charlie brownOggi Mollybrown.it ospita un articolo dello scrittore sangiorgese classe ’92 Francesco Spiedo:

Santo Cielo – anche oggi è andata male.
Ho nove anni e mezzo da quasi mezzo secolo e non è mica semplice. Per ripetere ogni volta la quarta elementare ci vuole coraggio e spirito di abnegazione. Lo stesso necessario per organizzare delle perfette sconfitte a baseball: siamo 929 a 2 per voi, naturalmente.
Non farti prendere dall’ansia Ciccio – mi dicono – non c’è niente di male a non sapere lanciare, né battere, né rincorrere una palla. Si dimenticano tutti del mio home run, il mio home run vincente – dopo trent’anni di partite la statistica si arrende, un punto lo dovevo pur portare a casa. Vero?

Qui nessuno si approfitta di te – mi dicono – anche se forse è vero che sei troppo buono. Snoopy vuole i suoi biscotti e continua a chiamarmi il bambino con la testa rotonda anche se sono trent’anni che gli porto da mangiare: vitto, alloggio, stiratura e supporto psicologico nelle sue avventure folli e senza senso. Ditemi voi un cane cosa potrebbe desiderare di più. Prendersi cura di un cane è una roba da grandi, sono adulto io, altroché, quindi potrei per favore andare finalmente al liceo? Con chi è che devo parlare di preciso? Ci sono delle pratiche da svolgere? Dov’è che devo firmare?
Poi, diciamocela tutta, non è colpa mia se perdiamo tutte le partite. Siamo tutti piuttosto scarsi e voi invece sapete addirittura a che gioco stiamo giocando. Non te la prendere, dite. E chi se la prende. Forse non sono portato per i giochi di squadra, magari dovrei dedicarmi a un’attività solitaria, sì, sono un tipo solitario. Mai provato con gli aquiloni? Certo che c’ho provato, lo so da me che gli aquiloni mettono calma – far volare un aquilone è fantastico. Ma io sono sfortunato, la conoscete la storia dell’albero cannibale vero? L’albero che mangia gli aquiloni. Non prendetemi per pazzo – non ditemi – ti senti bene Charlie Brown? Io lo so quello che ho visto, proprio un albero che mangia gli aquiloni.

L’albero cannibale non esiste – dite voi – e allora come si spiega questa sfilza di aquiloni che non sono mai tornati a casa? Come me li spiegate quei pomeriggi passati a guardare il cielo e tenere tra le mani metri e metri di spago e alla testa niente? Ho visto cose che voi umani non potete neppure immaginare. E no che non sto calmo, Ciccio.
E lasciate anche perdere i miei amici, quali amici? Lucy, la tenera dolce Lucy van Pelt. Tenera per niente, è una bambina cattiva voi non potete capire quanto. C’avete presente tutte le schiene rotte perché lei deve divertirsi a togliermi il pallone da sotto i piedi? Vi sembra un comportamento maturo. Linus dice che Lucy ha serie problemi nel creare dei rapporti uomo donna equilibrati e la colpa è da circoscrivere alla relazione mai sbocciata con Beethoven. Non tutti hanno orecchio per la musica classica. Le orecchie di Lucy sono più portate per ascoltare i problemi degli altri e spargere commenti cinici e non richiesti. Linus è il mio unico amico, ci stiamo le notti intere a guardare le stelle sotto la sua coperta. Linus dice che le stelle sono desideri e le mie sono tutte cadute.

L’amore non è una cosa da adulti, voi non capite nulla. Dovrei smetterla con la storia della ragazzina con i capelli rossi? Ma smettetela voi, voi siete bravi a innamorarvi ogni volta come se fosse la prima vota a me invece basta lei – bellissima, stupenda, roba da far andare nel pallone chiunque. Non posso avvicinarmi a lei, non la merito, lei è troppo bella, e non è vera la storia di Snoopy che si è fatto coccolare tutto. Lui non me l’avrebbe mai fatto. O forse si?
Piperita Patty? No, noi siamo amici. Mica ci prova con me, non credo, lei è un amico. Volevo dire un’amica. È che non l’ho mai vista come una femmina, non me la immagino mica con la gonna e tutto il resto sotto. Ho già avuto un amico femmina e lo so come finiscono queste storie, finiscono male, finiscono che mi agito come quella volta con Peggy. La Peggy del campeggio, sì, quante ragazzine credete che abbia avuto? Non sono stato capace neppure di presentarmi nel modo giusto. Brownie Charles, ho mischiato nome e cognome. Io le ho scritto, certo, ma non ho mai ricevuto risposta. Con un nome così, Brownie Charles, chissà dove saranno finite le sue lettere. Chissà chi starà leggendo le lettere che erano per me. Quante parole d’amore che non leggerò mai, m’avrebbero fatto bene all’autostima. È triste aver una mente da quasi trent’enne rinchiusa in un corpo da bambino con sempre la stessa maglietta addosso.

Dovrei provare a fare qualcosa – prova a lavorare sul tuo aspetto – dite: sempre con queste magliettine gialle con il fulmine – ma non è un fulmine, è una saetta: i dettagli sono importanti. E cosa avete contro i miei maglioni larghe che dentro ci sto comodo? La camicia è troppo seria e io sono legato alle mie abitudini. Se mi guardo allo specchio mi devo riconoscere, mica posso rischiare un attacco di panico perché ci sta un altro che non conosco nella mia stanza.
All’inizio avevo tutta la voglia del mondo, ero simpatico, facevo il simpatico, poi non lo so cosa mi è successo – mi hanno cucito addosso questo suolo del perdente, ma state tranquilli. Io non mi arrendo.

Mi rifiuto di arrendermi anche quando la situazione è irrimediabilmente compromessa. Pazienza se il mio destino è fatto tutto di brutti momenti in cui nulla va come deve andare, oramai c’ho fatto il callo. Qualcuno sa quand’è che questa storia finisce? Che significa che il disegnatore è morto? Striscia – ditelo a qualcun altro.
Goodbye, Charlie Brown.

evariste galoisNel racconto I duellanti Joseph Conrad racconta la folle pratica dei duelli d’onore attraverso la sfida mortale che due tenenti Ussari prolungano per circa 15 anni seguendo le campagne napoleoniche in giro per l’Europa. I duelli d’onore, illegali ma consentiti, non erano un’esclusiva dell’esercito: a perire, possiamo dirlo, stupidamente sotto il fuoco amico erano anche contadini, fabbri e matematici. Quella che sto per raccontarvi è la storia di un genio capace di rivoluzionare la matematica, partecipare alla rivoluzione del 1830 e farsi ammazzare con un pallottola nello stomaco. Questa è la storia di Evariste Galois nato a Bourg La Reine nel 1811 e morto a Parigi nel 1832.

 

Menti fuori dal comune meritano un destino fuori dal comune: già in tenera età Galois dimostra un’incredibile attitudine per la matematica e per la sfortuna. Un’inclinazione che gli sarà fatale. Nonostante gli ottimi voti ricevuti nei primi anni di scuola, nel 1826 dovette ripetere l’anno al Liceo Louis le Grand. Nel 1827 si iscrisse alla prima classe di matematica, innamorandosene al punto da non studiare altro. Lo confermano le parole del direttore dell’istituto:

 

«È la passione per la matematica che lo domina, penso che sarebbe meglio per lui che i suoi genitori gli permettessero di studiare soltanto questo, sta sprecando il suo tempo qui a non fare niente, ma tormenta i suoi insegnanti e distrugge se stesso con funzioni».

 

Nonostante la sua notevole intelligenza, secondo il suo professore di matematica, Evariste mancava di metodo. I suoi voti ne risentivano e così decise di prepararsi per l’esame d’ammissione alla Scuola Politecnica, ma fu rifiutato: era così impegnato a inventare cose nuove che non aveva né tempo né voglia per imparare ciò che esisteva già. Peccato che gli esami vertessero proprio su quello.

 

Tornato al Louis le Grand si concentrò sulle sue ricerche inviando ad appena 17 anni una memoria innovativa al celebre matematico Cauchy, il quale sfortunatamente la perse. Siamo alla fine del 1828. Una coincidenza del genere avrebbe demotivato chiunque, invece Evariste, giovane e folle, continuò a lavorare senza sosta ai suoi lavori. Presto, però, l’ennesimo dramma l’avrebbe scosso.

 

Nel luglio del 1829, in seguito a uno scandalo, il padre di Evariste si suicidò. Dopo poche settimane Galois dovrà presentarsi alla Scuola Politecnica per un secondo tentativo d’ammissione. La sfortuna del giovane matematico continuò: agli esami fu di nuovo bocciato per incapacità espressiva. Non riuscendo a farsi comprendere fu costretto a iscriversi alla Normale.

 

Riuscì a superare gli esami esclusivamente grazie agli ottimi risultati ottenuti in matematica. Il professore di letteratura s’espresse di fatti in questi termini:

 

«Questo studente […] non sa assolutamente niente. Mi è stato detto che […] ha una capacità straordinaria in matematica. Ciò mi stupisce enormemente […] io credo che egli abbia una scarsissima intelligenza».

 

Invitato da Cauchy a partecipare al Gran Premio di Matematica dell’Accademia, Evariste preparò una nuova memoria che venne affidata a Fourier, segretario del Premio. Fourier però morì qualche settimana dopo e il manoscritto di Galois non fu mai ritrovato e mai inviato al premio. A questo punto anche i più testardi si sarebbero dati per vinti. Non Evariste.

 

Nel 1830 scoppiò la Rivoluzione ed Evariste, convinto repubblicano, vi si gettò restandoci invischiato fino al collo: non ne uscirà più. Probabilmente fu proprio la politica il movente della sua morte, ma andiamo con calma. Non è ancora tempo di morire, c’è ancora da soffrire. Maledetto destino.

 

Galois s’incontrò con Poisson, celebre allievo di Laplace, e gli consegnò l’ennesima versione aggiornata della sua memoria. Subito dopo aver affidato il suo lavoro, il giovane, quasi ventenne, dedicò anima e corpo alla politica: i suoi tentativi di insegnare matematica si erano infatti dimostrati fallimentari. Era troppo intelligente e gli allievi non riuscivano a tenere il suo passo.

 

Fu arrestato due volte nel giro di un mese: la prima volta il 15 giugno 1831 per aver minacciato il Re Luigi Filippo durante una cena, ma quasi immediatamente assolto, e la seconda il 14 luglio, durante la ricorrenza della presa della Bastiglia. Sebbene la Guardia Nazionale fosse stata dichiarata illegale, Evariste aveva deciso di indossarne la divisa: fu imprigionato per sei mesi. Proprio durante la prigionia ricevette la risposta di Poisson: un ennesimo rifiuto. Il testo era incomprensibile anche per una mente brillante come la sua. L’esistenza del giovane è vortice terribile di disperazione.

 

Nei mesi trascorsi in prigione Evariste vacillò, tentando il suicidio, ma i suoi compagni di cella glielo impedirono. Disse, ubriaco:

 

«Sapete cosa mi manca amici miei? Lo confido solo a voi: qualcuno che io possa amare e amare solo nello spirito».

 

Nel marzo 1832, un’epidemia di colera costrinse le autorità a trasferire alcuni prigionieri, compreso Galois, nella località di Sieur Faultrier. Qui egli si innamorò di Stephanie-Felice du Motel. Anche i matematici hanno un cuore: il nome Stephanie appare molte volte come nota a margine dei manoscritti di Galois.

 

A questo punto storia e leggenda si mischiano: non è ben chiaro cosa spinse Evariste ad accettare il duello con Perscheux d’Herbinville. Era il 30 maggio e un proiettile l’avrebbe ferito a morte.

 

Alcuni parlano di un complotto politico per assassinarlo: Evariste non aveva mai avuto un ruolo centrale in alcuna azione di ribellione, ma nelle lettere che egli si scambiava con l’amico Auguste Chevalier si percepiva una grande disperazione e disillusione. Una persona senza più nulla da perdere può essere molto pericolosa.

 

Altri parlano di un vero e proprio duello d’onore: per difendere Staphanie il nostro giovane, proprio come un eroe romantico, accettò di sfidare Perscheux. Questa versione dei fatti è sicuramente più bella. Poetica e assolutamente folle, insensata, disperata. Un uomo che ha dedicato l’intera vita alla matematica, la più razionale tra le passioni, muore per amore, la più umana delle passioni. Un genio che torna uomo.

 

La leggenda vuole che, consapevole della morte che l’avrebbe atteso al mattino, Evariste abbia trascorso la sua ultima notte a ricopiare e mettere in ordine la sua teoria. Il manoscritto, una lettera destinata al suo amico Chevalier, termina con una frase lapidaria: «Non ho tempo».

Una frase che racchiude non soltanto la vita e la ricerca di Evariste, ma l’unanime condizione umana d’incompiutezza. L’impossibilità di raggiungere alcun punto d’arrivo.

 

Ritrovato da un contadino, morì all’età di 21 anni nell’ospedale Cochin il giorno 31 maggio 1832.

Nonostante la pubblicazione della tragica lettera, i lavori di Galois rimasero sconosciuti sino al 1846 quando il matematico Liouville si occupò delle Opere Matematiche. La teoria che egli abbozzò è oggi chiamata “Teoria di Galois”.

Il destino crudele chiude il suo cerchio: Liouville era professore alla Scuola Politecnica di Parigi. La stessa Scuola che per ben due volte aveva rifiutato un giovanissimo Evariste.

Che la terra le sia lieve, Monsieur Galois.

 

 

Francesco Spiedo*

 

Sangiorgese classe ’92, istruttore di Kung-Fu e laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. Ha pubblicato racconti sparsi e romanzi misti. Attualmente frequenta il corso annuale a Belleville-La scuola (www.bellevillelascuola.com), scrive per la testata giornalistica online “Libero Pensiero”, e collabora con “Bookabook”.