Sarebbe potuta andare per un certo verso ed è andata per un altro. Che cosa? La vita di ognuno di noi.

Un esempio a caso? Elizabeth the First.

Suo padre, Henry VIII, fece decapitare la sua madre, Anne Boleyn. Lei passò la giovinezza schivando minacce di ogni tipo, dai palpeggiamenti di un parente dell’ennesima matrigna a veri e propri agguati per far fuori quella che il Papa chiamava The Bastard. Per i cattolici era infatti qualcosa che si avvicinava pericolosamente all’Anticristo.
Da giovinetta, la considerarono come un corpo estraneo ma non la temevano più di tanto perché il suo babbo aveva inseminato di qua e di là diverse donne, un paio le aveva condannate a morte e comunque una di queste gli aveva dato u figghiu masculo. Oops… questa volgare espressione dialettale non è certo mai stata in uso a corte, ma tutto sommato non ci sta poi così malaccio. Perché Enrico VIII, quando si trattava di eredi, non sembrava pensare e parlare in modo diverso dai virili terroni nostrani. Solo che pensava e parlava in inglese.

Il destino si è proprio divertito con la dinastia Tudor.

Dunque, il primo fu Henry VII, incoronato re dopo al battaglia di Bosworth Fields del 1485: finalmente fecero fuori quel cattivone di uno York. Era il re Richard III tanto per intenderci, uno che Shakespeare ha immortalato come il malvagio per antonomasia, lui che aveva dato un barlume di umanità persino a Macbeth.
Henry sposò Elizabeth of York: la guerra delle Due Rose tra Lancaster e York finisce in camera da letto con un matrimonio dinastico che dà avvio al casato Tudor. Questa camera da letto produce anche il successore, Henry VIII.

È tutto vero: Enrico VIII era spendaccione, sciupafemmine, crudele, violento e pure un maleducato maschilista.

Però… voglio vedere chi, se uno da Roma gl’impone di sposare una racchia solo perché è principessa d’Aragona – quindi ultracattolica – ed è rimasta vedova di vostro fratello Arturo. Perché le cose andarono proprio così: Arturo sposò una cattolica spagnola per volere del Papato ma morì prima di diventare re. E così la vedova fu imposta al secondogenito: Enrico.

Il destino già prende una strana piega quando fa morire un primogenito dressato a essere allineato al volere del Papato e precipita sul trono un secondogenito scavezzacollo che non ne vuole sapere di una donna fânée e – diciamocela tutta – un po’ bigotta. Se poi questa donna produce solo un’erede femmina, un maschilista fatto e finito dirà: “Eh no. E vedi? Questo matrimonio non deve essere stato benedetto dai Cieli se mi mandano una femmina”. Di lì a chiedere l’annullamento della Sacra Rota, il passo è brevissimo.

Il Papa non concesse il divorzio a Enrico VIII.

E lui se lo prese con le unghie e con i denti. E visto che si trovava, mise a ferro e a fuoco gli innumerevoli monasteri che si stavano annettendo un po’ troppa terra dell’amata Albione, fece scappare il clero cattolico a gambe levate, rispedì in Spagna la moglie incapace di dargli un maschio e passò alla storia per aver realizzato lo scisma dell’Inghilterra dalla Chiesa di Roma. Et voilà, l’Anglicanesimo è servito.

La seconda signora Tudor fu Anna Bolena.

Anche lei produsse una femmina. Elisabetta.
La terza fu Jane Seymour e l’onore di produrre u figghiu masculo toccò a lei: Edoardo.
(Per la cronaca, ci furono altre tre mogli, trascurabili solo ai fini della nostra storia.)

Alla morte di Enrico VIII, Edoardo divenne re a soli dieci anni ma morì giovane. Giovanissimo.
Chi l’avrebbe mai detto che il destino si sarebbe divertito a prendere ancora un’altra piega?
Enrico VIII aveva sì indicato con l’Act of Succession, la linea di successione: Edoardo, la cattolica Maria, e dopo di lei la sorellastra Elisabetta, ma figurati se Elizabeth the Bastard sarebbe mai potuta diventare regina?
Eppure, la cattolica Maria – detta anche Bloody Mary per la crudeltà con la quale perseguitò gli anglicani nel tentativo di restaurare il cattolicesimo e vendicare la sua mamma – morì anche lei prematuramente e pure senza figli.

Nel 1558, finalmente in Inghilterra si compì l’ultimo scherzo del destino: la bastarda ascese al trono.

Il suo regno – lungo e glorioso (lei morì nel 1603) – è chiamato The Golden Age: l’economia fiorì, Shakespeare scrisse alcune tra le pagine più belle della letteratura universale e l’invincibile Armada spagnola “affondò” sotto i colpi di cannone inglesi, sbatacchiata dalle impietose tempeste di quei mari perigliosi.

Lei, Elizabeth, è l’inaffondabile per eccellenza.

 

Iago è il manipolatore per eccellenza, l’inquietante personaggio inventato da William Shakespeare che s’insinua nella mente di Otello per renderlo vulnerabile. Il grande Parasite della letteratura.
Mala tempora et currunt et currebant et current è una di quelle frasi in latino che di solito vengono pronunciate da qualche passatista che vive nel rimpianto dei tempi belli, giusti e buoni, a differenza della brutta aria che tira ora. Però, a dire il vero, potrebbe avere ragione.
Devono essere tempi orribili, i nostri, se due dei film più premiati di questa stagione cinematografica sono stati Joker e Parasite.
Entrambi infatti narrano di tempi brutti, molto brutti e sono film belli, molto belli.
Entrambi seguono l’evoluzione di personaggi che sono dei precipitati sociali. Gente che rotola in basso e, quando smette di precipitare, incominciano i guai, perché scatenano l’inferno. Sono  molle che, se tenute sotto una pressione eccessiva, a un certo punto saltano per aria tirandosi tutto dietro.
In psichiatria, i momenti in cui la molla rischia di saltare si caratterizzano per l’insorgere di stressor, ossia fattori stressogeni. Se ti chiami Arthur Fleck e da bambino ti legavano al termosifone è molto probabile che avrai qualche disturbo da grande e che, se ti mettono una pistola tra le mani, la usi.
Se vivi in uno scantinato fetido e il caso ti infila in una casa di miliardari, è molto probabile che questo enorme sbalzo tra due stili di vita così lontani tra loro possa farti svalvolare. A maggior ragione se poi in questo baratro si infilano altri scrocconi, oltre te stesso.
Chi se ne intendeva di stressor era senz’altro William Shakespeare. Solo che lui non si è mai limitato a usare un espediente banale quale l’introduzione di un elemento stressogeno in un tessuto narrativo o drammatico. Troppo facile. Troppo didascalico. No.

Iago è un alfiere, un uomo integrato

Joker viene picchiato, deriso, umiliato, la sua malattia lo isola socialmente, ne fa un diverso che può causare ilarità solo suo malgrado, non sarà mai un comico.
Di lì ad odiare tutti e infine ad ammazzarli (per davvero oppure nella tua testa malata, poco importa), il passo è breve.
La famiglia coreana di Parasite sembra unita da legami affettivi profondi, eppure questi legami non prevedono alcun controllo e contenimento sul piano morale: loro stanno insieme per sopravvivere, sono un branco che mira a marcare un territorio sottraendolo a chi – a vario titolo – lo occupa già. Quando la darwinistica lotta per l’affermazione del più forte conferma che loro non saranno mai i più forti, i nervi cedono e la catastrofe è a quel punto inevitabile.
Joker e Parasite sono indagini sull’abissale cattiveria umana. E così sono le tragedie di Shakespeare ma, pur andando indietro nel tempo, ci accorgiamo che ne sono la versione 2.0.
Insomma, era più avanti lui, più post-moderno.

Iago manipola Otello e si insinua tra le sue debolezze come un tarlo.

“Guarda che Desdemona ti tradisce”. E lui ci crede, sulla base di un banalissimo fazzoletto che non si trova (anche in Parasite un tarlo mentale è amplificato da un fazzoletto). E l’ammazza, poi, capisce di aver preso un clamoroso abbaglio e si uccide.
Possibile che non abbia capito che Iago lo stava intortando? Possibilissimo.
Perché Iago è un parassita, proprio come la famiglia di diseredati coreani che infestano una casa e una famiglia ricca.
Ma… c’è un grosso ma.
Perché lo ha fatto? Lo hanno attaccato al termosifone ed è diventato grullo?
Non sa più cosa inventarsi per unire il pranzo con la cena?
No, non c’è un fattore scatenante. Questa è la grandezza di Shakespeare.
Il fattore scatenante è presente nella trama delle sue tragedie ma l’interpretazione di quel fattore l’abbiamo di volta in volta stabilita noi, nel corso dei secoli.
Una lettura molto attuale potrebbe essere il senso di inferiorità del maschio bianco rispetto al nerboruto uomo nero che gli sottrae una donna dal proprio harem mentale.
Ne deriva un ordio sordo per lo “straniero” che si prende il fior fiore di quello che appartiene al proprio territorio. E allora, come lo straniero si è infiltrato nell’habitat di Iago e vi ha sottratto il più bell’esemplare di femmina, quest’ultimo si infiltra nella testa del Moro e la manovra a suo piacimento fino ad ammazzare la femmina che ha tradito Iago e non Otello, in realtà.

Iago è sempre in agguato.

Un po’ come Arthur Fleck che riceve solo gentilezza dalla vicina di casa (vedi caso afroamericana) e in cambio la poveretta e la sua bambina fanno una brutta fine, sperabilmente solo nella testa di un uomo bianco frustrato che rappresenta l’orrore della cultura dell’attuale americana.
Una lettura meno fallica ma comunque affascinante consiste nel sostituire alla parola gelosia la parola invidia sociale.
Per tutti è la tragedia della gelosia ma in realtà può tranquillamente essere  la tragedia dell’invidia sociale. Otello ha tutto: è valoroso, ha successo, è rispettato e deve piacere molto alle donne se per lui Desdemona si è opposta apertamente al papà pur di averlo, cosa che a quei tempi le signorine comme il faut non si permettevano di fare neanche per uno svedese, figuriamoci per il Moro di Venezia. Otello allora deve pagare per questo eccesso di successo e Iago sarà la sua nemesi.
Mala tempora semper currunt bisognerebbe ricordare a chi rimpiange età di bontà, solidarietà, gentilezza che non sembrano essere mai appartenute agli esseri umani.
La volontà di vivere tempi buoni fa i tempi buoni, altrimenti Iago è dietro l’angolo nella vita di ognuno di noi, e spesso anche negli angoli della mente di ognuno di noi.

Come, you spirits
That tend on mortal thoughts, unsex me here
Lady Macbeth, Act I, Macbeth

Unsex me chiede Lady Macbeth agli spiriti dei pensieri di morte: dispensatemi dall’essere donna, e quindi debole, rendete più denso il mio sangue, implora alla riga successiva.
Ma lei non è debole. Affatto. Lei è fortissima. Mica come quell’inetto del marito.
O forse no? Forse il forte è lui, o invece è solo un uomo che si nutre della forza della moglie per colmare la sua pochezza. E se fosse uno scaltro che si lascia manipolare in cambio della riscossione della pena? Perché il senso di colpa  per i crimini commessi dilania lei, la sposa ambiziosa e spietata, ma non lui.
Insomma, chi è la vittima? E chi il carnefice?
Who’s the slave and who’s the master, si domanderà qualche centinaio di anni dopo Samuel Beckett alle prese con un’altra coppia di celebri psicopatici, Pozzo e Lucky di Aspettando Godot.

Chi è il Male?
Una donna frustrata dalla sua condizione sociale di subalternità che convince un marito debole a macchiarsi di orride colpe, per conquistare il potere che lei da sola non potrà mai rivendicare o un uomo che si macchia di orride colpe per compiacere una moglie, la cui ambizione gli è strumentale, perché gli dà un ruolo che lui da solo non saprebbe conquistarsi?

Prima che una delle più famose tragedie di William Shakespeare, Macbeth è il trattato scientifico più autorevole e completo sui rapporti di coppia. Disfunzionali, of course.
I due protagonisti prima che dall’amore sono infatti legati dalla totale assenza di quei valori etici condivisi all’interno di un consorzio umano, e da questo incastro nascono poi délire à deux, megalomania, profezie che si autoavverano e disprezzo per la vita altrui, ma anche propria.

Ma facciamo ordine.
Macbeth è un valoroso generale. Torna da una battaglia e attraversa un bosco insieme al suo compagno d’armi, Banquo. Vuoi perché sono reduci da una battaglia vinta all’ultimo sangue, vuoi perché stanno attraversando un bosco in piena notte, vuoi perché probabilmente sono strafatti di alcol-e-dio-solo-sa-quali intrugli-psicotropi (che era prassi comune ingurgitare prima di una battaglia per potenziare forza e coraggio),  vedono tre streghe che preannunciano cose strane, tra cui che Macbeth diventerà re ma Banquo genererà una stirpe di re senza però essere lui stesso re.
Ebbene, Banquo rimane lucido, e scaccia lontano parole tossiche e relativi pensieri contorti  in esse contenuti; Macbeth no. Lui torna a casa e spiffera tutto alla moglie, la quale non lo riconduce alla ragione, non gli chiede che cosa si sia bevuto o fumato prima, durante e dopo la battaglia e soprattutto di non farlo mai più, perché di questo passo… e questa casa non è un albergo…

No. Lei lo ascolta e di più, si mette all’opera per accelerare la realizzazione delle profezie.
Dopotutto, il re è in vita, quindi bisogna dare una mano al destino affinché vada nel verso giusto. Duncan deve morire e lei – in estrema sintesi – supplica gli spiriti di darle la forza di sopportare quel babbeo di Macbeth che invece esita e si fa degli scrupoli.
E che diamine! Lui però è pur sempre un valoroso generale, non prende alla leggera il regicidio. È cosa brutta sovvertire l’ordine sociale, l’ordine divino.
Ma, si sa. Se una moglie come Lady Macbeth si mette in testa di far emergere il marito, nulla può fermarla. E infatti lui uccide Re Duncan e da quel momento la spirale verso gli inferi non si fermerà più.

Nulla ha fermato Lady Macbeth… nulla, tranne il senso di colpa, tranne la follia che prende possesso di lei in seguito al regicidio. E perciò si toglierà la vita, non prima però di aver – tra le varie nefandezze – commissionato l’omicidio di Banquo e aver accusato di questo crimine due servitori. E senza pensarci, anche in questo caso però dà un contributo alla realizzazione della profezia delle streghe perché sarà poi la progenie di Banquo a ristabilire l’ordine naturale delle cose e, di conseguenza, a riprendere il corso di una monarchia legittima affidata a chi ne è degno.
Nel corso del V atto Macbeth – che per lei ha ammazzato un re – rimane indifferente alla notizia della morte della moglie e conclude la tragedia con i celeberrimi versi:
Life is a tale told by an idiot… full of sound and fury signifying nothing.

Ne valeva la pena? 
Macbeth ha fatto di tutto per compiacere la moglie ma nessuno dei due aveva considerato che la pazzia si annida nel cervello di chi commette gesti estremi come i loro. Era così razionale lo scopo…
O forse erano già talmente talmente pazzi e sono andati a briglia sciolta incontro al proprio destino.
Chi può dirlo? Shakespeare non ce lo dice, ma ce la mostra tutta la loro follia con quella semplice, agghiacciante frase: la vita è frottola raccontata da un idiota… che non significa nulla.
È qui il seme della follia che li unisce: solo per due folli la vita non significa nulla e non ha un valore assoluto e può essere profanata e liquidata come una frottola senza senso.
Solo i folli scatenano l’inferno sulla terra per sete di potere o semplicemente per la smania di mostrarsi grandi al cospetto della donna amata.

È questo il Male: muove sempre da motivi terreni e porta caos, rovina, sciagura. E travolge gli “altri”, le persone di buona volontà che sanno che, nel consorzio umano, ciò che crea scompiglio, viola l’ordine e la razionalità non è compatibile con l’agire  nella direzione del bene individuale e comune.
Leggere  il Macbeth significa prendersi una laurea in filosofia, psichiatria e sociologia in soli cinque atti, perché è una tragedia universale e anche se la si rappresentasse a una comunità eschimese, tibetana o swahili sarebbe compresa appieno da ognuna.

T.S. Eliot aveva ragione quando diceva che una tragedia come Macbeth differisce da un articolo di cronaca nera per un solo motivo, semplice ma fondamentale: ogni emozione tende alla formulazione intellettuale. Pertanto, solo la resa estetica del dolor che diventa furor (Seneca docet) rende tollerabile la visione dell’orrore. La sola idea di Rosa e Olindo che, dopo la strage di Erba, vanno a mangiarsi un panino da Mac Donald’s è una botta allo stomaco. Lady Macbeth che continua a vedere le sue mani sporche di sangue anche dopo averle lavate è una botta al cervello. Non è una differenza da poco.

La realtà supera spesso la fantasia, ma è solo la letteratura che ce la rende sopportabile in tutta la sua agghiacciante banalità.

Se per Marcel Proust la burrosa madeleine fu il sapore che nascose la memoria dell’infanzia, per Charles Dickens fu il lucido da scarpe. Sì, proprio quello che serviva ai gentleman inglesi a rendere impeccabili le loro calzature. Perché lui a undici anni trascorreva le sue giornate a inalarlo mentre lo imbottigliava e lo etichettava in un lurido capannone, nel bel mezzo di Londra e nel bel mezzo dell’era vittoriana.

Soffrì come soffrono i bambini, e quindi tantissimo.
Nottetempo gli tolsero la serenità dei valori borghesi: un babbo, una mamma, un bel po’ di fratellini, una bella casa, cibo in abbondanza per sfamare tutte quelle bocche e istruzione.
Istruzione.
Amava andare a scuola, il piccolo Charles, ed era bravo e avrebbe voluto fare solo quello, studiare.
Ma un bel giorno i gendarmi arrivarono alla porta di casa e si portarono via quel campione del padre, che pensava di essere chissà chi ed era una mezza tacca, uno che voleva vivere ben al di sopra dei propri mezzi. Accumulò debiti. E per questo finì in galera.
Debtors’ prison. Ecco cos’era. E Charles andava pure a trovarlo, questo padre incosciente, che gli aveva piazzato sul groppone tutte quelle bocche da sfamare. E  le sfamò. Andò a lavorare nella fabbrica di un parente e per ore interminabili, come interminabile fu il suo dolore mentre incollava etichette sulle bottiglie di lucido da scarpe. Interminabile ma non invincibile, al contrario.

A vent’anni aveva già risalito la china, era riemerso dall’abisso tirandosi dietro l’intero nucleo famigliare. Divenne prima giornalista parlamentare e poi romanziere.
I suoi romanzi ebbero un successo strepitoso.
A Christmas Carol forgiò una volta per tutte l’estetica del Natale nell’immaginario collettivo ;
Oliver Twist servì a denunciare le condizioni disumane delle workhouse:
Child as he was, he was desperate with hunger, and reckless with misery.
Lui sapeva cosa voleva dire essere disperato per la fame ed era la dimostrazione di come la miseria possa rendere temerari.

Divenne una specie di rockstar. Andò persino in tournée negli Stati Uniti, per soddisfare la domanda di letture pubbliche dei suoi romanzi da parte di un pubblico adorante.
Ma non dimenticò.
Non dimenticò che i bambini abbandonati a loro stessi si disperano per la fame e, in preda alla miseria, diventano temerari. Li descrisse nei suoi romanzi con una pietà laica che ha strappato lacrime senza mai essere strappalacrime.
Un genio. Un sopravvissuto. Un inaffodabile.

Dici Ezra Pound e pensi a Casa Pound, inquietante sede di un movimento politico italiano di estrema destra, ispirato alle posizioni politiche di un americano antisemita e nazifascista. Tanto antisemita e tanto nazifascista, quanto clinicamente pazzo.

E infatti, a conclusione della Seconda Guerra Mondiale, gli americani ritennero opportuno ospitarlo per 13 anni in un manicomio criminale nella speranza di rieducarlo ai valori democratici degli Stati Uniti.

Ma per Pound la vera Patria era l’Italia, Paese di santi, poeti, navigatori e fuori di testa di ogni tipo.
E infatti vi trasferì nel 1924 per sostenere il regime fascista fino alla caduta della Repubblica Sociale Italiana e anche dopo, in cuor suo. E riuscì a farsi ricevere da Mussolini, il 30 gennaio del 1933 e a pronunciare, profetico come solo un grande poeta può essere, una delle sue più famose frasi: “Duce, ho la possibilità di non far pagare le tasse agli italiani” mentre gli porgeva una copia dei suoi celebri Cantos.

Considerava Mussolini il più grande statista della sua epoca, Hitler un “imitatore isterico” del Duce e Churchill un criminale di guerra. Aveva idee un po’ bislacche.

Ma era pazzo.
Ma era Poeta.
Grandissimo.
“Il miglior fabbro” come scrisse  nell’epigrafe a La terra desolata Thomas Stearns Eliot, di cui Pound fu editor , o meglio “l’editor”, l’unico che poteva metter mano a quel complesso e infinito capolavoro  della poesia del Novecento.

Quanto grande?
Grande così
:

Francesca

You came in out of the night
And there were flowers in your hands,
Now you will come out of a confusion of people,
Out of a turmoil of speech about you.
I who have seen you amid the primal things
Was angry when they spoke your name
In ordinary places.
I would that the cool waves might flow over my mind,
And that the world should dry as a dead leaf,
Or as a dandelion seed-pod and be swept away,
So that I might find you again,
Alone.

Sei emersa dalla notte e recavi fiori tra le mani,
Ora ti staglierai contro una confusione di individui,
Emergendo da un tumulto di parole su di te.
Io che ti vidi tra le cose primordiali,
Mi adirai quando pronunciarono il tuo nome in luoghi volgari.
Quanto vorrei che le fredde onde sommergessero la mia mente,
E che il mondo inaridisse come foglia secca
O come bacca di dente di leone e fosse spazzato via,
Così potrei ritrovarti.
Sola.

La traduzione è l’iceberg nascosto, l’insidia nemica della poesia, l’ombra che può deformarne l’anima,
ma con un testo così è impossibile commettere errori, se si ha un po’ dimestichezza con la lingua. Perché il concetto è archetipico e vibrante di luce e le parole così perfettamente infilate da risplendere come perle e sconfiggere l’ombra.

I fiori, la folla, le onde si mescolano in un mulinello di cupio dissolvi da cui emerge solo l’oggetto del proprio amore.
Sola.
A quel punto Eterna, perché siderata nella solitudine di un mondo dissolto per fare spazio solo a lei.

Sì, c’è pure una bacca di dente di leone. Una cosa irrilevante per il mondo, ma anche lei deve rinsecchirsi, inaridire, ridursi in briciole, per lasciare spazio a questa Venere che non nasce dalle onde ma dal buio e si chiama Francesca. Una bella rivincita per tutte le Francesca che non si sono mai sentite rappresentate dalla canzone di Battisti e che non potevano rallegrarsi all’idea di avere il proprio nome associato a una dannata che soffrirà in eterno le pene dell’Inferno di Dante.

Pound è stato un pilastro della Poesia del XX secolo. Ed era pazzo, totalmente pazzo. Ed era pure nazifascista e antisemita. Lo era perché era pazzo? Sono decisamente portata a crederlo.
Ma se la pazzia delle sue idee politiche complottiste e scollegate dalla realtà come tale andrebbe considerata, la sua poesia va goduta con l’abbandono che si deve solo all’assoluta bellezza della parola. E in questo caso della donna che tutte vorremmo essere, Francesca.

Disperazione. È una parola che fa pensare a tempi antichi in cui le prefiche si stracciavano le vesti, a scene di madri che portano in braccio i corpi senza vita dei propri figli, dalla Pietà di Michelangelo, alle foto da Premio Pulitzer della guerra in Siria. Questa è la Disperazione.
Quella con la D maiuscola.

Poi c’è la disperazione in salsa English.
Che non è mai la lagna o emotività allo stato brado , è disperazione, ma con la d minuscola. Nessuno trasporta a braccia corpi martoriati, eppure c’è da disperarsi quando ti accorgi fuori tempo massimo che la vita ti è passata davanti: sei vivo e sei vegeto. E tanto basta.

E se, estraendo una Madonna che piange suo figlio da un pezzo di Alpi Apuane, Michelangelo è riuscito a rendere un imperituro omaggio alla Disperazione con la D maiuscola, altri artisti sono riusciti a non rendere ridicola la disperazione con la d minuscola, che pure ha una sua dignità (purché non sia inutile rimpianto): i Pink Floyd con Time e T.S. Eliot con The Love Song of J. Alfred Prufrock.

Quindi abbiamo una banda di rock progressivo e un intellettuale che ha troneggiato sulla letteratura inglese del XX secolo tutti presi a dare la loro interpretazione del tempo che scappa tra le dita come la sabbia di un’inarrestabile clessidra.
Ci sarà un motivo? Sì ed è semplice: gli errori irreversibili fanno paura. Tanta paura.
Il tempo non si riporta indietro. Quello che resta è solo disperazione.
Ok, con la d minuscola. Ma sempre disperazione è. E con le dovute differenze e il dovuto rispetto, anche questa disperazione merita di essere elevata a riflessione artistica.

A chiunque abbia una minima conoscenza dei Pink Floyd, il titolo della canzone Time fa venire in mente il concerto di sveglie seguito da un battito che sembra a tutti gli effetti cardiaco: sonorità perfette per sintetizzare la vita.
Dopo un po’, ce la spiegano anche a parole, la vita, con un’eleganza molto letteraria:

Indifferente al ticchettio dei momenti che ammontano a una giornata noiosa,
Dilapidi le ore con grande disinvoltura.
Ciondoli in un angolo della tua città
in attesa di qualcosa o qualcuno che ti indichi che direzione dare alla tua vita.

Sei stufo di prendere il sole così come di stare a casa a guardare la pioggia,
Sei giovane e la vita è lunga e ce ne vuole per ammazzare il tempo oggi.
Ma poi un bel giorno ti ritrovi dieci anni alle spalle,
Nessuno ti ha detto quando iniziare a correre, ti sei perso lo sparo di inizio.

E ti metti a correre per tornare al passo con il sole. Sta calando
per fare tutto un giro e tornare alle tue spalle.
Il sole è sempre quello in termini relativi, ma sei tu a essere più vecchio
col fiato più corto e più vicino alla morte di un giorno.

Ogni anno si accorcia sempre di più, sembra che non ci sia mai tempo.
Piani che non portano a nulla o mezza paginetta di appunti scarabocchiati.
Tiri a campare in una calma disperazione, alla maniera inglese.
Il tempo è trascorso, la canzone è finita… pensavo di avere altro da aggiungere.*

Tic tac tic tac tic tac… Il tempo scorre ed essendo questa illuminazione spesso tardiva, ci si dispera. Ma è già una fortuna rimanere calmi perché, se è vero che loro sono i Pink Floyd e che Syd Barrett si è già da un bel po’ brasato il cervello con droghe di tutti i tipi, è innegabile che c’è qualcosa di squisitamente inglese in loro, ecco perché si disperano con calma.

Tutta questa compostezza fa affiorare alla mente la flemma di J. Alfred Prufrock:

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallognolo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia che incontri le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni di mani
che sollevano e posano una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E ancora tempo per cento esitazioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere crostini col tè.*

Tic tac tic tac tic tac… Non accade granché ma rimani vivo e vegeto.
Bevi il tè in una giornata di autunno, lo accompagni al pane tostato e tanto basta.
Se questa non è calma disperazione…

Prufrock può andare a fare tutte le visite di cortesia di questo mondo, gli occhi attorno a lui lo inchioderanno a un luogo comune, quello di un uomo scialbo, di mezza età e ben posizionato sul viale del tramonto:

[…]
e quando mi hanno liquidato con una formula e mi dibatto su uno spillo,
quando sono appuntato e mi contorco sul muro,
come potrei cominciare
a sputar tutte le cicche dei miei giorni e delle mie abitudini?*

No, non sputerà fuori cicche o rospi, e men che meno attuerà svolte che gli cambieranno il corso della vita. Rimarrà piantato lì, consapevole di invecchiare e di avere la necessità di “arrotolare il bordo dei pantaloni” perché prima o poi rattrappirà, come tutti gli anziani.
Se questa non è calma disperazione…

Tic tac tic tac tic tac… Disperiamoci pure come Prufrock, senza volgarità e senza strillare,
alla maniera inglese, direbbero i Pink Floyd, ma poi tiriamo a campare perché dopo tutto non stiamo tenendo sulle ginocchia nessun corpo martoriato e non ci è mai venuta un’indigestione bevendo tè accompagnato da pane tostato. Occhio alle droghe pesanti però.

*traduzione a cura di Francesca Palumbo, docente di Lingua e Letteratura inglese e traduttrice

I wish I were doctor Watson! 

Perché? Non è più bello e prestigioso e vincente essere Sherlock Holmes?
Forse. Ma forse no, a ben vedere.

Un po’ come la storia delle famiglie infelici che sono infelici a modo loro, eppure alla fine forse è meglio farne parte piuttosto che essere tutti felici uguali.
E quindi sì, tutti dovremmo desiderare di essere John Watson. Ma non possiamo.

Perché?
Elementare, perché non abbiamo stessa fortuna di Doctor Watson.
Sì, proprio lui, l’amico opaco, il medio-man che vive all’ombra del genio, il medico, che in quell’Inghilterra lì era considerato dai ceti alti poco più che un maniscalco.
Che però, e forse proprio per questo, è la quintessenza della prudenza, del buon senso e del civiltà dei costumi, con un’umanissima propensione per l’oscuro, per tutto ciò che non si lascia classificare facilmente e che spesso non si lascia addomesticare.
E sì. Ci vuole una testa ben piantata sulle spalle per essere il compagno
di avventure di uno svitato come Sherlock Holmes e rimanere sempre se stessi: il buon dottore che fa la vita da scapolone fino a un certo punto, poi si sposa.
Sherlock rimane invece un single impenitente, i cui ormoni ballano la rumba solo se incontra La Donna per eccellenza, Irene Adler, una che fa scoppiare scandali in Boemia, mica una donnicciuola qualunque. Nel frattempo si fa di morfina, frequenta gli anfratti più fetidi di quella giungla metropolitana che è la Londra tardo-Vittoriana e vive in un appartamento  in cui regna un accogliente disordine, reso talvolta inquietante da qualche pericoloso esperimento chimico o dall’andirivieni dei clienti di questo strampalato investigatore dell’anima.
Sbarellato ma geniale.

Deve essere una maledizione essere così intelligente da rilevare a occhio nudo i dettagli che un essere umano cerca di nascondere, come se lo stessi sottoponendo a una TAC.
La seduzione va a farsi benedire. Non avrai mai voglia di scoprire, denudare,
penetrare l’oggetto del tuo desiderio, perché gli esseri umani sono oggetti da esaminare e non da desiderare, quando ti chiami Sherlock Holmes.
Il privilegio di essere Doctor Watson è quello di essere dotato di un’intelligenza assolutamente normale – potenziata da studi difficili, certo, ma pur sempre nella media – abbinata a virtù che talvolta sono più utili della genialità: la curiosità, la voglia di capire, la voglia d’imparare, l’empatia.
E Sherlock invece? Non gliene frega niente d’imparare nozioni, organizzare il proprio sapere in modo enciclopedico, fare sfoggio di cultura, umanistica o scientifica che sia:

è un errore pensare che quella stanzetta [si sta riferendo al cervello, ndr] abbia muri elastici che possono estendersi all’infinito. Prima o poi arriverà il momento in cui per ogni nozione aggiunta si dimenticherà qualche conoscenza pregressa. Pertanto, diventa della massima importanza impedire che dettagli irrilevanti sgomitino via ciò che è buono a sapersi”.

Ma come? Non è utile sapere come funziona il sistema solare?
No.
Serve invece avere tutti i sensi sempre accesi come dei radar, con il cervello che funziona alla
massima velocità di elaborazione possibile.
Ecco cosa serve.

Sherlock è un dio dell’Olimpo sceso tra gli umani che invece di un’isola greca, ha scelto Londra, Baker Street, per l’esattezza.
Ma senza un umano che ne riconosca la superiorità, nessun dio potrebbe esistere.
John Watson diventa necessario allo svelarsi del divino Sherlock.
Ecco perché dovremmo desiderare di essere John Watson.
Vogliamo conoscere il divino e, come tutti i nostri consimili, siamo invece costretti a vivere tra gli umani.

Long live Sherlock and Watson!

“La mancanza di compassione è volgare quanto l’eccesso di lacrime.”

Tra le decine e decine di frasi a effetto pronunciate da Lady Violet, tirannica vedova di Lord Grantham e, per diritto di nascita, Signora del borgo che si è sviluppato nel corso dei secoli sulle terre del nobile casato, questa sintetizza meglio di tutte come essere dalla parte della ragione. Sempre. Peccato che Lady Violet non esista davvero e che possiamo incontrarla solo nella pluripremiata fiction Downton Abbey.

La virtù degli antichi romani che si rivela nella capacità di mantenere sempre la giusta distanza dagli eccessi, il pragmatismo anglosassone che consente di trovare sempre il punto di equilibrio tra i costi e i benefici, l’alto lignaggio che si manifesta nell’imperio con cui si zittisce qualsiasi forma di volgarità laddove eleganza, bellezza, intelligenza e sensibilità non riuscissero nell’intento di raddrizzare le deviazioni dalle condivise regole di convivenza civile…
Questa è la grande vedova che entra ed esce dalla meravigliosa dimora che un tempo fu sua e poi alla morte del marito,  passa  di diritto al di lei figlio, erede di titolo e terre.

Siamo agli inizi di un nuovo secolo, il ventesimo, nella campagna inglese dello Yorkshire, il Titanic è appena affondato e la contessa madre ha ceduto il posto alla nuora con molta più naturalezza di quanto potremmo fare noi comuni, se dovessimo cedere un posto a sedere sul tram. Così vuole la consuetudine.
Una volta insediatosi l’erede al comando dell’immensa tenuta di famiglia, lei va a vivere nella casa vedovile, con solo una cameriera personale, una cuoca e un bizzarro maggiordomo che asseconda e redarguisce alla bisogna.
Eppure, rimane onnipresente nella vita di figlio, nuora, nipoti e servitù.
Il suo sguardo si posa su ogni dettaglio: persino la sistemazione dei fiori realizzata – o meglio, perpetrata – dalla nuora, non a caso americana. Intollerabile, la composizione (la nuora andava accettata perché la sua dote avrebbe salvato le terre), più adatta a “una comunione in Italia meridionale” che a una nobile magione inglese… Ed eccola allora che armata del nécessaire trasforma l’incriminata composizione in un bouquet perfettamente allineato alle circostanze e all’understatement british.

E noi con lei. Noi, che per ruolo e assenza di titoli dovremmo solidarizzare con la dolce (fin troppo) nuora dagli occhioni candidi, ci scopriamo sue alleate e intercettato il suo sguardo, cominciamo a trovare  davvero eccessiva e volgare per Downton Abbey quella composizione “terrona”.
Lady Violet ha ragione.
Sempre.
Su tutto e su tutti. E di tutti.
Perché lei è la tradizione che si sporca le mani con l’esperienza, lo humor inglese che prima che ridere fa gelare il sangue nelle vene perché svela la pochezza del suo destinatario, è l’arroganza -fondata- di una cultura che non ha mai conosciuto il totalitarismo perché ha sempre saputo cambiare al momento opportuno. Come lei,  l’animale di questa blasonata famiglia che meglio e prima di tutti si adatta al cambiamento, direbbe il suo coetaneo Charles Darwin.
E sopravvive, più e meglio degli altri.

Lady Violet produce uno strano effetto: desideri essere come lei, nonostante il bastone che le occorre per deambulare, nonostante le rughe che le solcano il viso, nonostante i cappellini e i pizzetti da vecchia zia inglese. Anzi… più che essere come lei, inizi a vagheggiare un mondo in cui si sia guidati da lei. Da un despota in gonnella, da un tiranno ricoperto di pizzi e ruches.

Perché per la prima volta, tutti i meccanismi di ribellione che si attivano in presenza di chi detiene l’autorità e decide unilateralmente della tua vita – dai contenuti che il precettore è autorizzato a insegnare alla sistemazione dell’arredamento, fiori inclusi – sono neutralizzati dalla sua straordinaria capacità di provare compassione senza versare lacrime.
Man mano che gli episodi di Downton Abbey diventano una droga alla quale non sai rinunciare, ti scopri a pensare che una donna così vorresti averla come suocera, madre, sorella, datore di lavoro. E perché no, come consigliere spirituale, matrimoniale, patrimoniale.
Insomma, senza accorgertene, tu che hai sempre odiato i passatisti, vagheggi un mondo fatto buone maniere e di buon senso, totalmente privo di meschinità, piccineria, debolezza caratteriale, penuria di risorse intellettive.
Un mondo in cui è giusto rivolgersi a questa donna chiamandola sempre Lady Violet perché
è naturale che il più intelligente, il più elegante, il più pragmatico, il più scaltro e il più equo sia anche il più potente.
E quando, nella naturale evoluzione della trama, a sei stagioni di distanza dal primo incontro con questo essere straordinario, assistiamo per la prima volta a una lotta di potere che la vedrà in netta minoranza, l’iniziale sbigottimento cede immediatamente il passo all’ammirazione perché ci vuole classe anche per uscire di scena.

La contagiosa eleganza di Downton Abbey ci permette però di non avere un atteggiamento di lagnoso rimpianto. Una serie che nel Regno Unito ha raggiunto picchi di 10 milioni di spettatori a episodio e rastrellato riconoscimenti dalla critica internazionale, non introduce il cambiamento con patetici espedienti narrativi.
Lady Violet non muore.
L’ultima stagione si conclude con una contessa madre più pimpante che mai. Talmente pimpante da capire perfettamente che non può fermare il cambiamento. Guidarlo verso la direzione giusta sì, però. Solo allora lei potrà uscire di scena e non dovrà più combattere per avere la meglio su pacchiane composizioni floreali, meschini interessi personali, volgarità di ogni sorta e dolori causati da guerre, rivoluzioni e dai quei sentimenti che tanto spaventano i nobili inglesi ma ai quali nessuno – e lei per prima- può sottrarsi.

Nel frattempo, ha vissuto come solo chi ha uso di mondo può vivere: intensamente.
Ha partecipato a nozze reali, ha accettato che, per uno stranissimo capriccio del destino, un cugino di terzo grado diventasse l’erede di suo figlio; ha saputo combinare matrimoni proficui per il suo casato, ha patito i rigori imposti dalla Grande Guerra, ha riorganizzato mansioni di individui subalterni e ruoli dei suoi pari, ed è sempre, sempre, riuscita a contenere i danni degli scandali che hanno colpito o lambito la sua famiglia, ha intercettato complotti, e neutralizzato personaggi squallidi, malintenzionati o semplicemente goffi.
E nel fare questo bel po’ di cose, ha elargito perle di saggezza, perfidia, eleganza, intelligenza, arguzia da tenere a portata di mano e why not, imparare a memoria e usare all’occorrenza.

Non essere disfattista, mia cara. Fa molto ceto medio.

Sei una donna con un cervello e con una ragionevole abilità: smettila di lagnare e trovati qualcosa da fare.

La volgarità non può essere un sostituto dell’arguzia.

Non mostrare mai alcun segno di disapprovazione.

Per me è facile ammettere di essere nel torto, perché non mi sbaglio mai.

I princìpi sono come le preghiere; nobili, senza dubbio, ma imbarazzanti durante un ricevimento.

Se fossimo sempre moralmente ineccepibili, che ne sarebbe dei preti?

Che meraviglia il giardinaggio… il terreno che si infila sotto le unghie, il calore del sole sulla nuca, l’orgoglio di far crescere qualcosa. Almeno, così mi dicono i giardinieri.

Conosco svariate coppie perfettamente felici. Non si parlano da anni.

Io penso davvero che il focolare domestico sia il posto ideale per una donna, ma non ci vedo nulla di male se si diverte un po’ prima di arrivarci.

Tutti arrivano all’altare nascondendo metà della storia.

A volte bisogna fare in modo che il colpo arrivi un po’ alla volta.

L’unico poeta di alto lignaggio che io conosca è Lord Byron e immagino che tutti sappiamo che fine ha fatto.

Noi aristocratici di campagna dobbiamo fare di tutto per evitare di essere provinciali. Fai in modo che il tuo soggiorno a Londra ti levighi ancora un po’.

Solo perché sei vedova non è detto che devi cenare con il vassoio in grembo.

Nessun ospite dovrebbe essere accolto senza una data di partenza già stabilita.

Robert, che cos’è il week-end?

Mai confondere un desiderio per una certezza.

Il dolore rende incredibilmente stanchi.

Mi chiedo come riusciate a sopportare il peso dell’aureola, dev’essere come avere una tiara sul capo tutto il giorno.

Una donna della mia età può affrontare la realtà meglio di tanti uomini.

Sono una donna, Mary, e posso avere tutte le contraddizioni che voglio.

Mia cara, siamo alleate. Che ti assicuro è un legame di gran lunga più efficace.

Robert è un uomo. Gli uomini non hanno diritti.