“Non mi sposo perché non mi piace avere della gente estranea in casa”. Alberto Sordi aveva fatto di questa battuta un suo mantra personale e chissà che penserebbe delle decine e decine di estranei che hanno già prenotato una visita per ammirare la sua villa, situata alle radici dell’Appia Antica, di fronte alle Terme di Caracalla. Un’occasione unica per entrare nell’intimità di questa icona del cinema italiano, a cento anni dalla nascita (Roma, 15 giugno 1920).

Per la prima volta, dal 16 settembre al 31 gennaio 2020, le numerose sale (oltre il giardino e il Teatro dei Dioscuri) saranno protagoniste della mostra Alberto Sordi 1920-2020, per scoprire abitudini, passioni e segreti.

Il grande attore romano comprò villa Druso (dal nome della via in cui sorge, progettata negli anni Trenta dall’architetto Clemente Busiri Vici) sottraendo l’affare a Vittorio De Sica che era già in trattativa.

Appena la vide, infatti, se ne innamorò. Lui aveva i contanti, mentre De Sica, che aveva appena perso una somma folle al gioco, no. Il contratto fu presto fatto. Era la primavera del 1954 e da allora divenne il suo rifugio.

Ad accogliere i visitatori (visite su prenotazioni a piccoli gruppi) è il raffinato teatro-sala di proiezioni, ricavato dalla legnaia, proprio all’ingresso. Camerini in maiolica blu, il sipario firmato da Gino Severini, un pianoforte a coda e sculture qua e là di Andrea Spadini. Ovunque dominano i velluti, dai divani e poltrone del salotto – verde bottiglia, broccati fantasia fiorati – fino alle tende, passando per le sedie settecentesche in sala da pranzo. Anche le porcellane occupano gran parte dello spazio: una gran parete di multicolori uccelli di porcellana cinese poggiati su mensole dorate in legno scolpito, tra barocco e rococò.

Nello studio al primo piano, sulla mensola del camino, anch’esso barocco, spiccano in sequenza i premi che l’artista ha ricevuto durante la sua lunga carriera: undici David di Donatello, quattro nastri d’argento, il Leone d’Oro di Venezia alla Carriera nel 1995 e il Leone speciale del 1959 per La Grande Guerra, un Orso d’argento da Berlino, sei Grolle d’oro, sei Vittorie alate. E ancora chiavi simboliche di città, cittadinanze onorarie, lauree honoris causa.

Appoggiata su una libreria, una targa che fa sorridere, con la scritta: “A ogni uomo che nasce, il destino assegna una donna; la felicità sta nel riuscire ad evitarla per tutta la vita”.

E Sordi pare esserci riuscito, anche se ha frequentato sempre donne belle e affascinanti. Tra queste Silvana Mangano, ritratta con lui in un magnifico scatto in 
bianco e nero; Andreina Pagnani; l’attrice austriaca Uta Franz (che aveva avuto il ruolo di Elena di Baviera nella trilogia di Sissi con Romy Schneider) con la quale, si racconta, avrebbe dovuto sposarsi, cosa che non avvenne mai. Terrorizzato, infatti, mandò un suo amico dai genitori di lei, che allora aveva 19 anni e Sordi 34, come ambasciatore per questo messaggio: ”quest’anno non possiamo sposarci perché siamo molto occupati”. Nel 1989, fu ospite di Enzo Biagi al programma Il Fatto. Il giornalista gli domandò che cosa avessero rappresentato le donne per lui e Albertone riassunse il suo pensiero: «Alle donne devo tutto. Devo la vita, perché io sono stato molto corteggiato. Facevo il ballerino di fila con quarantadue ballerine che venivano da tutto il mondo. Ho bruciato le tappe della sessualità. Sono sempre stato circondato da donne ma non ho mai avuto la necessità di una compagna».

Al pianterreno si trova anche una sala che racchiude un po’ di tutto:

una cyclette dei primi Novecento Rossel, una libreria ricca di volumi d’antiquariato, due scaffali di testi di storia del teatro, attrezzi in legno da palestra alla parete, una sella meccanica per misurare la resistenza. Quest’ultima, si narra, servisse per divertenti gare serali tra amici, anche con Anna Magnani.

Incredibile il suo guardaroba infinito, dove a predominare sono i colori della terra, dal beige al tabacco, al testa di moro. Un cassetto pieno di guanti, anche quelli nella stessa tonalità e decine e decine di scarpe, quasi tutte in marrone.

Curiose, pure, le numerose bottiglie di liquori e vini ancora integre, spesso ricevute in regalo. Molte sono rare perché prodotte da aziende che non producono più. Tra gli altri pezzi imperdibili, una sterminata collezione di telefoni Sip-Siemens con il disco numerico, simbolo dell’Italia del benessere, uno per ogni stanza, persino nel bagno poggiato su un tavolino verde, accanto al water.

Sordi aveva molta fede e tracce del suo fervore religioso si ritrovano ovunque.

Sul comò, in evidenza una sua foto con Giovanni Paolo II e una riproduzione della Madonna del Divino Amore. In cucina si legge: «Dove c’è la Fede c’è l’amore/ Dove c’è l’amore c’è la pace/ Dove c’è la pace c’è Dio/ Dove c’è Dio non ci sono le pene». In giardino, dietro la piscina, c’è una Madonna in ceramica bianca alta un metro, con un’aureola di stelle, incastonata in una piccola grotta. Lì si recava a pregare ogni mattina. Proprio di fronte alla statua della Vergine Maria, c’è anche il cimitero dei suoi amati cani. Qualcuno ipotizza circa una ventina di tutte le razze che negli anni gli tennero compagnia.

 

E per celebrare questo mito cinematografico, vale la pena rivedere “Permette? Alberto Sordi”, film uscito lo scorso marzo e diretto da Luca Manfredi (figlio di Nino e testimone di incontri tra suo padre e Albertone), con un eccezionale Edoardo Pesce nel ruolo del giovane Alberto. Racconta i suoi esordi, l’amicizia destinata a durare nel tempo con il giovane Federico Fellini, che da lì a poco lo dirigerà ne Lo Sceicco Bianco e I Vitelloni (sua la pernacchia più celebre del cinema italiano!). Un film che sintetizza i vent’anni in cui Sordi è diventato l’Albertone nazionale, l’uomo che – come disse Ettore Scola – “non ci ha mai permesso di essere tristi”.

 

 

 

 

 

Quando scendeva le scale non ci si poteva non accorgere del suo arrivo. Portava gioielli, bracciali o altre cose particolari addosso che facevano molto rumore. Elvis voleva farsi sentire. Voleva dare un segno del suo passare. Ne parla così la moglie Priscilla Presley raccontando ai numerosi visitatori la storia di Graceland, ovvero la casa del re del Rock and Roll, a Memphis (Tennessee), dove ha vissuto per oltre vent’anni. Acquistata dall’artista all’età di 22 anni, alla cifra di 102.500 dollari, vi restò fino alla morte. A vederla da fuori ricorda un po’ la casa della famiglia O’Hara di Via col Vento: una gigantesca villa padronale immersa nel verde, costruita in stile coloniale, con la facciata bianca e altissime colonne. Si racconta che arrivavano persone da tutti e cinquanta gli Stati d’America, e da tutto il mondo, che aspettavano per ore ore e persino giorni per sperare di poterlo incontrare. Una volta persino Bruce Springsteen cercò di scavalcare il cancello del giardino per incontrare il suo idolo musicale. Scoperto dalla security, fu costretto a farsi riconoscere, come colui cui avevano di recente dedicato ben due copertine, quella di Newsweek e del Time, implorando di lasciarlo entrare. Ma le guardie di casa lo liquidarono dicendo che Elvis era fuori Memphis e fu scortato fino al marciapiede.

Elvis (nato l’8 gennaio 1935 a Tupelo, in Mississippi, sotto il segno del Capricorno) in questa dimora ha trascorso, con la sua famiglia, i momenti più felici e non vedeva l’ora, dopo ogni tournée, di farci ritorno. C’era un’energia speciale e la sua presenza permeava tutto lo spazio. Oltre ad essere riflessa ovunque per la numerosa quantità di specchi ad evidenziare la vanità del padrone di casa.

Oggi è un grande museo a far risaltare il sogno americano che incarnava.
Elvis nasce da una famiglia povera ma sin da ragazzino promise ai suoi genitori che avrebbe dato loro una vita migliore e portandoli a Graceland mantenne fede alla sua promessa. Diceva: “Ho sempre saputo che un qualche giorno, in qualche modo, qualcosa sarebbe successo a cambiare la mia vita”. E ancora: “Quando ero bambino era un sognatore ogni sogno che ho fatto si è realizzato 1000 volte“.

Il tour si apre con il soggiorno e il grande pianoforte a coda nero. Subito dopo la sala da pranzo e il tavolo ancora apparecchiato con le porcellane che fanno parte dei regali di nozze con Priscilla. La figlia Lisa, quando è in città, cena a questo tavolo. A seguire la cucina, semplice negli arredi, nella quale si respirava sempre un’atmosfera frenetica. Qui si riunivano tutti gli amici e si mangiava sempre a tutte le ore.

Elvis Presley amava molto i cibi calorici, come i biscotti, la zuppa di patate e formaggio e bistecche con salse varie. Odiava invece il pesce, a tal punto da aver vietato alla moglie Priscilla di cucinarlo. Famoso il suo panino da 42 mila calorie per porzione, a base di due fette di pane bianco in cassetta, mezzo barattolo di burro di noccioline, due grandi banane e ben otto fette di bacon. In eventuale aggiunta abbondante miele. Non manca un forno a micronde: Elvis fu il primo a comprarlo in città.

Importante la sala tv. Volle tre televisori da tenere sempre accesi per emulare il presidente Richard Nixon, dopo il loro incontro. Curioso lo scambio di battute. «Ti vesti in maniera un po’ troppo strana, non credi?», disse Nixon. «Beh, signor Presidente, lei deve tenere in piedi il suo show, e io il mio».
In questa sala, nei toni del giallo e del blu, trascorreva tempo con gli amici e qui hai esposto i primi dischi d’oro. Guardava il telegiornale, i programmi di varietà, ascoltava tutti i generi musicali pop rock e anche classica. Particolare anche la sala biliardo, rivestita da oltre 350 metri di stoffa multicolore. Ci vollero ben tre persone e dieci giorni di lavoro per realizzarla.Il tavolo da biliardo fu acquistato dopo il servizio militare fatto in Germania alla fine degli anni ’50. Una zona dove regnava il caos e Lisa ci giocava. Originale la Jungle Room che Elvis chiamava la sua tana. Mobili in legno intarsiato rivestimento in pelliccia finta che ricordavano le Hawaii che lui tanto amava e pure una cascatella d’acqua. C’è un tappeto felpato verde sul pavimento e al soffitto per migliorare l’acustica tanto che fu trasformato in uno studio di registrazione di ripiego. Qui ha registrato sei canzoni, e l’ultimo suo album Moody Blue (1977). Non sono visitabili solo la camera da letto al piano di sopra, per una sorta di privacy, e il bagno dove fu trovato morto  il 16 agosto del 1977 (a scoprirlo fu l’attrice Ginger Alden, che gli fu accanto nel periodo finale della sua vita). Qualcuno ha ipotizzato che il cantante aveva solo messo in scena il suo decesso per poter fuggire dall’esistenza logorante che lo affliggeva. Più volte la sua presenza è stata segnalata in varie parti del mondo. Di certo è il desiderio di far continuare a vivere un mito. Basti pensare che su Instagram ha ben 794 mila follower a testimonianza della fama che non potrà mai finire.

Tra una stanza e l’altra si arriva anche al lungo corridoio arricchito da premi, trofei, dischi d’oro e regali. Riceveva spesso doni, oltre a 5000 lettere di donne al giorno. Piaceva molto al genere femminile e lui sapeva come conquistava le sue fan: firmava autografi sui seni, Elvis sul destro e Presley sul sinistro.

La casa è circondata da un grande giardino da meditazione dove andava a cavallo o spesso con il golf cart. Si aggirava tra i vicoli in una specie di carovana e se era lui a capeggiare usciva dal cancello e andava in strada ma, cosa curiosa, non è mai stato fermato dalla polizia.

Qui organizzava pure numerose feste per celebrare i suoi successi discografici. In un angolo, poi, ci sono le tombe di famiglia, dei genitori, della nonna Minnie Mae alla quale Elvis era molto affezionato e in mezzo la tomba del mito. Ci si ferma in contemplazione ascoltando la voce di Priscilla nelle cuffie: “Il giorno del funerale vedevo centinaia e centinaia di persone e pensavo a come sarebbe sopravvissuto questo mondo senza Elvis Presley“.

 

 

 

 

 

Si racconta che Giorgio Morandi, tra le più celebri firme del Novecento italiano (1890-1964), nei pomeriggi trascorsi nella sua casa di vacanza a Grizzana Morandi (visitabile su prenotazione, tel. 051 6730311), era solito bere sempre alla stessa ora, intorno alle cinque, una tazza di ovomaltina, una sorta di cacao da sciogliere. E spesso faceva invitare dalle sue sorelle (Anna, Dina e Maria Teresa) anche i bimbi della Famiglia Veggetti che abitavano di fronte casa sua (la famiglia Morandi era stata ospite dei Veggetti nell’estate del 1913, quando l’artista decide di portare in montagna sua sorella che stava poco bene). Il motivo? Non si sa se per golosità oppure, ipotesi più probabile, se per consumare la dolce miscela in abbondanza, così da recuperare i contenitori vuoti, utili poi per essere immortalati nei suoi quadri.

Oggetti, apparentemente senza valore che costituivano il suo universo, insieme a, ciotole, brocche, vasi e scatole di ogni dimensione, tutte impolverate e sparse in ogni parte, e soprattutto bottiglie dal collo lungo tanto che era affettuosamente definito “il pittore delle bottiglie”. Morandi guardava i suoi oggetti prescelti durante le giornate assolate, per vedere i giochi di luce che si riflettevano sulle superfici, e poi li osservava di sera, quando i colori si spegnevano e sembravano assomigliarsi tutti. Gli piaceva che la vita quotidiana, fatta di piccoli cambiamenti, rendesse quei modelli ogni giorno diversi, con un filo di polvere in più. Anzi, pare che si raccomandasse con le sorelle (Morandi non si è mai sposato e ha sempre vissuto con le sorelle; non si sa nemmeno di qualche fidanzata!) perché anche il pulviscolo di quando spazzavano finisse sui suoi oggetti personali.

«Tutto è mistero, noi stessi, le cose più semplici, le più infime», diceva spesso.
La fantasia era l’unica concessione alla sua solitudine. In questo borgo dell’appennino bolognese
(ha aggiunto il nome Morandi nel 1985 con un referendum popolare) che, secondo i biografi, rappresentava “il suo rifugio di serenità… e di appagante contemplazione interiore, l’approdo ove fuggire la fatica di vivere…”, ancora sembra di rivivere la stessa atmosfera dei suoi tempi.
La sua dimora, un’abitazione, dalle forme lineari, ha arredi sobri e in ogni angolo si può cogliere l’austera semplicità della sua vita. Unico vezzo: la toilette per la cura e la bellezza personale nella sua camera da letto. Tra le altre curiosità, il cassetto pieno di cartoline provenienti da ogni parte del mondo (tra cui quella del Presidente della Repubblica Sandro Pertini), un modo di conoscere “cosa c’era fuori” attraverso i ricordi dei suoi amici, e una lastra di rame che serviva per le incisioni, nascosta sotto il materasso. Il cuore è però il suo studio, dove il tempo sembra essersi fermato e l’immaginazione riporta alla mente l’artista alle prese con il giallo di un campo di grano e i covoni sparsi qua e là. Ancora, gli straccetti imbrattati di colore, gli occhiali, la stufa a legna per il riscaldamento, i pacchetti di sigarette. E poi tutto intorno, lungo le colline della media Valle del Reno si possono incontrare quei borghi, quegli alberi, quei paesaggi da lui prediletti. Paesaggi che seppe rendere misteriosamente belli, fissandoli nella memoria estetica delle grande pittura.

Quando non era a Grizzana, Morandi viveva come un eremita nella sua torre d’avorio a Bologna, nella casa di via Fondazza, al civico 36 (ingresso gratuito dal venerdì alla domenica).
Non amava viaggiare, non aveva mai preso un aereo, non era mai stato a Parigi che in quegli anni viveva un grande fermento culturale. Solo una volta era andato a Roma (quando fu premiato nel 1939 alla Quadriennale dove gli era stata organizzata una personale di 53 opere) e una volta in Svizzera, ma tutto il mondo passava a trovarlo. Studiosi, personaggi della cultura e anche registi. Federico Fellini, nel suo film La Dolce Vita, usò uno dei suoi quadri, mentre Michelangelo Antonioni,
si lasciò ispirare dai suoi paesaggi, in cui non c’erano mai presenze umane.

Nella casa è stato ricostruito il suo studio, grazie al supporto di tecnologie multimediali.
Qui le sue “cose”, insieme agli strumenti per il lavoro quotidiano, ritrovano la collocazione originaria. Gli arredi di famiglia sono raccolti nell’anticamera e alle pareti numerose fotografie raccontano la storia e la vita del Maestro dell’arte. Tra le foto, spicca una storica di Antonio Masotti che lo ritrae con l’espressione tipica, gli occhiali alzati e il mento pronunciato. Visibile il letto, il comodino e pochi rari libri, tra cui i Pensieri di Pascal e i Canti di Leopardi. Dalle finestre si vede il cortile interno più volte immortalato e dove, si dice, era solito seppellire i suoi pennelli rovinati.
Ovunque “il necessario” che gli serviva per fare quella pittura essenziale che lo ha reso unico.

 

 

 

 

 

 

Clarinettista promettente – una carriera “stroncata” da un esordiente Lucio Dalla, rivale e grandissimo amico, che gli rubò la scena nella Doctor Dixie Jazz Band con il proprio talento – Giuseppe Avati, in arte “Pupi”, venne folgorato sulla via di Damasco dalla visione di di Federico Fellini: sarà in quel momento che, comprendendo la differenza tra passione e talento, deciderà di diventare regista.

Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche all’Università di Bologna, trova lavoro presso una società di prodotti surgelati, accumulando i soldi necessari (non molti) per finanziare il suo primo lavoro dietro la macchina da presa, intitolato Balsamus, lo sguardo di Satana (del 1969).

Da allora ne ha fatta di strada. Si trasferisce a Roma per tentare la carta del cinema vero.
Carta vincente, visto che il 3 Novembre festeggia 80 anni e ben cinquant’anni di carriera in piena attività: sta lavorando a Il Signor Diavolo (tratto dal suo ultimo romanzo, edito da Guanda Edizioni) che uscirà nelle sale nelle primavera 2019.

In coppia con il fratello maggiore Antonio è diventato uno dei registi più solidi, riconoscibili, amati del panorama non solo nazionale. Ha attraversato con coraggio pazzesco i generi cinematografici, fatto l’horror, fatto un musical. Le atmosfere della sua Bologna, i ricordi e gli aneddoti più interessanti sono al centro di film e libri e intrattengono generazioni di italiani.
Ne Il papà di Giovanna sono state girate delle belle immagini: da via S. Vitale alle Torri del XII secolo Garisenda e Asinelli. La scena dell’acquisto dell’abito di Giovanna per la festa a casa dell’amica Marcella è stata girata nell’opulenta via Farini, ancora oggi una delle vie più ricercate per lo shopping come la vicina Galleria Cavour. Durante le passeggiate dei protagonisti per le vie di una Bologna sotto il regime fascista si riconoscono i palazzi storici, i portici nei pressi di via Indipendenza e di via Rizzoli. Ma anche Jazz Band, Il cuore altrove, Cinema!, Storia di ragazzi e ragazze sono altre celebri pellicole che vedono la città felsinea protagonista. Alcuni di queste sono stati di recente restaurate dalla Cineteca di Bologna.

Cosa rappresenta per lei questa città?

Tra me e Bologna, anche se da anni vivo a Roma, c’è una storia d’amore. Qui ho conosciuto la donna della mia vita e ho superato i 50 anni di matrimonio con mia moglie Nicola, così battezzata in onore dell’amato nonno, alla quale ho mentito per avere un primo bacio. Con il tempo è diventata indispensabile per la mia vita, è la donna che mi legge meglio dentro, ma che non ha mai condiviso nulla delle cose che piacciono a me.
A Bologna ho conosciuto l’amicizia, la morte. Tutte le cose più importanti della mia vita sono successe qua. E poi la mia città è stata una delle prime a farmi capire quanto il denaro sia importante. Soprattutto nel settentrione del nostro paese “conti per quello che hai, quello che possiedi è la misura di quanto vali”.

Nei suoi film c’è sempre un lieto fine. Lei crede nell’amore eterno?

Quando sono andato in Rai a proporre la mini fiction Un Matrimonio, che voleva raccontare in tema autobiografico sia il rapporto dei miei genitori che il mio in oltre 50 anni, l’allora direttore di Rai Fiction, Agostino Sacca, mi disse: “ma allora vuoi fare un film in costume?”, perché è sempre più raro avere dei rapporti duraturi nel tempo. Io mi illudo che esista un sempre, “sempre” è la parola che mi piace di più.

Un filo conduttore delle sue pellicole è stata spesso la rivalutazione dell’ingenuità.
Quanto contano i sogni per lei?

Io non ho mai perso la speranza, mentre i giovani di questa società moderna sono portati ad arrendersi subito. Invece, vorrei che i ragazzi credessero che anche per loro può esserci una possibilità. Io trovo terapeutico stare con loro mi danno sempre stimoli nuovi, soprattutto quelli che dimostrano di credere in qualcosa. E vorrei che dai miei film imparassero che il nostro Paese non è solo negatività e che occorre reagire.

È credente?

Io voglio essere credente che è una cosa diversa. La ragione ci indurrebbe a non esserlo, ma io vado in chiesa a pregare Dio di esistere. Non ho più fede, invece, negli esseri umani

Tra i tanti attori e attrici che hanno lavorato con lei, chi è il suo o la sua inaffondabile?

Mariangela Melato. Era il 1968 e stavo lavorando al film Aiutami a Sognare (1980), stavo facendo i provini per il ruolo di Zoe, una bionda come Grace Kelly. Arriva una sconosciuta e dice: “La mia amica non è potuta venire e ci sono io per sostituirla”. Ero furibondo e l’ho mandata via. Lei mi ha aspettato fuori al freddo sino a sera. La cosa mi ha fatto intenerire e le dico di preparare la parte. La mattina dopo cominciamo a fare il provino mentre lei recita, io sento che sta mettendo tutta la sua verità, mi viene il magone.
Le chiedo il suo nome: era Mariangela Melato.

“…Verrà qualcuno (io spero) a visitare il luogo dove sarò sepolto e dove nacqui… All’ignoto ospite direte allora, o miei concittadini, che quella poesia che egli ama, dal profumo notturno, io la derivai dall’amore verso i miei poveri morti, dall’amore verso le mie povere sorelle, dall’amore verso il mio piccolo e ridente paese.”

Di persone, a San Mauro Pascoli (ad una manciata di chilometri da Cesenatico, nel cuore della Romagna) se ne vede più di qualcuna. Appassionati e turisti passano sui luoghi di Giovanni Pascoli, una delle voci poetiche più singolari del Novecento, e fanno visita alla sua casa natale (www.casapascoli.it), appagando così il desiderio del poeta.

Tra queste mura, monumento nazionale dal 1924, Pascoli trascorse i primi sette anni di vita ma pur abitando a lungo altrove, ha mantenuto sempre un forte attaccamento verso il suo paese d’origine, così come nei suoi versi si leggono sentimenti di nostalgia verso la sua casa. “La casa era così pulita e così comoda; così pudica, con quelli alberi scuri davanti, che le facevano ombra e riparo; così tranquilla, con quella siepe di biancospino ben tosato e squadrato, che la cingeva d’ogni parte…” (da Limpido Rivo).

Da anni questa sobria dimora, è meta di pellegrinaggio letterario. La struttura, quasi nascosta nel centro del paese, ha subito numerosi rimaneggiamenti, tranne la cucina, che è rimasta intatta a com’era durante l’infanzia del piccolo Giovanni (era il quarto di dieci figli). Conserva l’antica travatura in legno del soffitto, il grande focolare domestico, oltre che utensili e mobili d’epoca. Ma ciascuna delle altre stanze svela curiosità e aneddoti. Come la camera da letto, dove è conservata l’antica culla del poeta, in legno di noce con intarsi, e una serie di lettere all’amico sammaurese Pietro Guidi (detto Pirózz) che documentano la volontà di riacquistare la sua “dolce casina”. Visibile anche il certificato di Battesimo, dell’1 gennaio 1856, il giorno dopo la nascita (31 dicembre 1855), registrato anche con i nomi di Placido e Agostino E poi, ancora, sul letto la coperta di pizzo bianco, fatta a mano dalla sorella Ida; lo studio che Pascoli aveva a Bologna, quando, succeduto a Carducci, insegnava Letteratura Italiana all’Università.

Tra le altre cose curiose, si scopre che in gioventù era stato un frequentatore di bordelli. Notizia che contrasta con l’immagine sedimentata e consolidata negli anni di Pascoli moderatamente attento all’altro sesso, insomma poco virile o magari segretamente innamorato delle sorelle.

Non mancano le prime edizioni delle sue opere che puntualmente inviava in omaggio al Comune di San Mauro, con affettuose dediche autografe.

Nel giardino, che circonda la casa, cresce ancora come allora la famosa Erba Luigia o cedrina (dal quale si ricava un liquore), con un profumo simile a quello di limone: “…con quella cedrina, che io chiamava allora erba Luisa, proprio accanto all’uscio di casa mia…”. Si dice che la madre di Pascoli preparasse diversi litri di questo liquore, ma soprattutto pare che suo figlio fosse molto legato all’odore di quell’erba: “Quello era l’odore di casa mia. Non si entrava in casa senza sentirlo e non si usciva. Quando eravamo lontani, in collegio, la nostra madre mandava o portava, ogni anno, ogni due, un mazzo di fiori, e nel mazzo di fiori non mancava mai la cedrina. Quello era l’odore della mamma. Ahimé che buon odore” (Limpido Rivo).

 

Isa Grassano

«La cosa bella per me è poter scrivere i miei pensieri ed i miei sentimenti, altrimenti soffocherei completamente». Scriveva così Anna Frank (il nome originale era Annelies Marie Frank, ma veniva chiamata Anne) nel suo diario segreto sotto forma di lettere a un’amica immaginaria, Kitty. Era il 25 giugno 1947 e quel quaderno con la copertina a quadri rossi, ricevuto in dono per il suo tredicesimo compleanno e poche settimane prima di entrare in clandestinità, veniva dato alle stampe da Otto Frank, padre di Anna e unico sopravvissuto alla guerra. Si intitolava Het Achterhuis (“L’Alloggio segreto”) e vi erano riportate le sensazioni e le emozioni da ragazzina e le paure di una vita da prigioniera.

La prima cosa che si legge è: «spero di poterti confidare tutto, come non ho mai potuto fare con nessuno, e spero che mi sarai di grande sostegno». E la tredicenne aggiunge i motivi he l’avevano spinta a tenere un diario: «con tutte le mie conoscenti posso soltanto divertirmi; si fanno solo discorsi banali e non si parla mai di argomenti più intimi, qui casca l’asino. Forse sono io che non mi fido, comunque il problema esiste ed è un peccato non poterlo eliminare».

Quando i Frank sono costretti a nascondersi, il diario è la prima cosa che Anna mette in valigia, insieme al suo grande sogno di diventare una giornalista e una scrittrice famosa. Anna concepisce l’idea di trasformare il suo diario in un romanzo, a seguito dell’appello del ministro dell’Istruzione olandese – diffuso tramite l’emittente radiofonica inglese – in cui si chiedeva di conservare i diari del periodo di guerra. Inizia perciò a riscrivere interi brani, ma prima di poter portare a termine questo proposito viene scoperta insieme agli altri clandestini e arrestata.

Oggi, a più di 70 anni dalla scomparsa di Anna (che muore di stenti e malattia nel marzo 1945, a 16 anni, nel campo di concentramento di Bergen-Belsen in Germania), il diario continua a rivelare sorprese. Sono state ritrovate alcune pagine inedite e ricostruite grazie all’utilizzo di tecnologie raffinatissime. Era stata proprio lei a volerle nascondere, incollandovi sopra due fogli di carta gommata marrone. Troppo scabroso il contenuto, e forse Anna, come ogni adolescente, non voleva che i genitori le leggessero. Lei appuntava barzellette sporche che lette oggi fanno sorridere, la descrizione di cosa avviene con le mestruazioni, il riferimento a prostitute e case di appuntamenti dove papà è stato a Parigi.

Emoziona ritrovarsi davanti a quella copia del diario che tutti, almeno una volta, abbiamo letto da bambini. Si trova ad Amsterdam, in quell’appartamento sul retro di Prisengracht 267, in cui si era rifugiata nel 1942, insieme ai suoi genitori e a un’altra famiglia ebraica, i Van Pels, per sfuggire alla persecuzione nazista. La casa è divenuta Museo (www.annefrank.org; ci sono lunghissime file all’ingresso ed è consigliabile prenotare i biglietti on line) e fa bella mostra di sé quel diario stampato inizialmente in una tiratura di 3.000 copie, a cui seguono innumerevoli ristampe, traduzioni, un adattamento teatrale e cinematografico. La versione riscritta del diario comprende 215 fogli sciolti esposti alternativamente in gruppi di venti. Ma si possono ammirare anche altri due quaderni esposti: un album in cui Anna raccoglieva le frasi celebri o che trovava belle, e il quaderno dei racconti brevi di fantasia che lei stessa scriveva. Dal 2009, gli scritti sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità e inseriti nella lista “memorie del mondo” delle raccolte documentali.

Ci si muove in un labirinto fitto di corridoi, scale e stanzette quasi tutte vuote, che portano l’eco di tante sofferenze e parole non dette. Visibile ancora la carta da parati con le fotografie, una delle priorità dei conservatori dell’Alloggio segreto. Anna infatti amava ravvivare le pareti della sua stanza con immagini, soprattutto di divi del cinema. «Ieri ho appeso di nuovo delle fotografie di star del cinema in camera, questa volta con i triangolini per fissare le foto, così le posso togliere» (18 ottobre 1942). È stata recuperata anche la cartolina degli scimpanzè che bevono il tè, inviata ad Anna dalla madre nel 1937, durante un viaggio di quest’ultima in Inghilterra, dove si era recata a trovare parenti ed amici. Si legge: «Cara Anne, tu e Margot (la sorella maggiore, ndr) dovreste vedere questo zoo. Le scimmiette hanno già chiesto di te. La nonna scrive che sei stata molto buona! Oggi vedo la cuginetta Hannelis! Papà sta lavorando sodo? Ieri qui ha piovuto molto ma oggi splende il sole. Baci e saluti, Mamma».

Aggirandosi per l’appartamento, si scopre che Anne Frank aveva pure una passione per le case reali. Teneva un calendario con i compleanni dei vari membri delle famiglie nobiliari e dedicava ore ed ore alla stesura dei loro alberi genealogici. E nella sua camera incollò le figure preferite delle principesse Elisabetta e Margaret al muro, davanti allo scrittoio. Non mancano documenti risalenti all’epoca, filmati storici, fotografie e oggetti personali. Ci sono diverse citazioni, in cui emerge la sua voglia di non rinunciare mai ai suoi sogni. La sua frase più belle? «Nonostante tutto credo ancora nell’intima bontà dell’uomo».

Isa Grassano

Aveva due anime, Lucio Dalla. Era lui stesso ad affermarlo: «Una nordica che è efficiente, ordinata, futuribile, perfezionista, esigente verso di se e verso gli altri, e un’anima meridionale che è disordinata, sensuale, onirica e mistica». Due mondi opposti che hanno sempre caratterizzato la sua figura e sono parte della sua poetica. E che si ritrovano nella casa di via D’Azeglio, all’interno di un palazzo del Quattrocento dai soffitti affrescati (eccezionalmente aperta in marzo, mese della sua nascita e della sua morte; www.acasadilucio.it).
Sacro e profano, serio e faceto, si alternano nei quadri, negli oggetti, nelle statue, persino nel Presepe gigantesco che accoglie all’ingresso. Opera di Ferrigno, della scuola napoletana ha la Natività nella parte superiore e una bettola in quella inferiore.

Lucio Dalla era un uomo che non si svelava mai fino in fondo e che ricorreva spesso ad enormi bugie. Tra queste una delle più famose che ripeteva di frequente: «Mi piace fumare, ma poiché non aspiro potrei smettere in un qualsiasi momento», frase che è diventata però una sua ossessione nel momento in cui nasce la legge Sirchia che vieta di fumare nei luoghi pubblici e lui, da bravo bastian contrario, decide di fumare sempre e continuamente. Ma poi diceva che il fumare coinvolge pure le oggettistiche e, infatti, non manca una teca con numerosi porta sigarette diversi per forme e decorazioni, accendini e posaceneri. Eppure lui non si definiva un collezionista, lui comprava solo quello che gli piaceva. Dalla aveva un gran gusto, sceglieva personalmente ogni oggetto e ogni angolo rivela l’amore per l’arte e il bello, l’attenzione ai piccoli dettagli. Per lui pure la pittura era un piacere epidermico.
Zeffirelli gli regala una monografia di un pittore tedesco dell’Espressionismo, Otto Dix.
Ci sono quadri di Max Klinger (il Guanto, diventato anche la base di un video di De Gregori, a sottolineare il suo potere di influencer), di Crema, pittore ferrarese che si traferisce a Napoli e si sa l’amore di Dalla per la città campana, di Dario Ballantini che l’ha disegnato più volte (aveva quasi una vocazione maniacale nei confronti di Dalla). E ancora di Horst Becking che, come lui stesso diceva, è stato d’ispirazione per la canzone Com’è profondo il mare.

Dalla amava sperimentare. Amava dire che se avesse avuto la possibilità, l’opportunità e il tempo avrebbe fatto un film. Tutte le sue canzoni sono piccole sceneggiature. Famosa la sua affermazione: «Sono nemico di ogni forma di specializzazione, perché fare le cose che non hai mai fatto è la cosa più stimolante e non avere una preparazione è fiducia sostanzialmente in se stessi e nel perdono degli altri quando sbagli. E allora diventa divertente perché provi delle sensazioni nuove».

Quando un giornalista gli chiese perché portava orecchini e anelli rispose «perché sono narciso, semplicemente» e questa vanità si ritrova pure nelle sale.
Aggirandosi di camera in camera (dell’esibizionista, dell’alcova) si è attratti da centinaia di oggetti che talvolta hanno vicino dei confettini avvolti in carta dorata, perché in determinati giorni questi manufatti gli comunicavano qualcosa di più ed era come se li volesse premiare con piccoli regali. Non mancano numerose foto. Ci sono le immagini di Ghirri che solo su Dalla ha fatto 10 mila scatti dove ha reso Lucio non un grande vip ma un personaggio estremamente umano, e di queste alcune foto sono diventate copertine di alcuni album. Poi foto pubbliche, in compagnia di Papa Giovanni Paolo II, di Ratzinger, di Armani, di Valentino Rossi. Non manca la foto con Ciampi che ha un valore sentimentale perché nel 1986 lo nomina “Commendatore Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica per il lavoro svolto nella Società, in favore della solidarietà sociale, dell’impegno civile, dell’arte, della letteratura e della musica” e pochi anni dopo, nel 1999 dopo viene nominato “Dottore nelle discipline delle Arti e dello Spettacolo”, all’Università di Bologna. Un vanto per lui che non aveva mai finito gli studi: lascia la scuola a 15 anni per trasferirsi a Roma.
La madre ha sempre detto: “Meglio avere in casa un artista piuttosto che un bidello”.

C’è anche un tapiro di Striscia la Notizia ricevuto nel 2008 ma non si sa per quale motivo. Ne vinse anche un altro dopo l’eliminazione a Sanremo 2012 con la canzone Nanì, ma Dalla l’ha lasciato in albergo. Quando lo ricevette accolse Staffelli con un sorriso, rispondendogli «di essere felice per il Tapiro perché l’eliminazione era proprio quello che si aspettava».

La stanza, forse la più bella, è quella dello “scemo”, con tanto di targa d’ottone sulla porta. Dentro poltrone e sedute in legno prese – lo rimarcava sempre – da un cinema porno, con un grande televisore per le serate con gli amici. E tutto ciò che farebbe la felicità di un bambino: giochi meccanici, carillon, trenini in legno, giostre illuminate, piste di ghiaccio, a simboleggiare quel desiderio di “restare sempre un po’ piccolo”.

 

 

 

 

Alzi la mano chi non ha mai ripreso un verso di Pablo Neruda, per leggerlo a voce alta, appuntarlo su un diario da ragazzini, inviarlo al fidanzatino (o fidanzatina) per cui avevamo perso la testa, per postarlo semplicemente sui social. Le sue poesie hanno accompagnato la vita di tantissime persone e continuano ad essere attuali. Ancora oggi Pablo Neruda (nasce il 12 luglio 1904 e due mesi dopo rimane orfano di madre) è considerato uno dei massimi lirici del nostro tempo o come ebbe a dire Gabriel García Márquez “il più grande poeta del XX secolo”. Impossibile dimenticare il film Il Postino di Michael Radford (1994), nel quale il poeta viene interpretato da Philippe Noiret, affiancato da Massimo Troisi.

Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto (scelse questo pseudonimo per onorare Jan Neruda, un autore che molto amava) e premio Nobel per la Letteratura nel 1971, affascina per il suo amore grande verso tutto ciò che fa. Aveva la stessa passione che metteva nei suoi combattimenti, nelle sue lotte contro le ingiustizie. Gli doleva la sofferenza e la miseria, non solo del suo popolo, ma di tutti i popoli; tutte le lotte per combatterle erano sue e vi si dedicava interamente. Un amore grande che si respira nella sua casa di Santiago del Cile, dalla facciata sobria e interni sorprendenti. Iniziò a costruirla nel 1953 e la chiamò
La Chascona, che voleva dire “arruffata” in onore della donna che amò follemente, la cantante Matilde Urrutia, sua amante per sei anni (mentre era ancora legato alla seconda moglie Delia del Carril) e poi sua compagna, dai lunghi capelli ricci e rossi e otto anni più giovane.

Sete di te s’incalza nelle notti affamate….Gli occhi hanno sete, perchè esistono i tuoi occhi. La bocca ha sete, perchè esistono i tuoi baci… .

“I suoi versi sono come lui, teneri, amorosi, appassionati e terribili nella collera”, come si legge nella lettera che Matilde Urrutia invia ad un editore per far sì che i suoi scritti siano pubblicati. Neruda era forte e la sua forza la sentivano tutti coloro che si avvicinavano a lui.
Era un uomo privilegiato, di quelli che nascono per grandi destini. Così aggirandosi tra le numerose stanze di questa villetta-museo su più piani, con giardino e murales, si scoprono i segreti e le abitudini dell’individuo e dello scrittore. Amava il mare da quando da bambino conobbe l’Oceano Pacifico e nel quale credette di sentire il palpito del mondo. Si definì “Capitano di terraferma”, tanto che nella sala adibita a bar, ci sono parti di navi che danno la sensazione di essere in navigazione. E non mancano decine di oggetti raccolti in giro per il mondo: una bambola russa, bamboline polacche, bicchieri colorati messicani.
Era convinto che con i bicchieri a tinte sgargianti persino l’acqua avesse un altro sapore.
Nella sala da pranzo si trova un tavolo lungo perché ci potessero stare molti amici e stretto perché tutti fossero più vicini per socializzare. Nella credenza è conservato ancora il set sale pepe con la scritta “morfina” per stupire e prendere in giro suoi ospiti.
Il pezzo forte è la sua biblioteca. Neruda collezionava libri curiosi e antichi, anche se qui ce ne sono esposti pochi (molti sono conservati nella casa di Isla Negra, ad un’ora e mezza da Santiago e affacciata sull’Oceano), ma qui leggeva e scriveva. In bella mostra i suoi occhiali da lettura, una delle sue penne, la mano di bronzo che riproduceva la mano della sua Matilde, l’orologio da muro rimasto fermo all’11 settembre del 1973 quando i simpatizzanti del regime sfregiarono l’abitazione nei giorni successivi al golpe (lui morì poco dopo, il 23 settembre dello stesso anno). Ci sono pure copia dei suoi scritti dalla particolare calligrafia che rappresentano un momento decisivo dell’evoluzione spirituale del poeta. Tra questi “Los Versos del Capitan”. In esso si ritrova il miglior Neruda, il più delicato e il più irruente, il più dolce e il più appassionato, il sommo artista, sempre nuovo e sorprendente. Questo libro fu voluto fortemente da Matilde che si impegnò per proteggere l’eredità narrativa e culturale di Neruda, una volta rimasta vedova. Molte cose tra queste mura parlano di lei, del suo essere attraente e del suo bisogno di pensare molto alla sua apparenza. Ad iniziare dal ritratto di Diego Rivera (1953) che rappresenta la donna con due facce, di profilo e di fronte: quello che si vede e quello che si nasconde, ad indicare la doppia faccia dell’amore. Tra i capelli si intravede un ritratto del cantore dei sentimenti.

Di sala in sala si scopre che Neruda collezionava dipinti e immagini e che aveva la mappa del mondo con i luoghi scritti a caratteri più grandi o più piccoli a seconda dell’importanza che avevano nella sua vita. Tra queste Città del Messico e soprattutto l’Italia con Capri, forse perché sull’isola, durante una residenza di quattro mesi, si era innamorato perdutamente di Matilde: «il mare conosce il nostro amore, le pietre dell’altura rocciosa sanno che i nostri baci fiorirono con purezza infinita».

 

Alzi la mano chi non ha mai ripreso un verso di Pablo Neruda, per leggerlo a voce alta, appuntarlo su un diario da ragazzini, inviarlo al fidanzatino (o fidanzatina) per cui avevamo perso la testa, per postarlo semplicemente sui social. Le sue poesie hanno accompagnato la vita di tantissime persone e continuano ad essere attuali. Ancora oggi Pablo Neruda (nasce il 12 luglio 1904 e due mesi dopo rimane orfano di madre) è considerato uno dei massimi lirici del nostro tempo o come ebbe a dire Gabriel García Márquez “il più grande poeta del XX secolo”. Impossibile dimenticare il film Il Postino di Michael Radford (1994), nel quale il poeta viene interpretato da Philippe Noiret, affiancato da Massimo Troisi.

Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto (scelse questo pseudonimo per onorare Jan Neruda, un autore che molto amava) e premio Nobel per la Letteratura nel 1971, affascina per il suo amore grande verso tutto ciò che fa. Aveva la stessa passione che metteva nei suoi combattimenti, nelle sue lotte contro le ingiustizie. Gli doleva la sofferenza e la miseria, non solo del suo popolo, ma di tutti i popoli; tutte le lotte per combatterle erano sue e vi si dedicava interamente. Un amore grande che si respira nella sua casa di Santiago del Cile, dalla facciata sobria e interni sorprendenti. Iniziò a costruirla nel 1953 e la chiamò La Chascona, che voleva dire “arruffata” in onore della donna che amò follemente, la cantante Matilde Urrutia, sua amante per sei anni (mentre era ancora legato alla seconda moglie Delia del Carril) e poi sua compagna, dai lunghi capelli ricci e rossi e otto anni più giovane.

Sete di te s’incalza nelle notti affamate….Gli occhi hanno sete, perchè esistono i tuoi occhi. La bocca ha sete, perchè esistono i tuoi baci…

“I suoi versi sono come lui, teneri, amorosi, appassionati e terribili nella collera”, come si legge nella lettera che Matilde Urrutia invia ad un editore per far sì che i suoi scritti siano pubblicati. Neruda era forte e la sua forza la sentivano tutti coloro che si avvicinavano a lui.
Era un uomo privilegiato, di quelli che nascono per grandi destini. Così aggirandosi tra le numerose stanze di questa villetta-museo su più piani, con giardino e murales, si scoprono i segreti e le abitudini dell’individuo e dello scrittore. Amava il mare da quando da bambino conobbe l’Oceano Pacifico e nel quale credette di sentire il palpito del mondo. Si definì “Capitano di terraferma”, tanto che nella sala adibita a bar, ci sono parti di navi che danno la sensazione di essere in navigazione. E non mancano decine di oggetti raccolti in giro per il mondo: una bambola russa, bamboline polacche, bicchieri colorati messicani.

Era convinto che con i bicchieri a tinte sgargianti persino l’acqua avesse un altro sapore. Nella sala da pranzo si trova un tavolo lungo perché ci potessero stare molti amici e stretto perché tutti fossero più vicini per socializzare. Nella credenza è conservato ancora il set sale pepe con la scritta “morfina” per stupire e prendere in giro suoi ospiti. Il pezzo forte è la sua biblioteca. Neruda collezionava libri curiosi e antichi, anche se qui ce ne sono esposti pochi (molti sono conservati nella casa di Isla Negra, ad un’ora e mezza da Santiago e affacciata sull’Oceano), ma qui leggeva e scriveva. In bella mostra i suoi occhiali da lettura, una delle sue penne, la mano di bronzo che riproduceva la mano della sua Matilde, l’orologio da muro rimasto fermo all’11 settembre del 1973 quando i simpatizzanti del regime sfregiarono l’abitazione nei giorni successivi al golpe (lui morì poco dopo, il 23 settembre dello stesso anno). Ci sono pure copia dei suoi scritti dalla particolare calligrafia che rappresentano un momento decisivo dell’evoluzione spirituale del poeta. Tra questi “Los Versos del Capitan”.
In esso si ritrova il miglior Neruda, il più delicato e il più irruente, il più dolce e il più appassionato, il sommo artista, sempre nuovo e sorprendente. Questo libro fu voluto fortemente da Matilde che si impegnò per proteggere l’eredità narrativa e culturale di Neruda, una volta rimasta vedova. Molte cose tra queste mura parlano di lei, del suo essere attraente e del suo bisogno di pensare molto alla sua apparenza. Ad iniziare dal ritratto di Diego Rivera (1953) che rappresenta la donna con due facce, di profilo e di fronte: quello che si vede e quello che si nasconde, ad indicare la doppia faccia dell’amore. Tra i capelli si intravede un ritratto del cantore dei sentimenti.

Di sala in sala si scopre che Neruda collezionava dipinti e immagini e che aveva la mappa del mondo con i luoghi scritti a caratteri più grandi o più piccoli a seconda dell’importanza che avevano nella sua vita. Tra queste Città del Messico e soprattutto l’Italia con Capri, forse perché sull’isola, durante una residenza di quattro mesi, si era innamorato perdutamente di Matilde: «il mare conosce il nostro amore, le pietre dell’altura rocciosa sanno che i nostri baci fiorirono con purezza infinita».

 


emily dickinson“Che sia l’amore tutto ciò che esiste, è ciò che noi sappiamo dell’amore. E può bastare che il suo peso sia uguale al solco che lascia nel cuore”. L’eco di questi versi, così come quelli di altre centinaia, risuona ancora tra le strade di Amherst, un borgo rurale del Massachussetts. È qui che nacque Emily Dickinson, nel 1830, è qui che la sua casa – The Homestead, un tempo una fattoria con un campo di fieno, un giardino, e un granaio – è stata trasformata in un museo. Visitarla è come fare un tuffo nel passato, dove ogni cosa parla del suo animo ribelle, delle sue passioni, dei suoi numerosi scritti, del suo quotidiano. La poetessa vi abitò per tutta la sua vita, tranne una parentesi di quindici anni.

Amava molto questa abitazione e la chiamava “la casa dell’anima”. Tra queste pareti condusse sempre una vita semplice. Faceva i dolci, giocava con il suo cane Carlo, si destreggiava al piano, senza spartiti. Aiutava sua madre Emily Norcross, nelle faccende domestiche, anche se non le piaceva, e trascorreva ore e ore nell’orto a “coccolare” le sue piante, come il gelsomino e l’oleandro (è visibile una serra con gli attrezzi originali recuperati e ristrutturati). Era famosa per fare giardinaggio in notturna con la lanterna. Stendeva sul suolo una coperta per fare in modo che il suo abito non si rovinasse.

Nella natura trovava anche la sua spiritualità, e a differenza della sua famiglia molto religiosa (possedeva diciannove Bibbie) non andava mai in Chiesa. Una volta scrisse: “Alcuni osservano il Sabbath in Chiesa, io l’osservo stando a casa. Con una doliconice come corista e un frutteto come cupola”. Molto tempo lo dedicava alla lettura. Lo studio era pieno di libri, dal pavimento al soffitto (sono conservati all’Università di Harvard e alla Brown University) ed era solita dire: “Sono grata che esistano i libri. Sono migliori del Paradiso perché il Paradiso è inevitabile, mentre i libri potrebbero scomparire”. Ma soprattutto scriveva poesie: ben 1789, oltre a centinaia di lettere alla sua famiglia e ai suoi amici. Girava sempre con una matita e appuntava versi ovunque: sulle buste, persino sul retro della carta dei cioccolatini.

Emily amava molto la poesia e la definì così: “Se io leggo un libro e mi fa sentire così freddo che nessun fuoco può scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento come se la parte superiore della mia testa fosse stata staccata, so che è poesia”. Solo alcune delle sue liriche furono pubblicate durante la sua vita.

Non essendo interessata alla pubblicazione, la poetessa era libera dai limiti dello stile, come rima perfetta e metro regolare che erano comuni in quel periodo. Il suo poeta preferito era Shakespeare: spesso si rifugiava nell’attico e recitava i suoi poemi ad alta voce. Lo faceva solamente per se stessa, nessuno l’ascoltava, se non forse i topi. Eppure di persone disposte ad ascoltarla ne avrebbe avuto tante: ebbe tante storie pur non essendosi mai sposata e molti uomini con cui le piaceva flirtare. Perché come era solita ripetere: “Il mio cuore ha tante porte”.

Quando si entra in quella che era la sua stanza, sembra quasi di vederla seduta alla sua scrivania sotto la finestra intenta a scrivere (c’è una copia del piccolo tavolino che usava, l’originale è a Harvard) o ad ammirare l’alba o a scorgere i suoi nipotini che dalla casa di suo fratello Austin, di fronte, venivano a trovarla.

Tutto intorno, una carta da parati con fiori rosa, simile a quella usata nel 1880, e al centro un camino in marmo italiano. Spicca un vestito bianco, una copia dell’unico abito rimasto nel guardaroba della poetessa. Semplice con dodici bottoncini di alabastro e una tasca a destra, diverso dagli abiti con tanti strati e corsetti che erano di moda durante il periodo vittoriano. Per questo divenne nota come “il mito di Amherst”, lei che non si vedeva mai e che vestiva sempre di bianco.

Una volta, consapevole della fama che aveva, scrisse alle sue cugine: “dite al pubblico che oggi indosso un abito marrone e un mantello, se possibile, più marrone”. Quando morì, nel 1886 all’età di cinquantacinque anni, sua sorella Lavinia ritrovò sotto il letto e nei cassetti un’infinità di quadernini scritti a mano, cuciti o chiusi a fascicoletti con dei nastrini.

Prima della sua morte, Emily fece promettere a sua sorella Lavinia che avrebbe bruciato tutti i manoscritti ricevuti e lei lo fece per rispettare questa volontà, ma poi s’impegnò perché i pensieri ritrovati fossero pubblicati. “Il mondo deve sapere del genio di mia sorella”, disse. Ad aiutarla nell’impresa fu anche Thomas Wentworth  Higginson, amico di penna di Emily. Nel novembre 1890 si ebbe il primo libro pubblicato, anche se i commenti non furono tutti positivi. Da allora la produzione è stata infinita.

Poco distante si trova il cimitero con la sua tomba. Per terra qualcuno ha poggiato alcune matite e penne, a voler ricordare i suoi scritti rimasti immortali.

“Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi,
non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena,
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido,
non avrò vissuto invano”.

Isa Grassano*

 

*Isa Grassano, giornalista professionista freelance, collabora con le più prestigiose riviste italiane occupandosi di viaggi, costume, attualità e libri. È autrice di guide di viaggio intramontabili (Forse non tutti sanno che in Italia, è il suo ultimo successo), perché scritte con passione e infinità curiosità della vita, la stessa che ritrovate nel suo seguitissimo amichesiparte.com.