mel brooksSe la parodia è un’arte, allora il maestro è sicuramente Mel Brooks, uomo con un senso dell’humor fuori dal comune, che riesce cogliere i lati comici della vita, che non ha mai avuto paura di ironizzare su niente: «Non parlerei mai di camere a gas, della morte di bambini o della tragedia degli ebrei per mano dei nazisti. Qualsiasi altra cosa va bene».

Oggi può permettersi di guardare dall’alto in basso Hollywood, con la saggezza di chi ha lasciato il segno nel mondo della commedia. E critica: «La correttezza a tutti i costi ha significato il sacrificio del sarcasmo e dell’ironia. Siamo diventati stupidamente politically correct, abbiamo fatto morire la commedia».

Ha ragione, di commedie al vetriolo se ne vedono sempre di meno. Ve lo immaginereste le accuse di razzismo per i dialoghi di Mezzogiorno e mezzo di fuoco? Quando ad esempio Gene Wilder rivolto a degli operai di colore dice: «Ragazzi la ricreazione è finita e non state lì a prendere la tintarella che tanto non vi serve» oppure «Questo è proprio il colmo. Noi ci prendiamo il disturbo e la fatica di scannare tutti quanti gli indiani del West, e per che cosa? Per far nominare uno sceriffo che è più nero di qualsiasi indiano!». Dialoghi che oggi sarebbero censurati dagli stessi autori.

Il politicamente scorretto, se usato con intelligenza, è il sale della commedia. Un genere che Mel Brooks ha segnato indelebilmente con un capolavoro: Frankenstein Junior, pellicola ispirata al romanzo di Mary Shelley che dissemina gag, citazioni e prese in giro memorabili con un gusto sconosciuto alle parodie odierne.

Un film dove tutto è perfetto, regia, attori, atmosfere: un esempio di come la comicità possa diventare anche poesia. Un film che abbiamo già visto almeno venti volte, ma che ci fermiamo a rivederlo per la ventunesima. E ancora ridiamo, nemmeno fosse la prima volta, anche se ormai potremmo recitarlo tanto lo conosciamo a memoria. Ma tant’è, resta irresistibile.

Siamo di fronte a uno dei capolavori assoluti e la conferma l’abbiamo quando si sente che le battute sono ancora presenti e ben radicate nel linguaggio comune, come se il film fosse uscito solo pochi mesi fa. A chi non capita ancora oggi, nel tentativo di spiegare per l’ennesima volta qualcosa a qualcuno, citare la frase «Rimetta-a-posto-la-candela»?  Oppure quando si vuole indicare qualcosa davanti a un paesaggio «La lupu ululà, lì castello ululì»; e ancora «Un enorme Schwanzstücker»; «Frau Blücher!»; «Tafetà caro» «Tafetà tesorino»; «Gobba? Quale gobba?»; «Sì-può-fareeeee»; «Sedatavo?» e così via, per almeno altre cinquanta scene cult.

Forse il segreto della sua immortalità sta nel fatto che, da un punto di vista squisitamente linguistico Frankenstein Junior è un crogiuolo di battute e scene politicamente scorrette – si prende in giro persino un gobbo, un cieco, un ritardato mentale, un mutilato con l’arto artificiale, si fanno le corna alla moglie  – riproposte in chiave divertita prima che divertente.  Sì, perché a ridere per primi sono stati attori e regista, tanto che Mel Brooks ha sempre sostenuto che il cast è un concentrato di cialtroni.

L’idea di girare una parodia di Frankenstein è di Gene Wilder che – dopo aver visto l’originale in tv – riflette sull’imbarazzo che avrebbe potuto provare un eventuale nipote alle folli teorie del nonno, il dott. Frankenstein. E il giorno dopo ne parla con Mel Brooks.

Passano solo tre mesi e il soggetto del film è pronto: Brooks e Wilder bussano alle porte di tutta Hollywood in cerca di un produttore. La Columbia Pictures ci crede ma dopo le strette di mano e i saluti di rito, Brooks si rivolge ai dirigenti della casa di produzione e, distrattamente, dice: «Dimenticavo: il film sarà girato in bianco e nero».

Risposta: «Cosa? Non se ne parla nemmeno: il bianco e nero è vecchio, oggi tutto si gira a colori» e stracciano il contratto. Fortunatamente una copia è arrivata anche sul tavolo della 20th Century Fox che decide di rischiare. E gli è andata bene: costato meno di 3 milioni di dollari ne incassa più di 87, ottiene 3 nomination agli Oscar e due ai Golden Globe. Il bianco e nero – secondo la critica – è stata una delle idee vincenti del film perché l’ha reso quanto mai più “vicino” all’originale.

In Italia il film arriva verso la fine di agosto del 1975 ed è bollato come una semplice commediola. Il doppiaggio, che vede impegnato anche Oreste Lionello, è perfetto e la traduzione ha salvato tutte le battute: alcuni giochi di parole intraducibili in italiano si riesce comunque ad adattarli e addirittura uno di questi – il famoso «Lupo ululà, castello ululì» – è quasi migliore in italiano che in inglese.

Frankenstein Junior è entrato nella storia perché è uno di quei film pressoché perfetti, un manuale di comicità che va studiato dal primo all’ultimo fotogramma, una di quelle opere che capita una sola volta nella vita di dare alla luce. E proprio lo stesso Mel Brooks se n’è accorto, perché quel successo, malgrado gli sforzi successivi, non lo raggiunse più.

Luca Pollini


bettie pageNegli anni Cinquanta posare nuda non dev’essere stato facile, ancor meno nell’America puritana. Certamente ci voleva una grande sicurezza in se stessi. E Bettie Page ne aveva da vendere.

Una chioma nera come la notte, un sorriso brioso come il giorno, Bettie è più che una bella ragazza. Nata a Nashville, in Tennessee, con sangue Cherokee nelle vene, mentre passeggiava su una spiaggia a Coney Island è notata da Jerry Tibbs, un poliziotto con l’hobby della fotografia. Colpito da quella figura sinuosa e da quegli occhi blu profondo, le chiede se può farle delle fotografie. Una settimana dopo sono a cena. Si ride, si mangia e – soprattutto – si beve. Jerry la invita a bere un ultimo bicchiere a casa sua. Lei è su di giri, lui comincia fotografarla

Il suo rapporto con l’obiettivo della macchina fotografica è pura empatia. Sempre spontanea e naturale, una predisposizione alla posa rara. E che pose! Complice qualche bicchiere di troppo lo sguardo di Bettie diventa sempre più ammiccante, le pose più provocanti, si lascia plasmare come creta e non ha alcun problema a posare nuda.

Le foto sono splendide e l’amico poliziotto le fa girare negli ambienti di fotografi professionisti che cercano modelle per nudi artistici. Bettie è chiamata immediatamente e le bastano poche sessioni per rivoluzionare la fotografia erotica inventando, di fatto, la professione della pin-up.

Le sue scelte così singolari, specialmente per quell’epoca, dimostrano una grande indipendenza, oltre che capacità di controllo sulla propria carriera, sul proprio corpo, sulla propria vita. Una vita molto più complessa di quello che si possa immaginare.

Seconda di sei figli, tre maschi e tre femmine, all’anagrafe registrano il suo nome con la Y ma il certificato di battesimo indica Bettie. I genitori divorziano quando lei ha dieci anni. Il padre, spesso ubriaco e senza lavoro, molesta le tre figlie femmine. «Eravamo così poveri che se trovavamo un’arancia nella calza di Natale facevamo festa» ha rivelato a un giornale.

Le tre sorelle crescono in un orfanotrofio dove si divertono a pettinarsi e truccarsi come le grandi dive. È una studentessa modello e anche se studia per diventare insegnante sogna di fare l’attrice. Dopo la laurea sposa Billy Neal, conosciuto al college. I due si trasferiscono a San Francisco, poi lui parte per la guerra. Quando torna divorziano. Si sposerà – e divorzierà – altre due volte.

Stare vicino a una donna così non deve essere facile: essere gelosi è naturale. Tutti la vogliono, tutti la cercano, tutti la guardano. Molti dall’obiettivo. Tra questi c’è Irvin Klaw, artista all’avanguardia, che la convince a pettinarsi con la frangetta, quello che diventerà il suo tratto distintivo. La immortala in decine d’immagini sexy, anche a tema bondage e sadomaso. In men che non si dica, Bettie Page diventa un’icona in tutti gli Stati Uniti: la prima pin-up della storia.

Le pin-up (traducibile con “da appendere”) sono ragazze procaci, ammiccanti e sorridenti fotografate in costumi da bagno o abiti succinti. Foto che attirano l’attenzione di milioni di lettori, in particolar dei soldati, che usano appunto “appenderle” dentro gli armadietti della caserma.

L’apice della notorietà Bettie Page lo raggiunge nella seconda metà degli anni Cinquanta quando la rivista Playboy la vuole come playmate. Solo un paio di mesi prima quelle pagine centrali erano occupate da Marylin Monroe. Le sue forme, la pelle bianco latte, gli occhi di un blu profondo, il sorriso innocente ma accattivante non passano inosservati.

Questa esplosiva combinazione di fascino e sensualità le fa guadagnare notorietà in poco tempo. Inizia di una carriera strepitosa. Da oggetto del desiderio dei marines, Bettie diventa attrice, ballerina, cantante. Non smette mai di stuzzicare: impone il genere burlesque grazie a quel vedo/non vedo sapientemente studiato, equilibrio perfetto tra erotismo e buon gusto, un sex appeal lontano anni luce dalle panterone di oggi, col capello semi bagnato, seni improbabili e labbra a canotto. 

L’immagine di Bettie è riprodotta ovunque, scatole, T-Shirt, copertine di dischi, carte da gioco. Ora anche le donne restano incantate dai suoi modi affabili, maliziosi e ingenui allo stesso tempo e ne ammirano la sicurezza e il temperamento. Sempre divertita e irriverente è ospite in diversi programmi tv, si esibisce in club e teatri, è protagonista di oltre 50 filmati burlesque. È la donna più desiderata di America.

E iniziano i guai.

Alcuni leader civili e religiosi denunciano i suoi lavori accusandoli di perversione e di “cospirazione finalizzata alla distribuzione di materiale osceno”. Dal momento che quella modella sua connazionale viola ogni tipo di tabù sessuale, il senatore del Tennessee Estes Keafauver ordina un’inchiesta congressuale anche contro di lei.

Così, a causa di un bigottismo istituzionalizzato Bettie è costretta a ritirarsi dalle scene all’apice della carriera, scomparendo dalla vista del pubblico a soli 37 anni.

Bettie Page non è stata soltanto un’artista dotata di rara bellezza ma una rivoluzionaria e una liberatrice dei costumi. Con il suo atteggiamento spavaldo ed esuberante ma professionale, contribuisce a cambiare la percezione e il trattamento delle donne all’interno dell’industria dello spettacolo.

Lei ha sempre rifiutato il ruolo di paladina del femminismo: «Non ho cercato di essere scandalosa o di essere una pioniera. Non ho cercato di cambiare la società o di anticipare i tempi. Non ho pensato di essere un’emancipata e non credo di aver fatto qualcosa d’importante. Sono solo stata me stessa. Non conosco altro modo di essere o di vivere».

Depressa, disorientata e soprattutto disgustata dal bigottismo imperante, Bettie viaggia molto e prova a riciclarsi come insegnante e coreografa in California, Tennessee, Illinois e Oregon. Quando qualcuno la riconosce per la strada, risponde: «Bettie chi?»

Il terzo divorzio le causa un grave crollo nervoso, le viene diagnosticato un disturbo bipolare. Ormai è rimasto poco della brillante e spiritosa ragazza adorata da tutti, preferisce l’anonimato perché non può sopportare che il suo pubblico la veda in quello stato.

Le manca molto l’amore, quello vero, quello intimo. Pur di fare scandalo le sono attribuite anche diverse relazioni omosessuali, tra cui persino con Marilyn Monroe e Katharine Hepburn.

C’è chi sostiene che il motivo del suo rifiuto a farsi fotografare sia dovuto al suo riavvicinamento al cristianesimo. Leggendario anche l’episodio che racconta come riscopre la fede: sembra che un giorno stesse passeggiando sulla spiaggia a Key West, quando vede una piccola chiesa sormontata da una minuscola croce. Entra, e dopo un’ora esce rinata cristiana.

Chiuso definitivamente con la sua vita precedente, studia per diventare missionaria ma questa sua volontà s’infrange a causa della sua instabilità mentale. Nel 1979 è arrestata a seguito di una violenta lite in strada. Le diagnosticano un’acuta forma di schizofrenia con tendenze alla violenza ed è ricoverata per due anni. Dimessa, sempre sotto stretto controllo medico, lavora a un’organizzazione cristiana. La gente e il mondo dello spettacolo per anni non sa nemmeno se è ancora viva.

Bettie Page muore a 85 anni dopo una lunga polmonite. Accanto uno dei suoi fratelli che ha detto: «Era splendida, anche dopo aver esalato il suo ultimo respiro».

Luca Pollini


EvitaSuccede ogni 26 luglio, il giorno della sua morte. Milioni di persone non trattengono le lacrime quando la tv ricorda la sua figura, mentre i più giovani restano affascinati dalla sua storia. Eva Duarte Perón, la mamma di un’intera nazione, l’imperatrice, la santa. E oggi, dopo i continui disastri finanziari degli ultimi anni e una classe politica che non riesce a ispirare fiducia, il rimpianto è ancora più struggente. 

Populista fino al midollo e tra i responsabili dello sperpero di denaro pubblico – una delle principali colpe del governo peronista – Eva è stata amata incondizionatamente. E sicuramente da lei gli argentini accetterebbero oggi i sacrifici che i politici e i tecnocrati non riescono a imporre.

Per qualche anno porta soltanto il cognome della madre, Ibarguren, soltanto più tardi è riconosciuta dal padre e diventa Eva Maria Duarte. Un’infanzia misera, povera, infelice, ma questa ragazzina è bella: mora, magra, alta, affascinante.

E molto inquieta. La povertà può annichilire, ma la sua audacia e la ferrea volontà la conducono verso una voglia di riscatto. A 16 anni scappa di casa e raggiunge Buenos Aires con un chitarrista che le prospetta il successo nel mondo dello spettacolo. Eva ci prova e non ha paura di sporcarsi le mani e piegare la schiena: fa la sguattera, la cameriera, la commessa per pagarsi da vivere e aspettare l’occasione giusta. Ottiene qualche piccola parte in film di scarsa qualità, poi approda alla radio.

Sono i primi anni Quaranta, in Italia c’è il fascismo e il colonnello Juan Domingo Perón, ambizioso militare di carriera, è un ammiratore di Benito Mussolini. Perón è sicuro che quel modello di politica guarirebbe i mali della sua Argentina, che vive un momento difficile, con deboli strutture istituzionali e gravi tensioni sociali.

Nel 1943 il colonnello Juan, vedovo, e la giovane Eva incrociano le loro strade ed è amore a prima vista. Lei crede in lui, avverte la passionalità del progetto di riscatto per i milioni di poveri in cui s’identifica: lei è una di loro, li capisce e vuole aiutarli a trovare un posto nella società.

Così il matrimonio d’amore si trasforma rapidamente in un patto politico.

È qui che Eva Maria lascia il posto a Evita, che diventa l’eroina dei descamisados, dei diseredati, dei poveri. È giovanissima, ma è già mamma di tutti i disperati.

Sconfitto in Europa, il fascismo riappare così sull’altro lato dell’Atlantico. Perón crea, secondo schemi d’ispirazione fascista, uno Stato assistenziale in cui i lavoratori godono di previdenze che non avevano ottenuto né sotto il regime degli oligarchi né sotto quello dei radicali. È in questo governo che emerge una figura di un informale ministro del Lavoro: è Eva Duarte Perón, ex attrice, mediocre, con una cultura modesta ma una straordinaria capacità di capire le masse, che ha perfettamente compreso l’importanza della radio. La sua trasmissione quotidiana sul canale nazionale si trasforma in un pulpito politico.

Il popolo la venera e la vuole bella, ricca, ornata di gioie. Anziché suscitare irritazione e sentimenti di rivalsa sociale, i suoi abiti lussuosi e i suoi gioielli sono esattamente ciò che la plebe argentina desidera vedere sulla sua persona, quasi che Evita fosse profeta della resurrezione popolare. È femminista anzitempo: è grazie a lei se le donne argentine hanno il diritto di voto e un nuovo status politico.

Quando la coppia si affaccia al balcone della Casa Rosada, le folle oceaniche salutano solo lei, gridando «guapa!, guapa!». Evita è davvero bella, anche se è una giovane donna fragile, investita da un compito che le sue strette spalle di ex povera provinciale, non possono reggere a lungo.

Il programma di Perón non piace a tutti i militari che stanno al potere, così nel settembre del 1945 si dimette e il 13 ottobre è arrestato. L’esposizione in piazza del guardaroba di Evita a opera del nuovo governo, nel tentativo di denigrarne l’immagine, non ottiene il risultato auspicato: anziché scandalizzare suscita ondate di nostalgia e di venerazione.

Quei gioielli sono l’equivalente degli ex voto che i fedeli appendono sulla statua della Vergine “per grazia ricevuta”.  Evita non molla: prende il megafono, incita le folle, chiama a raccolta i descamisados sotto Plaza del Mayo che costringono gli stessi generali che avevano arrestato Perón a restituirlo al suo popolo.

Il partito le chiede di candidarsi alla vicepresidenza ma l’opposizione e i militari fanno pressioni su Perón perché ciò non avvenga. Ci pensa lei stessa a ritirarsi, consapevole ormai che la debolezza che la tormenta non è causa solo all’enorme carico di lavoro. La Primera Dama l’ha capito prima degli altri: sta morendo.

Soffre di dolori allo stomaco: inizialmente si pensa siano dovuti al suo cattivo rapporto con il cibo (mangia pochissimo) ma poi i medici scoprono che si tratta di un tumore all’utero in stato avanzato. Evita rifiuta di farsi operare: «Non voglio rimanere a letto quando intorno a me c’è così tanto da fare, quando c’è tanta gente che ha bisogno» dice.

Muore all’età di trentatré anni (ebbene sì, come Cristo) e pare che poco dopo in Vaticano sia arrivata una proposta di beatificazione. D’altra parte gli appellativi che hanno accompagnato il suo nome (martire del lavoro, santa protettrice, cielo degli umili, sole dei vecchi, buona fata dei bambini, quintessenza dei sentimenti) e la liturgia popolare che è sorta intorno alla sua persona la giustificano.

La notte in cui Evita muore, la piazza è stracolma di gente: una folla di disperati piange la sua paladina, fondendo le sue lacrime con la pioggia che scende impietosa su un Paese in lutto. Lutto che porta ancora oggi.

La storia di Evita continua a essere straordinaria anche dopo la sua morte. Per evitare che il corpo imbalsamato diventi oggetto di culto, i militari fanno irruzione nei locali della Confederazione sindacale, dove la salma è custodita e sequestrano il feretro.

La bara, dopo essere rimbalzata tra basi militari, caserme, rifugi segreti, è spedita in Italia con un falso certificato di morte intestato a Maria Maggi De Magistris. La salma viene sepolta a Milano, nel cimitero Maggiore, dove resta sino al 1976, quando torna a Buenos Aires.

Evita è più viva che mai, in Argentina le sono dedicate vie, strade, piazze, città, provincie, sedi istituzionali, biblioteche. E La razón de mi vida, la sua autobiografia, è testo obbligatorio nel sistema scolastico. Perché il popolo argentino spera che un giorno o l’altro qualcuno sappia raccogliere la sua eredità, quella di una donna straordinaria che col suo amore fece risorgere una nazione.

Luca Pollini


madonna«Spesso mi danno della puttana.  Strano per una che porta un nome come il mio, vero?».

Madonna (che all’anagrafe aggiunge anche Louise Veronica Ciccone) si riassume in questa frase che lei ama ripetere ogni volta che è protagonista di uno scandalo. Oltre che della puttana le danno della ribelle, indomabile, testarda, passionale, egocentrica, combattiva, ottimista, insaziabile, curiosa, violenta, sensuale, fiera, impudente, erotica… e chissà in quanti altri modi ancora la definiscono. Una cosa mette tutti d’accordo: Madonna è una delle più grandi star dello spettacolo.

È indomabile, dagli insuccessi – non pochi, sia nella vita privata sia nella carriera – non si è mai fatta fermare, anzi: sembra che le abbiano fornito una carica potentissima per andare avanti, affrontare una nuova sfida, atteggiamento rarissimo per un personaggio dello spettacolo. Grazie alle sue trasformazioni, la sua astuzia, il suo continuo rinnovarsi e stare al passo coi tempi è universalmente riconosciuta Queen of Pop, titolo che ancora oggi, alla soglia dei sessant’anni, non ha nessuna intenzione di abbandonare.

«Andai a New York. Non conoscevo nessuno. Volevo ballare, cantare, rendere felice la gente, essere famosa. Volevo che tutti mi amassero, essere una star e diventare più famosa di Dio. Ho lavorato duro e i miei sogni si sono avverati». Il carattere e la determinazione sono chiari e questa dichiarazione riassume la sua vita. Nasce a Bay City, paesino nel cuore del Michigan dove odia tutto, dall’odore della strada fino alle facce dei suoi abitanti. Quando decide di andarsene ha appena compiuto vent’anni e in tasca soltanto 35 dollari.

La perdita prematura della madre, morta a 31 anni per un tumore al seno, ha condizionato la sua vita. Si chiamava Madonna anche lei, una donna dolce e affettuosa per i suoi sei figli. La tragedia si abbatte quando l’ultima ha solo 6 mesi. A soli 16 anni Madonna è orfana di madre, sgobba a scuola, si fa carico delle incombenze domestiche, deve badare ai suoi fratelli e si sente tradita dal padre perché si è risposato poco dopo con una donna che detesta. Ha ben presente cosa significa avere la vita dura e farsi valere. E forse non è un caso che la maggior parte del suo pubblico sia composto da donne bianche, adulte, non “in carriera” ma operaie, lavoratrici della classe media. Donne escluse da un femminismo troppo intellettuale.

Ha sempre voluto essere padrona della sua vita. Per lei, il più grande errore compiuto dalle femministe è stato quello di credere di doversi vestire e comportarsi da uomini per ottenere tutto quello che vogliono. La donna liberata, secondo Madonna, può ottenere il potere senza dover sacrificare la propria femminilità. E il piacere sessuale.

Ha sempre fatto sesso quanto e come ha voluto ma,  ci tiene a precisare, non è mai dovuta andare a letto con qualcuno per fare carriera. Se poi, tra le lenzuola, è capitato anche qualcuno che ha potuto aiutarla, meglio ancora, perché univa l’utile al dilettevole. Per “quanto e come ha voluto” s’intende che non ha mai fatto distinzioni tra uomini e donne, tra machos e gay,  tra miliardari e poveracci. Il più delle volte, però, ha fatto l’amore per piacere, più che per amore.

In parole povere, per essere rispettata una donna non deve trasformarsi da uomo: si può essere potenti anche restando femminili. E Madonna ne è la prova vivente.

Con la trasgressione, la ribellione e il non rispetto delle regole ha costruito il suo personaggio. Non si è posta limiti in campo sessuale né in quello artistico, ma su una cosa non transige: alcol e droghe. Non s’è mai fatta nemmeno una canna e non si è mai ubriacata. Le piace far credere agli altri che non ha limiti, che la sua vita corre sempre sul filo del rasoio. In realtà non è così: la sua ribellione è collegata a una sorta di autodisciplina, un codice di auto-regolamentazione morale con regole ferree che sono servite per arrivare al successo e ottenere (quasi) tutto quello ha voluto.

La sua abilità è sempre stata quella di riuscire a trasformarsi da diavolo ad acqua santa nel volgere di pochissimo tempo e, soprattutto, in base alla convenienza del momento. Lei non ha una vita privata e, forse, non l’ha mai voluta avere. «Io sono del mio pubblico. Devo tutto ai miei fans e a nessun altro!». Quindi, oltre che per dischi, film e concerti, Madonna è una che fa notizia, sempre e comunque. I suoi scandali sono mirati e indirizzati solo e unicamente al pubblico, lei non ha mai truffato il fisco, non è mai stata beccata a fare atti osceni in un luogo pubblico, non ha mai distrutto una stanza d’albergo perché ubriaca fradicia o drogata, non ha mai aggredito un paparazzo.

Di scandali, però, ha sempre vissuto: ha iniziato da bambina e non ha ancora finito oggi, signora di mezza età. Grazie a esibizioni, libri di erotismo, baci saffici, masturbazioni con crocefissi, dichiarazioni politiche si è costruita pezzo per pezzo, e scandalo per scandalo, il personaggio.

Con due matrimoni falliti alle spalle, quattro figli (di cui due adottati in Malawi), qualche toy boy, serate tra amanti del jet set e amicizie equivoche, la regina del pop si avvia verso i sessant’anni con lo smalto di una ragazzina e un fisico sicuramente invidiabile per una signora della sua età, che – dice – non essere mai passato sotto i ferri di un chirurgo estetico. Lei ha un’esperienza invidiabile dietro alle spalle, che le ha permesso di affrontare e superare con scioltezza tutti gli ostacoli che le si sono parati davanti e a sopportare i dolori che le hanno provocato. Esperienze che mai dimenticherà.

Ora, nonostante qualche dichiarazione tipo «Faccio un pompino a tutti quelli che votano Hillary» rilasciata in occasione delle ultime presidenziali Usa, sembra una signora borghese, tutta casa-famiglia-lavoro. Ma non è improbabile che ci riservi ancora delle sorprese, perché,  come lei stessa ha dichiarato: «Viviamo in un periodo di trasformazioni gigantesche: magari potrei finire a dirigere un Museo della scienza e della tecnica a Singapore».

Luca Pollini


charles mansonIn molti sostengono che il movimento hippie sia morto per colpa sua che ne ha definitivamente danneggiato l’immagine. Eppure lui nel 1969 non era un figlio dei fiori, e non lo è mai stato: era il grande incubo americano.

Charles Manson nel 1934, quando sua madre ha 16 anni – che non sa chi sia il padre di suo figlio – si prostituisce per droga. Sin da piccolo frequenta aule di tribunali e celle: a nove anni è arrestato per furto. Da allora comincia a entrare e uscire dai riformatori degli Stati Uniti fino a quando nel 1967, a San Francisco, è rilasciato per decorrenza dei termini: ha 32 anni e un fedina penale lunga diverse pagine dove non mancano stupri, rapine, truffe, aggressioni, sfruttamento della prostituzione e altre azioni degne di un grande criminale.                                                                                                                                  

Non conosce niente del mondo libero perché la maggior parte della sua vita l’ha trascorsa dietro alle sbarre e quando si apre il cancello della prigione, si ritrova nel bel mezzo della Summer of Love. Capisce al volo che quel clima di “libertà” gli è congeniale.

Non ha un fisico prestante, anzi: è piccoletto, alto appena un metro e 58, molto magro, con la schiena curva, capelli neri e lisci, ma ha dalla sua uno sguardo ipnotico e una grande parlantina. Occhi e voce che fanno breccia attraverso i cuori delle “figlie” dei fiori.

Charles capisce subito che se si ha un po’ d’intraprendenza all’interno di Haight-Ashbury si può anche avere un discreto successo e fare qualche soldo. Così si muove moltissimo e presenta alla gente la sua filosofia, quella della “Big Family” che ha la stessa concezione della comune, soltanto che al primo punto c’è l’amore libero e al secondo la droga.

Le ragazze aumentano: sono quasi tutte scappate da casa e in cerca di avventure, una lo rende anche padre di Valentine Michael Manson detto Pooh Beer. Tra le più fedeli c’è Sandra Good detta Sandy. Quando si unisce alla Family ha 21 anni: oggi vive a Corcoran, in California, a pochi chilometri dal carcere dov’è rinchiuso Manson e gestisce un sito internet, www.charliemanson.com, dove sono pubblicati i pensieri, le opere e si possono trovare tutte le informazioni su Charles e la setta.

La comunità diventa numerosa e si trasferisce in una villa al 14400 del Sunset Boulevard dove poco tempo prima abitava Dennis Wilson, il “bello” dei Beach Boys, entrato in contatto anche lui con la Family per aver caricato due autostoppiste. Anche Wilson rimane folgorato da Manson, dalla sua filosofia e dalle sue idee, non certo dalle canzoni che gli fa ascoltare ininterrottamente nella speranza di una raccomandazione presso qualche discografico.

È molto invadente, anche troppo, e Wilson lo gira a Terry Melcher, produttore dei Beach Boys, che cerca di convincere il giovane impresario Rudy Altobelli a metterlo sotto contratto. Altobelli non ci pensa nemmeno: «Sarò giovane e inesperto, ma non sono sordo e nemmeno cieco. Le canzoni sono orrende, lui è impresentabile e come se non bastasse canta come un cane».

Per toglierselo di torno Dennis pensa di inserire una sua canzone nel nuovo album dei Beach Boys. Il resto della band non vede di buon occhio questa invasione, anche perché considerano Manson un approfittatore e non un artista. Ma alla fine si fa (la canzone accreditata a Dennis Wilson e profondamente rivista nel testo è Never Learn Not To Love). Anche se non è accreditato come autore per la “collaborazione” Manson è liquidato con dei contanti e una moto, con la richiesta di non farsi più vedere.

Charles saluta tutti dicendo «O si è con me o contro di me» e lascia nelle mani del produttore un bossolo di pistola da recapitare a Dennis Wilson. E poche sere dopo piomba a casa di Melcher assieme ad alcuni membri della Family: portano via argenteria e chiedono soldi. È accontentato ma il giorno dopo il discografico cambia casa. I nuovi inquilini della splendida villa di Bel Air a Cielo Drive 10050 sono regista Roman Polanski e la sua giovane moglie Sharon Tate, 26 anni, in dolce attesa.

Abbandonato da tutti dopo aver annusato l’aria del jet-set, Manson e la Family si rifugiano in un ranch in mezzo al deserto. Ascolta in modo ossessivo il White Album dei Beatles, convinto che tra le righe del testo del brano Helter Skelter si celi un messaggio in codice, il cui contenuto parlerebbe di una guerra razziale che sarebbe vinta dalle popolazioni di colore con la conseguente completa estinzione della razza bianca.

Per esempio, nella frase «Look out Helter Skelter, is coming down fast» secondo lui emerge il messaggio che la fine del mondo che sta arrivando sotto forma di guerra tra i popoli. E per Manson la guerra è alle porte, tanto che ordina a tutti i ragazzi della comune di avere un’attrezzatura da “militante Helter Skelter”, che comprende abiti scuri, coltelli a serramanico, sacco a pelo.

Mantenere l’intera struttura senza l’appoggio dell’entourage dei Beach Boys comincia a costare parecchio e l’organizzazione si sta lentamente sgretolando. Manson decide quindi che è giunta l’ora dell’Helter Skelter. La sera del 9 agosto riunisce i suoi uomini più fidati per compiere un’azione dimostrativa. A Bel Air. Entrano nella villa al 10050 di Cielo Drive.

Steve Parent, il custode della villa, lo riconosce e gli chiede: «Cosa fai qui a quest’ora?». Gli risponde con quattro pallottole al petto e poi fa segno alle ragazze di seguirlo. Entrano in casa e trovano Voiteck Frykowski, giovane sceneggiatore di 32 anni, e la sua compagna Abigail Folger di 25; Sharon Tate e il suo ex fidanzato, Jay Sebring: vengono radunati in salotto con le mani alzate e poi uccisi, Sharon Tate con più di 160 coltellate. Prima di uscire dalla villa con un asciugamano intriso di sangue dell’attrice scrivono «Pig» sulla porta d’ingresso. Il maiale, secondo le teorie di Manson, è uno dei travestimenti del maligno.

La sera dopo si replica. Nella villa al 3301 di Waverly Drive ci abitano due commercianti, Rosemary e Leno LaBianca. Anche loro sono massacrati a coltellate, ma questa volta la scritta con il sangue sul muro è: «Death to Pigs, Rise, Helter Skelter» e con un forchettone da forno sulla pancia di LaBianca è incisa la parola «War».

La polizia non collega subito i due crimini e non sospetta di Manson e della Family, tanto che il 16 agosto fanno irruzione nel Ranch e lo arrestano insieme ad alcuni dei suoi con l’accusa di detenzione di marjiuana, per rilasciarli dopo nuna settimana. Ma il 12 ottobre gli stessi agenti tornano al Ranch con un mandato di arresto e l’accusa di aver commesso le due carneficine. A incastrarlo definitivamente è Linda Kasbian, unica pentita della Family, che al processo si dissocia dal gruppo diventando la testimone chiave del processo.

Si conclude così la storia di uno squilibrato che in un paio di anni è riuscito a trasformare un gruppo di innocenti e pacifisti giovani hippie in sanguinari e spietati assassini, un personaggio al quale Quentin Tarantino dedicherà il suo prossimo film, che rievocherà i delitti della Family e l’omicidio di Sharon Tate. 

Pochi anni fa Rolling Stone ha pubblicato la notizia secondo la quale Manson, condannato all’ergastolo – e che potrà beneficiare della libertà vigilata a 92 anni – stava nuovamente per sposarsi. A comunicarlo direttamente sarebbe stata la futura moglie, di 25 anni. Le nozze però sono saltate all’ultimo momento: la giovane, infatti, si sarebbe messa d’accordo con due amici per sposarsi con Manson per poi – una volta morto – esporlo in una bara di cristallo a Los Angeles e farne un’attrazione turistica. L’idea al “piccolo Charles” non è affatto piaciuta.

E ora – che è stato sepolto come tutti – c’è da giurarci che la sua tomba sarà comunque un’attrazione. Non saranno pochi quelli andranno in pellegrinaggio al piccolo cimitero di Bakersfield, in California, e gli renderanno omaggio. Perché lui, piaccia o non piaccia, è stato un grande seduttore.

Luca Pollini

Eva Kant, DiabolikLa notizia è di quelle destinate a fare scalpore: Diabolik ed Eva Kant sono in crisi. E non si tratta di crisi “professionale” (i due supercriminali restano tutt’ora imprendibili per il povero Ginko) ma di crisi “sentimentale”. E non si tratta nemmeno della classica crisi del settimo anno, questa è del cinquantesimo, e oltre.

Si è venuto a sapere che i due sono arrivati al Punto di rottura (titolo del loro albo Speciale Grande Diabolik in edicola a luglio), un punto di rottura è uguale a quello di qualsiasi coppia: incomprensioni, silenzi, nessun sorriso, nessun gesto d’affetto, visi tirati. Eva che parla chiaramente di «priorità diverse» e non è più disposta a «prendere ordini» da lui, dal suo compagno di una vita.

Eva conosce Diabolik nel 1963 nell’avventura L’arresto di Diabolik: sin da quella prima apparizione si capisce che lei è fatta di un’altra pasta. Dimostra immediatamente una freddezza e una determinazione pari a quella di Diabolik, salvandolo in extremis dalla ghigliottina. Scampato il pericolo e al sicuro in uno dei numerosi rifugi, lei dichiara, quasi vantandosene, di essere una donna pericolosa, con trascorsi di avventuriera e spia industriale.

All’epoca le donne nei fumetti sono tutte sciaquette, lei invece è diversa sia dalle eroine che l’hanno preceduta sia da tutte quelle che tenteranno, invano, di imitarne il fascino.

Bionda, occhi verdi, bellissima – le sorelle Angela e Luciana Giussani, creatrici e editrici del fumetto, chiedono ai disegnatori di ispirarsi a Grace Kelly, mentre le fattezze del viso si devono a una loro amica (rimasta anonima)- Eva oggi ha più di cinquant’anni ma è ancora di moda. Capelli pettinati nell’immancabile chignon, viso lungo, fisico da modella con poco seno fasciato in un completo pantaloni nero, ai piedi un paio di semplici ballerine.

Lady Kant è la figlia illegittima di una povera ma bellissima donna di nome Caterina e di Lord Rodolfo Kant, ha una giovinezza difficile e turbolenta (fa mille lavori, compreso quello di una cantante di nightclub: del resto sa come usare il suo corpo flessuoso…) e arriva a sposare il cugino del padre, Lord Anthony Kant, ambasciatore del Sudafrica morto in circostanze misteriose e sospette, sbranato da una pantera, ufficialmente nel corso di una battuta di caccia. Non sono in pochi quelli che sostengono che a spingerlo nelle fauci della belva sia stata proprio la moglie.

Col tempo ammorbidisce la propria immagine con una sensualità raffinata e misteriosa, antitetica a ogni volgarità, costruendo un solido rapporto di coppia basato sulla condivisione dello stesso stile di vita e, diciamolo, degli stessi valori.

Dopo l’esordio per qualche anno accetta un ruolo di spalla, subordinata alle decisioni del “Re del terrore”. Poi comincia un vero e proprio percorso di crescita che la porta a essere sempre più autonoma, indipendente, libera. Diabolik le lascia sempre più spazio, perché capisce quanto abbia bisogno di lei, e quanto rispetto le debba e nonostante la vita e le centinaia avventure di coppia lei ha un pubblico suo, una popolarità che va oltre il suo compagno. La conferma arriva nel 2003 quando si conquista di una “sua” testata: in edicola, e con grande successo, appare l’albo speciale Eva Kant – Quando Diabolik non c’era. Ci sono voluti decenni, ma alla fine Eva l’ha spuntata. Perché è ambiziosa, testarda, pragmatica, determinata.

Due personaggi complementari, una vera coppia alla pari, molto moderna.

Eva è la prima – e forse ancora l’unica – “donna a fumetti” che si confronta alla pari con il suo compagno. Una femminista a sua insaputa. Diabolik dal canto suo è sempre stato un criminale con un ferreo codice d’onore: non è mai venuto meno alla parola data, ha contraccambiato favori ricevuti e aiutato chi ha avuto verso di lui un atteggiamento amichevole.

Ma la cosa più evidente è che per Eva è sempre stato disposto a qualunque sacrificio, memorabile l’episodio in cui lei gli ha chiesto di rinunciare a un bottino per dimostrare all’opinione pubblica il loro amore.

Oggi veniamo a scoprire che nemmeno nei fumetti esiste l’amore eterno. La domanda sorge spontanea: e se dovessero divorziare? Come lo dividono il patrimonio (soldi, gioielli, immobili) accumulato in più di cinquant’anni di crimine in comune?

Al confronto il divorzio Berlusconi-Lario è roba da poveretti!

Luca Pollini

playmen, adelina tattiloMai parlare di minorenni, di religione e storie violente; essere consapevoli che i lettori sono persone adulte, più che maggiorenni, in pieno possesso delle proprie capacità mentali. Questa, in estrema sintesi, è la linea editoriale di Playmen, rivista ideata e creata da Adelina Tattilo, pugliese di Manfredonia, fondatrice dell’omonima casa editrice dopo aver cacciato dal letto coniugale e dagli uffici della casa editrice romana Saro Balsamo, impenitente marito fedifrago e a sua volta editore di Men.

Playmen debutta in edicola nel giugno del 1967 con in copertina l’attrice Lorenza Guerrieri, la Playmate, una sorta di Coniglietta di Playboy di casa nostra.  Adelina però, non copia la rivista americana con la sua formula fatta di tette e culi esplosivi: le “sue” ragazze, infatti, sono più snelle, raffinate e posano in atteggiamenti meno esplicitamente sensuali.

Adelina è un tipo tosto, spoglia le donne sulla carta patinata per il piacere di tanti maschi in cerca di sogni proibiti ma odia il porno. «Io illustro l’eros» risponde a chi la definisce «manager del pornoinchiostro».

E lei manager lo è davvero. Sempre perfetta con i capelli biondi freschi di messa in piega e vestiti griffati (pare che il suo look abbia ispirato il personaggio della direttrice senza scrupoli interpretata da Florinda Bolkan nel film Il comune senso del pudore), ma, a suo modo, è femminista. Per lei quelle che gridano in piazza slogan come “l’utero è mio e lo gestisco io” sono “noiose misantrope”. Adelina crede che per emanciparsi le donne devono essere educate a “pensare più liberamente” e infrangere i tabù nel sesso. «Sono convinta – sostiene – che si possano riscattare attraverso certe libertà e certe immagini». E il sesso? «È una molla che spinge a esplorare e ad appagare ogni curiosità».

Playmen è la prima rivista per adulti che al sesso affianca arte, cultura, critica. E non manca il gusto dello scoop, esaltato con la pubblicazione delle fotografie di Jacqueline Kennedy Onassis nuda sulla spiaggia di Skorpios nell’estate del 1972. La Tattilo miscela il nudo ai fumetti di Jacovitti, letture e interventi di intellettuali, racconti (pubblica due inediti di Hemingway) e interviste realizzate da Franco Valobra a personaggi del calibro di Allen Ginsberg, Franco Zeffirelli, John Wayne, Luciano Bianciardi, Francis Bacon, Claudia Cardinale, Timothy Leary, Rudolf Nuereyev, Giorgio De Chirico, Saul Bellow. Su Valobra, una delle penne più seguite della rivista, è recentemente uscito il libro Vita semieroica di Franco Valobra di Dario Biagi (ed. Odoya).

Grazie alla sua linea editoriale, fatta di nudi e campagne stampa per il rinnovamento dei costumi, Adelina Tattilo da il via a una battaglia senza esclusioni di colpi a un’Italia bigotta e bacchettona. La censura non le risparmia niente: appena arrivato in edicola – pur non essendoci neanche un nudo tra le pagine – il giornale è considerato pornografico e sequestrato per otto numeri consecutivi. Poi, con la caparbietà che si deve ai grandi progressisti radicali, la Tattilo – assieme ad altri editori – comincia a imporre il tema della libertà di stampa, di un nuovo significato da dare al cosiddetto “comune senso del pudore” fino a far digerire il nudo fotografico d’autore.

Nei primi Settanta Adelina decide di pubblicare anche libri dai contenuti a dir poco spregiudicati come il Dizionario della letteratura erotica, La marijuana fa bene e Playdux, storia erotica del fascismo, una presa in giro.

Grazie a questo suo impegno è riconosciuta portatrice di una cultura libertaria e spesso nelle sue battaglie si trova a fianco radicali e socialisti, diventando amica intima di Marco Pannella e Bettino Craxi.

Con la sua voce roca, grazie a un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno, lei che ha studiato a Ivrea dalle suore traccia la strada della vera emancipazione, vuole “liberare” i costumi sessuali degli italiani, affrancarli da certi bigottismi e falsi moralismi, tanto da titolare a fine anni Settanta «Finalmente anche le minorenni hanno imparato a fare l’amore in maniera libera e senza inibizioni». E a chi la rimprovera di aver ridotto l’universo femminile a oggetto da guardare lei risponde: «Per me la donna è un soggetto tanto quanto l’uomo».

Dopo Playmen lancia Big, settimanale indirizzato a un target giovanile che oltre ai divi del momento dà spazio alle questioni di cuore e risponde a domande e curiosità sul sesso: il successo è grandissimo, con le vendite che sfiorano le 400.000 copie. Poi è la volta di Menelik, rivista di fumetti erotici dove ha grande successo la striscia che aveva per protagonista il personaggio di nome Bernarda.

Tutto questo accade quando nei sotterranei dei Palazzi di Giustizia di mezza Italia sono depositate cinquecento tonnellate di riviste definite “sconce” e i loro direttori responsabili  ricevono condanne durissime. Nel 1974, anno in cui il referendum sul divorzio sancisce che l’Italia ha voglia di cambiare passo, si contano ancora tremila sequestri di riviste definite pornografiche con denunce a più di duemila persone.

L’anno dopo, però,  il porno è sdoganato e si passa da un eccesso all’altro, fino ad arrivare a una pornografia esasperata: al posto delle Playmate scelte da Adelina, che si potrebbero definire caste e rassicuranti, irrompe su Le Ore – pensato e realizzato dall’ex marito Balsamo – una giovanissima ragazza ungherese, Ilona Staller, più conosciuta col nome d’arte di Cicciolina.  Lei,  i cinema a luci rosse e le videocassette fanno invecchiare di colpo la linea editoriale di Adelina Tattilo che comunque passa alla storia come colei che ha sconfitto il falso perbenismo e i bigotti italiani. Ma non la malattia, che se l’è portata via nel 2007 a 78 anni.

Luca Pollini

Questa è un’estate particolare per San Francisco, un’estate speciale: sono in pieno svolgimento le celebrazioni per il 50° anniversario della Summer of Love. Chi c’era, nel 1967, se la ricorda eccome, chi è più piccolo e ha voglia di assaporare quelle atmosfere, è invitato a non perdersi nemmeno una delle iniziative in calendario.

Le celebrazioni ufficiali – dove la parola d’ordine è “controcultura” – sono cominciate da un paio di mesi e andranno avanti fino ad agosto. L’appuntamento principale è The Summer of Love Experience: Art, Fashion, and Rock & Roll, mostra che fino al 20 agosto va in scena al De Young Fine Art Museum, ricostruzione del movimento hippie e della loro cultura attraverso fotografie, poster, musica, light show, abiti, oggetti d’arte e artigianato, film e documentari.

I suoni sono quelli delle leggendarie band di San Francisco, Grateful Dead e Jefferson Airplane in testa, le grafiche quelle di artisti come Rick Griffin, Alton Kelley, Stanley Mouse, i light show faranno rivivere il genio di Bill Ham e Ben Van Meter, i capolavori della moda hippie sono quelli creati da Birgitta Bjerke, nota come 100% Birgitta, Mickey McGowan alias Apple Cobbler, i manufatti sono quelli di Alexandra Jacopetti Hart, le foto sono firmate da Herb Greene, Elaine Mayes e Jim Marshall.

Ma chi furono i protagonisti della Summer of Love? Quello degli hippie fu un movimento che a metà degli anni Sessanta ebbe un impatto devastante su una generazione di ventenni e che riuscì ad affascinare anche gli adulti. E che, ancora oggi, fa parlare di sé. Furono giovani profeti e protagonisti di un passaggio straordinario. E il cambiamento non lo studiarono a scuola o sui libri, lo annunciarono al mondo loro stessi.

Ragazzi che tentarono di cambiare le regole, lo stile di vita, la cultura. E di creare un mondo d’amore. Nel quartiere di Haigh-Ashbury di San Francisco si era creata una micro-società libera dalla repressione: libera da tutto, da qualsiasi indottrinamento e condizionamento, dove suonare e fare sesso era più facile che mangiare, dove i cittadini battevano le mani alle loro performance, dove le forze dell’ordine sorridevano al loro passaggio e – non di rado – appoggiavano le loro battaglie. Era il modello ideale del benessere della società.

Sociologi e politici li accusarono di essere soltanto dei sognatori innamorati dell’amore, ma gli hippie non erano solo giovani dediti all’amore libero e alle droghe: s’impegnarono a scrutare a fondo l’anima per raggiungere la verità nei rapporti fra le persone, ad avere più rispetto per la natura e più voce per gridare no alla guerra e al razzismo; principi individuati cinquant’anni fa ma quanto mai attuali e urgenti ancora oggi.

Negli anni Sessanta il mondo occidentale stava vivendo il periodo del boom: si consumava tanto e non si risparmiava niente, si compravano automobili sempre più grandi e potenti e nuovi elettrodomestici che cambiarono radicalmente la vita di tutti.

I figli dei fiori rifiutarono tutto questo perché convinti che soldi, comodità e benessere addormentassero le coscienze e alla ricchezza preferirono i valori spirituali e la distruzione del codice moralistico della società borghese. Per loro «Pace e amore» non era solo uno slogan pacifista ma anche condizione mentale: interpretarono l’amore come passione sensuale e consacrazione dell’altro.

Il 1967 fu l’anno in cui il movimento toccò l’apice della notorietà, l’anno della Summer of Love che fu più un effetto che una causa. Dietro c’era l’inquietudine di un’America stanca di una guerra incomprensibile, quella del Vietnam; che si vergognava davanti al mondo per non aver ancora risolto la problematica razzista; che nascondeva i problemi generazionali con il boom dei consumi.

Quello che cinquant’anni fa andò in scena a San Francisco e a Monterey – dove si svolse il Monterey Pop Festival, primo megaraduno rock della storia – non fu casuale, ma il risultato dell’attivismo di un gruppo di giovani che intuirono come gestire passioni, emozioni, creatività, trasgressioni, partecipazioni, condivisioni di ideali che investivano la nuova gioventù.

Il quartiere di Haight-Ashbury diventò un magnete che attrasse giovani di tutto il mondo in cerca di nuovi percorsi e che inseguirono l’utopica rivoluzione con i fiori. Erano i discepoli dell’era dell’Acquario, immersi nei suoni del rock psichedelico con le coscienze “aperte” grazie all’Lsd.

Poi l’estate si trasformò rapidamente in autunno e l’epoca degli hippie e del loro sogno si chiuse velocemente. Una fine voluta fortemente da interessi economici e politici, perché parole come “Pace e Amore” cominciarono a essere una minaccia per l’America, impegnata in guerre infinite, in rapporti tesi con l’Est, con violenti conflitti razziali interni e con presidenti, politici e predicatori assassinati.

Furono anni meravigliosi, forse irripetibili, in cui un’intera generazione cercò di cambiare il mondo con i colori, l’arte e l’amore; ribellandosi all’ipocrisia di un modello sociale e all’arroganza della politica con l’impegno culturale e civile.

Un’epoca e un movimento che vanno ricordati e rispettati.

Luca Pollini

È il 1975. L’amministratore delegato della Pirelli, a quel tempo proprietaria del marchio Superga, gli telefonò: «Cortesemente, Panatta, potrebbe venire a Torino? Vorremmo vedere se ci sono gli estremi per una nostra sponsorizzazione».

Ci andò. Lo fecero accomodare in ufficio. Pochi convenevoli e gli domandano: «Quanto vuole?». «Cento milioni».  Dall’altra parte strabuzzarono gli occhi! «Ma lo sa che non li guadagno io che sono l’amministratore delegato?».  Risposta: «Ma lo sa che io metto le palle sulle righe?». Alla fine la Superga ha ceduto.

 

Questo era Panatta, il più grande tennista che l’Italia abbia mai avuto (10 tornei vinti più una Coppa Davis), sfacciato e impulsivo, come si può essere a 25 anni.

E questo è oggi: «Ho perso tutti i miei trofei, non so più dove sono». Per lui il passato non conta, bisogna vivere il presente. «La felicità dura un attimo. E poi? Dopo resta la soddisfazione: bei ricordi, pensieri carini tutto qui, poi uno deve andare avanti».

Oggi è un’icona degli anni Settanta, uno splendido ultrasessantenne che si gode la vita con leggerezza, come ha sempre fatto.

Leggero ma fedele – è l’unico uomo sulla faccia della Terra di cui parla bene Loredana Bertè nella sua biografia – e sincero – «Credo di avere amato poco, essere innamorati può capitare due o al massimo tre volte nella vita. Però ho voluto bene, molto».

 

Leggero sì, ma non stupido.

In Italia si è nel bel mezzo degli anni di Piombo e la vicenda cilena – Augusto Pinochet salito al potere con un Golpe militare ai danni di Salvador Allende – è molto sentita. Gli azzurri conquistano la finale di Coppa Davis (mai vinta) e devono incontrare il Cile. Il Paese si divide: andare a giocare la finale sì o no? A complicare le cose si è messa pure l’Unione Sovietica che in semifinale, piuttosto che affrontare il Cile si ritira. La questione investe in Parlamento, la Federazione tennis è occupata da gruppi di extraparlamentari al grido di «Non si giocano volée contro il boia Pinochet». Panatta, da sempre simpatizzante di sinistra, dichiara: «Bisogna che mi tolgano il passaporto per non farmi andare a giocare in Cile». E così si parte contro il parere dell’Italia politica ma con i favori del pronostico.

E quando si è trattato di scendere in campo nel doppio per conquistare il punto che ci avrebbe fatto vincere il trofeo i nostri giocatori, lui e Bertolucci, si presentano indossando una maglietta rossa per il gusto di provocare Pinochet. L’idea, neanche a dirlo, è di Panatta.  L’episodio è celebrato da Mimmo Calopresti, che intitola un film-documentario sugli anni Settanta Maglietta rossa, partendo proprio da quella storica vittoria.

 

Per gli addetti ai lavori è stato uno dei talenti mondiali che ha raccolto molto meno di quanto avrebbe potuto, se si fosse allenato, se non avesse fumato, se avesse condotto una vita da atleta.

Vita da atleta? Ma quando mai!

Lui è sempre stato, e lo è tutt’ora, un animale notturno, un uomo di vita, che quando era in giro per il mondo dopo aver giocato – e spesso vinto – invece di andare ad allenarsi o riposarsi preferiva girare per locali. Lui, lo sciupafemmine della terra rossa. Un campione mancato? No, un campione che non s’è mai preso sul serio, ma che nella vita, come nello sport, è sempre stato corretto e leale.

«Come facevo a prendermi sul serio? Stavo in mutande a correre dietro a una pallina». Vallo a dire ai tennisti di oggi.

 

Il 1976 coincide per Adriano con l’anno di massima gloria. Dopo aver vinto a Roma gli Internazionali d’Italia si aggiudica prima il Roland Garros e a distanza di pochi mesi conquista la famosa e contestata Coppa Davis. Vittorie che gli consentono di raggiungere il quarto posto nel ranking mondiale ATP. Grazie alle sue vittorie e allo stile in grado di stupire e divertire, per la prima volta l’Italia intera si appassiona a uno sport considerato sino a quel momento una pratica d’élite. Uno dei più grandi meriti di Adriano Panatta è stato quello di aver democratizzato e reso popolare un passatempo per pochi.

 

La racchetta con il manico tagliato alla meglio dal padre gestore di un circolo ai Parioli, con cui ha cominciato a giocare contro il muro di casa, è ormai un cimelio della memoria di un tennis che non c’è più. Anche se forse a non esserci più è lo sport in generale. Non solo i tornei, ma anche le partite, gli incontri, le esibizioni… tutto è un “evento”. Oggi c’è più (troppa?) attenzione, più visibilità e soprattutto più divismo da parte degli atleti. «Noi – racconta – avevamo più contatto con la gente, dopo la doccia e facevamo due passi per andare a vedere altri giocare. Si firmava qualche autografo ma non è che ci saltassero addosso». Oggi, invece, l’ultimo dei tronisti è assediato dalle persone per strada.

Non sopporta la mancanza di rispetto («essere educati non costa nulla»), non gli piace vivere di ricordi («piuttosto la morte!») non si fida del web («troppi fake»), non ha una grande considerazione del tennis di oggi («è diventato uno sport per nevrotici») tantomeno della federazione («non esiste programmazione, rovinano i bambini») e quando è venuto a sapere che suo nipote Adrianino invece della racchetta come il nonno preferisce la moto di Valentino ha tirato un sospiro di sollievo.

Luca Pollini

 

È dal 12 giugno del 1962 che l’America non si dà pace. Quando quella mattina Bill Long, vice guardia del carcere di Alcatraz, s’accorge che il prigioniero AZ1441 non si alza dalla sua branda e non risponde all’appello. Bill si piega sulle ginocchia, infila la mano tra le sbarre e colpisce con violenza il cuscino su cui poggia la testa del detenuto urlando: «Sveglia! Fuori per la conta».

La testa di AZ1441 rotola sul pavimento. Per poco a Bill non viene un infarto.

Alla matricola AZ1441 corrisponde il nome di Frank Morris, dotato di un Q.I. pari a 133 (quindi 33 punti superiore alla media). Lui, rispetto agli altri inquilini di Alcatraz – che ha ospitato Al Capone, un paio di membri della famiglia Gambino, boss, mafiosi, rapinatori e assassini più pericolosi degli States – è un delinquente di second’ordine, ma con una particolarità: la fuga reiterata. Morris in carriera ne ha collezionate parecchie, tanto che il giudice il 20 gennaio del 1960 decide di rinchiuderlo nell’isola-penitenziario che sorge nel bel mezzo della baia di San Francisco.

La testa rotolata per terra quella mattina non è quella di Morris: è un suo ritratto fatto in cartapesta. Scatta l’allarme e ci si accorge che all’appello ne mancano altri due: i fratelli Anglin, John e Clarence. Appoggiate sul cuscino delle loro brande trovano altre due teste di cartapesta. Anche gli Anglin sono fugaioli recidivi, ma ciò nonostante la direzione di Alcatraz – sicura della massima sicurezza della struttura – fa l’errore di sistemarli qualche cella più in là di quella di Morris. I tre, inoltre,  si conoscono perché pochi anni prima hanno soggiornato in uno stesso carcere.

Scoppia il finimondo, l’allarme è diffuso in tutta la California e stati confinanti; vengono allertati polizia, Fbi, esercito per quella che è la più grande caccia all’uomo che l’America abbia mai effettuato.

Pochi giorni dopo si scopre che la regia della fuga è opera di Morris, l’uomo dal Q.I. superiore. Nella sua cella sono rinvenuti disegni del piano di fuga. Il tunnel per evadere che li ha portati nei condotti dell’impianto di areazione e da lì sul tetto è stato scavato per mesi e mesi con un cucchiaino da caffè durante la notte, occultato di giorno con una finta griglia d’areazione di cartone. Dopo aver gattonato per dieci minuti all’interno dei tubi i tre hanno raggiunto il tetto dell’edificio, da lì si sono calati con l’aiuto delle lenzuola e, evitando i fari e i lampeggianti di sorveglianza, hanno corso fino alla spiaggia dove li attendeva una zattera, costruita di nascosto durante le ore d’aria da assi di legno e una cinquantina di impermeabili cuciti insieme, per prendere il largo e attraversare la baia.

Si è certi di trovare i fuggiaschi in pochissimo tempo, ma più passano le ore e i giorni si insinua il dubbio che i tre ce l’abbiano fatta. Ma una cosa è sicura: quella notte Morris e i due fratelli riescono a entrare nelle acque gelide della baia. Da allora non se ne sa più nulla.

Eppure si cerca ancora.

Non l’Fbi che ha dato forfait nel 1979 emettendo un documento in carta bollata datato 31 dicembre, dove sostiene che i fuggiaschi non possono che essere morti. Queste le motivazioni: con le forti correnti e la temperatura intorno ai 10 gradi, nessuno sarebbe sopravvissuto per più di venti minuti; il piano prevedeva il furto di un’auto e l’assalto a un negozio di vestiti: non ci sono state denunce in merito nei 12 giorni successivi alla fuga; «per i 17 anni in cui abbiamo seguito il caso – scrivono gli agenti federali – non abbiamo avuto nessuna prova che i fuggitivi siano vivi». Sì,  come se dovessero mandare una cartolina.

Le segnalazioni, un po’ come succede per gli Ufo, sono continuate: c’è chi ha visto Morris su un treno in Alabama; chi giocare a tennis in Florida; chi che si è trasformato in un uomo d’affari di Wall Street. Così,  a distanza di 55 anni da quella fuga che il celebre film con Clint Eastwood trasformò in un mito,  c’è chi ancora li cerca. È Michael Dyke, guardia carceraria dello Stato della California: il suo compito è quello di cercare ancora Frank Morris e compagni, perché ufficialmente ancora ricercati. In tasca ha un ordine di cattura dove c’è scritto a lettere cubitali “Wanted” e sotto le loro tre fotografie.

In aiuto di Dyke c’è un gruppo di ricercatori olandesi che ha ricostruito la fuga con l’ausilio del computer: hanno creato un software che ha riportato i calcoli di maree, venti e correnti della baia di San Francisco di quella notte del 12 giugno per stabilire l’ora in cui la zattera salpò e se la fuga è riuscita.

Ecco le conclusioni: con una partenza tra le 23 e la mezzanotte e mezza i fuggiaschi, sfruttando la spinta verso Ovest delle maree, potrebbero aver raggiunto i piloni del Golden Gate Bridge e aver abbandonato la zattera che sarebbe affondata o andata alla deriva raggiungendo Angel Island,  dove è stato trovato uno dei remi. Una domanda sorge spontanea: questi calcoli li avrà fatti anche Morris cinquant’anni prima con carta e matita o la sua è stata solo fortuna?

Alcatraz viene chiusa appena un anno dopo la fuga: troppo costosa da mantenere e poi non era più neppure così inespugnabile. L’atto lo firma il ministro della Giustizia Robert Kennedy.

Oggi l’isola è un parco naturale e la prigione ogni anno è visitata da un milione è mezzo di persone. Ma c’è ancora chi continua a fuggire: a nuoto, in barca, a piedi, in bicicletta. Sono gli iscritti di una gara di triathlon che si chiama Fuga da Alcatraz. Pochi anni fa tra i partecipanti c’è chi giura di aver visto anche uno che assomigliava a Frank Morris.

Luca Pollini