La sera del 25 gennaio 1851, durante la rappresentazione de “La morte di Sisara”, il teatro di Forlimpopoli è scosso dall’incursione del bandito Pelloni con tutta la sua banda. Le famiglie borghesi che assistono allo spettacolo subiscono l’assalto del Robin Hood romagnolo, che, con cappello e mantello, come viene rappresentato nell’iconografia popolare, ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Anche Pellegrino Artusi, che di certo non era né uno chef stellato e nemmeno il gestore di un famoso ristorante, bensì un tranquillo e bonario colto borghese nato a Forlimpopoli nel 1820, con tutta la sua famiglia, è fra le vittime di quell’episodio.

La banda, dopo l’incursione in teatro, riesce con uno stratagemma ad entrare nell’abitazione della facoltosa famiglia Artusi per depredarla. La sorella Gertrude, addirittura, a causa dell’aggressione, impazzisce e muore dopo poco tempo in manicomio per lo shock subito.

Siamo nel bel mezzo della dominazione dello Stato Pontificio su un territorio che da un lato si cosparge il capo di cenere, frequenta ostensori a testa bassa e lavora incessantemente nelle rigogliose campagne, mentre dall’altro si ribella, facendo emergere con i riflettori della Storia figure come quella di Stefano Pelloni. Anche in una ballata popolare di Raul Casadei si canta di lui «…in tutta la Romagna chiamato Il Passatore; odiato dai signori, amato dalle folle, dei cuori femminili incontrastato re».

Dopo quell’episodio, la famiglia Artusi si trasferisce in Toscana, dove Pellegrino si dedica con successo ad attività commerciali, in un esilio volontario dalla sua Romagna, che porterà per sempre nel cuore. La sua lunga vita lo accompagna fino a 90 anni.

L’agiatezza economica permette a Pellegrino di coltivare anche le sue passioni: la cultura e la cucina. Pubblica a sue spese e con scarso successo una biografia su Foscolo e le “Osservazioni in appendice a 30 lettere del Giusti”.

Il successo, con lo straordinario numero di 1000 copie vendute con la prima edizione, arriva nel 1891, grazie a “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene”, nonostante le peripezie provocate dalle critiche falcianti dei contemporanei. L’autorevole professor Trevisan, all’uscita aveva dichiarato: «Questo è un libro che avrà poco esito», come racconta ironicamente lo stesso Artusi nell’edizione del 1902, intitolandola “Storia di un libro che rassomiglia alla storia della Cenerentola”. Infatti, si narra che i Forlimpopolesi, avendo vinto due copie del libro in una lotteria, andarono a venderle dal tabaccaio, non sapendo che farsene.

Nei vent’anni a seguire, l’Artusi (come ormai viene chiamato da tutti), ne cura ben 15 edizioni, portandolo alla gloria come uno dei libri italiani più letti, insieme ai “Promessi Sposi” e “Pinocchio”. Nel 1931 le edizioni arrivano a quota 32.

790 ricette, dai brodi ai liquori, mettono insieme in un colorato collage le tradizioni gastronomiche di un Paese appena unificato, e se vale il detto “L’Unità si fa a tavola”, l’Artusi ne è l’emblema. “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene” è la summa culturale della moderna letteratura culinaria. «Artusi; per antonomasia libro di cucina. Che gloria! Il libro che diventa nome! A quanti letterati toccò tale sorte? Era l’Artusi di Frolimpopoli…cuoco bizzarro, caro signore, e molto benefico, come dimostrò nel suo testamento; e il suo trattato è scritto in buon italiano. E non era letterato né professore». (Alfredo Panzini, 1905)

Il garbo di una lingua che aveva visto “sciacquati i panni in Arno” come ad un illustre predecessore traspare in ogni capitolo, a testimonianza del fatto che la cucina rappresenti anche l’aspetto culturale di una nazione, se corrisponde a certi requisiti di eleganza e profonda competenza territoriale.

La sua immagine pubblica? Basettoni bianchi, scapolo incallito, che divide la sua abitazione con la fedele Marietta, la cuoca alla quale la città di Forlimpopoli dedica ogni anno un premio per la creatività in cucina nell’ambito delle numerose manifestazioni attribuite dal 1997 ad oggi ; sempre grato alla sua terra di origine grazie alla quale continuerà a vivere di rendita (la famiglia possedeva tenute a Borgo Pieve Sestina di Cesena e Sant’Andrea di Forlimpopoli), umile e dalla profonda cultura. Sperimenta sulla propria pelle perfino le disastrose conseguenze di un caso di colera, dopo un increscioso episodio accaduto a Livorno nel 1855. Dopo aver cenato in una locanda della città, attribuì le cause di un malore ad un minestrone che vi aveva mangiato, ma, invece di scagliarsi contro il ristoratore (si scoprì poi che il contagio aveva colpito tutta Livorno), si curò e scrisse un capitolo del suo libro sulle regole per cucinare un buon minestrone.

Chapeau, Pellegrino; per aver reso giustizia alla storia culturale italiana attraverso la gastronomia, elevandola dall’unico Palmarès decretato incondizionatamente solo e soltanto alla cucina d’Oltralpe!

«L’Artusi ci ha aperto la strada per conoscere noi stessi e la nostra nazione, un cucchiaio alla volta. Ora tocca a noi prendere in mano il nostro futuro culinario. Basta aprire il libro: approfonditelo e lo scoprirete ancora pieno di sorprese». (Massimo Bottura, ristampa anastatica prima edizione, Giunti 2011)

Daniela Bartoli

È il 20 luglio 1969. Neil Armstrong e Buzz Aldrin, a bordo dell’Apollo 11, sbarcano sulla Luna. Nello stesso anno Victor Vasarely, figura chiave della Op-Art (cioè l’Optical Art) che nel 1955 aveva organizzato a Parigi una mostra dal titolo Le Mouvement, elabora una teoria pittorica sul cosmo attraverso una rivisitazione filosofica e romantica della sua arte, nata essenzialmente come geometrica e funzionale. E, sull’onda della missione dell’Apollo 11, dipinge un’opera rivoluzionaria, intitolata “Vega Pal”.

La Luna ha compiuto la magia, Victor Vasarely ne diventa il deus ex machina in campo pittorico. Le suggestioni ispirate dalla sfera di luce sognata, studiata, dipinta, raccontata da artisti, scrittori, astronomi fin dalle origini del mondo diventano realtà concrete grazie a una scoperta epocale. E adesso? Cosa succede nel mondo della pittura contemporanea all’Apollo 11?

Temi mistici e religiosi si fondono insieme con quelli scientifici e matematici; i limiti fisici della tela sono superati, creando una visione capace di coinvolgere in prima persona nella definizione del rapporto fra ciò che è rappresentato e ciò che è percepito.

Lo spettatore dell’opera di Vasarely non rivolge più lo sguardo solo dal punto di vista ottico-cinetico, ma anche da quello emozionale, diventando parte stessa dell’immagine visiva: entra grazie agli effetti ottici che arrivano a dare il senso di tridimensionalità al quadro che esalta la forma geometrica e i colori.

Nato nel 1906 a Pécs, in Ungheria, la sua vita è una costante ricerca di equilibrio fra arte e filosofia, documentata da centinaia di appunti e riflessioni che riguardano non solo la personale ricerca, ma anche l’arte del suo tempo, la scienza, la sociologia. L’illusione ottica delle sue opere di Op-Art è la stessa dell’uomo di fronte all’illusione dell’essere.

Fra utopia sociale e sperimentazione matematica Vasarely, figlio della Bauhaus, si cala e fa calare chiunque si avvicini alle sue opere nelle sue tele popolate da cilindri, coni, cubi distorti e allungati, capaci di suggestionare, ingannando la retina. All’inizio prevale il contrasto fra bianco e nero; più avanti il colore assume un significato sempre più incisivo.

Dopo la scoperta della Luna, il miracolo. Le tele da bidimensionali diventano tridimensionali, grazie a quei “volumi inesistenti” che diventano la cifra della sua pittura. Quando dipinge la sfera che emerge dal piano statico della parete, l’opera d’arte diventa un vero e proprio “territorio nuovo”. Il suo “Vega Pal” è proprio così: misterioso come il satellite della Terra. Un luogo fisico e un corpo in movimento appena scoperto ma ancora da esplorare, a cui Vasarely aggiunge colori e linee. È la superficie stessa che esce dalla tela per entrare nell’immaginario di chi vi si approccia con lo sguardo attento, disposto a farsi avvolgere e catturare. 

L’opera diventa dinamica, rendendo ogni quadro diverso dagli altri.

Victor Vasarely nel 1960 è fra i fondatori del Groupe de Recherche d’Art Visuel. Intorno alla metà degli anni Sessanta, con la partecipazione alle importanti mostre di Op-Art al MoMa di New York e a Parigi e con la conquista del Premio Guggenheim, si assiste alla sua definitiva consacrazione nel panorama dell’arte internazionale.

È un figlio del suo tempo; un artista, un uomo profondamente ancorato da un lato alla sua formazione scientifica e dal punto di vista artistico all’ideale bidimensionale concreto e cinetico dell’arte futurista; dall’altro, sinceramente affascinato dalla ricerca della grafica impostata sulle griglie modulari e strutturali diverse. La scoperta della Luna, la modernità del suo tempo, lo spingono oltre la bidimensionalità, fino a superarla. L’inquieto Vasarely è l’emblema dell’uomo moderno, che sente l’instabilità del contemporaneo e vi si lancia con la curiosità precisa dello sperimentatore scientifico, trasferendo nell’opera la sua stessa instabilità grazie all’illusione ottica provocata dall’instabilità percettiva delle sue linee modulari, per ritrovarvisi dentro completamente.

Giocare con le linee e con i colori scientemente. Questo l’obiettivo dell’artista innovativo e curioso, grande estimatore di Escher e, come lui, affascinato dalle geometrie e dall’utilizzo dei volumi e delle illusioni ottiche nell’arte.

Le sue opere sono come enormi Luna Park (Luna, appunto…) della pittura: stimoli e pungoli per chi le guarda, che vengono quasi sfidati scientemente ad “entrare” nella tela e a ritrovare equilibri e centri di gravità fra le seduzioni e suggestioni visive delle linee e dei colori caleidoscopici. I dipinti sembrano ragnatele fatte di triangoli e quadrati, linee e volumi che catturano l’osservatore, intrappolandolo in una dimensione inesistente e illusoria che si dilata e contrae. È lo stesso approccio dell’uomo contemporaneo alle sollecitazioni delle nuove scoperte, come quelle della Luna, magnetica e misteriosa, di fronte alla quale, dopo un primo momento di vertigine e disorientamento, arriva quello dell’equilibrio, raggiunto successivamente al senso di smarrimento e instabilità del “nuovo”.

L’unicità del messaggio dell’artista ungherese, innamorato della scoperta di Armstrong ed Aldrin, è la straordinaria deformazione della superficie, ottenuta attraverso la creatività e ordinata dal preciso calcolo matematico. Sembra pulsare, muoversi, trasformandosi in un invito a oltrepassare la dimensione della percezione verso un universo ottico – e fisico – in continuo movimento. L’arte, in un momento cruciale per la storia e la scienza, non può esimersi dal dare il suo contributo al miglioramento delle condizioni di tutte le classi sociali. La formazione sartriana di Vasarely ha il suo perché. Il resto è Op-Art.

 

Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.

Federico Fellini«Se Federico appoggiava la forchetta sul bordo del piatto di spaghetti, non si sa come ma un frammento di sugo schizzava sulla sua cravatta. Giulietta gridando buttava gli occhi fuori dalla testa. Ma arrivò anche qualcosa di peggio: Una mattina, mentre stiamo per uscire dal Bar Canova in Piazza del Popolo, un cameriere appoggia sul banco un cesto di rosette sul banco. Siamo pieni, non abbiamo per niente fame, ma la mortadella è il sapore della nostra infanzia. Ne compriamo una per due. Mentre cerca di spezzarla, un rettangolo di grasso vola in alto e cade sulla schiena di Fellini. Andiamo subito a casa sua per consegnare la giacca alla donna di servizio, ma troviamo Giulietta che subito grida: “Sei il primo uomo al mondo che si unge anche la schiena!”. Federico siede con aria mesta vicino a lei e dice sottovoce: “Però c’è sempre soddisfazione a essere primo”».

Tonino Guerra

 

Fellini era proprio quel che si dice un amante della buona tavola. Gli piaceva ripetere un aforisma di Baudelaire “chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”, e amava il sapore genuino del Sangiovese. Beveva poco, ma quel bicchiere di vino doveva essere rosso. Preferiva i sapori semplici, i cibi casalinghi della tradizione; al ristorante andava su tutte le furie se lo facevano attendere fra una portata e l’altra. Gli piaceva ordinare le tagliatelle, dopo una rapida consultazione con il cameriere, per poi trovarle troppo rosse o troppo sottili e concludere che “sono sempre meglio quelle preparate a casa”.

Era regista anche a tavola. Decideva lui il menu per tutti i commensali. Fra un piatto e l’altro, parlava di tipi strani, di favole, di sogni, di notizie curiose e di donne.

Amava tanto le donne, Fellini. La sua casa era governata da quote rosa, e le tre donne fondamentali della sua vita hanno tutte cucinato per lui.

La mamma Ida Barbiani, romana di sette generazioni, ottima cuoca, aveva educato i suoi figli Federico, Riccardo e Maddalena al piacere della buona tavola. Essendo il papà Urbano commesso viaggiatore di generi alimentari, sulla loro tavola non mancava mai del buon Parmigiano reggiano, dell’olio d’oliva e un fiasco di Sangiovese. Del ricettario gustoso della mamma, Federico adorava le polpettine di bollito con l’uvetta sultanina, il polletto alla cacciatora e la ciambella.

Giulietta, emiliana doc, nata a San Giorgio di Piano in provincia di Bologna, era una gourmet eccezionale. Per il suo Federicone cucinava sempre quantità industriali di minestrone, tagliatelle al ragù e pollo alla diavola. Soprattutto era bravissima a fare la moltiplicazione dei pani, dopo la solita telefonata alle 21 “Giuliettina non siamo in quattro stasera ma quindici…”

Dulcis in fundo, le ricette della sorella Maddalena; bastava solo sedersi alla sua tavola e ritrovare come per incanto tutti i profumi dell’infanzia della Romagna. Lui la chiamava sinfonia di sapori.

Siamo nella terra del padre della cucina italiana, quel Pellegrino Artusi che ha realizzato l’Unità d’Italia mettendo per la prima volta – nero su bianco e l’una accanto all’altra – ricette di varie tradizioni regionali. Con Artusi, un altro celebre promotore della cucina romagnola, Giovanni Pascoli, dedicò alla piada una poesia celebrando la semplice gioia della preparazione domestica del  pane, così come l’aveva visto e vissuto nella sua “Romagna solatia, dolce paese”.

La Romagna si presenta come un quadrilatero abbastanza regolare, con i suoi confini che spaziano fra il mare Adriatico e il crinale dell’Appennino. Rimini, la città di Fellini, durante la Seconda guerra mondiale, fu la città più bombardata dopo Montecassino: rasa al suolo, tranne un solo borgo. I riminesi si rimboccarono le maniche e la ricostruirono.

Da qualcuno viene definita “Lo scarto delle Marche e il rifiuto della Romagna”, ma forse, per questo loro essere così anomali, i riminesi sono particolarmente simpatici. Un po’ ruvidi al primo impatto, come le tele che le nonne tessevano in casa e su cui stampavano spighe di grano e grappoli d’uva a ruggine, dopo poco si sciolgono e diventano teneri come lo sguardo di Fellini quando parla del circo, il mondo che ha sempre amato e favoleggiato e raccontato con la storia di Zampanò e Gelsomina. Riesce talmente a personificare l’immagine dell’artista girovago e dei suoi sentimenti al punto che La strada conquista il premio istituito per la prima volta proprio nel 1957, l’Oscar per il migliore film straniero.

Come tutti i romagnoli, Fellini è attaccatissimo alla sua terra. Caparbio e cocciuto, ne respira i racconti e li trasmette nelle sue vignette, nelle sue sceneggiature, nelle sue storie. In fondo, La Romagna è un paesone, in cui lo sfottò campanilistico diventa argomento di chiacchiere ai tavoli delle trattorie, o ad un tavolo di famiglia, in una casa in cui la tradizione sta sempre a capotavola. Come nel pranzo di Amarcord, ad esempio, in cui, come a casa Fellini, sono le donne a governare. La figura della “arzdòra”, in Romagna, ha qualcosa di mitologico, di ancestrale. Tiene le chiavi della dispensa e della cassa ben attaccate alla cintura della gonna, e non le perde mai di vista. Dispensa consigli, scapaccioni ai figli scavezzacollo e punizioni anche a distanza di tempo a mariti fedifraghi; non lesina il cibo a chi lo chiede, né farina da aggiungere all’impasto delle tagliatelle. Sa dosare aiuto e affetto, come gli ingredienti di qualche buon piatto, in pentole grandi come quella di Amarcord, per il cui trasporto è necessario l’aiuto della procace domestica. Non importa se  l’arzillo nonno della famiglia, un po’ perché “ci è” o un po’ perché “ci fa”, quando la bella Mirandolina passa accanto a lui o si sporge, allunga gli occhi e la mano.  La “arzdòra” di casa saprà bene come comportarsi e come punire gli affronti. Nei confronti di  tutti i maschi di casa. I pantaloni, a portarli è lei.

Come succede agli uomini romagnoli della tradizione, ai “vitelloni” dopo la stagione turistica degli anni del boom, i “maschi” per Fellini hanno spesso gli occhiali rotti per vendetta dalle proprie compagne, come accade al risveglio dal sogno del signor Snaporaz, interpretato da Marcello Mastroianni ne La città delle donne del 1980. Non si sa se in sogno o nella realtà, ma l’avventura con l’affascinante compagna di viaggio in treno e l’onirico viaggio al raduno delle femministe, si conclude a casa, davanti alla propria moglie, e gli occhiali sono rotti per davvero.

Fellini e la sua tavola. Fellini e le sue donne. Fellini e la sua terra. Sono i tre vertici del triangolo della vita di un regista che concentra in sé la quintessenza delle sue origini.

Cibo, donne e sogni i temi di una tavola metafora della vita, in cui volutamente, come a casa sua durante i pranzi e le cene, non si parla mai di  argomenti come calcio e politica. Meglio le dissertazioni sulla piada, che Pascoli definì “il pane, anzi, il cibo nazionale dei romagnoli”.

Un vecchio detto romagnolo recita che “ogni donna fa la piada a suo modo”, e certo ogni donna, per essere tale, una volta doveva saper fare la pasta e tirare la sfoglia con tante uova, dorata e tonda come la luna. Tonda come le forme della Gradisca di Amarcord o di Anita Ekberg mentre fa il bagno nella Fontana di Trevi ne La dolce vita.  Luna magnetica che Fellini amava incondizionatamente, popolata com’era dalle sue visioni di artista geniale e fantasioso, generatrice di sogni e ricordi, dilatati in uno spazio temporale a volte indefinito e a volte riconoscibilissimo, perché presente. E chi non crede ai sogni e all’immaginazione è un patacca come dicono i romagnoli a chi non è dotato di arguzia e sagacia, a chi non è troppo “sveglio”, insomma. Succede anche ai ragazzini che nell’episodio della neve e il pavone in Amarcord si rifiutano di credere a quella creatura dalle piume colorate che vola in mezzo alla bufera… ma in fondo, alle favole credono un po’ tutti. È la tavola con i suoi sapori, poi, a riportare tutti sulla terra.

 

Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.

 marco pantaniQuando si spengono i riflettori dell’estate sulla Riviera Romagnola, il lungomare di Rimini si trasforma in un paesaggio ovattato nella nebbia. È come uno switch off di qualche mese, in cui la bacchetta del mago congela i fuochi d’artificio, il ritmo assordante del tormentone di agosto e i profumi delle grigliate di pesce e della piadina, per restituire alla primavera successiva una nuova canzone che tutti in massa intoneranno nuovamente, passeggiando sulle strade animate che portano verso la spiaggia.
Il 14 febbraio 2004, i riflettori si riaccendono clamorosamente sulle strade fantasma con  gli alberghi disposti a pettine: in un letto disfatto di una stanza del Residence Le Rose, Marco Pantani conclude la sua gara.

Lui stesso aveva detto «Avrei voluto essere battuto dagli avversari, invece mi ha battuto la sfortuna» quando durante il Giro d’Italia del 1997 un gatto nero gli aveva attraversato la strada al km 182 del Valico di Chiunzi, facendolo cadere.

Sfortuna. Caso. La guerra mediatica al massacro rende fragile il Pirata. Alti e bassi. Anni d’oro fino al 1998, poi la prima fase di buio. La sua strada non è più costellata di salite, quelle salite delle quali aveva bisogno per vincere: si trasforma in un asfalto scivoloso e minato di buche per renderlo fragile. Il can can mediatico fra il 1999 e il 2000 è devastante a causa de i risultati dell’antidoping: inammissibili i valori di ematocrito del 52% rispetto all’1% consentito, e a Madonna di Campiglio il 5 giugno il ritiro della Mercatone Uno, la sua squadra, dal Giro d’Italia segna una clamorosa discesa nel suo percorso.

«A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato il prezzo che il mio ben che duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera»: e il contenuto di una lettera diffusa dalla mamma, la signora Tonina, durante la presentazione del libro di Davide Dezan Pantanti è tornato (marzo 2016). 

Lo strapiombo è la decisione della squadra di sostituirlo con Garzelli nel 2000, e poi il ritiro dopo l’ascesa di Lance Armstrong durante il Tour de France di quell’anno.

Come in tutte le vicende agonistiche della storia degli sport, il duello fra due grandi campioni porta sempre adrenalina. Il pubblico dei tifosi diventa un’arena dell’antica Roma, in cui il pollice verso di chi ha la facoltà di dire l’ultima parola può mettere la parola fine alla carriera di un atleta. Come le montagne che ama scalare su due ruote, Pantani deve all’incontro con Armstrong le fasi in assoluto più ascendenti o discendenti di tutta la sua carriera. Dalla tappa dei Pirenei del Tour del 2000 il Pirata subisce la tensione del confronto con l’astro nascente statunitense. Accumula ritardo, e poi si riscatta nella tappa di Courchevel. La malasorte, sotto forma di un malessere intestinale, gli fa perdere poco dopo la tappa della Grande Boucle. «Ho provato a saltare il tour; sono saltato io».

Non si saprà mai se effettivamente abbandonò il Tour per problemi di salute o per timore nei confronti delle analisi che avrebbe dovuto affrontare.

Le vicende mediatiche vogliono asfaltare a terra l’immagine del piccolo gigante ciclista con la bandana sul capo e l’orecchino al lobo, cancellarlo.

Eppure, le migliaia di auto che transitano ogni giorno sulla A14, nei pressi di Imola, non possono non vedere la gigantesca biglia davanti alla torre della Mercatone Uno in cui il Pirata, con addosso la maglia rosa, si alza sui pedali, come il titolo della canzone a lui dedicata dagli Stadio. Nelle biglie del cheecoting si racchiude, nell’immaginario collettivo di chi con quelle palline ha giocato, un’intera filosofia: le biglie rotolano, si urtano, vengono spinte, si allontanano e vanno veloce. La biglia che si stacca dal gruppo e con due o tre “ciccate” giuste raggiunge il traguardo porta il nome di Marco Pantani.

A braccia alzate verso il cielo il piccolo Marco pedalava verso il nonno Sotero, che gli aveva regalato la sua prima biciclettina, a Cesenatico negli anni Settanta, dirigendosi verso il chiosco dove sua madre girava una dopo l’altra le piadine sulla teglia.  

A braccia alzate verso il traguardo, l’asso romagnolo dagli occhi da furetto incasella fra il 1992 e il 2003 ben 46 vittorie, fra cui la magica doppietta Giro-Tour nello stesso anno, il 1998, oltre al bronzo ai Mondiali. L’ultimo italiano a conquistare la maglia gialla era stato Felice Gimondi, 33 anni prima; sarebbero dovuti trascorrere ancora sedici anni prima che un’altra vittoria del Tour de France andasse a un italiano, Vincenzo Nibali.

Con la sentenza del 2016, a dodici anni dal letto disfatto del Residence Le Rose, con buona pace di chi ha sempre creduto che Marco Pantani fosse finito vittima di un circo mediatico al massacro, l’immagine pubblica del Pirata è riabilitata: in quella vicenda i fili della regia vennero manovrati da qualche burattinaio del male. Non si saprà mai con certezza se effettivamente la lettera di Vallanzasca fatta recapitare a mamma Tonina nel novembre del 2007 rivelasse la verità sul giro di scommesse che voleva la sconfitta di Madonna di Campiglio per dare la pastura a un branco di squali affamati di denaro. Umanamente e nonostante tutto quello che realmente è successo, il «Se puoi, devi farlo» di Marco Pantani è stato il leit-motiv che ha condotto i pensieri di chi non si è mai lasciato convincere del fatto che nella storia del Pirata fosse tutto bianco o tutto nero: a fare la differenza sono sempre le sfumature che nella vicenda stanno in mezzo.

«Puoi avere il tecnico migliore, lo stipendio più alto e tutti gli stimoli di questo mondo, ma quando sei al limite della fatica sono solo le tue doti ad aiutarti».

Il Pirata nell’immaginario collettivo è quello dello scatto sul Mortirolo e dell’Alpe d’Huez;  quello per il quale, dal 2004, il Giro d’Italia ha istituito il titolo della salita che porta il suo nome (la Montagna Pantani) alla scalata più alta. Fino ad allora solo al Campionissimo Fausto Coppi era stato riservato l’onore di vedere il proprio nome assegnato alla Cima che segna il punto più alto del percorso del Giro.

In Romagna esiste uno strano Genius Loci protettore, che vuole immortalati i suoi eroi in modo anticonvenzionale, ribelle e irriverente come la loro natura. Una legge del 1923 vieta che monumenti vengano intitolati a personaggi famosi a meno di dieci anni dalla loro scomparsa. Nel 2005, sulla Piazza Marconi di Cesenatico, una statua in bronzo a grandezza naturale viene inaugurata. Rappresenta un ciclista durante una salita. Non porta un cappello in testa, ma una bandana. Nel rispetto della legge, nessuna targa è impressa sul monumento, ma tutti sanno chi è.

Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.

agatha christieMrs  Neele varca la soglia del prestigioso Old Swan Hotel la mattina del 3 dicembre 1926. 
Pare che abbia raggiunto lo Yorkshire in treno; di certo è partita da Sunningdale, nel Berkshire, con una Morris Cowley, trovata qualche giorno dopo abbandonata nel Surrey.

Negli undici giorni che trascorrerà all’Old Swan la signora Neele si dedicherà alle attività prevalenti delle ladies in vacanza termale: buone letture, balli, concerti e relax. Qualche puntata alla Spa della verde città, nel Nord dell’Inghilterra. È un’ospite discreta, riservata; intrattiene conversazioni su temi di letteratura con i pochi clienti dell’hotel in quel periodo di bassa stagione. Non dà troppa confidenza. Distaccata, un po’ svagata, gentile quanto basta. Nessuna bizzarria. Nessuna stravaganza.

 

Tutto scorre liscio in quei giorni, finché una sera Bob Tappin, suonatore di banjo, durante una serata in musica dell’hotel nota la sorprendente somiglianza della signora Neele con colei che, scomparsa, vede 1000 poliziotti mobilitati come segugi per ritrovarla; colei per le cui ricerche interviene anche il più celebre giallista dell’epoca: Sir Arthur Conan Doyle, che, nientemeno, fa esaminare a un medium un guanto della donna,  per scoprire qualche indizio sulla sua misteriosa scomparsa. 
Tappin rivela i suoi indizi ad un altro ospite dell’hotel, un intraprendente giornalista che aiuta a ricomporre l’enigma.

Si scopre così che la signora Neele in realtà non è la signora Neele, ma una moglie tradita che ha utilizzato, per registrarsi all’Old Swan, il cognome dell’amante di suo marito. Nessuno saprà mai il perché.

Lo scandalo del tradimento in una delle più celebri coppie dell’epoca si tinge di giallo. Giallo come il colore delle opere di Agatha Mary Clarissa Miller, dal 1914 più nota come Agatha Christie.

Nell’atmosfera ovattata dell’Inghilterra edoardiana, percorsa da un lato da innovazioni culturali e  dall’altro ancorata come i sempreverdi sui muri alle certezze british, si parla della fuga di una donna depressa, forse per cause diverse: crisi di creatività, blocco dello scrittore, la morte della madre con la conseguente necessità di occuparsi del padre; o ancora una amnesia;  ma la causa certa è lo scotto del tradimento.  S’ipotizza perfino che la scrittrice, che di gialli modestamente ne sa, abbia volutamente deciso di sparire dalla circolazione per far sì che il marito fedifrago fosse accusato di omicidio e di conseguente occultamento di cadavere.

I Christie sono una tranquilla coppia borghese, hanno una bambina, e Archie lavora nella City, dopo i trascorsi nell’Aeronautica militare; Nancy Neele è la sua segretaria. E la sua amante. A causa di questa relazione extraconiugale, Archie ha appena chiesto il divorzio ad Agatha. Lui è distaccato. Lei si dispera. Almeno inizialmente.

Trama vista e rivista per un giallo che di giallo ha solo il risvolto psicologico di una donna tradita che vuole rimuovere l’affronto; e pertanto si arma di perdita di memoria, di coscienza della propria identità e sparisce, organizzando una clamorosa fuga verso un luogo isolato quanto basta dal clamore di una Londra in pieno fermento, sociale e culturale.

Agatha Christie non parla dell’episodio nemmeno nella sua autobiografia, pubblicata postuma per sua volontà. L’episodio dell’Old Swan viene archiviato nell’oblìo. Usa la stessa eleganza con cui si è eclissata per correre ai ripari. Comincia a studiare strategie per sopravvivere allo smacco subito. Prevale il self control. Del resto, lei è  british. Ha avuto successi letterari clamorosi in un’epoca in cui le donne scrittrici erano merce rara, firmando con il cognome del marito. Continuerà a farlo scientemente e diplomaticamente anche dopo il divorzio, concesso ad Archie nel 1928, per non perdere la popolarità acquisita. E dà una svolta alla sua vita. Ricominciando da un viaggio. Da sola. Destinazione: Medio Oriente.

“…in viaggio si esce da un tipo di vita e si entra in un altro. Certo, siamo sempre noi, ma un noi diverso… Durante un viaggio, la vita ha la stessa qualità di un sogno…”

Il sogno di Agatha Christie è un percorso sull’Orient Express fino a Istanbul. La meta finale è  Baghdad.

L’umiliazione del tradimento riesce a portare nuova linfa alla sua creatività di scrittrice dopo lo sbandamento, l’amnesia, la premeditata uscita di scena teatrale. Del resto, oltre ai 93 romanzi, la carriera di Agatha Christie vede anche la produzione di 17 commedie.

Agatha Christie, Assassinio sull'Orient Express
Assassinio sull’Orient Express

Agatha metabolizza, si rialza dalla perdita di memoria dei tempi dell’Old Swan, due anni prima. 
Il periodo fervido di produzione letteraria coincide, durante un viaggio, con l’incontro con Max Mallowan, un archeologo intraprendente e bello come il sole, di 14 anni più giovane, assistente del direttore degli scavi archeologici in Iraq. Per lui scrive il celebre Assassinio sull’Orient Express. 
Si sposano nel settembre del 1928, e Agatha , sempre mantenendo come scrittrice il cognome del primo marito, realizza il compromesso della sua vita, vivendo fra l’Inghilterra e il Medio Oriente, dove collabora con il neo-consorte alla catalogazione dei reperti archeologici.

Scoperte di reperti, e scoperta di una creatività ritrovata, ma soprattutto scoperta di sicurezza nei confronti di se stessa da parte di una donna timida e succube con il primo marito; brillante ed estroversa con il secondo.

Supera la delusione, ottimizza lo smacco e l’umiliazione del tradimento con intelligenza, rendendo i tasselli del puzzle scomposto della sua vita, componenti strutturati e coloratissimi di un meraviglioso collage. Supera perfino la sua timidezza di donna disgrafica, che scrive le sue opere dettandole ad altre persone fidate.

Gli anni della Seconda Guerra Mondiale vedono il calendario delle sue tappe di viaggio mutare a causa degli impegni del marito, che diventerà nel 1947 professore di archeologia medio-orientale all’Università di Londra. Agatha si dedica, in questa fase di innamoramento, alla pubblicazione, oltre che di gialli, anche di romanzi sentimentali, firmati con lo pseudonimo di Mary Westmacott.

Dopo Teresa Neele, è il secondo falso nome che Agatha Christie adotta. Stavolta, però, nessuna clamorosa sparizione, nessun tradimento. Nessuna amnesia. Soltanto la volontà di diversificare gli ambiti letterari, in un momento meraviglioso della sua vita, in cui la passione è protagonista; la leva per dare un giro di vite alla sua esistenza, come scrittrice e soprattutto come donna. Alla luce del suo golden time si cimenta con un nuovo genere, visto che per quanto riguarda omicidi, sparizioni, misteri da risolvere, Agatha Christie, membro della Royal Society of Literature, ha già dato. E darà ancora per molto. Fino al 12 gennaio 1976, quando, esattamente un anno prima dell’uscita programmata della sua autobiografia postuma, si spegne a 85 anni.

Di lei, Sir Winston Churchill dirà:

«È la donna che, dopo Lucrezia Borgia, è vissuta più a lungo a contatto col crimine»

 

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Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.


marco simoncelli«Ridere, ridere, ridere ancora, ora la guerra più paura non fa…/
Corri cavallo, corri ti prego, fino a Samarcanda io ti guiderò/ Non ti fermare, vola ti prego, corri come il vento che mi salverò…/
Fiumi poi campi poi l’alba era viola, bianche le torri che infine toccò/ ma c’era tra la folla quella nera signora, stanco di fuggire la sua testa chinò/
Eri tra la gente nella Capitale, so che mi guardavi con malignità/ Son scappato in mezzo ai grilli e  alle cicale/ Son scappato via ma ti ritrovo qua!/
Sbagli t’inganni ti sbagli sovrano, io non ti guardavo con malignità, era solamente uno sguardo stupito, cosa ci facevi l’altro ieri là?/ T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda, eri lontanissimo due giorni fa/ Ho temuto che per ascoltar la banda, non facessi in tempo ad arrivare qua».

L’Olimpo contemporaneo ha l’aspetto dei colli romagnoli. Quelli di Coriano, dove viveva Marco Simoncelli. Il Sic. Creatura mitologica. E che come tutte le divinità dell’Olimpo è senza tempo. Un eroe caduto giovane. La sua immagine è cristallizzata come quella del centauro, con i riccioli che spuntano dal casco e il numero 58 sempre davanti. La risata squillante, il «Diobò» che è un’esclamazione dal significato plurimo: meraviglia, stupore, ma anche rabbia, delusione o allegria. «Diobò che bello» è l’intercalare dei romagnoli quando, con una pacca sulla spalla, si congratulano per il risultato di un warm up o per un podio del campione.

 

«Diobò che bello» si sente ancora, a Misano, la sera alla Birreria di Paolino, quando esattamente alle 22,20, per 30 secondi, la moto del Sic viene accesa e il suo motore torna a rombare come quando era lui a scalare le marce e farla sgasare.

Quella Honda ne ha fatta di strada, con i suoi 250 cavalli. E il cavaliere che la guidava ha fatto della sua vita l’emblema della sua passione: non una frode, non una fatalità, ma la strenua lotta affinché la corsa rimanesse eterna, indistruttibile, intatta.

Così, sulla pista di Sepang, il 23 ottobre 2011, l’asfalto che l’ha visto cadere ha regalato al giovane pilota ventitreenne l’immortalità. E Paolo, suo padre, Priamo dei nostri tempi, ha consegnato alla storia un mito.

 

Paolo non ha mai tarpato le ali a suo figlio, l’ha seguito in quella sua vita fatta di passioni; l’ha reso felice di poter vivere della sua, accompagnandolo.

È lui stesso a raccontare: «Un giorno scherzando gli ho detto: ‘Se muoio, cosa farai?’. E lui, sorridendo e mettendomi un braccio sulle spalle ha risposto: ‘Ti brucio, metto le ceneri in un vasetto, ti tengo sul comodino e così, ogni mattina, ti porto con me a giocare nella vigna; poi là c’è anche sepolto il nostro cane Filippo, faremo sempre festa, tutti assieme’. Adesso tocca a me fare quello che lui desiderava per me».

La Romagna è una terra così, fatta di solidi visionari. I ragazzini che crescono con la passione per le ruote, cominciano presto a sgasare nei circuiti delle minimoto.

 

Sic comincia a otto anni. A Cattolica, tornando da una visita ai parenti, si ferma con la famiglia alla pista. Trova chiuso. Il padre chiede al responsabile di far fare un giro ugualmente a suo figlio. Il bambino viene bardato di tutto punto, ma poi  sfugge alla presa e comincia in autonomia a girare. Torna ogni fine settimana. Poco dopo, visto che l’investimento economico di quelle domeniche sta diventando esoso (20.000 lire ogni dieci minuti), i Simoncelli decidono di comprare da Manuel Poggiali la sua minimoto per il figlio.

«Quanto sarebbe ingiusto non farlo sognare!» è la replica di Rossella, sua madre, a chi muove obiezioni riguardo alla pericolosità di quella passione.
Sic comincia a volare, sgasa e va a manetta. È un bambino competitivo, leale, allegro.

 

Come tutti i bambini, ama giocare. A biglie, a bigliardino, a scopone, come faceva a casa anche col nonno Italo, scomparso nel ’94 e al quale Marco dedica un tema bellissimo a scuola. Quel lato bambino non lo abbandona mai. Vuole vincere, e se c’è una scalinata da percorrere, propone una sfida, per cercare di arrivare in cima per primo. Ma sa anche perdere. Le sconfitte, per lui, non sono mai una delusione, ma uno stimolo per risorgere. Studia la sfortuna per trasformarla. Sembra, quasi, che in alcuni casi gli diventi amica. E dosa quella sua risata aperta insieme all’ironia, che diventa sua alleata, come nell’episodio del 2008 al Mugello, con Hector Barberà.

Sic in quella gara festeggia sul podio, ma nel dopogara è scambio di battutacce fra piloti. Barberà accusa Sic di aver aperto una gamba sul rettilineo colpendogli apposta la leva del freno. La replica è diventata leggenda contemporanea: «Sua sorella ha aperto la gamba!».

 

Il carattere romagnolo fa di lui un personaggio dall’ascesa ormai inarrestabile. Irriverente, umile, scherzoso e caparbio quando si mette in testa di voler raggiungere un risultato, che puntualmente arriva. Il 19 ottobre 2008, a Sepang, Sic si laurea campione del mondo per le 250 con la sua Gilera Metis. Sul cartellone che lo saluta, la celebre scritta “È mundiel”.

A proposito di quella vittoria, circola la storia raccontata da Aligi Deganello, il capotecnico di Sic:

«A tavola, quando mangiava, faceva talmente tante briciole che gli dicevo scherzando: ‘Quando mangerai e davanti a te non ci saranno più briciole, vincerai il campionato del mondo della MotoGP’. La volta dopo, sulla tavola davanti a lui non c’erano briciole». (Claudio M.Costa, La vittoria di Marco, Fucina, 2012, pag. 337)

 

Sepang, il circuito che lo incorona campione del mondo nel 2008 è lo stesso che lo consegna alla leggenda. All’immortalità. Il mondo ammutolisce. Suo padre, come Priamo con Ettore, torna a casa con il corpo senza vita di Marco. Come Priamo, Paolo aveva avuto il presagio della fine del suo figlio eroe. Gli era venuta la pelle d’oca quando l’asciugamano del Sic era stato posto al contrario prima della gara. Non avrebbe dovuto. Per scaramanzia. Ma, in fondo, è solo un segno. Un segno che, con il senno di poi, non significa nulla rispetto a quel che è successo. E in fondo Paolo non smette mai di dire che suo figlio ha vissuto la vita che lui stesso aveva scelto di vivere: veloce, pericolosa, a trecento all’ora e nessuno mai avrebbe avuto il diritto di imporgliene una diversa. Lui, come padre, lo ha solo accompagnato, assecondato.  

Oggi, Paolo Simoncelli, continua a investire le sue risorse con i giovani piloti, nel nome del Sic, attraverso la sua squadra, che porta il suo nome: Team Sic 58.

 

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Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.

Inghilterra. Primi anni del Novecento. Periodo convulso, caratterizzato dai mutamenti economici che rendono  necessarie straordinarie flessibilità culturali. Sullo scenario artistico si gonfia l’interesse per la “nuova arte”, e si affaccia con l’incisività graffiante dell’innovazione una donna stravagante, colta, raffinata, moglie del drammaturgo Edgar Middleton. Lei si chiama Yevonde Cumbers Middleton, ma per tutti è Madame Yevonde

Nasce a Streatham (Londra), nel 1893, da una famiglia borghese, frequenta scuole progressiste ed entra in contatto molto giovane con il movimento delle suffragette. Che dire di una donna che fonda la sua formazione culturale sull’influenza del movimento Votes for Women nel momento in cui questo stava diventando una realtà sempre più incisiva in tutta Europa?

 

E’ lei stessa a raccontare “Avrei volentieri appiccato fuoco alle chiese, distrutto cassette delle lettere e intrapreso una carriera di malvagità e violenza in nome del diritto alla libertà politica, se non avessi avuto orrore della prigione, degli scioperi della fame e dell’alimentazione forzata. Il ruolo della martire mi attirava molto, ma non ebbi il coraggio di andare fino in fondo” (Madame Yevonde, In Camera, Londra, The Women’s Book Club, 1940, p.37)

 

Yevonde  si butta a capofitto nello studio e nella sperimentazione nel campo della fotografia. Studia da autodidatta, spinta da Lallie Chambers, la fotografa dell’alta società edoardiana, che la introduce al mondo della fotocamera.

Poi va oltre.

Si mette in proprio nel 1914, e comincia a cercare ossessivamente il modo per evadere dal mondo rosato della fotografia romantica. Lei vuole il colore. Lo cerca ossessivamente, nella sua vita e nell’arte. Le frequentazioni con il mondo delle stelle del teatro e della letteratura, così come con la fascia di élite alla quale i fotografi ritrattisti si rivolgevano principalmente, le aprono la strada per avere dietro di sé un nutrito pubblico.  A metà degli anni Venti ci sono già in Inghilterra  affermate donne fotografo come Dorothy Wilding e Yvonne Gregory, e fra gli studi di ritrattisti si combatte una guerra senza esclusione di colpi, tanto da offrire gratuitamente le prime sedute ai clienti per accaparrarsi le commissioni.

 

Yevonde vuole di più. Quando  la sua vita incrocia le rappresentazioni della velocità e del movimento del futurismo di Giacomo Balla, ne rimane folgorata e vuole trasportare le stesse suggestioni nei suoi ritratti. A colori.

Sperimenta tecniche di laboratorio fino a farsi massacrare la pelle dagli eczemi provocati dalle reazioni chimiche, ma alla fine la qualità selettiva delle lenti e il fuoco differenziale della fotocamera trasformano le immagini in una partitura astratta di forme e colori, grazie agli esperimenti con il metodo Vivex, un nuovo processo sottrattivo a colori, introdotto dal dottor Spencer all’incirca nel 1932 e utilizzato da Yevonde fino al 1940, anno di chiusura del suo laboratorio.

 

Le donne dell’alta borghesia inglese da lei ritratte diventano divinità classiche nel ciclo GODDESSES (DEE), del 1935, sensuali creature in cui l’esaltazione della femminilità dai colori un po’ fané della duchessa di Wellington rappresentata come Ecate si alternano a quelli più accesi di Mrs. Balcon in Minerva, che tiene in mano una rivoltella e in testa indossa un elmetto militare.

Sono le donne nuove i suoi soggetti preferiti.  Nuove nel senso di  moderne, provocanti, contemporanee, con il make up visibile e dettagli come rossetti, gioielli, o semplicemente particolari oggetti ritratti a evidenziarne una caratteristica. A superare l’approccio surrealista. A renderle uniche. Uniche come le gocce di glicerina sugli occhi di Lady Campbell, ritratta come Niobe, a rendere l’effetto tridimensionale delle lacrime.

Una innovatrice come Yevonde non può non varcare le frontiere del nudo femminile.

 

Vermeer, Ingrès, il rococò di Fragonard prendono vita nelle sfumature della foto intitolata Addetta alla macchina da cucire in estate (1943). Lei vuole emulare Man Ray per quanto riguarda la capacità di  “trattare il corpo nudo come un oggetto su cui compiere esperimenti con la luce e l’ombra” (In Camera,cit., p.243)

Artista incredibile, Madame Yevonde. Incredibile nello sfumare i contorni dei ritratti in nudo della sua modella preferita, Gillian John del 1933, rendendola una icona dalla sensualità inafferrabile, proprio come lei. Un archetipo inviolabile.

Sono gli anni del cinema, di Greta Garbo e Marlene Dietrich. Riviste come Harper’s Bazaar  (che nasce nel 1929) e la stessa Vogue (dal 1916) , che hanno già accolto fra le loro pagine le opere di Hoyningen-Huen e Cecil Beaton, la notano.

Arriva anche il mondo della pubblicità a puntare il focus su di lei. Le esigenze commerciali mutate non possono non incontrare il pungolo dell’artista, che, attraverso una mostra di ritratti a colori organizzata nel 1932 da Albany, viene notata dalle agenzie pubblicitarie appena approdate dall’America.

Da abile donna d’affari quale è, Yevonde non si lascia sfuggire l’occasione, e i soggetti delle sue foto spaziano dai Sali Eno alla biancheria intima. Una vera volpe, la Yevonde, talmente abile da strizzare l’occhiolino al femminismo nell’immagine della modella che fuma sfrontatamente una sigaretta mentre sgrana un cesto di piselli, o da rendere un soggetto di natura morta in stile Léger  un contenitore di lanolina.

 

A livello commerciale, il “colpaccio” di Madame Yevonde è il servizio sul Queen Mary, il  transatlantico gioiello della cantieristica navale. Gli interni, sfrontatamente art déco, che solleticavano l’immaginario collettivo per le sculture, affreschi e decorazioni a opera di artisti inglesi contemporanei, vennero fotografati nel 1936 per Fortune.

E, per rimandare ai posteri la sua immagine, Madame Yevonde lascia gli autoritratti. Rappresentata come una maschera di Arlecchino, o  con un tricorno settecentesco, agli inizi della sua carriera, quando le donne affermavano la provocazione sensuale o introspettiva con gli influssi della psicanalisi. Il suo vero  testamento, però, è quello del 1940.

Lei è così. In mano, un negativo di foto. Al collo, una importante collana. Capelli corti. Le farfalle dei suoi studi sui tatuaggi ad attraversare lo sfondo; le bottiglie e i contenitori dei prodotti delle campagne pubblicitarie ai lati. E in alto, campeggia l’immagine di Ecate. La summa della sua arte. Libera e indipendente.

 

Daniela Bartoli*

 

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.