È dal 12 giugno del 1962 che l’America non si dà pace. Quando quella mattina Bill Long, vice guardia del carcere di Alcatraz, s’accorge che il prigioniero AZ1441 non si alza dalla sua branda e non risponde all’appello. Bill si piega sulle ginocchia, infila la mano tra le sbarre e colpisce con violenza il cuscino su cui poggia la testa del detenuto urlando: «Sveglia! Fuori per la conta».

La testa di AZ1441 rotola sul pavimento. Per poco a Bill non viene un infarto.

Alla matricola AZ1441 corrisponde il nome di Frank Morris, dotato di un Q.I. pari a 133 (quindi 33 punti superiore alla media). Lui, rispetto agli altri inquilini di Alcatraz – che ha ospitato Al Capone, un paio di membri della famiglia Gambino, boss, mafiosi, rapinatori e assassini più pericolosi degli States – è un delinquente di second’ordine, ma con una particolarità: la fuga reiterata. Morris in carriera ne ha collezionate parecchie, tanto che il giudice il 20 gennaio del 1960 decide di rinchiuderlo nell’isola-penitenziario che sorge nel bel mezzo della baia di San Francisco.

La testa rotolata per terra quella mattina non è quella di Morris: è un suo ritratto fatto in cartapesta. Scatta l’allarme e ci si accorge che all’appello ne mancano altri due: i fratelli Anglin, John e Clarence. Appoggiate sul cuscino delle loro brande trovano altre due teste di cartapesta. Anche gli Anglin sono fugaioli recidivi, ma ciò nonostante la direzione di Alcatraz – sicura della massima sicurezza della struttura – fa l’errore di sistemarli qualche cella più in là di quella di Morris. I tre, inoltre,  si conoscono perché pochi anni prima hanno soggiornato in uno stesso carcere.

Scoppia il finimondo, l’allarme è diffuso in tutta la California e stati confinanti; vengono allertati polizia, Fbi, esercito per quella che è la più grande caccia all’uomo che l’America abbia mai effettuato.

Pochi giorni dopo si scopre che la regia della fuga è opera di Morris, l’uomo dal Q.I. superiore. Nella sua cella sono rinvenuti disegni del piano di fuga. Il tunnel per evadere che li ha portati nei condotti dell’impianto di areazione e da lì sul tetto è stato scavato per mesi e mesi con un cucchiaino da caffè durante la notte, occultato di giorno con una finta griglia d’areazione di cartone. Dopo aver gattonato per dieci minuti all’interno dei tubi i tre hanno raggiunto il tetto dell’edificio, da lì si sono calati con l’aiuto delle lenzuola e, evitando i fari e i lampeggianti di sorveglianza, hanno corso fino alla spiaggia dove li attendeva una zattera, costruita di nascosto durante le ore d’aria da assi di legno e una cinquantina di impermeabili cuciti insieme, per prendere il largo e attraversare la baia.

Si è certi di trovare i fuggiaschi in pochissimo tempo, ma più passano le ore e i giorni si insinua il dubbio che i tre ce l’abbiano fatta. Ma una cosa è sicura: quella notte Morris e i due fratelli riescono a entrare nelle acque gelide della baia. Da allora non se ne sa più nulla.

Eppure si cerca ancora.

Non l’Fbi che ha dato forfait nel 1979 emettendo un documento in carta bollata datato 31 dicembre, dove sostiene che i fuggiaschi non possono che essere morti. Queste le motivazioni: con le forti correnti e la temperatura intorno ai 10 gradi, nessuno sarebbe sopravvissuto per più di venti minuti; il piano prevedeva il furto di un’auto e l’assalto a un negozio di vestiti: non ci sono state denunce in merito nei 12 giorni successivi alla fuga; «per i 17 anni in cui abbiamo seguito il caso – scrivono gli agenti federali – non abbiamo avuto nessuna prova che i fuggitivi siano vivi». Sì,  come se dovessero mandare una cartolina.

Le segnalazioni, un po’ come succede per gli Ufo, sono continuate: c’è chi ha visto Morris su un treno in Alabama; chi giocare a tennis in Florida; chi che si è trasformato in un uomo d’affari di Wall Street. Così,  a distanza di 55 anni da quella fuga che il celebre film con Clint Eastwood trasformò in un mito,  c’è chi ancora li cerca. È Michael Dyke, guardia carceraria dello Stato della California: il suo compito è quello di cercare ancora Frank Morris e compagni, perché ufficialmente ancora ricercati. In tasca ha un ordine di cattura dove c’è scritto a lettere cubitali “Wanted” e sotto le loro tre fotografie.

In aiuto di Dyke c’è un gruppo di ricercatori olandesi che ha ricostruito la fuga con l’ausilio del computer: hanno creato un software che ha riportato i calcoli di maree, venti e correnti della baia di San Francisco di quella notte del 12 giugno per stabilire l’ora in cui la zattera salpò e se la fuga è riuscita.

Ecco le conclusioni: con una partenza tra le 23 e la mezzanotte e mezza i fuggiaschi, sfruttando la spinta verso Ovest delle maree, potrebbero aver raggiunto i piloni del Golden Gate Bridge e aver abbandonato la zattera che sarebbe affondata o andata alla deriva raggiungendo Angel Island,  dove è stato trovato uno dei remi. Una domanda sorge spontanea: questi calcoli li avrà fatti anche Morris cinquant’anni prima con carta e matita o la sua è stata solo fortuna?

Alcatraz viene chiusa appena un anno dopo la fuga: troppo costosa da mantenere e poi non era più neppure così inespugnabile. L’atto lo firma il ministro della Giustizia Robert Kennedy.

Oggi l’isola è un parco naturale e la prigione ogni anno è visitata da un milione è mezzo di persone. Ma c’è ancora chi continua a fuggire: a nuoto, in barca, a piedi, in bicicletta. Sono gli iscritti di una gara di triathlon che si chiama Fuga da Alcatraz. Pochi anni fa tra i partecipanti c’è chi giura di aver visto anche uno che assomigliava a Frank Morris.

Luca Pollini

 

Sono da sempre snobbati dagli amanti del rock e dai puristi del pop, ma se un gruppo in soli dieci anni di attività incide 8 album che vendono oltre 378 milioni di copie in tutto il mondo sono un fenomeno da studiare. Piaccia o non piaccia, questi numeri rock e pop star se li sognano. Le cifre riportate sopra racchiudono il mito degli Abba; un mito che da oltre quarant’anni non accenna a diminuire. Sono entrati nella leggenda. Dalla porta principale.

 

La storia del gruppo può essere la trama di un romanzo rosa. Benny Andersson suona la fisarmonica (una tradizione di famiglia, suo padre e suo nonno erano buoni fisarmonicisti) già a sei anni, e a dieci strimpella pure il pianoforte. Con l’arrivo degli anni Sessanta abbandona il repertorio folk a favore del pop-rock. Suona in diversi gruppi e con gli Hep Stars che raggiunge fama e successo: nel 1965 è la band più seguita in Scandinavia, tanto che la stampa li definisce «i Beatles svedesi». Durante un party conosce Bjorn Ulvaeus, chitarrista e compositore che vanta un contratto discografico con la Polar Music, potente etichetta discografica. Tra Benny e Bjorn c’è subito feeling: cercano nuove sonorità e insieme decidono di abbandonare la lingua svedese e scrivere i testi in inglese.

 

La collaborazione si ferma però nel 1966 quando Bjorn deve partire per il militare. Benny riprende così a fare il turnista e, durante un programma radiofonico, conosce e s’innamora di una giovane cantante, Frida Lyngstad. Lei è norvegese ma abita in Svezia dall’età di un anno, da quando cioè sua mamma è scappata dall’occupazione nazista della Norvegia. Già da piccola dimostra di essere portata per il canto e a soli 11 anni debutta sul palcoscenico. Studia e partecipa a diversi concorsi per giovani talenti finché, nel 1967, ne vince uno che le fa ottenere il suo primo contratto discografico con la stessa etichetta di un’altra giovane cantante svedese che in quel periodo brillava come una stella, la biondissima Agnetha Fältskog.

 

abbaNel 1969 Agnetha è già una star della musica scandinava e durante una trasmissione televisiva conosce Bjorn, che terminato il servizio di leva collabora a tempo pieno con Benny. I due, come in tutte le favole, s’innamorano mentre è in atto un altro avvicinamento – per il momento solo professionale, quello sentimentale avverrà l’anno successivo – tra Benny e Frida. Alla svolta del nuovo decennio tutto è pronto perché il romanzo degli Abba possa cominciare: Benny e Bjorn incidono un disco dove Agnetha e Frida collaborano come coriste. Il quartetto può funzionare, così decidono di incidere un disco insieme e chiamare il gruppo Bjorn & Benny-Agnetha & Anni-Frid – nome improbabile, tanto che l’anno successivo Benny decide di cambiare e s’inventa il nome Abba.

 

I quattro da quel giorno di amore ne ha messo in abbondanza nelle loro canzoni: dopo la vittoria dell’edizione all’Eurofestival del 1974 con Waterloo e fino alla loro separazione, il gruppo svedese è stata un’incredibile macchina pop, che ha sfornato successi senza tempo, scalato classifiche e vinto dischi d’oro e di platino in tutto mondo: Sos; Dancing Queen; Take A Chance On Me; The Winner Takes It All; Gimme! Gimme! Gimme!; Knowing Me, Knowing You; Money, Money, Money… brani zuccherosi,  scritti in un periodo in cui il mondo era col fiato sospeso per la guerra fredda; il pugno della dittatura schiacciava Grecia, Spagna, Portogallo e Cile; in Italia si viveva negli Anni di piombo; si combatteva in Vietnam e nel Medioriente. La domanda sorge spontanea: ma come facevano a pensare a storielle leggere d’amore in un periodo così?

«Sapevamo scrivere testi “fuori tempo”, che non rispecchiavano la realtà del momento – ammette Benny – ma se avessimo cantato una canzone pacifista contro l’intervento militare in Vietnam o contro Pinochet non saremmo stati credibili» In effetti no, anche per una questione di look, abiti coloratissimi pieni di lustrini e paillettes. «Nel 1974 – spiega – prima di salire sul palco dell’Eurofestival ci siamo detti “se ci presentiamo in jeans e maglietta passiamo inosservati” e così abbiamo deciso di mascherarci un po’. E, visto il successo, il nostro produttore ha deciso che era meglio continuare con i travestimenti». Gli abiti di scena occupano un paio di sale dell’Abba – The Museum, inaugurato soltanto pochi anni fa e che è già diventato una delle maggiori attrazioni di Stoccolma.

 

Per stessa ammissione di Benny l’avventura degli Abba è terminata perché si erano resi conto che la musica stava cambiando. Negli anni Ottanta punk, heavy metal e disco hanno sempre più pubblico ma loro – aiutati anche da conti correnti bancari da nababbi – decidono di restare fedeli al loro stile fino alla fine. E, come fanno le grandi star, preferiscono ritirarsi quando sono ancora all’apice della carriera, lasciando i fans con l’amaro in bocca ma con uno splendido ricordo.

 

Otto dischi che – sia ben chiaro – non hanno certo contribuito a cambiare il mondo, ma hanno sicuramente aiutato a renderlo un po’ più leggero, spensierato, allegro. E quando a Benny fai notare che nel 1970 si compie lo scioglimento dei Beatles e un paio di anni più tardi gli Abba fanno uscire il loro primo singolo intitolato People Need Love, sorta di contraltare di All You Need  Is Love del gruppo di Liverpool, si imbarazza: «No, no, non vuol dire niente. È solo un caso: i Beatles sono inarrivabili. Non esistono paragoni con loro, non scherziamo! Al loro fianco noi non siamo nessuno e, soprattutto, non abbiamo fatto niente di così memorabile». Onesto. Benny la musica non l’ha abbandonata: oggi gira per la Svezia con un gruppo acustico (lui suona la fisarmonica) e propone musiche popolari scandinave.

 

Che Benny, Bjorn, Agnetha e Frida (battezzata Anni-Frid, così si giustifica la seconda A nel nome del gruppo) siano l’orgoglio della Svezia lo si capisce appena atterrati ad Arlanda, l’aeroporto della capitale. Percorrendo il corridoio che porta all’uscita le gigantografie di Benny e compagni ti accolgono assieme a quelle di altri personaggi illustri che hanno fatto grande la Svezia, come lo scrittore August Strindberg, le attrici Liv Ullmann e Britt Ekland, Alfred Nobel creatore del premio, gli sportivi Bjorn Borg e Ingemar Stenmark, il regista Ingmar Bergman solo per citarne alcuni. Quindi, se avevamo ancora bisogno di una conferma, i quattro sono ufficialmente entrati nella storia. E non solo della Svezia.

 

I reali di Svezia non hanno mai nascosto di essere loro fan, ma quando gli hanno chiesto di riunirsi per un’occasione speciale i quattro hanno declinato l’invito. «L’avventura degli Abba – s’è giustificato Benny – è terminata nel 1982 perché non avevamo più niente da dire. Trovo molto tristi gli artisti che non sanno fermarsi». Chapeau!

Loro si sono fermati, ma la leggenda continua.

 

Luca Pollini

 

Il vodka-Martini agitato, non mescolato; auto corazzate come carri armati, capaci di sparare missili, navigare sott’acqua o volare; orologi che possono tagliare una catena temperata, sprigionare gas mortali e trasformarsi in una ricetrasmittente; smoking ingualcibili anche quando indossati sotto la muta da sub; donne mozzafiato al fianco e un biglietto da visita, verbale, da leggenda: «Il mio nome è Bond. James Bond». Sono queste le caratteristiche che hanno creato il mito dell’agente segreto più famoso e amato al mondo, che ha incarnato i sogni di diverse generazioni.

 

Un personaggio nato nel 1953 grazie alla penna dello scrittore inglese Ian Fleming, che dopo sessantaquattro anni – tanti ne sono passati dall’uscita di Casino Royale, il primo romanzo che lo vede protagonista – una dozzina di libri e 25 film, non dà segni di stanchezza. Anzi: la sua popolarità continua a crescere, pellicola dopo pellicola, forse per la sua grazia da playboy o per il cinismo del killer, o forse per lo humor tipico anglosassone. Più probabilmente perché nelle avventure di 007 a tutti piacerebbe avere un ruolo, da quello del cattivo alla bellona di turno. Sì, perché anche le Bond Girl hanno contribuito ad alimentare – e non poco – il mito di 007.

 

James Bond e Ian Fleming si assomigliavano molto: amanti delle sigarette e degli alcolici (il cui eccesso portò lo scrittore a una morte prematura a 56 anni, nel 1964), delle belle donne, del lusso. Fleming aveva un metodo tutto suo per scrivere: si ritirava un paio di mesi l’anno, in inverno, in una tenuta in Giamaica, chiamata Goldeneye: per sei settimane scriveva quattro ore al giorno, circa 2.000 parole senza effettuare correzioni. Poi utilizzava un’altra settimana per correggere e riscrivere alcuni passaggi; e l’ultima per dedicarsi alla pesca e al golf.

Il grande pubblico lo conosce nel 1962 con Licenza di uccidere, e da lì in poi ogni uscita è un evento, anche se i membri dell’Academy Award non hanno mai mostrato particolare attenzione per i suoi film che a oggi si sono complessivamente aggiudicati soltanto cinque Oscar, per di più in categorie considerate “minori” (effetti sonori, montaggio sonoro, effetti speciali, miglior canzone).

 

Ma l’aspetto più clamoroso, quello che più di tutti rende 007 immortale, è che il personaggio sopravvive agli attori che lo interpretano, e a volte ha persino la meglio su di loro: Sean Connery, Roger Moore e Pierce Brosnan hanno preferito svestirsi dei panni di Bond perché ormai identificati troppo con lui. Nei film, una serie che ha avuto il merito di fondere l’action movie con la spy story senza mai tralasciare un sottofondo di frivola ironia, Bond ha cambiato sei volti, e non sempre la scelta si è rivelata felice.

 

Meglio il carisma di Sean Connery o la classe di Roger Moore? Difficile a dirsi. Ciascuno è stato figlio del suo tempo. Connery, virile e spietato; George Lazenby, rigido ed elegante; Moore ironico e donnaiolo; Timothy Dalton composto e preciso; Pierce Brosnan raffinato e mascolino; Daniel Craig – l’ultimo Bond in ordine di tempo – è l’uomo contemporaneo, smarrito e con difficoltà a rapportarsi con una donna. E questa è una grande svolta, perché le Bond Girl sono sempre state un cult nei film di 007, donne bellissime che tra inseguimenti e sparatorie sfoderano corpi favolosi e, prima o poi, entrano sempre nel suo letto. Il Bond di Craig invece è un uomo disilluso, che non si fa affascinare e che rinuncia lui stesso ad affascinare una donna, forse perché non crede più all’incontro con l’altro dell’amore. A dire il vero, neppure i precedenti Bond ci credevamo molto, ma le loro storie d’amore si sostenevano sulla classica posizione uomo-donna, dove l’uomo è gratificato dalla sua conquista e la donna è gratificata dall’essere l’oggetto del desiderio dell’uomo forte e vincente. Insomma, sesso sì, ma senza troppi coinvolgimenti sentimentali.

 

Questa svolta, magari non perbenista ma sicuramente più attenta al carattere del personaggio, è da interpretare come un segnale – forte e chiaro – che autori e produttori hanno voluto dare al pubblico. Se prima ogni film di James Bond, per quanto pieno di costanti minacce, era ricoperto da una patina di piacevole evasione,  dalla certezza che comunque il bene avrebbe sconfitto il male, oggi non è più così. Dopo l’11 settembre il mondo è cambiato e Bond assieme a lui. E la formula originaria dei suoi film si è improvvisamente rivelata incompatibile con una realtà stravolta: l’uomo donnaiolo, impermeabile al dolore è diventato poco credibile, sicuramente fuori luogo in una realtà come quella di oggi.

Ecco perché la pensione per l’Agente 007 è ancora lontana, perché «Noi siamo Bond,  James Bond».

 

Luca Pollini

 

 

 


uschi obermayerA vent’anni appena compiuti scappa di casa, attraversa l’Europa e arriva a Londra. Lei è bella, bellissima. L’invitano dappertutto e, party dopo party, conosce centinaia di persone. Tra queste Peter Green – chitarrista e fondatore dei Fleetwood Mac – e, tramite lui, Mick Taylor, chitarra dei Rolling Stones. Diventa amica di Taylor che un giorno la invita agli Olympic Studios. Bella, affascinante, ribelle e disinibita, un attimo dopo entrata in sala di registrazione aveva addosso gli occhi di Mick Jagger, che interrompe di cantare per salutarla con un: «You are so beautiful».

Diventa amica di tutto il gruppo e pochi mesi dopo torna a Monaco di Baviera. Una sera riceve una telefonata: è Keith Richard. Gli Stones suonano a Zurigo e siccome ha voglia di vederla, dopo il concerto prende un’auto e la raggiunge a Monaco. Appende il telefono e cinque minuti dopo chiama Jagger e le fa la stessa proposta. «Ma viene già Keith» risponde Uschi. «Nessun problema – risponde Jagger – sistemo la cosa sul palco».  Alle quattro del mattino suona il campanello Mick, cinque minuti dopo Keith. E nessuno se n’è andato.

Icona della controcultura del Sessantotto Ursula “Uschi” Obermaier nasce a Monaco di Baviera nel 1946. A scoprire la sua bellezza è un assistente fotografo della rivista Twen, che nel 1968 la vuole per un servizio fotografico per via del suo corpo, magro e sensuale contornato da una folta cascata di capelli castani, agli antipodi rispetto al modello di donna in voga in quel periodo. «Voglio ogni cosa da questo mondo. Voglio sperimentare tutto e vivere nel qui e ora » dichiara quando scoprono che, oltre che modella, è una delle groupie più “attive” nel mondo del rock.

Uschi ObermayerGrazie a quegli scatti è richiestissima è contesa dai migliori fotografi internazionali. Con la nudità, in linea con il suo carattere ribelle, ha un rapporto disinvolto e non sono pochi i servizi in cui appare a seno nudo. Sono gli anni in cui la politica coinvolge comportamenti e scelte di una generazione intera. Indifferente dei soldi e delle richieste di lavoro – nel frattempo ha debuttato nel cinema – Uschi si trasferisce prima Monaco nella comune degli Amon Duul (gruppo progressive tedesco) e poi – in seguito alla relazione con Rainer Langhans – nella Kommune 1 di Berlino, quartier generale dell’opposizione extraparlamentare e del movimento studentesco tedesco. Diventa simbolo e icona della controcultura europea, incarnando i principi della sexual revolution.

Lascia la passione politica e segue quella della musica. E se la vita di una rockstar è spericolata e piena di eccessi, quella di una groupie – fan che oltre ad amare la musica ama il rocker – non è da meno. Perché di romantico, nelle storie d’amore nate sotto il segno del rock, c’è ben poco: gli amori sono sempre contrastati, i baci rubati, i camerini affollati e i tradimenti all’ordine del giorno. Per Uschi non è un problema, lei non si vuole innamorare. Sa perfettamente che la rockstar, come un marinaio, quando è in tournée ha una donna che lo aspetta nel camerino di ogni palasport. « Don’t dream your life. Live your dreams» afferma. E intesse relazioni con tutti i big del momento, Jimi Hendrix incluso.

Alla fine s’innamora anche lei. Ma, come succede alle rockstar, la sua vita sentimentale non è mai banale: lui è Dieter Bockhorn, facoltoso titolare di un club nel Reeperbahn (il distretto a luci rosse) di Amburgo. Nel 1973 partono per un viaggio intorno al mondo a bordo di un Bulli, il pullmino Volkswagen, in puro stile hippie. Raggiungono l’Asia, il Messico e gli Stati Uniti. Quando sono in India decidono di sposarsi: un Maharaja, scambiandola per una principessa tedesca, organizza una fastosa cerimonia nuziale hinduista. Ma, come succede alle rockstar, la storia d’amore di Uschi non ha lieto fine: nel 1983 Bockhorn perde la vita in un incidente in moto.

Oggi, ancora anticonformista e rivoluzionaria nello stile e negli atteggiamenti, Uschi Obermaier vive a Los Angeles, disegna gioielli, fotografa, scrive, dipinge. E ascolta rock.

 

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Luca Pollini

Denver, fine degli anni Cinquanta. Ruth Handler è in cucina, sta preparando la cena. Dietro di lei sua figlia Barbara gioca con le bambole assieme a due amiche. Mentre traffica ai fornelli ascolta cosa stanno dicendo le bambine. Poi si ferma, si gira e comincia a guardarle. Vede che alle bambole le tre piccole hanno affidato ruoli da persone adulte. Pochi minuti dopo torna a preparare la cena, però ha un pensiero fisso nella mente: quello cioè che i giocattoli non rispecchiano mai la realtà che circonda i bambini, che i trenini di legno non assomigliano a quelli veri, così come gli orsacchiotti hanno sempre delle forme improbabili.

 

E le bambole hanno tutte l’aspetto delle neonate.

 

Decide di parlarne con suo marito Elliot. Lui di giochi è esperto, visto che assieme all’amico Harold Matson ha aperto un’azienda che oltre alle cornici per quadri produce giochi da tavolo. L’azienda si chiama Mattel, dall’unione del nome di uno e del cognome dell’altro. Elliot, però, non dimostra un grande interesse per la riflessione socio-psicologica della moglie, ma Ruth non si dà per vinta e comincia subito a studiare un nuovo modello di bambola. La sua idea è creare un prodotto nel quale le bambine possano proiettare le loro fantasie di adulti, perché tutti – quando si è piccoli – si vuole fare le cose da grandi. È il 9 marzo del 1959 quando viene realizzato il prototipo di Barbara Millicent Roberts, cioè Barbie.

E da quel giorno la bambola non sarà più la stessa.

 

Presentata alla fiera del giocattolo di New York si preannuncia subito come un fenomeno commerciale senza precedenti: durante il suo primo anno di vita ne sono vendute più di 350mila al prezzo di 3 dollari ciascuna. Tale trionfo si deve in gran parte alla geniale intuizione di Ruth di commercializzare la bambola e, contemporaneamente, un ampio guardaroba fatto di abiti e accessori venduti separatamente.

 

Biondissima, col corpo sinuoso (a volte anche troppo, tanto da attirare le critiche dei benpensanti), sempre alla moda e sorridente, Barbie dà inizio a una dinastia pluriennale, fatta di personaggi, amici, parenti ma anche immobili e accessori. Nel 1961 compare Ken, il fidanzato (Kenneth è il nome del figlio minore degli Handler); poi alla crescita della famiglia si aggiungono le sorelle Skipper, Stacie e Chelsea; Midge, l’amica del cuore; Alan, amico/fidanzatino della sorella maggiore; più tardi il figlio di Midge. E poi cani, gatti, uccellini, pesci rossi…

 

Barbie sbarca in Italia nel 1964, anno in cui Ruth decide di sottoporla al primo lifting: il seno acquista un paio di taglie, gli occhi diventano più grandi, compaiono le ciglia e si allungano i capelli fino a toccare le spalle.

 

Barbie

 

È una donna che invecchia solo per l’anagrafe e che si è fatta interprete delle trasformazioni estetiche e culturali che hanno contraddistinto oltre mezzo secolo di storia. Nei suoi quasi sessant’anni di vita è stata la compagna preferita delle bambine di almeno tre generazioni, consolidando i ruoli di genere e i canoni della bellezza di diversi periodi, indossando più di un miliardo di abiti ed esercitando 150 professioni, da Reginetta del ballo ad astronauta, ed è stata per sei volte – dal 1996, ben prima di Hillary Clinton –  candidata alla presidenza degli Stati Uniti.

 

Dopo essere stata riprodotta con i tratti somatici delle diverse etnie (c’è la versione asiatica, quella mediorientale, ma anche la mulatta, l’africana, e via via tutte le altre) oggi Barbie dà voce anche alle pari opportunità: la classic – alta, bionda, cotonata, vita piccola e con la quarta di reggiseno –  è affiancata da nuovi “cloni”, tra queste la curvy, dalle taglie comode e la petit piccola di statura e con poco seno. Il messaggio che le è stato affidato da trasmettere alle nuove generazioni di donne è chiaro: le differenze non sono un problema, il mondo è bello proprio perché è vario e diverso.

 

Barbie abbandona così i panni della femminilità tradizionale e la bellezza perfetta per vestire quelli più progressisti, regalando una visione della bellezza più ampia, dal lontano sapore femminista. D’altra parte, a differenza degli altri miti contemporanei stritolati dallo scorrere degli anni, ha il privilegio – in quanto bambola – di essere fuori dal tempo, attraversare epoche e terre lontane, rafforzando il suo status di leggenda e di specchio di epoche diverse.

 

Per questo definirla una bambola è riduttivo, Barbie è un’icona globale, che è riuscita ad abbattere ogni frontiera linguistica, culturale, sociale, antropologica rappresentando il primo esempio di gioco globalizzato. In qualsiasi parte del mondo tu vada, lei è identica e i bambini possono parlare del loro giocattolo preferito senza bisogno di spiegare ogni volta di che cosa si tratti.

C’è chi dice che ha fatto più lei che anni di studi e di politiche per l’infanzia.

Potrebbe essere.

 

Luca Pollini