simon and garfunkel“Monterey, 16 giugno 1967. Quasi solstizio d’estate. Fortunatamente non siamo i primi a salire sul palco, abbiamo ancora un po’ di tempo per prepararci. Paul è tra gli organizzatori, eppure è emozionato tanto quanto me. Io parlo meno, scrivo meno, ma saliremo insieme là sopra, è la nostra avventura.

Sono tre giornate pazzesche, ci sono cinquantamila persone che ci attendono come si attende un profeta, è un’esperienza che fa girare la testa. Potrebbe essere una cartolina psichedelica questa, da tanta roba sta girando. Ci sono esperienze che puoi fare soltanto abbattendo alcuni filtri, sconnettendoti per un attimo dalla realtà e lasciando andare immagini e suoni che ne derivano. Non sono allucinazioni, non solo.

Le persone che sono arrivate qui non lo hanno fatto solo per assistere a un concerto. La musica è bellissima, ma non basta. Qui si cerca coesione, rivoluzione alternativa, libertà di prospettive. Anche noi abbiamo progetti ambiziosi, li porteremo avanti… (Because a vision softly creeping…)”

Inaffondabili perché: Visionari tra i visionari, in mezzo a una folla che non aveva i loro stessi colori, sono riusciti a diventare i portavoce di chi ha guardato alla Summer Of Love da una diversa un’angolazione.

Chiara Orsetti

Amedeo ModiglianiLe sue mani, sporche di colore, hanno stretto pennelli, sigarette, seni di donna, sempre con la stessa intensità, sempre con la stessa bramosia, sempre con la stessa insolenza. Le sue mani, innervate di passione, erano solo il mezzo con cui riusciva a trasmettere su tela il risultato del lavoro di penetrazione totalizzante e destabilizzante all’interno dell’animo dei protagonisti dei suoi dipinti, un lavoro di riflessioni profonde, di profonde intuizioni, senza le quali la sua intera produzione non potrebbe avere lo stesso vigore.

Fu la madre, Eugenia, a leggere in lui il desiderio di dipingere, di non fermarsi, con caparbietà e determinazione, anche mentre la febbre lo stava lentamente divorando dall’interno. E proprio lei si impegnò a raccogliere il denaro necessario per concretizzare il desiderio del figlio di lasciare Livorno alla volta di Parigi, la città che accoglieva le anime inquiete, quelle di tutti coloro che avevano bisogno di un approdo sicuro per cercare la propria dimensione, per comprenderne la vera natura, per sentirla crescere e mettere radici.

 

Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni

 

Montmartre, la sua Butte, diventarono casa per i primi anni, regalando al giovane Modigliani i contatti con Picasso, Brancusi, Rivera, Soutine. Rapporti complessi, quelli con i suoi colleghi, sempre velati di denigrante ammirazione, di stima a intermittenza, di discussioni all’assenzio.  Italiano nel sangue, di famiglia ebraica, sempre elegante nell’aspetto, portava dentro di sé l’incontenibile desiderio di affermazione, l’essenziale necessità di comprendere l’istintività dell’essere umano, dell’essere artista, dell’essere e basta.

La scultura lasciò ben presto spazio alla pittura, perché più facilmente trasportabile, perché più semplicemente comprensibile. Le atmosfere drammatiche, i bulbi oculari quasi sempre mancanti, le pennellate violente sono solo alcuni dei fondamentali che hanno reso Amedeo Modigliani Modì. I colli lunghi, sinuosi ed eleganti, i corpi nudi, talmente morbidi da sembrare di carne, la quasi totale assenza di sfondi e paesaggi alle spalle dei protagonisti dei suoi dipinti, con al loro posto nomi  scritti a grandi lettere, sono quelli che maggiormente colpiscono l’osservatore che non conosce nulla della sua storia tormentata. Una storia a tinte forti, fatta di pennellate intense e senza mezze misure; la storia di un uomo straordinario, straordinariamente ricco di genio e creatività, straordinariamente vittima delle proprie debolezze, dell’hashish, dell’alcol, della rabbia e della furiosa smania di non avere regole. E le donne. Le sue modelle, le sue amanti, coloro che prestavano il loro corpo alle mani esperte del pittore, e dell’amante, che spesso si fondeva in un’unica, travolgente essenza.

Quella di Modì è anche la storia di un grande amore e di una grande devozione, non tanto per la persona in carne e ossa, Jeanne Hébuterne, sua compagna di vita nei pochi anni che gli furono concessi, ma per ciò che rappresentava, per la sua anima, l’anima che le permise di essere scelta come musa dei numerosi dipinti, in un dialogo interiore senza alcun tipo di limite fisico.

 

Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi”.

 

E, proprio per la sua anima, fu anche madre della sua unica figlia riconosciuta, alla quale è stato affidato lo stesso nome, Jeanne Modigliani, nata del 1918. L’unica figlia, che ebbe l’onore di respirare l’aria dell’arte fin dalla nascita, che cercò di mantenere salda la memoria dell’uomo dopo la sua morte, cercando di spostare l’attenzione dagli eccessi e dalle sregolatezze per riportarle, orgogliosamente, sulla sua opera, unico argomento di discussione accettato e accettabile. L’unica figlia, che a due anni restò orfana di entrambi i genitori in due giorni, il padre a causa della malattia che lo tormentava, la tubercolosi; la madre, incinta di nove mesi del suo secondo figlio, perché sopraffatta dal dolore, decise di togliersi la vita gettandosi dal quinto piano della sua casa. Senza tener conto della devozione e dell’amore tremendo che li legava e che avrebbe continuato a esistere a dispetto dei pettegolezzi e degli scandali, i genitori di Jeanne, da sempre contrari alla relazione, decisero di seppellirla in un altro cimitero, lontana dal suo amato Amedeo. Dieci anni dopo, le spoglie vennero fisicamente riconsegnate al loro luogo di appartenenza, vicino al suo amore, e alle sue mani, di cui, ormai, rimangono soltanto le ossa.

 

 

In mostra a Genova fino al 16 luglio

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Chiara Orsetti

 

 

Ipotizziamo un amore. Il più grande. L’amore per cui abbiamo perso il sonno, l’appetito, la lucidità. L’amore che ci ha visti folli, onnipotenti, affamati. L’amore che ha scavato solchi profondi sulle guance, nel cuore, nell’anima. Ecco. Quell’amore, il vostro amore, scompare, se paragonato al suo.

L’amore e la malattia. L’amore è malattia. Che ne sapete voi?

 

La poliomielite, l’incidente, il primo, con un tubo di ferro che la trapassò da parte a parte a diciotto anni. Nove mesi a letto, ingessata dalla vita in giù, in cui ha partorito se stessa, la sua ostinazione, il suo desiderio di vivere come lei voleva e lo sguardo fiero di chi resiste. Il suo essere arte comincia su quel letto, su quel gesso, su cui quasi per gioco inizia a dipingere. Ed ecco che non le basta più il gesso, non le bastano le farfalle e i fiori. Deve dipingere se stessa, il soggetto che conosce meglio e che carica di simboli, sottintesi, particolari sempre diversi.

La riabilitazione, lenta, e l’incidente, il secondo, Diego Rivera. Lei 22 anni, lui 45. Lei, esile e bellissima, di una bellezza furiosa, elegante, nobile. Lui massiccio, ingombrante, storpio, ma affascinante e carismatico. Si sposano, subito. Ma non sarà mai suo. Diego è di se stesso. Frida può solo stargli accanto. Renderlo ossessione. L’amore è ossessione. Che ne sapete voi?

 

I primi dipinti, per il proprio piacere, per ingannare il tempo mentre Diego è fuori, per guadagnarsi da vivere. Nessun vincolo, nessun padrone. 140 dipinti, 60 autoritratti. Mai un sorriso. Solo il marito la dipingerà sorridente, dopo la sua morte. Di sé, esiste solo la brace dei suoi occhi, neri, grandi, profondi. Che cercano di uscire, che cercano il conforto di chi li osserva, dall’altra parte della tela. “Non lasciarmi sola, almeno tu. Non dimenticarmi”. La vita di Frida ha senso solo nella comunione della anime. Con quella di Diego, con quella di chi sente la sua arte. E se può abituarsi al dolore, non riuscirà mai ad abituarsi alla solitudine. L’essere sola accanto ad uomo che è la sola ragione di vita. E di morte. L’amore è fino alla morte.

Gli aborti, numerosi, che tingeranno di rosso le sue tele, i suoi pensieri e le sue lenzuola. Il suo corpo non era abbastanza forte, abbastanza accogliente. L’amore con Diego, l’origine senza destinazione.

 

Diego Rivera, Frida Kahlo, Anson Goodyear
Diego Rivera, Frida Kahlo e Anson Goodyear

Tenterà il suicidio due volte, dopo aver subito trenta interventi chirurgici. Facendosi beffa dei medici, delle cure, della sua forza. Dalla malattia si può anche guarire, dal suo amore no. Diego è parte di lei, una parte imprescindibile, che nessun medico potrà mai amputare; Diego è il virus che nessun farmaco potrà mai sconfiggere.

I tradimenti, innumerevoli, reciproci. Lui per necessità, lei per ripicca. Per dimostrare di poter fare altrettanto. Per mostrare a se stessa e all’uomo che la abita che le alternative esistono, ma non contano. Frida non vuole altro che Diego. Comunque. Incondizionatamente. Perché sa che tornerà sempre da lei. L’amore è fare ritorno, a ogni costo.

Diego domina i suoi pensieri. Lo dipingerà al centro della sua fronte, con il volto rigato di lacrime. Lo dipingerà nudo, tenendolo in grembo, come in una natività, in cui lei stessa è figlia dell’universo. Lo dipingerà anche senza accorgersene, dando le sue sembianze ad un Mosè in culla. Mai surrealista, perché la sola cosa che Frida sa fare è trasferire su tela la realtà che sente, mescolando colore e sangue, colore e lacrime, colore e sudore. Si lasceranno, per poi sposarsi di nuovo. L’amore è colore e ostinazione. Che ne sapete voi?

 

Dire “in tutto” è stupido e magnifico.

Diego nelle mie urine

Diego nella mia bocca
nel mio cuore – nella mia follia – nel mio sogno
nella carta assorbente – nella punta della penna
nelle matite – nei paesaggi – nel cibo – nel metallo
nell’immaginazione.
Nelle malattie – nelle rotture – nei suoi pretesti
nei suoi occhi – nella sua bocca
nelle sue menzogne
“.

 

Frida vivrà nella speranza di averlo completamente. Diego vivrà nella consapevolezza di averla sempre avuta completamente. Scriveva poesie, lettere, frasi. Per suo marito spesso, per i suoi amanti talvolta. Scrivere e dipingere per dimostrare il suo passaggio, la sua esistenza. Per provare a spiegare.

 

Nessuno saprà mai come amo Diego. Non voglio che nessuno lo ferisca, che nessuno lo disturbi e gli tolga l’energia  di cui ha bisogno per vivere, vivere come vuole lui. Dipingere, vedere, amare, mangiare, dormire, sentirsi solo, sentirsi in compagnia; ma non vorrei che fosse triste. Se io avessi salute vorrei dargliela tutta, se io avessi gioventù tutta la potrebbe prendere.

 

L’aggravarsi della malattia, l’amputazione della gamba, la sedia a rotelle; gli eventi sembrano passare su di lei come su di un albero, piegato dal vento ma sempre in piedi sotto la tempesta, fino al giorno della sua morte. Verrà cremata, le fiamme la divoreranno e di tutto questo amore rimarrà solo un mucchio di cenere. Cenere di cui Diego si nutrirà, celebrando il desiderio di comunione che ha accompagnato Frida per i venticinque anni passati accanto a lui. Sempre troppo tardi. Sempre troppo.

 

Chiara Orsetti