Nel 1994, Enrico Brizzi ha scritto un libro che parlava di un ragazzo bolognese; forse l’autore sul momento non ne era cosciente, ma la storia di quel ragazzo ha segnato una generazione intera.

Quella dei nati a cavallo tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80. Dei quindicenni convinti che sarebbe andato tutto benissimo, ma che poi si sono dovuti ricredere di brutto.

Il libro è Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il ragazzo si chiama Alex D. e a me sembra che nel corso del tempo sia diventato un ottimo simbolo di tutti noi che inaffondabili ci siamo diventati per forza di cose. Lo siamo tutt’ora, ma abbiamo iniziato proprio in quei giorni degli anni ‘90 in cui morivano Freddy Mercury, o Kurt Cobain, o Lady Diana ma noi continuavamo a sentirci unici e ribelli ballando al ritmo del punk-rock californiano o della colonna sonora di Trainspotting.

Ecco. Alex D. è semplicemente uno di noi.

A scuola potrebbe essere molto bravo, ma non trovando particolari stimoli nel sistema socio-educativo che gli è toccato in sorte si accontenta di sfangare la sufficienza in attesa di un futuro che non ha per niente chiaro.

Sa che l’ambiente parrocchiale in cui è cresciuto non fa più per lui, ma guardandosi intorno non trova valide alternative e si rassegna a vagare disilluso tra locali, concerti, canne e momenti in cui si sente inutile e triste come la birra senz’alcol.

Nutre sogni di gloria senza nome, mentre cerca di ignorare il grigiume borghese di provincia a colpi di pezzi dei Led Zeppelin, poesie di Edward Cummings e film di Francescarchibugi (per lui è scritto tutto attaccato, vai a sapere perchè.)

Gira per i colli bolognesi solo contro il mondo, pedala a perdifiato come un Girardengo un po’ più basso e rock e per motivarsi ripete a memoria la discografia dei Police.

A chi gli chiede come sta, risponde sempre: “Medio.” Ma tanto è inutile, perché tutti capiscono sempre: “Meglio.”

(E io, ispirata dal dettaglio, all’epoca iniziai a rispondere: “Normale.” Ma tanto era inutile, perché tutti capivano sempre: “Non male.”)

Alex D. è uno che non affonda per non darla vinta a chi – secondo la sua visione tardoadolescenziale – cospira costantemente contro di lui. Si limita a tenersi a galla, nell’attesa di capire quale sia la rotta da seguire. Va a scuola, pedala, mangia la cotoletta, fa discorsi folli con gli amici, fuma, si incazza, va in camera sua ad ascoltare musica a tutto volume. E il giorno dopo ricomincia.

Solo che poi, all’improvviso, arriva Aidi.

È bella, è intelligente, è curiosa, è affettuosa. Inonda le giornate di Alex di una luce che fino al giorno prima sembrava impossibile da accendere.

E porta con sé citazioni da “Il piccolo principe”, serate a studiare nella sua villa sui colli, silenzi intensi e risate improvvise.

Agli occhi di Alex, Aidi non è una ragazza: è un intero disco di Battisti.

A differenza di Alex, peró, Aidi non si innamora. E – ritraendosi nell’intento di non farlo soffrire – rischia di farlo affondare davvero. Lo costringe a tornare al grigiume di prima che però, in assenza della sua luce, per Alex diventa un tunnel nero e senza uscita.

Non bastano più gli amici, non basta la bicicletta, non bastano le canzoni dei Pogues per mantenere saldo il timone e continuare a seguire la rotta cotoletta – bicicletta – sigaretta.

Insieme ad Aidi Alex ha capito chi e cosa voleva essere; senza di lei (e complice il suicidio dell’amico e mentore Martino) teme di non poter mai raggiungere quel traguardo che per lui è fuori dal libro. Su Urano, tipo.

Al netto di tutto, non è poi tanto importante che Aidi ritorni per poi andarsene di nuovo.

(Negli Stati Uniti, stavolta. Per un anno.)

Non è importante sapere cosa succederà ad Alex dopo il momento del loro saluto, se la ritroverà, se andrà all’università, se troverà un buon lavoro, se si innamorerà di un’altra o se invece finirà per affondare.

Quello che importa sono le emozioni vive di Alex che pur di stare ancora insieme ad Aidi, si abitua come può all’idea di non poterla amare nè essere amato. Sono quei baci immaginati e voluti, eppure mai dati perché troppo impegnativi e mai ben definiti. Sono gli Europei di calcio del ‘92 passati a tifare la Danimarca, simbolo involontario della loro storia e di tanto altro (soprattutto perché – adesso tutti lo sappiamo – poi alla fine la Danimarca l’Europeo l’ha vinto davvero). È il ricordo indelebile di un ragazzo che lotta per diventare adulto in un modo che non lo ripugni e che vent’anni dopo ha ancora al suo fianco un’intera generazione.

Sono passati 25 anni e spicci dall’uscita di quel libro, ma – ne sono sicura – sono ancora tanti gli inaffondabili quarantenni che ogni tanto di nascosto tornano a sfogliarlo, perdendosi tra i passaggi sottolineati a matita chiedendosi ancora una volta come mai nel titolo del libro Frusciante si chiama Jack e non John.

 

Alla fine della seconda guerra mondiale, il Capitano Walker era stato dato per defunto.
Mrs. Walker – come darle torto – ci aveva creduto e, nell’ingenuo ma sincero tentativo di dare un padre al suo piccolo Tommy, si era rifatta una vita con Frank Hobbs, uomo abbietto e con il gomito sempre pronto a sollevarsi. Aveva ucciso lui il Capitano Walker, quando lo aveva visto tornare a casa esangue e sfigurato dopo un viaggio durato anni. Una tragedia familiare in piena regola, aggravata dal fatto che Tommy aveva assistito al delitto.

Da quel momento in poi, a casa Walker, nulla era più stato come prima.

Questo è l’inizio di Tommy, il film di Ken Russell ispirato alla rock opera scritta dagli Who nel 1969.
Da molti viene considerata un’opera rivoluzionaria, sicuramente la prima nel suo genere, un romanzo di formazione a tinte lisergiche in cui un bambino privato di un’infanzia serena  resiste come può a un susseguirsi di eventi incontrollato e folle.

Agli occhi di Frank Hobbs e Mrs. Walker, Tommy non è che lo scomodo testimone di un omicidio che deve rimanere assolutamente segreto.

Tu non hai visto, tu non hai sentito, non dirai mai nulla a nessuno in vita tua: glielo urlano in faccia più e più volte, scatenando un trauma psicologico che lo condanna a rimanere cieco e sordomuto. Privato di ogni stimolo esterno, Tommy diventa una creatura alienata, vittima delle circostanze, senza speranza o colpa se non quella di essere nato sotto la stella sbagliata.

Guardami, sentimi, toccami, guariscimi! Risuona nel silenzio la muta sua invocazione e lui non affonda solo perché non saprebbe come farlo.

Tommy non sa mai che giorno sia, neanche quando arriva Natale, e subisce pazientemente l’andirivieni di assurdi personaggi a cui Mrs. Walker e Hobbs lo affidano per continuare a vivere i loro impuniti anni ruggenti. Un folle predicatore devoto al culto di Marylin Monroe, un cugino dedito alla sevizia degli indifesi, la prostituta lisergica Acid Queen e zio Ernie il pervertito contribuiscono a fortificare irrimediabilmente il muro di protezione dietro a cui Tommy è stato costretto a rintanarsi.

Senza suoni, luci e parole, il ragazzo cresce come un’impenetrabile monolite, che in comune con gli altri adolescenti ha un’unica caratteristica: la passione per il flipper. Passa ore a giocarci come tutti ma, a differenza degli altri, non può essere distratto, non sente pulsanti e campanelli, non vede luci e flash, sa sempre come rispondere e non fa mai tilt. Il suo handicap, fino a quel momento un’incurabile condanna, diventa la chiave per un successo mondiale che culmina con la vittoria contro The pinball wizard, il campione in carica.

E da lì Tommy non affonda più: diventa famoso, ricco, mantiene la sua famiglia e può persino permettersi le cure di uno specialista che riesce a guarirlo.

Guardami, sentimi, toccami, guariscimi: la sua richiesta d’aiuto è stata finalmente accolta.

Tommy può sentire, Tommy può vedere, Tommy è libero e la sua libertà ha il sapore della realtà.

La scoperta del mondo esterno, però, ha un impatto imprevedibile: il ragazzo si convince di essere diventato un nuovo Messia e inizia a predicare la sua personale dottrina, cercando di guarire chi soffre attraverso il flipper. È il suo modo di onorare la libertà tanto agognata, che diventa un’arma a doppio taglio quando Frank Hobbs e Mrs. Walker decidono di sfruttarlo per diventare ancora più ricchi. Trasformano Tommy nel leader di una setta a scopo di lucro e lo rendono nuovamente prigioniero, questa volta di un inarrestabile business basato sul trauma che loro stessi avevano scatenato.

Salvare i propri simili a un ritmo frenetico e soprattutto senza nessun fondamento scientifico: è una missione destinata al fallimento che porta Tommy ad affondare di nuovo, ancora una volta con l’unica colpa di essere nato sotto la stella sbagliata.

In assenza di miglioramenti visibili o guarigioni, alla lunga i numerosi adepti del culto di Tommy si ribellano con una furia incontrollabile, incendiano il santuario e uccidono Frank Hobbs e Mrs. Walker. Nascondendosi tra la folla, Tommy trova una via di fuga e corre a perdifiato in cerca di salvezza:
non vuole più affondare, vuole salire sempre più in alto, sfidare la linea dell’orizzonte, allontanarsi per sempre da tutto e tutti.
E ci riesce: giunto a fatica sulla vetta di una montagna, rimasto finalmente solo per la prima volta nella sua vita, Tommy trova se stesso di fronte alla maestosità del sole che sorge.

Guardami, sentimi, toccami, guariscimi! Invoca il sole, urla a pieni polmoni il mantra che da sempre lo perseguita e si abbandona in estasi alla natura incontaminata. Quella che per tanti anni la cieca avidità degli esseri umani gli ha impedito di conoscere.