punti di vantaggio, segnando 125 gol in 40 partite.

Atterriamo a Milano? Non se ne parla, andiamo a Torino.
Molti si chiesero perché l’aereo da Savona puntò dritto verso Torino, nonostante le condizioni sfavorevoli anziché dirigersi a Milano, città con minori problemi meteo. Cosa accadde nei quattro minuti di silenzio tra la torre di Torino e la risposta di Meroni?

C’è una vecchia storia in proposito che risponderebbe alla domanda. Una storia verosimile pur senza prove, ma che perfino Gianni Brera raccontò pubblicamente. La vicenda sarebbe questa: di fronte alla domanda su dove atterrare, i giocatori imposero Torino perché a Milano c’era da passare la dogana, che invece nel capoluogo piemontese si sarebbe evitata, come già capitato in altre trasferte. Maliziosamente e perfidamente, dunque, si potrebbe dedurne che i giocatori tornavano dall’estero con qualcosa che alla dogana sarebbe stato difficile o impossibile da far passarementre a Torino, complice la notorietà e perché no, un pizzico di tifo per quei divi del pallone, si chiudeva un occhio su certi traffici non propriamente in linea con direttive, regole e leggi.

Vero o meno, resta la leggenda del Grande Torino, di quegli undici che stravincevano passando come un tornadosulle altre squadre: Bacigalupo, Aldo Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola, e dei loro compagni, Dino Ballarin, Operto, Martelli, Fadini, Bongiorni, Schubert e Grava.
Atterriamo a Milano? Nemmeno per sogno.

Era Wimbledon 2018. Vabbè, non era la finale, solo il quarto turno, robetta che se ci arrivassimo noi poveri sportivi della pantofola h24 faremmo festa per una vita. Lei no, la belga Alison Van Uytvank perde in tre set e che fa subito dopo?Uno s’aspetterebbe un’uscita di scena “normale”: prendi la sacca, t’avvolgi l’asciugamano al collo, infili le racchette nella borsa e a testa bassa, salutando il pubblico, te ne vai negli spogliatoi a ripensarti perdente. Macché: si guarda intorno, la vede, le sorride, s’avvicina decisa e appassionatamente innamorata la bacia. Perché?

«Nella mia vita non è cambiato niente. Sono felice con la mia fidanzata, a prescindere se sia un uomo o una donna. Non dobbiamo provare vergogna per questo. Non sono malata, non ho nulla che non va». Tiè, piglia e porta a casa.
E tutti a dire: bene, brava, bis, era ora. E a ricordare Martina, sì, la Navratilova, quel mostro di tennista che non appena ottenne la cittadinanza statunitense come prima cosa si dichiarò lesbica. E ancora, giù a sentenziare che adesso si può fare, si può dire, nessuno può impedirlo e che l’omosessualità va rivelata orgogliosamente come hanno fatto Martina e Alison, gli smemorati. Eh sì, perché quando sembra che accada una rivoluzione pochissimi se ne accorgono; dopo qualche tempo molti se ne dimenticano e dopo ancora un po’ d’anni qualcuno considera che il dimentico silenzio serve a non mostrare, a escludere piuttosto che a unire e che, insomma, come scrisse quel tipo: “Sopire, troncare, troncare, sopire”.

Ora, nessuno vuole togliere la patente di eroine del tennis non omofobo a Martina e Alison, anzi, ora e sempre chapeau! E però, però, però: fra i politicamente e tennisticamente corretti di oggi c’è anche una bella schiera che qualche decina d’anni fa voltò la faccia dall’altra parte, soprattutto e quasi esclusivamente uomini, quando la vera Giovanna d’Arco della racchetta mise a soqquadro l’ambiente e non solo.

Si chiamava e si chiama ancora Billie. Anzi Billie Jean. Anzi, Billie Jean Moffitt. Anzi, e finalmente: Billie Jean Moffitt King. Una che anche la Navratilova avrebbe faticato a domare sul campo: dodici titoli in singolo, sedici nel doppio e undici nel doppio misto, perché fino a qualche anno fa il tennis era l’unico sport dove si poteva gareggiare mettendo assieme un uomo e una donna senza suscitare tremori di gambe e paure di genere. Certo, un uomo era un uomo e una donna una donna, nel senso che la mascolinità e la femminilità erano concetti che restavano separati, stai al tuo posto e basta. Morale: che l’omosessualità sia antica come il mondo lo si sa, che se ne possa disquisire come se niente fosse, ’nsomma, mica tanto. Così, andava bene che uomini e donne giocassero assieme, facessero squadra, molto meno che le portatrici di gonnellino potessero rivendicare qualcosa per sé, tipo soldi, libertà, indipendenza, sessualità.

Lei, con quei nomi e quei cognomi da film western, Billie Jean Moffitt King, la Calamity Jane della terra rossa, era un coacervo di contraddizioni simpatiche e anche bislacche. Portava gli occhiali, lenti spesse, perché vedeva poco e qui uno già comincia a sospettare che la ragazza abbia sbagliato scelte sportive. No, invece, perché a 17 anni vince il doppio femminile di Wimbledon, anno domini 1961. Da lì in poi gli amanti della racchetta non si liberarono più, per un decennio abbondante, di quel sorriso contagioso ma che abitava in una donna scontrosa e timida come la maggioranza dei miopi; di quel gioco arioso, tecnica ottima e gambe veloci che quando arrivavano a rete non davano scampo, ma che spesso e volentieri sostituiva con l’istinto anziché assecondarlo con la testa. Testa: organo che nel tennis è anche più importante delle gambe e del braccio e che in una tennista impaziente e nervosetta come lei faceva ribadire agli stolti che la femmina non deve tentare di utilizzarlo perché altrimenti va nei pasticci.

È che lei nei pasticci ci sguazzava, altro che Martina! Altro che Alison! Billie Jean Moffitt si sposa a 22 anni e diventa per la legge Billie Jean Moffitt King. I soliti banditelli la aspettano al varco: «Vediamola adesso, da sposata, cosa riuscirà a fare», sottovoce, s’intende, i vigliacchetti.Lei non se ne cura e spande vittorie ovunque, da Wimbledon agli Open degli Stati Uniti, passando per quelli d’Australia e la Francia del Rolland Garros. Tanto per capirci, a Wimbledon ha trionfato per ben 20 volte. Poi, però, qualcosa s’inceppa, ma non nel senso dei vili che speravano in una sua caduta. S’inceppa il meccanismo per cui se sei donna vali meno. Lei non ci sta, lei protesta, lei … si può dire?, ma sì, s’incazza di brutto.

Così, pubblicamente, denuncia che i guadagni delle tenniste non solo sono inferiori a quelli dei colleghi, ma che questo spesso impedisce anche la sola iscrizione ai tornei e che, apriti cielo, la United States Tennis Association concorre apertamente a rendere il gioco maschile più appetibile per il pubblico di quello femminile. Bene: 1972, Us Open. Il torneo maschile lo vince il rumeno Ilie Nastase, quello femminile Billie Jean Moffitt King, ma i guadagni per il successo dell’occhialuta campionessa sono inferiori di 15.000 dollari a quelli del grande Ilie. Va in conferenza stampa e, sintetica come uno sparo di pallottola, fa: «Se l’anno prossimo i guadagni non sono alla pari, io non gioco».

L’anno dopo gli Us Open passano alla storia. Oh, non per la bravura di chi partecipa, no, ma per qualcosa di più apparentemente prosaico. Gli Us Open del 1973 sono i primi in cui i premi sono uguali per uomini e donne. Si può pensare che King così abbia vita facile in un mondo pieno di squali e anche di qualche squinzia invidiosetta? Nooo, dai.
Salta fuori un ex giocatore degli anni Quaranta, Bobby Riggs, ai suoi tempi tra i migliori, che emette ridicula sententia: «Il tennis femminile è talmente inferiore a quello maschile che anch’io, oggi, a 55 anni, potrei battere la migliore al mondo». Uno a quel punto potrebbe dire: “Toglietegli la bottiglia”. Invece, i testosteronici s’infiammano e nella patria della pubblicità tutto diventa un circo Barnum;così Riggs affronta la numero uno, Margaret Court. E la batte, maledizione, e pure senza fatica: 6-2, 6-1. Non sia mai! King si riguarda la partita e poi decide che sì, si può fare. Oltre 90 milioni di telespettatori statunitensi attaccati alla televisione per The battle of the sexes, al meglio dei cinque set: 6-4, 6-3, 6-3. Per lei, però, per Billie Jean Moffitt King, non per Riggs!

Agli omuncoli come lui non rimase che affermare che la partita non era stata giocata secondo le regole perché a King sarebbe stato concesso di tirare anche oltre le righe che delimitano il campo dei match di doppio. Ovviamente non era vero ma come stiamo reimparando a nostre spese, le fake news esistevano già.

Nel 1971, due anni prima della battaglia dei sessi, King inizia una relazione con la sua segretaria Marylin Barnett. Lo rivelerà solo dieci anni dopo, affermando ancor più tardi, nel 2005, in cauda venenum: «Il mio orientamento sessuale è stata la lotta più importante della mia vita. Sono cresciuta in una famiglia tradizionalista che mi ha impedito di uscire allo scoperto subito, al contrario di giocatrici meno inibite come Martina Navratilova».

Grande atleta, grande personalità, un sorriso indimenticabile. Gli omosessuali e le lesbiche oggi fanno coming out e quasi non fa più notizia. Anche nel tennis. Ma fino a pochi anni fa, le battaglie per l’uguaglianza, la parità dei sessi, il diritto delle scelte di genere, erano utopia.E un po’ di velocità nel recuperare terreno ce lo ha messo lei: Billie King, la tennista che voleva gli stessi soldi degli uomini, che batteva gli arroganti maschilisti almeno nel suo sport e che è stata la prima atleta al mondo a svelare il proprio orientamento sessuale non politically correct. In quattro parole: Billie Jean Moffitt Queen.


alberto sordiQuando l’8 marzo 1978 uscì nelle sale Ecce bombo di Nanni Moretti, gli spettatori si chiesero: «Ma davvero ci siamo meritatati Alberto Sordi?». Ancora oggi la frase dell’alter ego di Moretti, Michele Apicella, ogni tanto ritorna, incombente. Eppure, Moretti non usò il plurale, anzi, di spalle al pubblico, se la prese con un tizio in un bar che aveva osato dire: «Rossi o neri… tutti uguali».

È qui che Apicella-Moretti scatta: «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi, eh? Te lo meriti Sordi, te lo meriti» urlando mentre viene accompagnato rudemente fuori dal bar. Per una sorta di resipiscenza collettiva, quella frase la rammentiamo, però, al plurale.

E allora, ce lo siamo meritati? Sì, nel bene e nel male.

Se oggi fosse qui, Sordi non faticherebbe a ricordarci chi siamo. Giorni fa, per esempio, un deputato è riuscito a formulare una meravigliosa – soltanto perché involontaria, sia chiaro – battuta: tronfio e compreso nel ruolo dell’offeso, l’onorevole, apostrofato come «ignorante» da un anziano politico, ha recitato la parte del “lei non sa chi sono io”, affermando di aver sporto denuncia e di possedere «quasi due lauree».

Neanche Sordi – col grande sceneggiatore Rodolfo Sonego – avrebbe partorito una battuta tanto fragorosa. Si sa, avverbio fuori luogo, parte lo sghignazzo: “quasi” due lauree, un capolavoro di “sordianità”. A Roma direbbero: “Se n’è uscito ar naturale”, così come Albertone rimproverava la moglie Giovanna Ralli nel film Costa Azzurra.

E che dire del “denunciato”? Dare dell’ignorante a quel deputato è una forzatura figlia dell’arroganza: trattasi del politico che nei bei giorni che furono si scappellò in lodi patrie nominando tali “Romolo e Remolo”.

D’altra parte, non è stato proprio Sordi a sdoganare l’arroganza e la protervia del potere? Forte con i deboli e debole coi forti, l’italiano-sordiano è un compendio di difetti, tic, malesseri stravaganti, scuse immotivate mai richieste, giustificazioni che finiscono per accertare le colpe, paure degli “altri” perché nemici del tran tran quotidiano, incapacità di decidere e programmare, ostentazione della scaltrezza a danno dell’intelligenza, vigliaccheria, mendacia e spergiuro.

Ora, fra tutte queste qualità, cercate a caso un politico che non ne possegga almeno qualcuna e solo allora si potrà dimostrare che non ci meritavamo quel Sordi lì. Perché poi, nel mondo reale c’era un altro Sordi, occultato sapientemente, quello vero, lontano dai personaggi costruiti con l’abilità dell’osservatore acuto e critico, ancorché astuto e accondiscendente con loro.

Aurelia Sordi, la sorella, quando mi accolse in quella villa (che i romani, orgogliosi, mostravano ai turisti «Quella è la villa d’Alberto»  neanche fosse il Colosseo) mi mostrò le stanze dove l’attore visse con lei e l’altra sorella, Savina, svelando com’era in privato. Così scoprii che l’Albertone dei film, pigro, indolente e menefreghista, aveva fatto costruire una palestra dove la cyclette e il punching ball sono ancora lì, in bella mostra, perché l’Alberto della realtà si sottoponeva tutti i giorni a esercizi fisici per poter dare il meglio sul set.

E all’Albertone crasso ignorante e arrogante corrispondeva un Alberto che amava saggi di teatro e di storia perché va bene essere informati, ma forse è meglio anche farsi un po’ di cultura. Lui, che non aveva “quasi” due lauree ma conosceva bene Romolo e Remo, ricordava Aurelia «ai giornali preferiva i libri. Soltanto una cosa non mi piaceva di mio fratello: pretendeva che alle 13.30 fossimo tutti a tavola, e in silenzio, perché c’era il telegiornale».

Quanto all’eccesso di protagonismo dei suoi petulanti personaggi, fu dalla grande Franca Valeri che ascoltai il complimento più bello: «Era un professionista rispettoso. Non come certi colleghi che sgomitavano per togliere la battuta al partner. Lui, semmai, faceva un passo indietro perché tutti potessero avere la giusta ribalta». Conferma che ebbi anche da Ettore Scola: «Serissimo e umile, uno dei pochi ad arrivare sul set conoscendo le battute e la sceneggiatura a memoria». La bravura di Sordi stava lì, nella capacità di mostrarci personaggi “adulterati” facendoci credere che anche lui fosse così.

E noi ci siamo meritati lui o quei personaggi così cialtroni e imbelli? Sì, è vero, era un papalino democristiano ma ciò non è per forza una colpa. Va be’, era parsimonioso ma lasciò milioni a una fondazione che porta il suo nome e si occupa d’assistenza agli anziani, lui che recitava da cinico sprezzante e delle donne in età diceva “le vecchie” mentre agli uomini sopra gli anta dava da mangiare “le cocce delle noci”.

Sempiterni, invece, sono i suoi personaggi. Quante volte si è scritto di dirigenti calcistici come di copie maldestre di quel Benito Fornaciari presidente del Borgorosso Football Club, che compra Omar Sivori per accontentare i tifosi? E quanti presunti vip paiono sul punto di esplodere in un «Io so’ io e voi nun siete ’n cazzo» se incalzati da una domanda intelligente?

E che dire di quei politici che ricordano l’ottuso Agostino del film Il moralista? Al sabato manifestano per l’unità della famiglia, alla domenica in chiesa, contriti e pii, poi dal lunedì al venerdì… ostriche, champagne e amante! Senza contare i vari medici della mutua, venditori d’armi, impiegati, maestri di canto, esaminatori di concorsi pubblici e decine di altri ancora. Un popolo di ex borghesi piccoli piccoli ridottosi a scimmiottare il peggio di Albertone anziché ricordare il meglio di Alberto.

E che Sordi sia stato un grandissimo attore lo dimostra la sua capacità di recitare con “pezzi” di corpo. Non aveva la fisicità debordante di Gassman o quella marionettistica di Totò e neppure l’infantilità ricercata di Benigni.

alberto sordiMa gli bastava un particolare per disegnare un carattere: un occhio da vendere ed eccoci a Il boom; un accenno di baffetti e arriva Mafioso; una faccia lunare da Pierrot e trionfa Lo sceicco bianco; una gamba di legno e sopraggiunge il mitico “zoppetto”; i capelli tinti di biondo e c’investe l’estenuante compagnuccio della parrocchietta; un sorriso ingenuamente gioioso e ci domina Il dentone; un braccio piegato a ombrello («Lavoratoooriii…») e I vitelloni sono tra noi.

Un eroe della scorrettezza nei riguardi di anziani, bambini, donne, stranieri, disabili, accompagnata dall’ossequioso inchino per i potenti di turno, i cardinali con l’anello proteso, i padroni in grisaglia che non lo degnano di uno sguardo.

E se non c’è questo, ecco l’altra faccia dello Strapaese, occhi velati di malinconia nel perdente bastonato: Detenuto in attesa di giudizio, Bello, onesto emigrato Australia…, Una vita difficile, Un borghese piccolo piccolo.

C’è tutta la nazione nei film di Sordi, nel bene e nel male, anche l’Italia più contraddittoria e tragica, come quella del soldato Oreste Jacovacci che mostra, ossimorico, il coraggio di essere vigliacco e di non voler morire per la Patria (La grande guerra). Per questo ancora oggi, a quasi 15 anni dalla scomparsa di Alberto, i suoi personaggi riemergano – ahinoi – nella realtà, come zombie di Albertone.

Così, non resta che chiederci se sia davvero passato più di mezzo secolo da quando un Nando Meniconi qualunque si giustificava piangendo di fronte al giudice («A me m’ha rovinato la guera») al cospetto dei vari Albertoni odierni che si vantano di avere “quasi” due lauree.

Manuel Gandin

Un mese prima piangeva come un bambino al quale hanno bucato il pallone. Un mese dopo, piansero tutti gli altri. E continuarono a piangere per un bel po’ di anni.Il colpevole? Eddy Merckx, un belga, fiammingo, che stava divorando tutta la torta del ciclismo mondiale, per entrare nella storia di questo sport. È il 1969, accade al Giro d’Italia. Dopo la sedicesima tappa ha già vinto quattro volte, è in maglia rosa e la critica è unanime: la corsa è nelle sue mani. Secondo le regole dell’Unione Ciclistica Internazionale, l’Uci, il primo in classifica viene sottoposto ogni giorno al controllo antidoping.

La tappa appena finita, a Savona, è la classica giornata di trasferimento, pianeggiante e senza sorprese. Merckx controlla la gara e poi va, come nei giorni precedenti, all’esame antidoping. Poi si trasferisce con la sua squadra, la Faema, da Savona a un albergo di Albisola. La mattina dopo scoppia la bomba: Merckx è escluso dal Giro perché positivo all’antidoping.Sergio Zavoli, microfono in mano, entra nella stanza del belga e lo interroga. Il belga è disperato, sdraiato sul letto, in canottiera, con le bretelle che reggono i calzoncini da gara. Piange senza ritegno: «Io no capiscio, io ho fato niente» balbetta in un italiano che dopo qualche tempo diverrà quasi perfetto.

Si scatena il dibattito al Processo alla tappa: Enzo Biagi lo condanna senza pietà; Gianni Brera fa lo scettico d’occasione; di Merckx, aveva scritto l’anno prima, toppando clamorosamente: «È troppo “grosso” per vincere in salita»; Indro Montanelli difende con un’oratoria ciceroniana il ciclista e fa titolare al Corriere della Sera: «Tutti a casa». Si sospetta un complotto, un boicottaggio: qualcuno potrebbe aver messo delle amfetamine nella borraccia del campione. Gimondi, che è secondo in classifica, rifiuta di indossare la maglia rosa al posto del rivale e perfino il patron del Giro, Vincenzo Torriani, chiede all’Uci di ripensarci, perché pare incredibile che, sapendo di dover passare quell’esame, Merckx abbia commesso un errore del genere, per di più in una tappa di assoluta facilità. Niente da fare: l’Uci squalifica il belga.

Un mese dopo, perdonato dalla stessa Federazione dopo le pressioni di tutto il mondo del ciclismo, Eddy parte per il Tour de France. È furibondo, scatenato, arrabbiato. Non si fida più di nessuno e decide di punire… il ciclismo a modo suo. È la prima volta che Merckx partecipa al Tour de France, corsa durissima come nessun’altra al mondo.Lui non la vince, la travolge. Il 15 luglio 1969 l’impresa più grande: sui Pirenei, nel gruppetto che sale sul Tourmalet, in testa c’è un gregario di Merckx, Martin Van den Bossche. Ha dichiarato che dall’anno successivo cambierà squadra. E Merckx non lo perdona: passa in testa e allunga. Gli toglie la soddisfazione del primo posto sul Tourmalet e scollina con dieci secondi di vantaggio sul gruppetto.

Chiunque aspetterebbe gli avversari: per arrivare al traguardo, infatti, mancano ancora 140 chilometri. Lui no. In discesa controlla il distacco, e quando inizia a scalare anche l’Aubisque aumenta il ritmo. Porta e dieci minuti il suo vantaggio, un abisso, ma non si ferma. A venti chilometri dal traguardo entra in crisi. Avvicina l’auto della sua squadra e dice al direttore sportivo che non ce la fa più. Il tecnico, Guillaume Driessens, lo rassicura: «Gli altri sono lontani, stringi i denti». Con uno sforzo immenso Merckx abbassa la testa e pedala, compiendo l’impresa più bella del Tour: vince la tappa con più di sette minuti di vantaggio sul secondo.

Cinque tappe più tardi, il Tour si conclude. Merckx non ha lasciato neanche le briciole: il primo dei suoi cinque Tour de France, sei vittorie di tappa, primo nella classifica degli scalatori, primo in quella a punti, primo anche nella classifica a squadre. È l’avvento di quello che Gian Paolo Ormezzano definisce il “merckxismo”. Il giorno dopo, Neil Armstrong è il primo uomo a camminare sulla Luna. Il giornale che organizza il Tour, L’Equipe, pubblica una vignetta storica: Merckx in bicicletta supera l’Apollo XI e arriva sulla Luna per primo.

Una giovane speranza francese, Christian Raymond, risponde alla figlia che gli chiede perché non abbia vinto: «Perché c’era Merckx». E la figlia, di rimando: «Ma lui è un cannibale».Quel soprannome gli resta appiccicato addosso per sempre.

Corre come farebbe un bambino, sempre in testa, anche quando non è necessario. In una tappa di un Giro qualunque va in fuga con un anonimo gregario. Normalmente il campione lascia la vittoria di tappa al più debole, un ringraziamento per averlo aiutato nella fuga. Lui no: in volata lo batte inesorabilmente.Tosello è affranto: per lui quel successo sarebbe stato un giorno di gloria in una vita intrisa di sudore. Niente da fare; il direttore sportivo di Merckx è furibondo: «Quello è un pazzo». Merckx si scusa e fa in modo che Tosello l’anno successivo corra nella sua squadra, per rendergli in denaro, con le sue vittorie, ciò che gli ha tolto in un giorno qualunque.

Anni dopo, ormai ritiratosi dall’attività sportiva, a chi gli chiede della tappa di Savona, di quel pianto, di cosa successe veramente, risponde fiero: «Io so chi è stato ma non lo dirò mai a nessuno. Perché ogni volta che lo incontro la mia soddisfazione è totale vedendolo mentre abbassa lo sguardo per la vergogna». È l’unico indizio noto: qualcuno del mondo del ciclismo lo voleva fare fuori. Lui ha risposto a quell’affronto vincendo di tutto, di più: 3 Mondiali, 5 Giri d’Italia, 5 Tour de France, 7 Milano-Sanremo, 5 Liegi-Bastogne-Liegi, 3 Parigi-Roubaix, 3 Gand-Wevelgem, 3 Freccia Vallone, 3 Parigi-Nizza, 2 Giri delle Fiandre, 2 Amstel Gold Race, 2 Giri di Lombardia, una Vuelta, un Giro di Svizzera, il record dell’ora su pista. In totale, da dilettante ha conquistato 56 corse su 149. Da professionista, Merckx ha partecipato a 1.582 gare, vincendone 445, poco meno di una ogni tre. A queste, si aggiungono 98 vittorie su pista, tra cui 17 Sei Giorni, e due successi nel ciclocross.

Girava una barzelletta ai suoi tempi: il re del Belgio, Baldovino, riceve Merckx per onorarlo delle sue vittorie. I sudditi lo vengono a sapere si affrettano a correre sotto il balcone del palazzo reale. Si aprono le finestre e Baldovino e Merckx si affacciano. Prima applaudono, poi si guardano sconcertati e si chiedono: «Ehi, ma chi sarebbe quel tipo col vestito da parata e con gli occhiali, vicino a re Eddy?».

Rispettava totalmente solo Felice Gimondi, il suo miglior rivale: «Quando vince Gimondi accetto la sconfitta, perché mi batte un grande», diceva dell’italiano.

Lo incontrai due volte. La prima al raduno di partenza di una tappa della Tirreno-Adriatico. Discuteva forsennatamente con Marietto, la sua vittima preferita. Marietto era il suo meccanico di fiducia, una spugna assorbente di tutti gli umori del campione. Merckx gli chiese di alzare la sella. «Di quanto?» chiese Marietto. Poi, sospirando, paziente, eseguì. E alzò il sellino di cinque millimetri, perché Eddy diceva che sarebbero stati decisivi…

La seconda volta lo vidi a Lugano, nel 1996, dopo un Campionato del mondo in cui, ormai più che cinquantenne, era diventato il commissario tecnico della squadra belga. Quel mondiale lo vinse proprio un belga, Johann Museeuw, ma i suoi occhi brillavano come mai prima per il figlio Axel, che era arrivato quarto. Si voltò e mi disse, sorridendo: «Oggi sono l’uomo più felice del mondo».

PS.: L’ultimo Tour de France è stato uno dei più scialbi della storia. È vero che i campionissimi non nascono tutti i giorni, ma se ci fosse un ciclista capace di valere almeno un decimo di Merckx il Tour tornerebbe grande. Non come Eddy, ovviamente, ma almeno si sforzerebbe di avvicinarcisi.

«Ciao, Adriana, vo’ a allenarmi. Ci vediamo stasera». E spariva.

Adriana, la moglie, sospirava tra sé e sé, giustamente: possibile che debba correre in bicicletta anche adesso, con i tedeschi che hanno le dita sul grilletto dei mitra e i fascisti che vagano schiumando rabbia in cerca di partigiani da consegnare al comando nazista di Firenze?

Ma lui era così: poche parole e via sui pedali.

Gino Bartali, quello che all’esordio fu chiamato Bartàli e poi, fino alla fine dei suoi giorni, Ginettaccio, quello che «gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare» quello che brontolava e litigava da veemente toscanaccio con chiunque, in realtà era un buono. Anzi, un Giusto.

Cercate tra le foto delle sue gare, lo vedrete quasi sempre imbronciato, in alcune situazioni di corsa litiga addirittura con qualche tifoso perché «’un mi garba chi insulta i ciclisti». In altre foto è il suo viso a parlare: corrucciato, bocca aperta a cercare aria, rughe sulla fronte spesse come scie tracciate da un aratro, trasmette la sua fatica a chi guarda, non cerca aiuto né compassione, è orgoglioso della sua infinita stanchezza che trascina in solitudine mulinando con le gambe.

Gino era così: burbero e scorbutico, bastian contrario e schiena dritta.

Il fascismo gli ordinò di ritirarsi dal Tour de France del 1937. Si pensava che nello stesso anno fosse impossibile vincere la corsa francese e il Giro d’Italia. Lui il Giro se l’era pappato alla grande ed era sicuro di poter diventare il primo al mondo a vincere nello stesso anno le due corse a tappe più importanti. Ma il regime non voleva rischiare brutte figure, coi francesi poi, figuriamoci. Così, quando durante una tappa cadde in un torrente gelido e si buscò una bronchite, dall’alto arrivò l’imperativo: «Ritirati immediatamente!».

Lui avrebbe continuato lo stesso, sicuro di poter debellare la bronchite così come faceva con gli avversari. Non gli andò mai giù, e quando faceva i conti delle sue vittorie più importanti (tre Giri d’Italia, quattro Milano-Sanremo, tre Giri di Lombardia, sette volte miglior scalatore del Giro – record ancora imbattuto -, tre campionati italiani) in fondo metteva il Tour e diceva, con quella voce roca che ha fatto epoca: «Ne ho vinti due ma potevano essere tre se me l’avessero fatto correre, e forse quattro con quello del 1950».

L’ultimo Tour mancato fu però colpa di una sua cocciuta presa di posizione, netta e definitiva. Il 25 luglio 1950 Gino vince la tappa e Fiorenzo Magni conquista la maglia gialla. Allora si correva per squadre nazionali, gli sponsor ancora non c’erano, e l’Italia sognava un successo per la Nazionale di ciclismo. Ma il giorno dopo, sul Col d’Aspin, alcuni tifosi francesi aggrediscono Gino, e a sentire lui volano anche qualche pugno e molti sputi, tutti per lui. Bartali continua fino alla fine della tappa, poi, passato il traguardo, ordina ai compagni di tornare in Italia.

Gli organizzatori lo pregano in ginocchio di non farlo, ma Ginettaccio è irremovibile.

«Ciao Adriana, vo’ a allenarmi». Già, la guerra, Firenze occupata, i nazisti, e lui va in bicicletta. Allenarsi per cosa, poi? Le gare non ci sono più da qualche anno. Mah…

Gino inforca la bici e va in centro a Firenze, entra nella curia vescovile. Chi lo vede commenta: «Gino il pio, va a baciare la mano al cardinale e poi s’allena». Pochi minuti e via, pedalando. Da Firenze ad Assisi e ritorno in giornata. Lo fa spesso.

Nessuno, per molti anni, saprà il vero perché.

Quando conobbi il figlio Andrea, mi raccontò la verità: «Non disse nulla a nessuno di noi fino a pochi anni prima di morire. Andava in curia e il cardinale Dalla Costa gli dava dei documenti da falsificare per salvare molti ebrei dalla deportazione. Lui li nascondeva nel telaio della bici e poi li consegnava in un convento di Assisi. Altre volte corse fino a Roma, addirittura, in Vaticano, rientrando sempre in giornata, per non destare sospetti».

Un giorno una pattuglia in cerca di partigiani lo ferma e vorrebbe portarlo in caserma. Un soldato però lo riconosce. È la sua salvezza: «Ma questo è Bartali, lasciatelo andare, che si sta allenando».

Non disse neanche di quella volta che ospitò per qualche giorno, nascondendola in cantina, la famiglia Goldenberg, padre, madre e due figli.

Perché quei silenzi? Solo per non correre pericoli? Il figlio di Bartali glielo chiese, e Gino rispose a modo suo: «Perché i’ bbene si fa e non si dice. Te tu quando fai all’amore lo racconti, forse?».

Così, che Bartali abbia contribuito a salvare circa 800 ebrei dalla deportazione grazie a quei misteriosi allenamenti lo si seppe solo dopo la sua morte, avvenuta nel 2000.

Nel 2005 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo ha insignito alla memoria della medaglia d’oro al valore civile. Nel 2013 il Yad Vashem lo ha dichiarato Giusto tra le Nazioni.

Quest’anno il Giro d’Italia parte da Gerusalemme e per l’occasione Bartali sarà insignito della cittadinanza onoraria israeliana. Un campionissimo dello sport e della vita.

A proposito: se passate da Firenze, nella frazione di Ponte a Ema, dove Gino nacque, c’è il Museo di Bartali. Fino al gennaio 2017 la situazione era questa: niente custodi, e qualcuno ha già rubato quello che ha potuto; aperto solo tre giorni alla settimana; niente insegne né indicazioni nelle strade vicine; e non era inserito nel circuito dei musei cittadini di Firenze.

Ora, sembra che le cose stiano cambiando, faticosamente e lentamente, in meglio. Gino è un Giusto, l’Italia arranca in salita.

Manuel Gandin


Un tipo vestito di bianco tira con una racchetta la pallina oltre la rete. Un altro, dalla parte opposta, più o meno vestito come il primo, la ribatte e gliela rimanda. Tutto ciò si chiama tennis, sport tra i più antichi e nobili, nonché violento, perché non basta il fisico per vincere una partita di tennis: conta – eccome se conta – la testa, il cervello, la mente.

Da questo punto di vista solo gli scacchi riescono a essere più violenti del tennis, in una gara di psicologia tra due pronti a distruggersi vicendevolmente con l’utilizzo della strategia, della tattica, della genialità. E fin qui sarebbe tutto chiaro, vero?

No, perché poi c’è lui, anzi, Lui, con la elle maiuscola. Cioè Roger Federer, uno che quando lo guardi in borghese ti sembra un impiegato felice di aver timbrato il cartellino all’uscita dall’ufficio. Inoltre è svizzero, e qui, se permettete, l’affare s’ingrossa. Chiunque, balbettando di sport, sa che la Svizzera al massimo produce, ma raramente, solo discreti sciatori e affini, sport invernali, insomma, niente di più. Non poco, certo, ma niente a che vedere con campioni di discipline come il calcio, l’atletica leggera, il ciclismo. Vabbè, ogni tanto spunta un buon ciclista o un discreto calciatore, ma è sempre poca roba appetto a nazioni meno danarose d’Europa, Italia, Francia, Spagna, per esempio.

Nel frattempo, mentre noi parliamo della pochezza dello sport svizzero, quello che assomiglia a un impiegatuccio luganese si sta cambiando d’abito. Si veste di bianco e diventa uno splendido cigno, di quelli che non smettiamo di guardare quando, senza apparente sforzo, scivolano sul pelo dell’acqua senza bagnarsi, gioiellini galleggianti tra un’onda e l’altra a impreziosire un placido laghetto.Lui sul campo da tennis è come quei cigni: scivola in quegli 11,89 metri di lunghezza per 8,23 di larghezza con la racchetta in mano, leggiadro e felice, coinvolgendo chi lo ammira in quella gioia. Perché è vero: guardare una partita di tennis è, alle lunghe, noioso anche per i più invasati tifosi. Ma quando c’è Roger Federer cambia tutto, entra in campo la meraviglia.

E mentre gioca uno lo guarda e pensa: «Mah, a me sembra che sia facile. Quasi quasi da domani vado a giocare a tennis anch’io». E qui casca l’asino.

Perché la dimensione di un campionissimo è proprio questa: fare cose difficilissime con la stessa facilità con la quale noi, grandissimi sportivi seduti, guardiamo in televisione uno smash, una volée, un ace, e poi esprimiamo inappellabili giudizi. Solo che quando quei gesti li fa Federer, il tennis da sport si trasforma in danza, soavità del corpo in movimento, fantasia al servizio di un fine, la vittoria che si muta in trionfo.

C’è stato un tempo, a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, in cui gli dei dello sport avevano deciso di mandare in Terra gente come Federer, però tutta assieme o quasi. Vuoi vedere il calcio? Ecco Pelè. Ti piace il ciclismo? Et voilà, ti diamo Eddy Merckx. Sei un appassionato di boxe, la “noble art”? E allora ti offriamo Cassius Clay-Muhammad Alì. Che dici? Vuoi sentire rombare i motori? Va bene, Jim Clark e Giacomo Agostini sono lì, in pista. E se ti piace il tennis c’è Rod Laver

Già, Rod Laver, bell’affare. Dopo averlo guardato, infatti, dopo quell’australiano rosso malpelo, mancino con le gambe storte, tutti gli altri sembravano solo pallide imitazioni. Ogni tanto, sparsi nei decenni successivi, gli dei olimpici buttavano giù in Terra qualcuno che poteva confrontarsi con i mostri sacri: un Tomba nello sci, un Bolt nell’atletica, un Maradona nel calcio, un Tyson nella boxe. Servivano a placare le nostalgie. Ma c’era sempre qualcuno che insisteva: «Sì, Tomba è bravissimo, ma voi non avete mai visto Thöni e Stenmark»; «Eh sì, Maradona è grande ma Pelè…»; «Certo, Tyson picchia ma Alì era un’altra cosa» e via di sospiro in sospiro, di nostalgia in nostalgia. Usain Bolt è l’unico prodotto degli dei dello sport che possa davvero affiancarsi agli eroi del passato senza tremare. Poi c’è Roger Federer, che è ancora lì, a 36 anni e mezzo, a farci credere che quella volée era la cosa più facile da fare in quel frangente, a illuderci che anche noi, se riuscissimo – maledizione – ad alzarci dal divano, potremmo fare la stessa cosa.

Non è così: intanto, Federer non gioca sul divano ma in giro per il mondo, Melbourne o Wimbledon fa lo stesso, il finale è già scritto. Oh, be’, perde anche lui ogni tanto, ci sta, dai. Ma il gioco, quel modo di colpire la palla, di stare sul campo, di attirare lo sguardo con un gesto qualsiasi, ecco, tutta quella roba lì è Federer, è solo Federer, è puro Federer, arte mista di potenza e intelligenza, classe e intuito, corpo e mente.

E siccome lo sport è cambiato molto nel corso del tempo, e ai campioni non basta più la bravura, ma serve anche un adeguato compenso, ecco che uno come Roger, mentre guadagna trionfando di qui e di là, incamera anche altri soldi, molti, moltissimi, più di quelli che ottiene vincendo sul campo

Sono i soldi degli sponsor, aziende che fanno la coda nel suo spogliatoio offrendo denaro per la visibilità di un marchio. E non importa se Federer sta a un orologio come una tinca alla cardiochirurgia, l’importante è che sia Roger a dirci che di quell’orologio o di quell’auto ci possiamo fidare. E noi ci crediamo. E gli sponsor gongolano. E Roger fa conti a sei zeri. E Forbes parla di 300 milioni di dollari complessivi tra sport e sponsorizzazioni. E Mirka intanto pensa a domani…

Come chi è Mirka? È l’unica persona che può dire a Roger: «Fai questo, fai quello, questo sì, questo no». Miroslava “Mirka” Vavrinec, ex tennista, moglie del dio in terra del tennis, madre di due coppie di gemelli. Moglie e madre soltanto? Naaah, dai, impossibile. Infatti: è lei che “gestisce” il campionissimo; è lei che gli dice a quali tornei partecipare, dove alloggiare, cosa mangiare, quali racchette utilizzare, come cambiare stile e tattica di gioco perché «Vedi, caro, non hai più 20 anni, devi accettare che il tempo passi». E anche Roger deve adattarsi ai capricci del dio Chronos. Così cambia modo di giocare ma continua a vincere.

Federer, che fuori dal campo fa il maritino un po’ noioso e fedelissimo, da Mirka accetta tutto, obbedisce ai comandi ed esegue, sapendo che poi, alla fine, si rivestirà di bianco e tornerà a essere un magnifico cigno imbattibile, una grande bellezza pronta, anche grazie alle cure di lei, a stupire il mondo degli appassionati con un rovescio lungolinea o un dritto incrociato. Che a noi continueranno a sembrare, dalla poltrona, facilissimi da eseguire, mentre lassù gli dei olimpici sorrideranno soddisfatti.

Nascosero una vocale per ben tre giorni, poi la rimisero al posto giusto pensando che sarebbe stato un buon affare. Alfonsa Rosa Maria Morini, coniugata Strada, per tutti gli amanti del ciclismo è, ancora oggi, Alfonsina Strada, l’unica donna al mondo che abbia corso un Giro d’Italia assieme agli uomini. Per gli organizzatori del Giro del 1924, invece, era “Strada Alfonsin”. Almeno fino alle 4,41 del mattino del 10 maggio, quando a Milano, da Porta Ticinese, parte il Giro d’Italia: dodici tappe per 3.621,8 chilometri. Solo quel giorno sulla Gazzetta dello Sport compare il nome completo della ciclista che sfida gli uomini. Ma lei era abituata alla diffidenza.

Correva da quando aveva dieci anni. Suo padre, Carlo Morini, è un lavoratore giornaliero di Castelfranco Emilia, analfabeta e poverissimo. Una sera del 1901 torna a casa con una bici scassata e ormai inservibile. È la paga di una giornata passata da un medico che gli dà quel rottame in cambio della cura dell’orto. Da quel giorno, in paese Alfonsina diviene per tutti “la matta”. Perché lei non pedala, no, lei corre, vola, si diverte col vento in faccia.
Nata il 16 marzo 1891, seconda di dieci figli, in sella alla bici ogni tanto scappa fino a Bologna, gironzola attorno a piste e velodromi, si fa ingaggiare come mascotte. Un giorno torna a casa con un maiale vivo, vinto in una corsa e festeggiato in famiglia come un dono miracoloso.

A 16 anni, nel 1907, esordisce in pista, come “attrazione”, sempre fra i maschi. Perché l’Italia non è la Francia, dove la prima gara femminile si era disputata a Bordeaux nel 1869. Da noi una ragazza in bici se non è una poco di buono è “la matta”. Lei fa finta di nulla e insiste. A 18 anni è in Russia col ciclista Carlo Messori, recordman mondiale dei 500 metri da fermo. Tenetelo a mente ’sto Messori, tornerà nella vita di Alfonsina che intanto gareggia ed è premiata dallo zar Nicola II. Nel 1911, a 20 anni, conquista il record mondiale dell’ora femminile, 37,192 chilometri che –destino cinico e baro – non viene omologato per vizi e cavilli organizzativi. Nel 1915 sposa Luigi Strada, un cesellatore appassionato di ciclismo, che come dono di nozze le regala una bici nuova. Con quella corre il Giro di Lombardia nel 1917 e nel 1918.

Matta? Macché, solo felice. La sua notorietà cresce ma la curiosità fa prevalere la “straordinarietà” alla bravura. Lei sta al gioco, non potrebbe fare altrimenti. Accetta ingaggi su piste dove è costretta a esibirsi da sola o “contro” celebri colleghi, per il sadico gusto di vederla inevitabilmente perdere. Poi, nel 1924, l’azzardo massimo. C’è maretta nel ciclismo italiano: Bianchi, Legnano e altre squadre non partecipano. I ciclisti chiedono soldi d’ingaggio ai gruppi sportivi che, a loro volta, li reclamano dagli organizzatori. Il “niet” della Gazzetta dello Sport porta all’esclusione dei più famosi corridori. Niente Girardengo, Brunero, Bottecchia, Aymo. L’unico grande presente è Gaetano Belloni, ma si ritirerà dopo poche tappe.

Lei s’iscrive, gli organizzatori accettano ma ne occultano il nome fino al giorno della partenza. Via l’ultima A dal nome: Strada Alfonsin. Per Armando Cougnet, patron del Giro, e per i suoi collaboratori, la presenza di una donna trasformerebbe la gara in farsa. Alfonsina, ancora una volta, li ignora e pedala. Fatica a stare dietro agli uomini ma non molla. E il pubblico comincia a tifare per lei, con quel numero 72 sulla maglia.

Silvio Zambaldi, sulla Gazzetta del 14 maggio scrive: «In sole due tappe la popolarità di questa donnina si è fatta più grande di quella di tutti i campioni assenti messi assieme». L’ordine di servizio è palese: parlare di lei per suscitare più interesse. Qualche riga più in là, l’estro intellettuale di Zambaldi, la sua penna potente, la fantasia senza confini, raggiungono vette sublimi. Roba da premio Pulitzer: «È inutile, tira più un capello di donna che cento pedalate di Girardengo e di Brunero». Salvo poi terminare il pregiato capolavoro con un’acrobazia socio-politica che non nasconde lo scetticismo maschile: «Che sia un’avanguardia del femminismo che dà prova della sua capacità di reclamare più forte il diritto al voto amministrativo e politico?».

 

Già, perché le donne italiane pensano perfino ai propri diritti. L’anno dopo, a novembre, si concederà il voto amministrativo alle donne, ma non quello politico. E nel 1926 la legge sarà azzerata. D’altra parte, per il fascismo la donna è racchiusa nella formula “MSFS”: madre, sorella, figlia, sposa. Altro che Pordoi!

 

Giro del 1924, ottava tappa, L’Aquila-Perugia: freddo invernale, cadono gocce di pioggia che sembrano pugnalate nella schiena, il vento toglie perfino la vista della strada. Alfonsina cade più volte, si ferisce a un ginocchio, rompe il telaio della bici; lo ripara con un manico di scopa e fil di ferro. Arriva fuori tempo massimo e deve essere esclusa dalla corsa. Emilio Colombo, direttore della Gazzetta, forza la mano e la fa correre ugualmente, ma fuori classifica. La Gazzetta le paga spese d’albergo e massaggiatore. All’Aquila i tifosi fanno una colletta di 500 lire. La leggenda narra che sia andata precipitosamente alla Posta per spedire due vaglia: uno per un manicomio dove sarebbe internato da due anni il marito, l’altro per un collegio di suore dove studierebbe una ragazza. È forse sua figlia?

 

Indomita, arriva fino a Milano. E per esaltarne l’impresa, volano le corbellerie: la definiscono “diavolo in gonnella”, “regina della pedivella”, e perfino, assurdamente, “donna canguro”. Non mancano riferimenti volgari, come quando qualcuno scrive, inventando, che ai tifosi che la circondano abbia detto con piglio energico, proteggendo la sua bici: «Toccate quello che volete ma non la mia macchina».

 

Pur di restare nell’ambiente fa da attrazione nelle gare su pista, contro campioni sulla via del tramonto. Sfida Giovanni Gerbi, il “diavolo rosso” ormai alle soglie dei 40 anni. E anche Costante Girardengo, che non ci sta a farsi battere da una donna e la surclassa. Si esibisce nei circhi di Francia e Spagna: un fenomeno da baraccone.

A 43 anni, nel 1934, è quindicesima ai primi campionati mondiali femminili di Bruxelles. Tre anni dopo batte il record mondiale delle dodici ore.

Nel dopoguerra vive a Milano. Vedova, nel dicembre 1950 sposa Carlo Messori, sì proprio l’ex ciclista con cui era stata in Russia. Aprono un negozio di biciclette in quella via Varesina narrata da Giovanni Testori ne Il dio di Roserio. A 65 anni vince una corsa di veterani a Novate Milanese. Resta ancora vedova nel 1957.

Nel 1959, Ubaldo Cappi, vecchio pistard, all’inaugurazione stagionale del Vigorelli, la presenta a un giovane giornalista: «Questa era più di una donna, era un corridore». Lei guarda il ragazzo e gli fa: «Studia! Si fa meno fatica a studiare che ad andare in bicicletta».

Domenica 13 settembre 1959 va a vedere la Tre Valli Varesine, orgogliosa della sua bella moto Guzzi 500. Non la riconosce nessuno, torna a casa delusa. Poi riprende la moto per andare al negozio. Ma la moto non parte. Lei preme sul pedale dello start troppo forte e cade trascinando la moto sopra di sé. Le viene una sincope e muore durante il trasporto all’ospedale.

2010: in un Cd, i Tétes de Bois la omaggiano con la canzone Alfonsina e la bici. Realizzano anche un video, con Margherita Hack che interpreta quella donna che credeva, in sella a una bicicletta, di essere libera e uguale agli uomini.


humphrey bogartChe peccato! E pensare che sarebbe potuto essere un signor nessuno, uno qualunque, di quelli che quando ce l’hai davanti c’inciampi addosso: «Scusi, sa, non l’avevo notata». Possedeva tutte le doti per non sfondare: basso e tracagnotto, tarchiatello, con mani e faccia enormi rispetto al corpo, stempiato anzitempo, perfino una cicatrice sul labbro superiore che, modificandoglielo, rendeva il sorriso pari a un ghigno. E la voce? Uh, quella, così nasale, che fastidio!

E invece, guarda un po’ come t’imbroglia il talento. A un corpo così è bastato aggiungere una sigaretta fra le labbra: et voilà, mister, che ne dice? Ma sì, mi voglio rovinare: indossi un trench, aggiunga un Borsalino e vedrà che figurone… Trasformazione simile a quella che da un qualsiasi Clark Kent porta a Superman. Da Brutto Anatroccolo a Humphrey Bogart, anzi Bogey, per sempre.

Eppure a Hollywood i divi non mancavano di certo, ma lui se li è “pappati” alla grande. Nessuno è stato amato, invidiato, imitato e ammirato come Humphrey Bogart, perfino dagli uomini, il che è tutto dire. Non aveva lo spessore macho di un John Wayne, ma regalava senso di protezione a ogni gesto. Né possedeva la fisicità ginnica di un Errol Flynn, tutto cappa e spada, ma col revolver tra le mani il tifo era per Bogey.

Niente a che vedere con la flemma british di Cary Grant o con la sfacciataggine marpiona di Clark Gable, eppure era capace di far rimanere il pubblico col fiato sospeso. Chiunque pensava, guardandolo in uno dei suoi 75 film (né tanti né pochi, rieccolo, il finto signor nessuno): «Zitti, voglio vedere come va a finire». E giù a tifare per lui, eroe comunque.

Raramente un attore è riuscito a smettere certi panni per passare dalla parte opposta con uguale attendibilità: per anni gangster senza scrupoli, poi investigatore privato; detective o ufficiale di controspionaggio; comandante di carri armati o paracadutista; pittore uxoricida oppure evaso dal carcere per scovare chi ha ucciso sua moglie; scrittore isterico o giornalista partigiano.

Bogart non s’è fatto mancare nulla nel campionario di ruoli che altri divi rifiutavano timorosi: «Che dirà il pubblico?». Lui no, adelante senza giudizio, passione e costanza, studio e caparbietà. Forse anche un pizzico di cinica indifferenza, ben sapendo che un attore indossa i panni di chi non esiste.

Ecco allora che a Bogey sono state permesse anche apparenti stravaganze: ve lo vedete nei panni di un regista in disgrazia? Be’, lo è stato (La contessa scalza). Direttore di un giornale? Sì, eccome: «È la stampa bellezza, e non puoi farci niente» (L’ultima minaccia). Sostituto procuratore distrettuale? Oh yeah (La città è salva). E chi dimentica il disoccupato alla ricerca smodata della ricchezza? Quello è uno dei capolavori del suo amico John Huston, Il tesoro della Sierra Madre.

Fu perfino direttore di un’arena ambulante (Il circo insanguinato); in un western lo fanno recitare con un paio d’insulsi baffetti da dimenticare (Carovana d’eroi). E, per non farsi mancare nulla, è stato anche un vampiro alla ricerca della ragazza cui suggere voluttuosamente sangue, con tanto di frezza bianca tra i capelli e un paio di occhialini tondi che fanno tanto professorone (Il ritorno del dottor X).

Ma, alla fine, uno si chiede: Sam Spade o Philip Marlowe? Roy o Rick? Meglio il gangster dai capelli un po’ imbiancati o l’imbrillantinato proprietario del locale notturno più malfrequentato a Casablanca? Ognuno scelga per sé, direbbe Bogey, ancora celebrato in questo fine 2017 proprio per il compleanno di quella che doveva essere solo una pellicola di propaganda e invece è finita tra i capolavori involontari di Hollywood.

Casablanca compie 75 anni e tutti continuiamo ad andare da Rick: chi per sentire una Marsigliese che riempie di commozione indignata, chi per illudersi che stavolta l’amore tra Rick e Ilsa trionferà, chi per sognare quel bacio impossibile e trasgressivo tra lui e il capitano Renault. E chi, solo per ascoltare l’implorante richiamo di Ilsa-Ingrid Bergman: «Play it, Sam. Play As Time Goes By».

E, a proposito di attrici, un po’ tutte facevano a gara per portarsi Bogey… no, che pensate, sciagurati: sul set, intendevo. Dalla Bergman a Ida Lupino, da Ann Sheridan a Bette Davis, da Ava Gardner a Barbara Stanwick, da Catharine Hepburn, in un incantevole duetto ne La regina d’Africa, all’altra Hepburn, in quel Sabrina che ha divertito il mondo e molto meno il set.

Fu una pessima esperienza: Humphrey riteneva Audrey un’incapace (e all’epoca non aveva torto) e diceva peste e corna di William Holden. Quest’ultimo, offeso, minacciò di ucciderlo. Il grande Billy Wilder ammise, spaventato, che il belloccio lo avrebbe ammazzato davvero se non fosse intervenuto personalmente a placarne le ire.

Ma a Bogart si perdona tutto, vero? Pure i tormentati e catastrofici primi tre matrimoni, dimenticati per bravura degli agenti dell’attore e soprattutto perché accanto a lui s’insinua la bella-brava-intelligente-tosta, quella che sa come domare le intemperanze di Humphrey: Lauren Bacall, ultima moglie e complice fino alla morte per cancro, a 57 anni, del divo che fece di un cappello e un impermeabile un logo personale.

Se ognuno ha i suoi pezzetti di Bogart nel cuore, a me piace ricordarlo per come recita in due film: con le mani e con… la pancia. Il suo Sam Spade de Il mistero del falco entra in una camera d’hotel dove il farabutto di turno, assecondato da buttafuori con le pistole in mano, potrebbe ucciderlo. Giaculatoria arrogante di Sam-Bogey che poi volta le spalle ai nemici e coraggiosamente se ne va sbattendo la porta. Uscito, ride della guasconata ma quando si guarda la mano questa trema come una foglia.

Mentre il Charlie-Humphrey de La regina d’Africa scandalizza Hepburn durante il rituale tè del pomeriggio. Dalla sua pancia, in effetti, escono antipatici brontolii che suscitano sconcerto nella dama di buone maniere e inducono a un innocente sorriso lui e il pubblico. Sarebbe il caso di affermare, con perfidia, che Bogart reciti di corpo. Invece, per quel ruolo vinse l’Oscar. L’unico, anche se è difficile crederlo, vero?

Manuel Gandin