“Dono allo Stato i dipinti che possiedo nella misura in cui le opere non finiscano in una soffitta o in un museo di provincia, ma prima al Luxembourg e poi al Louvre”. Gustave Caillebotte, alla morte che lo colse a 52 anni, nel 1894, lasciò in eredità allo Stato francese una sessantina di opere acquistate nel tempo, in buona parte dipinte da colleghi impressionisti. Tra di esse nemmeno una a sua firma.

La sfortuna di essere ricco

Quel gesto ha contribuito molto a consolidare il successo del movimento ma da allora, paradossalmente, la sua fama di generoso mecenate ha finito per precedere quella del pittore. Per Caillebotte il fatto di provenire da una famiglia facoltosa dell’imprenditoria tessile rappresentò quasi una macchia destinata a frenare il riconoscimento dei meriti innovativi dell’artista, che emersero poi nella seconda metà del Novecento grazie ad alcune retrospettive tra America ed Europa. Le mostre misero in luce la sua capacità di leggere in modo originale la grande rivoluzione della fotografia e di saper raccontare come pochi altri, dal vivo, la trasformazione sociale e urbanistica della prima era industriale in una metropoli all’avanguardia come Parigi.

Fu in buona parte grazie a Edgar Degas se il rentier Gustave Caillebotte entrò a far parte del gruppo degli impressionisti francesi. Non fosse stato per l’insistenza del pittore delle danzatrici e dei nudi femminili, il giovane Gustave sarebbe probabilmente rimasto solo un ricco dilettante. Dopo una prima bocciatura da parte della giuria del salone ufficiale nel 1875, si era avvicinato al circolo di Giuseppe De Nittis e fu qui che conobbe Degas e si lasciò convincere a prendere parte alla seconda esposizione impressionista del 1876, con il celebre ritratto dei Parquettisti. Anche Degas fu un importante collezionista, fatto che aumenta l’importanza del contributo dei due francesi alla causa impressionista e dimostra ampiamente come gli autentici artisti abbiano spesso l’occhio più lungo e allenato dei migliori critici.

Il pittore della vita moderna

Ma Caillebotte fu ben altro appunto: fu senz’altro l’artista più sensibile nel ritrarre gli aspetti più vari della vita contemporanea e i nuovi traguardi della Francia industrializzata di fine Ottocento: dalla ridefinizione degli spazi urbani alla rappresentazione degli interni domestici borghesi, delle professioni e delle attività delle nuove classi emergenti.

E per comprendere appieno il personaggio occorre aggiungere che le sue passioni per barche a vela e canottaggio, come l’amore per fiori e piante, andarono ben al di là dei suoi dipinti: Caillebotte disegnò infatti anche yachts da crociera e imbarcazioni da competizione su cui gareggiava egli stesso e coltivava meticolosamente esemplari della flora nazionale.

Sotto il Secondo Impero, fino al 1870, Parigi conobbe un processo di graduale modernizzazione, sotto la regia del barone Haussmann. Alcune tra le aree più pittoresche della città, specie sulla rive droite furono demolite per far posto a nuovi quartieri residenziali più salubri, architetture uniformi, nuove aree commerciali e soprattutto boulevards spaziosi e lungimiranti, tesi a facilitare l’attraversamento della capitale. Distinguendosi dai suoi compagni impressionisti, Caillebotte si cimentò in particolare nella rappresentazione di questo processo di modernizzazione, enfatizzando l’immediatezza del nuovo come elemento essenziale della sua arte. Nel Pont de l’Europe del 1876 non c’è solo il ritratto dei frutti d’acciaio del progresso tecnologico, che permise di scavalcare le ferrovie all’altezza della Gare Saint Lazare, ma anche la nuova ampiezza delle strade, i palazzi squadrati e la prospettiva di un nuovo ordine urbano come è evidente ancora nel famoso Rue de Paris, temps de pluie del 1877.

 

Lo sguardo di Caillebotte

Anche gli interni dei palazzi della Parigi di Haussmann, benché più tradizionali e meno innovativi rispetto ai nuovi spazi urbani, furono utilizzati costantemente da Caillebotte per esplorare le immagini della nuova vita di una città al passo coi tempi. È il caso del già citato ritratto dei Parquettisti o del Pranzo e del Ritratto di Madame Caillebotte dove l’artista gioca magistralmente con la luce riflessa sui pavimenti e le pareti, filtrata dai vetri delle finestre e proiettata nella profondità dell’interno. Fuori della città la crescita economica e quella dei guadagni, aveva il proprio frutto più evidente nella necessità di evasione: i canottieri sulla Senna, la vela diventano così i temi prediletti da Caillebotte, che, oltre che sportivo praticante, era vicepresidente del circolo della vela di Parigi.

 

Troppo banale-borghese

Prendiamo il caso di un pittore come Toulouse-Lautrec: veniva anche lui da una famiglia di grande ricchezza ma nel suo caso la maledizione genetica che ne segnò l’aspetto e la frequentazione di locali e postriboli, insieme all’alcolismo, ne fecero inevitabilmente un artista maledetto. E la maledizione, unita al genio, ha sempre una presa importante nel racconto pubblico. Per Caillebotte, la provenienza sociale elitaria, il buon carattere e il mancato assillo di dover vivere della propria arte (Il garçon riche lo definiva anche Emile Zola che pure lo apprezzava), rappresentarono probabilmente altrettanti ostacoli nell’affermazione come artista. Solo il tempo gli ha reso l’onore dovuto e oggi, se ancora occorre ribadirlo, tornare alla sua opera è sempre un’occasione per confermare il ruolo essenziale che ha avuto nell’espressione della vena più tipicamente realista dell’impressionismo europeo. Offrì una nuova visione di una società profondamente cambiata e portò letteralmente alla luce quella realtà che da allora sarebbe diventata caratteristica del movimento più celebrato della storia dell’arte moderna.

Bettino Craxi ha incarnato un’epoca della politica italiana e la sua parabola politica è ancora motivo d’infinite discussioni. La sua passione per la storia e le sue tante identità “virtuali”, prese in prestito da eroi veri o immaginati, restano invece uno spunto di riflessione e, a loro modo, di scrittura creativa.

“Craxi, da quanto ci sembra di capire, ha solo fatto una certa confusione tra le finanze del partito e quelle sue personali e della sua famiglia, intesa nel senso di consorteria. Siamo propensi a credergli quando dice che soldi per le sue mani non ne sono passati. Gli imani non maneggiano soldi. La loro contabilità, affidata ai sottostanti, non conosce che una voce: le spese del culto, il culto dell’imano. In esse è compreso tutto: la manutenzione della moschea coi suoi officianti e muezzin, come il parco-cammelli, come la custodia e la gestione dell’harem”.

Con queste righe affilate, Indro Montanelli infilzò la parabola discendente di Bettino Craxi.

Parabola discendente del leader socialista iniziata dopo gli avvisi di garanzia che alla fine del 1992 l’avevano raggiunto per violazione delle norme sul finanziamento illecito ai partiti.

A metà del ’94 Bettino partì alla volta di Hammamet, da dove continuò a lanciare bordate contro i magistrati che lo indagavano e una parte della classe politica sopravvissuta alla stagione di Tangentopoli. Protetto dal governo amico del tunisino Ben Ali,  Craxi assistette da lontano al tracollo della Prima Repubblica su cui aveva dominato per anni.
Non fu mai arrestato nonostante un mandato di cattura internazionale spiccato in seguito alle condanne dei tribunali ma il suo quadro di salute si aggravò rapidamente e un infarto lo colse nella celebre villa bianca a ridosso della litoranea per Monastir. Ufficialmente morì come “latitante” anche lui si definì sempre “esule”.

Le fake-identity del compagno Bettino

Al di là di ogni giudizio sull’operato politico e di ogni ricostruzione biografica di vita pubblica e privata, ne andrebbe interpretata la figura anche attraverso quello che scrisse più o meno direttamente di sé stesso. E in particolare attraverso quei personaggi, fittizi o reali, in cui amava reincarnarsi. Un po’ per fuggire e un po’ per sguazzarci mettendo in mostra in fondo le sue passioni e certi aspetti del suo carattere.

Il primo di questi personaggi è il leggendario brigante medievale Ghino di Tacco cui il fondatore di Repubblica Eugenio Scalari aveva accostato per primo l’ex segretario del Psi e che divenne presto uno pseudonimo che Craxi stesso utilizzò per firmare i suoi interventi sull’Avanti!. Sul masnadiero di Radicofani lui stesso scrisse una biografia durante la latitanza a Hammamet, approfittando delle presunte analogie col presente per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Quel “ladro gentiluomo”, versione italiana, e più propriamente toscana, di Robin Hood, assomigliava naturalmente a Craxi: “era inviso non solo ai guelfi ma financo ai ghibellini. Molti in entrambi gli schieramenti vedevano in lui un ostacolo ai loro disegni. Era divenuto troppo ingombrante. Sapeva che i suoi metodi fermi e la sua ostinata coerenza aprivano un fossato tra loro da un lato, la sua pratica politica e le sue idee dall’altro. Lo sopportavano, lo circondavano, lo ostacolavano ma non osavano affrontarlo a viso aperto”.

Ghino di Tacco l’alterego

“Ghino – scrive ancora Craxi – rappresentava un ostacolo troppo grande. Una volta eliminato lui tutto sarebbe stato più facile. Per questo si sarebbe usato qualsiasi mezzo… Era fondamentalmente onesto. Era uno dei pochi che riusciva a mantenersi integro tra tanti spergiuri, voltagabbana e profittatori. Pensava in grande e non s’accorgeva o preferiva non accorgersi di tante miserie che lo circondavano”. La vendetta di Ghino sul giudice Bernardo Benincasa da Laterina naturalmente non poteva che richiamare quella che il cinghialone di Hammamet avrebbe forse desiderato per il suo magistrato milanese: un “giudice senza giustizia che aveva giudicato e condannato Tacco con un processo preordinato, falso e iniquo, in obbedienza alla linea guelfa”. Il pool di Milano e i suoi sostenitori (molti all’epoca)? “Si piegavano compiacenti e solerti al corso delle cose. Correvano verso il più forte, facendo a gomitate tra loro. Si preparavano a usare la legge in favore della fazione. Era una giustizia politica che si apprestava ad entrare in campo, forte dei suoi mezzi e degli espedienti legali che si legittimavano l’un l’altro. Una giustizia che imboccava una strada tutta di parte, faziosa, persecutoria e violenta”.

Garibaldi l’eroe-mito

Ma le reincarnazioni di Craxi non si limitarono al brigante toscano. La sua passione per Garibaldi per esempio era cosa nota a tutti sin dai gloriosi tempi dei congressi al Midas e dagli anni d’oro del governo del Caf o “dei nani e della ballerine”. Le cronache della Prima Repubblica ci hanno tramandato il ras del Garofano come un collezionista appassionato di fazzoletti rossi, cimeli, documenti autografi e busti. Più tardi la passione divenne anche identificazione con il capo delle camicie rosse, anche lui del resto esiliato in un angolo del Mediterraneo (l’isola di Caprera).
Craxi raccolse in un volume i suoi scritti su Garibaldi e curò un volume sulla Conquista delle due Sicilie di Anonimo napoletano edito da Sellerio (che scrisse nei paratesti: “L’editore si asterrà scrupolosamente dai facili accostamenti fra la Caprera sulla cui sobria scena si chiude il libro e la destinazione provvisoria del curatore; e da ogni altra sentenza. Eroi dei Due mondi, primi ministri, imputati e condannati vanno e vengono, e anche gli editori non stanno tanto bene”). E l’esilio nei lidi del Maghreb non fece che rafforzare lo sdoppiamento, alimentato dalla storia stessa del capo dei Mille che prima dello sbarco a Marsala fece tappa proprio a Tunisi.

Giuseppe Mazzini l’esempio

Molti eroi risorgimentali ormai dimenticati fecero parte del personale mausoleo da cui al bisogno il nostro faceva riemergere qualche santino. Uno di essi era il fondatore della Giovine Italia che chiamò in causa in Parlamento per affrontare la questione palestinese e il ruolo di Arafat e della Palestina (nel 1985).
“Quando Giuseppe Mazzini, nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell’ideale dell’unità ed era nella disperazione per come affrontare il potere, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici. Questa è la verità della storia”.

Edmond Dantès lo specchio

La verità della storia, ecco il suo pensiero ossessivo. E il passo successivo fu inevitabile: l’identificazione con un nuovo eroe letterario incompreso, Edmond Dantès, protagonista del Conte di Montecristo del romanziere francese Alexandre Dumas, che incontrò peraltro Garibaldi, fu testimone di alcuni episodi dell’impresa dei Mille. Dantès è un altro perseguitato della storia, naturalmente, ha un magistrato come nemico giurato e un drammatico desiderio di vendetta per le ingiustizie subite: un simbolo perfetto per sintetizzare nobilmente la condizione di Craxi che usò infatti a lungo quella firma, o semplicemente le sue iniziali puntate, per firmare le assidue corrispondenze dalla Tunisia. “Io sono uno di questi esseri eccezionali” dice il vero Dantès nelle pagine di Dumas, “sì, signore, io lo credo, sino ad oggi nessun uomo si è trovato in una posizione simile alla mia. Nessuno può dire di avermi veduto nascere; Dio solo sa quale terra mi vedrà morire”.

Radetzky il nemico

Ma la fervida immaginazione e la capacità d’immedesimazione non poteva fermarsi qui e verso la fine dei suoi giorni Craxi decise di calarsi anche nei panni di un onorato cittadino milanese, testimone, e forse protagonista egli stesso,
delle cinque giornate di Milano. L’epopea d’elezione è, sempre quella risorgimentale, s’intende, ma questa volta Craxi segue passo per passo la celebre sollevazione contro gli Asburgo, attraverso gli occhi di un cronista di allora: dalla descrizione della battaglia nelle strade al sapido ritratto della tirannica occupazione del feldmaresciallo Radetzky (un po’ Colombo e un po’ Borrelli, due dei magistrati del pool di Mani pulite). La ricostruzione della Rivoluzione di Milano (edito nei quaderni di Critica Sociale) è divulgativa e puntuale e dimostra tutto sommato che Bettino, da buon grafomane, avrebbe potuto occuparsi di romanzi e saggi storici anziché di politica.
«Rivolgo alla mia cara Milano; che non vivo, non vedo e non sento liberamente da anni, un pensiero carico di emozioni e d’amore. Nel centocinquantesimo anniversario di un evento glorioso sento anche io il dovere di renderle un modesto omaggio storico». Un dovere insomma. Ma era davvero l’unico per un ex presidente del Consiglio in esilio che doveva rispondere ancora a un sacco di domande sui suoi guai giudiziari?

Bettino Craxi morì per un arresto cardiaco. L’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema propose le esequie di Stato. Ma la proposta non fu accettata né dai detrattori di Craxi (non si può proclamare un giorno di lutto nazionale in onore di un fuggiasco, si disse) né dai sostenitori, che accusarono i democratici di non aver aiutato il capo socialista malato quand’era ancora in vita.

John Le Carrè il maestro

“Gli avvenimenti che sto per narrare sono assai singolari. Incredibili per eccesso di credibilità. Quante volte abbiamo pensato, dopo uno strano accidente, che l’unica spiegazione possibile fosse quella di un complotto internazionale? Ogni tanto però quelle che abbiamo sempre considerato fantasie estreme si rivelano appunto drammaticamente reali”. Ad affermarlo è l’agente italo-tunisino Karim all’inizio dell’ultimo libro di Craxi, Parigi-Hammamet pubblicato postumo da Mondadori, ma dietro alla voce narrante non si può non riconoscere la grande ossessione degli ultimi giorni di Craxi. “È una spy story indegna di John Le Carré e di Ian Fleming”, aveva ammesso candidamente con gli amici, “ma contiene molti elementi di verità”. Il politico italiano protagonista si chiama Ghino.

 

  «Spero che la borghesia per tutta la sua vita penserà ai miei foruncoli». Karl Marx espresse l’auspicio in un momento di sfogo, non solo cutaneo. Una debolezza che varrebbe la pena di omettere se non ci dicesse molto dell’uomo nascosto dietro al pensatore. E il primo ci dice molto sul secondo se è vero che si sentiva “tutto fuorché marxista” e che considerava la sua stessa opera tutt’altro che compiuta. L’autore del Manifesto, del resto, prima di scagliarsi contro i suoi avversari, proponeva un autentico “elogio della borghesia” mettendone in mostra i meriti storici e le ragioni del successo. Solo un indizio che aiuta però a completare il quadro ricordando le più sane contraddizioni del profeta comunista, o del Machiavelli del proletariato come lo definiva Benedetto Croce.

Il fatto è che l’oscuro ebreo di Treviri divenuto l’uomo più influente sul pianeta dopo Gesù Cristo, dopo i requiem suonati da ogni parte, è tornato a essere un pensatore à la page, un guru affascinante che aveva previsto tutto e che ha ancora molto da insegnarci in fatto di “corruzione politica, tendenze monopolistiche, alienazione, diseguaglianze e mercati globali” (copyright: The New Yorker). Ecco perché tornare a leggere Marx, ben più che i “marxisti rococò” del Ventesimo secolo (come li ha definiti con sprezzo Tom Wolfe), può rivelarsi interessante, così come è fondamentale ricordare che il marxismo fu il frutto del golpe di Friedrich Engels, che si assunse il compito di custodire, ordinare gli archivi del più celebre collega e diffonderne alcune opere a scapito di altre. Insomma, se è vero che l’uxoricida Louis Althusser, massimo divulgatore e studioso francese di Marx, non aveva mai – per sua stessa ammissione – letto per intero Il Capitale, allora forse non sono molti nemmeno coloro che hanno conosciuto il vero umorale borghese di Treviri; assai meno, comunque, di quelli che hanno frequentato prevalentemente il suo sosia corrusco, con tutti i tratti del noioso maître à penser e del dogmatico predicatore politico.

È venuto il momento allora di riscoprire, con la necessaria e impudente ironia del caso, il sosia dimenticato di Marx, un uomo ricco di contraddizioni, ironico, romantico e dotto, che passò gli ultimi anni della sua vita nel silenzio delle sale di lettura della British Library; il divoratore di libri e indefesso lettore di Shakespeare, Dickens, Thackeray, Molière, Racine, Voltaire e Goethe, che si rilassava leggendo Tucidide e i classici greci e latini quando era stanco di economia; lo stesso esponente della middle class anglosassone che visse gran parte della sua esistenza tirando a campare (tra malanni continui, scarso denaro, e disgrazie familiari), ma che un giornalista americano intervistò nel 1871 in un elegante appartamento londinese arredato con gusto tra vasi di rose e vedute del Reno, descrivendolo, con felice gusto per la contraddizione, come un prosperoso stockbroker all’inizio della sua fortuna (sarà che la madre gli ripeteva sempre di “fare capitale”, anziché di scriverne soltanto). Appartamento elegante e ordinato? Non si direbbe dalle descrizioni dell’epoca.

Certo Marx non badava molto all’apparenza: «Conduce una vera esistenza da zingaro. Lavarsi, pettinarsi, cambiare la biancheria sono per lui delle rarità; alza volentieri il gomito. In Mio marito, Karl Marx Indro Montanelli ne ha fatto un ritratto al vetriolo, facendo parlare direttamente Jenny von Westphalen, l’erede di nobile famiglia prussiana che ebbe la ventura di sposare il rampollo spiantato di una famiglia di mercanti ebrei, velleitario economista con poche nozioni di economia, guadagnandoci anzitutto una vita di stenti, tra un fiasco editoriale e una mancata consegna, uno sfratto e un esilio. «Concederai che tutta questa merda è discretamente gradevole», scriveva in una “vera” lettera alla madre, «e che io sto immerso fino alla cima dei capelli nello schifo piccolo-borghese. Ma infine, per dare alla vicenda una punta tragicomica, ci si aggiunge anche un mystère, che ora ti svelerò in pochissime parole…». Si trattava probabilmente del borghesissimo e noto inghippo della cameriera messa incinta dal filosofo.

Benché egli stesso avesse tra l’altro una grande e spesso necessaria predilezione per pseudonimi d’ogni genere (“Monsieur Ramboz”, quand’era a Parigi, “A. Williams” nom de plume durante il suo soggiorno londinese. E ancora “Old Nick”, “Charley” o “il Moro”), la storia ha spesso trascurato il saggio e simpatico doppio di Marx, che ci ha invece lasciato in eredità aforismi, profezie e suggestioni spesso del tutto lontane da quelle che per oltre un secolo si sono studiate, tramandate e infine ritrattate con più o meno zelo. Era lo stesso uomo che non nascondeva di diffidare di economisti e filosofi e che il celebre critico letterario americano Edmund Wilson ebbe a definire come «il più grande ironista del mondo dopo Swift». Insomma, un esemplare esponente della “booboisie”, come la definiva H.L. Mencken; un piccolo borghese vittoriano nei panni di un rivoluzionario (o viceversa, se si preferisce), sposo di una principessa e amante dei piaceri e della vanità della vita, abituato a convivere con il proprio alter ego di austero philosophe. Un uomo la cui straordinaria attualità risiede nel metodo di analisi, perlopiù sopravvissuto ai suoi contenuti, e nella dedizione a temi quali la dialettica tra progresso e catastrofe che riguarda le presenti generazioni, almeno quanto quelle otto-novecentesche, ma anche e soprattutto nell’ambiguità del pensiero e degli scritti (quelli giovanili e della maturità), nella perfetta convivenza dell’utopia socialista e dell’amore per il quieto vivere, della teorizzazione del riscatto del proletariato e del solido ancoraggio ai principi della vita borghese, degli slanci rivoluzionari e dell’ammissione della loro precaria velleità.
Un Marx tirato per le mutande, ancor più che per la giacca, si obietterà, eppure quel Marx è esistito, anche se alla storia ne è passato un altro e occorre scavare solo un poco per portare alla luce il suo sosia.

Carlo Alberto Brioschi


federico zeriUn occhio e una memoria straordinari, asserviti a una curiosità onnivora; l’eccezionale preparazione artistica, dovuta alla frequentazione di due maestri come Longhi e Berenson; il forte spirito polemico, sempre controcorrente.

Questi alcuni dei tratti tipici di Federico Zeri, che tra gli storici dell’arte italiani è stato a lungo uno dei più amati grazie alla competenza, alla felice verve critica ma soprattutto alla semplicità e accessibilità con cui amava rivolgersi al pubblico rispetto a molti colleghi suoi contemporanei. Ha inventato uno stile divulgativo interpretato in seguito, in modo chiaramente differente, e spesso con successo, da Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi (che di lui diceva “è il più cattivo, quindi il migliore”), Flavio Caroli e altri.

Era d’altronde anche tra i critici d’arte più temuti, perché nelle sue «frecciate» non risparmiava nessuno. Rivelatore il titolo di un suo celebre libro: Orto Aperto. «Io non credo all’Hortus conclusus che è il modello di molti intellettuali italiani che parlano per sé e per i propri amici» diceva. «Tutti devono poter accedere al mio orto. Non credo alle culture elitarie».

Fruttero & Lucentini lo paragonavano a grandi saggisti come Isahia Berlin, per la dote naturale di farci sentire «intelligenti», fornendoci le spiegazioni più semplici e comprensibili dei misteri dell’arte più complessi ma Zeri aveva in effetti qualcosa in più: una feconda verve narrativa da grande scrittore, con un forte «senso dell’enigma», un mistero che svelava sempre con una certa suspense, mai banalmente.

Nelle sue lezioni emergeva spesso un gusto particolare per i grandi raffronti storici e per la ricerca di una ciclicità nella storia del potere, dell’arte, della cultura. Gli aneddoti erano fondamentali per catturare la curiosità del lettore, lo sapeva, ma poi occorreva approfondire criticamente ed essere capaci di una sintesi storica efficace, e di confronto appunto. Lo aiutava quella «curiosità senza limiti» che gli attribuiva Giuliano Briganti.

Vedeva, per esempio, una continuazione dell’impero romano bizantino nell’impero russo zarista e poi nell’Urss di Stalin: «Ci sono forme mentali tipiche dell’impero romano, religiose anzitutto e artistiche particolare, che, rimaste nell’impero bizantino, sono poi passate alla Russia. I Russi derivano da Bisanzio la religione greco ortodossa; l’alfabeto cirillico non è altro che l’alfabeto greco mal capito; l’aquila degli Zar è l’aquila a due teste (che guardano una a occidente, l’altra a oriente) degli imperatori bizantini.

In Russia negli anni Venti si è già assistito a una fioritura, che è l’ultimo momento dell’influsso occidentale sulla cultura bizantina. Quello che è successo nel periodo della Nep prima del 1930 è il parallelo di quanto è successo nella repubblica di Weimar. Dopo, nell’Urss di Stalin, è tornato lo spirito tradizionale: l’autocrazia, il passaporto interno, le camere di tortura, e tutto ciò proveniva dalla civiltà bizantina».

Tra i bersagli dei suoi j’accuse c’era sempre l’amministrazione dei beni culturali italiani, i pasticci della «Minerva burocratica», ma anche gli intellettuali e gli storici dell’arte che tacevano e tacciono di fronte agli scandali macroscopici, piegati al silenzio dalla prossima scadenza di un concorso universitario o di un elezione da cui si attendono possibili cariche e prebende.

Direttore dell’Ufficio antichità e Belle Arti tra il 1948 e il 1952, Zeri è stato anche consulente di grandi collezionisti privati all’estero (il museo Paul Getty di Malibu in particolare) e possedeva egli stesso un’importante collezione nella sua casa a Mentana.

«La donerebbe mai allo Stato?» gli chiesero. «Allo Stato italiano? Preferirei piuttosto calcificarla, bruciarla! Per darla a uno Stato che non espone, che non cataloga e che manda in giro i capolavori per decorare uffici di ambasciate e sedi ministeriali, no. Se potessi donarla ad un museo straniero sarebbe meglio!».

Aveva servito nella pubblica amministrazione ma si era dimesso. Aveva intuito prima di molti le potenzialità di Milano: prima che arrivassero il Museo del Novecento e le Gallerie d’Italia, mostrava di apprezzare realtà più piccole ma curate come il Poldi Pezzoli, «uno dei pochi musei vivi a confronto con molti musei civici, freddi e noiosi».

Nel 1989 fu incaricato di coordinare il catalogo della Galleria di Brera: da romano amava passeggiare per le ottocentesche vie milanesi, rifuggendo da ogni itinerario classico, vagando senza meta, curiosando negli splendidi cortili, veri e propri tesori. Anche il paesaggio urbano era per lui un fatto culturale, capace d’influenzare la nostra cultura. «Fanno le leggi contro la droga, e non fanno niente contro i “palazzinari” che hanno distrutto le periferie delle nostre città, dove vivono oggi i ragazzi in condizioni spaventose…».

Per lui l’Italia doveva la sua incapacità di tutelare i propri beni artistici alle sue radici di arcaica civiltà agricola, una società che non ha mai conosciuto il concetto di «manutenzione». «In Italia si pensa solo alla cosa bella al momento dell’inaugurazione. Ma poi c’è la manutenzione. E’ facile farsi una casa molto bella, se si hanno i mezzi, bisogna vedere poi come la si mantiene».

Nel nostro Paese, denunciava, ci sono migliaia di quadri pregevoli non esposti, che potrebbero andare a riempire molti altri musei alimentando il turismo e tenendo le opere sotto controllo e in buono stato di conservazione.

E poi c’è poi la questione del restauro, che giudicava fondamentale purché non andasse al di là dei propri confini e del ripristino delle condizioni originali: la pulitura di un affresco, per esempio, ma non l’uso di sostanze chimiche di cui non conosciamo i possibili effetti tra 50, o 100 anni.

Lo preoccupava soprattutto il restauro che sconfina nella ricostruzione. «E’ una moda terribile che ha devastato l’Italia soprattutto all’inizio di questo secolo: il voler riportare le linee originali, che poi sono state in gran parte inventate. Da un mattone sovente si è ricostruita un’intera facciata. E’ stata grattata via la storia di interi edifici per riportare alla luce l’antico. Una quantità di chiese sono state scartavetrate secondo un tipico stile Sovrintendenza.»

Ce l’aveva con i musei mal gestiti ma anche con molte effimere esposizioni. I musei, sosteneva, si concentrano su pochi pezzi sbarazzandosi di fatto di quelli considerati minori, che però costituiscono l’humus culturale, storico in cui sono nati i capolavori, necessari quindi per comprenderli e goderli appieno.

«E’ un criterio assurdo soprattutto per collezioni, storiche come ci sono a Torino, Venezia, Firenze, Milano, per cui andrebbe esposto il più complesso panorama di un’epoca. E’ un criterio che, può andare bene per i musei americani che importano opere perché non le hanno prodotte sul luogo. Poi c’è il caso di musei in cui il contenuto è sacrificato al contenitore. Ma il problema è che il museo italiano è morto, perché non fa parte della collettività: è un innesto alieno in una società cui non importa niente di opere d’arte. Quanti italiani vanno a visitare i musei e quanti vanno ai concerti rock?» In compenso le mostre sono affollatissime.

E poi condannava la frenetica corsa alle mostre perché già allora ce n’erano troppe e spesso mal curate. Parlava all’epoca di Morandimania benché fosse un amante di Morandi. Più tardi se la sarebbe presa con l’inflazione di impressionisti d’ogni ordine e grado. Ma se la sensibilità collettiva su questi temi è cresciuta nel tempo e qualche passo avanti è stato fatto persino nella gestione di qualche realtà del patrimonio pubblico è sicuramente anche merito suo e delle sue competenti e amabili sfuriate.

Carlo Alberto Brioschi


leonardo da vinciQuando Leonardo muore ad Amboise nel 1519, i suoi disegni vengono ereditati dall’allievo favorito, Fran­cesco Melzi, che li porta con sé a Milano. Alla scomparsa di quest’ultimo, intorno al 1570, la collezione viene venduta dagli eredi allo scultore Pompeo Leoni, che tenta una prima catalogazione del materiale raccogliendo­lo in alcuni preziosi «album» tra cui il Codice Atlantico, che è tuttora con­servato alla biblioteca am­brosiana di Milano e un volume con molti fogli autografi, che dopo la scompar­sa dello scultore viene venduto all’asta a Madrid. Il manoscritto tro­va la via dell’Inghilterra e i disegni di Leonardo entrano in seguito nel 1690 nella collezione reale  del castello di Windsor.

Val la pena ricordare come quelle migliaia di fogli arrivano fino a noi perché, se è vero che il genio di Vinci, è ricordato soprattutto per dipinti come «La gioconda», è altrettanto vero che il corpus di opere che ci ha lasciato è costituito in gran parte da schizzi e disegni al tratto e che tra questi solo una piccola parte è diret­tamente connessa alla sua produzione artistica, intesa come preparatoria di tele, affreschi o monumenti.

In maggioranza si tratta infatti di studi anatomici e disegni di carattere scientifico che costi­tuiscono in realtà la testimonianza più fedele e puntuale del genio del Rinascimento e delle sue eclettiche predispo­sizioni perché compren­dono le sue infinita va­rietà di interessi e spiega­no i temi principali della sua intera carriera artistica e scientifica.

Benché avesse sviluppato uno stile letterario di qualità, Leonardo stesso rimase non a caso sempre convinto del fatto che una buona immagine aveva la capacità di trasmettere l’e­sperienza e la co­noscenza umane con maggior preci­sione e concisione di qualunque scrit­to. E infatti nei bozzetti seguiamo miracolosamente la fertilità intellet­tuale e lo sviluppo della sua esperien­za artistica, dal­l’anatomia ai pro­getti idraulici, dalle cari­cature agli studi per  dipinti, dalle mappe geografiche ai sapienti au­toritratti.

Leonardo insomma è disegno e il disegno è forse nella nostra storia, e fino a oggi per eccellenza, Leonardo; molto più di quanto ci rendiamo conto. Basti pensare alla forza evocativa e al marchio indelebile, nell’immaginario collettivo di lunga durata, di immagini come quella dell’uomo vitruviano, o dell’autoritratto dell’artista canuto, delle decorazioni floreali e dei volti deformati che anticipano la caricatura di secoli, del capitano di ventura e degli splendidi studi di cavalli.

I disegni coprono l’arco intero dell’attività del genio toscano, a Vinci e a Firenze (1452-1481), a Milano (1481-1500), di nuovo a Firen­ze (1500-1508), tra Mi­lano e Roma (1508-1516) e infine ad Amboise, in Francia (1517-1519). Ed è soprattutto attraverso gli schizzi di carattere scientifico che possiamo  cogliere l’evoluzione del suo sistema filosofico.

Prima del 1510 il metodo leonardiano era stato: interpretare quello che osser­vava alla luce della cono­scenza accumulata e dare poi forma alle proprie interpre­tazioni scientifiche. In se­guito il disegno divenne il prodotto iniziale, antece­dente allo stesso ragiona­mento, proponendosi così come il fon­damento e la base per ogni investigazione e ricerca suc­cessiva. Un’autentica rivoluzione ben prima di Cartesio e Newton.

Il suo grande ta­lento fu ap­punto quello di osservatore, di eccezionale archivista della realtà: lo si nota nei profili grotteschi e lo si intuisce negli schizzi ana­tomici, che, quando non so­no minati da una conoscen­za imperfetta, rappresenta­no le più lucide ed accurate illustrazioni anatomiche nella storia della scienza.

Negli ultimi anni della sua vita, quando secondo alcuni perse l’uso di una mano e dovette rinunciare a dipingere, Leo­nardo portò l’arte dell’illu­strazione su carta alla sua massima vetta: nei panneggi, nello studio dei costumi, negli schizzi equestri e soprattut­to nella rappresentazione di temporali terrificanti e di­luvi, immensi e oppressivi, benché disegnati su piccola scala. In quegli anni Leo­nardo cessò diventò un visionario e i suoi disegni furono la rappresentazione più fedele e autentica di quelle visioni.

I due principali strumen­ti utilizzati da Leonardo nei disegni dei primi anni era­no uno stilo di metallo e la penna a inchiostro, che ri­chiedevano la preparazione del foglio ed erano para­dossalmente tanto precisi quanto «capricciosi»: ri­chiedendo in particolare grande controllo nel tratto, costanza ed esattezza.

Soltanto intorno al 1492 Da Vinci cominciò a utiliz­zare carboncino rosso e ne­ro, destinato a rivoluziona­re la tecnica del disegno in Italia negli anni successivi. Gli ultimi vent’anni dei carriera furono caratterizzati da una costante manipolazione e sperimentazione delle tecniche pittoriche disponibili nel tentativo di dare nuove intelligenti risposte alle idee pittoriche del Rinascimento.

Gli studi dei pannelli per Sant’Anna per esempio, che risalgono al periodo trascorso ad Amboise, rappresentano in la testimonianza più evidente di una ricerca e di una costante attenzione ai mezzi tecnici e ai nuovi strumenti della rappresentazione artistica. La ricerca della perfezione del resto sembra aver impedito molto spesso a Leonardo di arrivare all’autentico compimento di un progetto.

Durante la sua vita ha lavorato incessantemente per realizzare e migliorare i frutti della propria immaginazione: in qualche caso con successo, come con «Monna Lisa» e «La vergine delle rocce»; ma in molti casi le occasioni della vita, e forse il suo stesso irrequieto eclettismo, lo hanno strappato al compimento di progetti artistici ambiziosi, come «La battaglia di Anghiari», «L’adorazione dei magi» o il monumento equestre per lo Sforza; e persino «L’ultima cena» di Milano, forse l’opera più importante che abbia portato a compimento, è destinata a un progressivo deterioramento a causa dell’ardita scommessa tecnica del suo autore, che, nel tentativo di catturare nuovi effetti spinse i materiali utilizzati per l’affresco oltre le effettive possibilità e capacità di resistenza nel tempo. Un parallelo con l’incompiuta scultorea di Michelangelo, la «Pietà Rondanini», sarebbe un territorio d’indagine quanto meno suggestivo.

Guardando «Sant’Anna e San Giovanni battista» diventa chiaro per­ché Leonardo mostrasse grande difficoltà a portare a termine i propri proget­ti: l’indeterminatezza del disegno è infatti perfetta­mente complementare al si­gnificato dell’opera. Il mi­stero pittorico evoca con grande suggestività il mi­stero divino. E questo è ancor più evidente nel disegno che è sempre libero e migliorabile per natura e incompiuto per necessità. Per questo Leonardo ha parlato, e continua a parlarci, per disegni.

 

Carlo Alberto Brioschi

tullio pericoliÈ riuscito a rendere icone popolari i volti di scrittori e filosofi ingrigiti dal tempo e arrugginiti dall’oblio. Tullio Pericoli, come ha scritto Umberto Eco, è un «disegnatore psicologico, che punta sull’anima»: se pensiamo a Einstein la memoria ritrova i capelli ribelli del professore in bicicletta disegnati dall’artista, di Woody Allen tornano in mente gli enormi occhiali da miope con il naso finto che portavano i genitori del protagonista in Prendi i soldi e scappa, per Freud spunta un’inedita canna da pesca destinata a prendere all’amo i nostri sogni.

Marchigiano di Colli del Tronto e milanese di adozione, Pericoli è un campione della satira di costume più ironica e sottile, l’autore dei Ritratti arbitrari e delle caricature di intellettuali, opinion maker, direttori di giornali e salotti radical-chic, o delle illustrazioni per Robinson Crusoe. Ma, accanto al disegno applicato, e al lavoro per il teatro, si è sempre dedicato anche alle nature morte, ai paesaggi fantastici, alle composizioni personali esposte in mostre e gallerie di mezzo mondo.

Ha lavorato per Linus e l’Espresso, per Olivetti e Garzanti e si è affermato come una delle più quotate matite italiane spopolando su quotidiani, riviste, libri. Tuffarsi nelle sue tele vuol dire partire per un viaggio attraverso i meandri della fantasia e dei colori ma anche dei mille riferimenti letterari e dei giochi di citazione. Un modo di trovarsi accanto ai mostri sacri della cultura e della scienza come nell’incontro con un amico, che ti parla, ti legge i suoi libri o ti racconta la sua vita; sempre un po’ sospesi tra reale e irreale.

Pericoli confessa di aver passato notti in bianco per studiare le incisioni di Rembrandt o la pittura di van Eyck. Appassionarsi alle acqueforti di Grosz e Daumier. Non significa plagiarli o falsificarli, spiega, anzi è necessario imparare continuamente, per creare nuovi filoni espressivi, inseguire nuovi modelli figurativi.

“Tra i soggetti da ritrarre ho escluso due categorie. Una è quella dei politici. Dopo quattordici anni che lavoravo sulla politica, cominciavo ad annoiarmi.”

Ma certe copertine di Pericoli per “L’Espresso” contribuirono probabilmente alla caduta del presidente della Repubblica Leone, anche se l’autore ribatteva che non era mai stata sua intenzione far cadere presidenti e tanto meno “cambiare la società” quando disegnava le celebri Cronache dal Palazzo (firmandole con Emanuele Pirella). Di fatto la copertina del 22 febbraio del 1976, voluta dal direttore Livio Zanetti, con il presidente vestito da marinaretto, è il primo caso nell’Italia repubblicana di querela sporta da un capo di Stato contro un periodico. Pericoli fu imputato e il giornale finì sotto sequestro (troppo tardi, naturalmente, e – come spesso avviene in caso di censura – con straordinari effetti pubblicitari). “Semmai tentavamo di cambiare i nostri interlocutori”, sostiene Pericoli.

Non cercate però fra i maggiori ritratti di Tullio Pericoli le solite facce italiane di chi fa politica, sport o spettacolo. A prevalere sono gli esemplari di una specie umana del XX secolo piuttosto elitaria benché entrata nel novero dei classici e, proprio per questo, più difficile da raccontare: la specie degli intellettuali, degli uomini di cultura più celebri. Da Adorno a Zeri, passando per Brodskij, Borges, Croce, D’Annunzio, Capote, Ginzburg, Gombrich, Hemingway, Jung, Kafka, Levi, Morante, Popper, Sartre, Sciascia e, altri ancora.

Personaggi, che tendiamo a identificare fisionomicamente con scialbe immagini d’archivio propinateci da quotidiani e riviste, rivivono come per miracolo sulla pagina bianca, evocati con sottile sarcasmo con un tratto elegante e inconfondibile.
Pericoli non è un semplice «caricaturista» che lavora con regole ripetitive e in cerca di una tipica deformazione ridicola del volto o del corpo. I suoi disegni sono “caricati”, ma non “caricaturali” e sono caricati arbitrariamente anche a costo di perdere in verosimiglianza.

Perché il riconoscimento da parte dello spettatore non deve avvenire soltanto in base a tratti somatici similari. Occorre ritrovare un rimando letterario, indovinare un’atmosfera culturale. E per farlo occorre aver letto, conoscere e amare gli scrittori (e arche detestarne alcuni). Spesso i dettagli sono inventati o rubati ad altri protagonisti: Lacan per esempio fuma il sigaro di Freud…

Una delle sue rubriche più famose su “Repubblica” è stata Tutti da Fulvia il sabato sera, in cui ricostruiva con ironia il tipico salotto «radical-chic». E con Fulvia, Giorgio Bocca, Fruttero & Lucentini e molti altri c’era evidentemente anche lui. “Io sono Fulvia” ha detto una volta Pericoli, “perché per fare Fulvia bisogna un po’ esserlo. Bisogna capire come ci si può innamorare delle mode culturali; più che di una persona, di quello che la persona mostra di sé; degli involucri più che della sostanza». Ora non esistono più i salotti di vent’anni fa, così come non esiste più il grande salotto della cultura, delle pagine culturali o delle case editrici ma Woody, Freud e gli altri continuano a vivere nel magico mondo di Pericoli entrato nel nostro immaginario. E per trovarli basta un biglietto di sola andata.

Carlo Alberto Brioschi*

 

*Dopo molti anni come giornalista e ancor più come editor e direttore di saggistica in Mondadori e Rizzoli, ha fondato un’agenzia editoriale con un nome per i più inspiegabile: Blandings, amena località letteraria dove lavora più di prima ma con molti più “capi”. Onnivoro per interessi (non solo alimentari), nutre un’insana passione per la storia della corruzione su cui ha scritto alcuni libri pubblicati anche fuori dai confini dell’amata Penisola. Qui lascia ogni tanto qualche traccia: “non solo libri”, www.carlobrioschi.blogspot.it

«In certi momenti tragici, io rido»: in questa frase è il marchio della sua poliedrica e vulcanica fabbrica editoriale. È stato giornalista, critico mai banale, commentatore di costume e di sport, romanziere, traduttore (di Proust, Flaubert, Stevenson, Oscar Wilde, Bataille, Yourcenar, Gide, Kristeva e molti altri), consulente editoriale, direttore di collane (una per tutte, i mitici gialli Mondadori), curatore instancabile di antologie e prefatore indefesso di libri altrui, critico cinematografico e pubblicitario (inaugurando un genere in quest’ultimo caso su “L’Espresso”). Un irregolare dell’editoria e della scrittura. Lavorò per Garzanti, Feltrinelli, Mondadori, Rizzoli, Einaudi, Sonzogno, scrisse per quotidiani e periodici, dal “Corriere della Sera” a “Panorama” e diresse il mensile “La lettura”.

 

Nel vortice di passaggi finì inevitabilmente per segnare un record di dimissioni da testate, redazioni e case editrici: «L’abitudine di cambiare spesso testata la devo probabilmente ad aver fatto le elementari a una scuola di Maria Montessori», diceva. «Le prime cose che mi insegnarono furono come allacciarmi le stringhe delle scarpe e a come cambiar gioco quando lo si voleva; bastava informare la maestra. Come quasi sempre nella mia vita, ho raggiunto il 50 per cento. Ad allacciarmi le stringhe bene non sono mai riuscito, invece sono arrivato ad abusare del cambiamento di gioco».

Elbano di nascita (nato l’8 marzo 1923) e milanese di adozione, si arruola in Marina con straordinario tempismo, pochi giorni prima della destituzione di Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo, forse per seguire l’esempio dello zio materno Teseo Tesei, eroe di guerra disperso nel mar di Malta a dorso di uno dei sommergibili di cui era stato progettista e sostenitore: i maiali della Decima MAS. Cade prigioniero dei tedeschi e finisce in un lager austriaco fra il 1943 e il ‘45. Un’esperienza che racconta nel 1945 in Racconto d’inverno, il suo primo romanzo, cui ne seguirono molti altri: Per pura ingratitudine (1961), I peggiori anni della nostra vita (1971), La nostra classe dirigente (1986). Ma anche della narrativa si stufa: «Non scriverò più romanzi, meglio fare del giornalismo, qualcosa che morda direttamente la realtà, piuttosto che rimestare nella poltiglia in cui tanti rimestano».

 

Aveva un’onnivora predisposizione culturale che andava perfettamente a braccetto col suo stile di vita: afflitto da un’invincibile insonnia, leggeva e scriveva fino all’alba. Lui stesso ebbe più volte modo di raccontare come non dormisse più di tre ore per notte. Eterno insoddisfatto, si definiva una “talpa di città” (dal titolo di un suo romanzo): «Dovrei poter restare di più nella mia tana come desidero e come, invece, non mi è concesso. In città non è come in campagna».

 

Una delle cose cui teneva di più fu “Linus” con cui portò in Italia i fumetti dei Peanuts di Charles Schulz. Memorabile la sua direzione della rivista dal 1971 al 1981 che fu un’autentica fucina di grandi disegnatori, italiani e non. Secondo molti è lui il grande “sdoganatore” dei comics in Italia, lui ad aver dato per primo dignità editoriale al genere prima della tendenza chic delle graphic novel, allevando i migliori esponenti del disegno satirico e consentendo loro di uscire dal ghetto in cui erano relegati di fatto fin dagli anni ’60. Nel numero uno di “Linus” Umberto Eco intervista OdB insieme a Elio Vittorini: una sorta di tavola rotonda che di fatto segna la nascita del fumetto italiano. Con la sua direzione, impegno politico e sociale si mescolano all’evasione. Accanto alle strisce satiriche, trova il suo spazio anche il fumetto d’avventura: da Dick Tracy a Corto Maltese. Coltiva il talento di disegnatori come Pirella, Staino, Pericoli, Chiappori, Altan e Andrea Pazienza. Ma “Linus” è stato anche palestra di scrittori come Michele Serra, Alessandro Baricco e Gino & Michele, secondo cui «C’è un piccolo Oreste dentro di noi. E’ un po’ Geppetto forgiatore di legni. Un po’ Grillo parlante e un po’ Lucignolo, un po’ GattoVolpe e un po’ Mangiafuoco. Per noi due, suoi burattini sovente in fuga, è stato anche Fatina».

 

Ha scritto Oreste Del Buono che la satira politica degli anni Settanta non faceva ridere granché. Erano gli anni di Leone presidente della Repubblica, del compromesso storico, del terrorismo. Di golosi bocconi per le penne del sarcasmo ce n’erano a iosa. Ma secondo Del Buono, in quegli anni la satira non faceva ridere perché i suoi autori, per temperamento e per attitudini psicofisiche erano refrattari al riso. «I nostri autori lavorano solitari. L’abitudine allo scherzo, all’allegria di gruppo non c’è… nella maggior parte dei casi sono di una permalosità rara. Loro che sono sempre pronti a cogliere e mettere alla berlina la tara psicologica o fisica dei bersagli prescelti non tollerano di essere oggetto di una qualsiasi presa in giro. Occorre trattarli con le molle». E pensare che quando Del Buono scriveva queste parole gli autori erano in parte gli stessi ancora attivi oggi, Forattini, Altan, Chiappori, Vincino…

 

È stato un bastian contrario dell’editoria italiana, dai giornali alle riviste, un editor che non ha mai nascosto la sua passione per la letteratura di “genere”, dalla detective story al fantasy, e per la cosiddetta “cultura bassa”. È stato lui a dare una svolta ai tascabili Einaudi, puntando a mettere accanto ai grandi classici della narrativa e della saggistica i nuovi comici che si alternavano sulle scene milanesi dell’Elfo e dello Zelig: il pubblico gli ha dato ragione tributando un incredibile successo all’antologia di battute Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano, curato dalla coppia Gino & Michele, che in pochi mesi arrivò al milione di copie. Un successo che creò qualche mal di pancia allo Struzzo e portò all’uscita di Del Buono e del nipote Dalai che si dedicarono al rilancio della Baldini & Castoldi, che divenne anche la casa editrice di “Linus”, con Odb alla direzione. «Ho accettato questa proposta, nonostante l’età – disse – perché “Linus” è stata la cosa più importante della mia vita… Sono ridiventato a 72 anni suonati direttore di un giornalino per ragazzi. Troppa grazia, veramente. Vorrei tanto poter organizzare un faccia a faccia tra Cipputi e Bobo. Ieri era questione di passare dall’umorismo alla satira, ora parrebbe opportuno un ritorno dalla satira all’umorismo. Lasciar la satira a chi la pratica involontariamente…».

 

Carlo Alberto Brioschi*

 

*Dopo molti anni come giornalista e ancor più come editor e direttore di saggistica in Mondadori e Rizzoli, ha fondato un’agenzia editoriale con un nome per i più inspiegabile: Blandings, amena località letteraria dove lavora più di prima ma con molti più “capi”. Onnivoro per interessi (non solo alimentari), nutre un’insana passione per la storia della corruzione su cui ha scritto alcuni libri pubblicati anche fuori dai confini dell’amata Penisola. Qui lascia ogni tanto qualche traccia: “non solo libri”, www.carlobrioschi.blogspot.it

 

Con la realizzazione in Cina di una statua di Marx di sei metri, offerta in gentile omaggio alla città natale di Treviri, le celebrazioni per il bicentenario della nascita del filosofo tedesco, il 5 maggio del 2018, sembrano ormai aperte con largo anticipo. Il regista haitiano Raoul Peck ha appena presentato alla Berlinale un apprezzato biopic sugli anni di gioventù del giornalista e attivista politico e in libreria si moltiplicano i saggi sul pensatore con la recente traduzione di un testo del filosofo indiano Bhimrao Ramji Ambedkar, che indaga sulle affinità elettive tra buddhismo e marxismo, e di Marx à rebours del francese Bruno Pinchard che affronta il suo lato “metafisico”.

 

Ma come dovremmo celebrarlo esattamente se lui stesso si sentiva “tutto fuorché marxista” e considerando che la sua opera, per stessa ammissione dell’autore, doveva intendersi come ancora incompiuta? Vale la pena di insistere sul fatto che l’autore del Manifesto, prima di scagliarsi contro i suoi avversari, proponeva un autentico e insuperato “elogio della borghesia” mettendone in mostra i meriti storici e le ragioni del successo? Non sarebbe il caso di completare il quadro che lo riguarda ricordando anche le contraddizioni del profeta comunista, o del “Machiavelli del proletariato”, come lo definiva Don Benedetto Croce?

 

Questioni retoriche, e non del tutto nuove, si obietterà. Vero, il fatto è che l’oscuro ebreo di Treviri divenuto l’uomo più influente sul pianeta dopo Gesù Cristo, a un decennio dal crollo del muro di Berlino e dopo i requiem suonati da ogni parte, tra il deliquio di molti e la tardiva resipiscenza di altrettanti, è tornato ormai a essere un pensatore à la page, un guru affascinante che aveva previsto tutto e che ha ancora molto da insegnarci in fatto di “corruzione politica, tendenze monopolistiche, alienazione, diseguaglianze e mercati globali” (copyright: The New Yorker): perché il turbocapitalismo tecnologico, già peraltro offuscato dal lungo ciclo recessivo, lungi dal realizzare nuove e acclamate opportunità per tutti, sembra aver creato più che altro nuove élite del lusso e ulteriori fossati tra ricchi e poveri del mondo.

 

Perché la cosiddetta nuova iperclasse dei giganti del web pare destinata a delineare le sorti del Ventunesimo secolo, perché la knowledge economy, o più semplicemente la globalizzazione del mercato e l’internazionalizzazione delle attività economiche, stanno ricreando una  lotta di classe tra finanza e speculatori, dirigenti politici, consulenti e padroni dell’infomation technology da un lato e il resto del mondo degli sfruttati dall’altro, che pure sembrava dover essere il principale beneficiario di una nuova sensazionale ed elettronica rivoluzione democratica.

Pochi giganti dell’economia globale sembrano ormai controllare ogni aspetto della nostra vita; ci offrono “esperienze a pagamento” per ogni genere di bene, servizio, intrattenimento o informazione, cui avremo modo di accedere attraverso la rete, il telefono cellulare, il satellite, la banda larga o quant’altro. Fine della proprietà privata di molti, o della grande maggioranza, insomma, destinata a vivere più che in un paradiso comunista, in un grande luna park internazionale dove ogni cosa sarà offerta in affitto (e non necessariamente a prezzi particolarmente vantaggiosi).

 

Non a caso Umberto Eco ha ricordato che, a oltre centocinquant’anni dalla sua apparizione, il Manifesto del partito comunista conserva la forza di un “formidabile colpo di timpano” da sinfonia beethoveniana: «Uno spettro si aggira per l’Europa (e  non dimentichiamo – aggiunge Eco – che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico e gli spettri sono entità da prendere sul serio)».

 

In ogni caso, al di là di ogni giudizio sulla validità dell’imperativo rivoluzionario delle masse o della talpa di marxiana memoria destinata a scavare sotto le macerie di un ordine borghese in sfacelo per spingere definitivamente verso il precipizio l’“iniquo” sistema capitalistico, non c’è dubbio che la tesi della pauperizzazione delle classi lavoratrici, parìa della terra sfruttati da un ceto di privilegiati, tornerebbe ad avere una conferma, all’inizio del nuovo secolo, con l’alba di una nuova età delle diseguaglianze, o dell’orrore economico, dominata da una superborghesia tendenzialmente ancora più ristretta e cosmopolita con stretti collegamenti e granitica solidarietà al suo interno, lontana anni luce dal resto dell’umanità che, come ha scritto Jacques Attali, potrebbe tranquillamente essere descritta nei termini di un nuovo lumpenproletariato

 

Ecco perché tornare a leggere Marx, ben più che i “marxisti rococò” del Ventesimo secolo (come li ha definiti con sprezzo Tom Wolfe), può rivelarsi interessante. Non solo perché la pubblicazione degli scritti giovanili di Marx nel 1930, e poi dei Manoscritti economico-filosofici e dei Grundrisse ha rivoluzionato storicamente la stessa interpretazione del suo pensiero, ma perché il marxismo fu inizialmente, e in modo decisivo, il frutto del golpe dell’uomo che si assunse il compito di custodire, ordinare gli archivi di Marx, e diffonderne alcune opere a scapito di altre, a cominciare dalla pubblicazione postuma dei volumi mancanti del Capitale: e cioè Friedrich Engels, seguito su questa via principalmente dai russi. Insomma, se è vero che l’uxoricida Louis Althusser, massimo divulgatore e studioso francese di Marx, non aveva mai – per sua stessa ammissione – letto per intero Il Capitale, allora forse non sono molti nemmeno coloro che hanno conosciuto il vero umorale borghese di Treviri; assai meno, comunque, di quelli che hanno frequentato prevalentemente il suo sosia corrusco, con tutti i tratti del noioso maître à penser e del dogmatico predicatore politico.

 

È venuto il momento allora di riscoprire, con la necessaria e impudente ironia del caso, il sosia dimenticato di Marx, un uomo ricco di contraddizioni, ironico, romantico e dotto, che passò gli ultimi anni della sua vita nel silenzio delle sale di lettura della British Library; il divoratore di libri e indefesso lettore di Shakespeare, Dickens, Thackeray, Molière, Racine, Voltaire e Goethe, che si rilassava leggendo Tucidide e i classici greci e latini quando era stanco di economia; lo stesso esponente della middle class anglosassone che visse gran parte della sua esistenza tirando a campare (tra malanni continui, scarso denaro, e disgrazie familiari), ma che un giornalista americano intervistò nel 1871 in un elegante appartamento londinese arredato con gusto tra vasi di rose e vedute del Reno, descrivendolo, con felice gusto per la contraddizione, come un prosperoso stockbroker all’inizio della sua fortuna (sarà che la madre gli ripeteva sempre di “fare capitale”, anziché di scriverne soltanto). Appartamento elegante e ordinato? Non si direbbe dalle descrizioni dell’epoca.

 

Certo Marx non badava molto all’apparenza: «Conduce una vera esistenza da zingaro. Lavarsi, pettinarsi, cambiare la biancheria sono per lui delle rarità; alza volentieri il gomito. Spesso se ne sta tutto il giorno stravaccato, ma se ha molto da fare, lavora giorno e notte con una resistenza inesauribile; il sonno e la veglia non sono distribuiti nella sua vita in modo regolare; molto spesso rimane sveglio tutta la notte, poi verso mezzogiorno si getta vestito sul canapé, dorme fino a sera, senza preoccuparsi di chi gli gira intorno, in quella casa in cui tutti vanno e vengono liberamente».

In Mio marito, Karl Marx Indro Montanelli ne ha fatto un ritratto al vetriolo, facendo parlare direttamente Jenny von Westphalen, l’erede di nobile famiglia prussiana che ebbe la ventura di sposare il rampollo spiantato di una famiglia di mercanti ebrei, velleitario economista con poche nozioni di economia, guadagnandoci anzitutto una vita di stenti, tra un fiasco editoriale e una mancata consegna, uno sfratto e un esilio. «Concederai che tutta questa merda è discretamente gradevole», scriveva in una “vera” lettera alla madre, «e che io sto immerso fino alla cima dei capelli nello schifo piccolo-borghese. Ma infine, per dare alla vicenda una punta tragicomica, ci si aggiunge anche un mystère, che ora ti svelerò in pochissime parole…». Si trattava probabilmente del borghesissimo e noto inghippo della cameriera messa incinta dal filosofo.

 

Benché egli stesso avesse tra l’altro una grande e spesso necessaria predilezione per pseudonimi d’ogni genere (“Monsieur Ramboz”, quand’era a Parigi, “A. Williams” nom de plume durante il suo soggiorno londinese. E ancora “Old Nick”, “Charley” o “il Moro”),  la storia ha spesso trascurato il saggio e simpatico doppio di Marx, che ci ha invece lasciato in eredità aforismi, profezie e suggestioni spesso del tutto lontane da quelle che per oltre un secolo si sono studiate, tramandate e infine ritrattate con più o meno zelo.

Era lo stesso uomo che non nascondeva di diffidare di economisti e filosofi e che il celebre critico letterario americano Edmund Wilson ebbe a definire come “il più grande ironista del mondo dopo Swift”. Insomma, un esemplare esponente della “booboisie”, come la definiva H.L. Mencken; un piccolo borghese vittoriano nei panni di un rivoluzionario (o viceversa, se si preferisce), sposo di una principessa e amante dei piaceri e della vanità della vita, abituato a convivere con il proprio alter ego di austero philosophe.

Un uomo la cui straordinaria attualità risiede  nel metodo di analisi, perlopiù sopravvissuto ai suoi contenuti, e nella dedizione a temi quali la dialettica tra progresso e catastrofe che riguarda le presenti generazioni, almeno quanto quelle otto-novecentesche, ma anche e soprattutto nell’ambiguità del pensiero e degli scritti (quelli giovanili e della maturità), nella perfetta convivenza dell’utopia socialista e dell’amore per il quieto vivere, della teorizzazione del riscatto del proletariato e del solido ancoraggio ai principi della vita borghese, degli slanci rivoluzionari e dell’ammissione della loro precaria velleità.

Un Marx tirato per le mutande, ancor più che per la giacca, si obietterà, eppure quel Marx è esistito, anche se alla storia ne è passato un altro e occorre scavare solo un poco per portare alla luce il suo sosia.

 

 

Carlo Alberto Brioschi*

 

*Dopo molti anni come giornalista e ancor più come editor e direttore di saggistica in Mondadori e Rizzoli, ha fondato un’agenzia editoriale con un nome per i più inspiegabile: Blandings, amena località letteraria dove lavora più di prima ma con molti più “capi”. Onnivoro per interessi (non solo alimentari), nutre un’insana passione per la storia della corruzione su cui ha scritto alcuni libri pubblicati anche fuori dai confini dell’amata Penisola. Qui lascia ogni tanto qualche traccia: “non solo libri”, www.carlobrioschi.blogspot.it

 


hobbit, signore degli anelli“In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima…”
In questa descrizione c’è ben poco della dimensione epica della grande saga del Signore degli anelli che avuto tanto successo attraversando intere generazioni, e riesplodendo letteralmente grazie alla versione cinematografica ricca di effetti speciali quanto lontana dallo spirito originario del ciclo romanzesco.

 

C’è anzi un tono ironico che introduce come meglio non potrebbe quelli che sono in fondo i protagonisti della saga di J. R. R. Tolkien, senza i quali l’autore britannico non uscirebbe probabilmente dalla categoria del fantasy o addirittura della letteratura per ragazzi, secondo la nota definizione di W. H. Auden e grazie alle diffidenze di una critica che non ha mai accompagnato con particolare favore il suo lavoro.

Lo hobbit è la prima avventura del mondo fantastico della Terra di Mezzo. Il protagonista Bilbo Baggins, rapito dalla pace contemplativa dell’orizzonte e dalla compagnia della sua erbapipa, si trova infilato suo malgrado in una missione che dopo ostacoli e vicissitudini d’ogni genere, lo porterà a trovare l’anello prodigioso attorno a cui ruotano le vicende del secondo libro, Il Signore degli anelli. Con quel tomo Tolkien nel 1937 presenta per la prima volta il foltissimo universo ispirato alla mitologia germanica ricco di maghi, orchi, elfi creature affascinanti e mostruose, che ormai milioni di persone di ogni età, in ogni parte del mondo, conoscono nei minimi dettagli.

 

In quella folla di personaggi “si stagliano” quei minuscoli esseri “dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari”, che formano un popolo “discreto e modesto, ma di antica origine… amante della calma e della terra ben coltivata”, timidi, capaci di “sparire veloci e silenziosi al sopraggiungere di persone indesiderate”, con un’arte che sembra magica ma è “unicamente dovuta a un’abilità professionale che l’eredità, la pratica e un’amicizia molto intima con la terra hanno reso inimitabile da parte di razze più grandi e goffe”, quali gli uomini.

Non hanno poteri particolari i mezziuomini della Contea, se possono mantengono addirittura la parola data, fanno il bene ma senza predicarlo più di tanto, sono dotati di un placida (e raramente sottile) ironia, riescono in grandi imprese nonostante la loro statura fisica (son alti “un braccio o un braccio e mezzo”, tra gli 80 e i 120 cm). In una parola sono antieroi per eccellenza e proprio qui risiede la loro grande forza: perché nessuno si aspetterebbe da loro alcunché.

 

Anche per questo sembra francamente azzardata ogni dichiarazione di affiliazione politica e ideologica dell’opera di Tolkien tentata più volte nel corso del tempo a partire dal neopaganesimo dai campi hobbit del Fronte della Gioventù negli anni Settanta per arrivare al ritorno alla natura degli hippy americani. Lo scrittore era sicuramente un conservatore e un fervente cattolico ma ha sempre rifiutato una precisa interpretazione politica e religiosa dei suoi scritti così come le numerose letture allegoriche studiate dai complottisti più sfegatati. Impossibile però frenare il fascino e l’influenza del ciclo fantasy sull’immaginario collettivo: basti pensare alla recente inchiesta sul “mondo di mezzo” di Mafia Capitale nella Roma in cui s’incrociano drammaticamente politica e malavita.

 

Se dovessimo eleggere uno hobbit onorario la scelta cadrebbe inevitabilmente su Bilbo Baggins, eroe involontario di ardite imprese che il grande mago bianco Gandalf coinvolge in una missione cruciale e densa di significati: la riconquista del tesoro custodito dal drago Smaug (o Smog). Violentemente sbalzato dalla idilliaca Hobbitopoli oltre il confine delle Terre Selvagge, fra gole, foreste incantate e minacciose montagne, dove non esistono “vie sicure”, il pacifico Bilbo affronta ogni genere d’avventura in compagnia dei tredici nani suoi compagni e all’imprevedibile mago bianco, che appare e scompare, lasciando cadere come per caso gli insegnamenti decisivi. Si scopre così capace di affrontare prodigi e orrori: il mostruoso Gollum, i ragni giganti, i perfidi orchi, il grande drago e infine la tremenda Battaglia dei Cinque Eserciti, scontro fra le forze benigne e maligne, eternamente opposte, per il bramato e fatale possesso del tesoro. Fino al ritrovamento, apparentemente casuale, dell’ anello magico finito in possesso di Gollum. Che innesca la cruciale domanda: che cosa fare dell’Anello del Potere?

 

“Gli Hobbit” scrisse Tolkien, “sono stati trascurati nella storia e nella leggenda, forse perché – in genere – preferivano le comodità alle emozioni…” Ma proprio il loro carattere riservato, ozioso e flemmatico, reso particolarmente evidente dal contrasto con le incredibili avventure affrontate, ha finito per “condannarli” all’eterna simpatia del pubblico e al trionfo dei grandi personaggi senza tempo. Perché l’idea che un piccolo uomo possa vincere il grande male deve poter continuare a vincere. Nel segreto dei nostri cuori o almeno nella finzione del romanzo.

 

Carlo Alberto Brioschi*

 

*Dopo molti anni come giornalista e ancor più come editor e direttore di saggistica in Mondadori e Rizzoli, ha fondato un’agenzia editoriale con un nome per i più inspiegabile: Blandings, amena località letteraria dove lavora più di prima ma con molti più “capi”. Onnivoro per interessi (non solo alimentari), nutre un’insana passione per la storia della corruzione su cui ha scritto alcuni libri pubblicati anche fuori dai confini dell’amata Penisola. Qui lascia ogni tanto qualche traccia: “non solo libri”, www.carlobrioschi.blogspot.it