Fausto Coppi e Bartali, Toscana e Piemonte, Ginettaccio – il “naso triste da italiano in gita” – contro l’Airone, che come l’albatro di Baudelaire dispiegava le ali, bellissimo e imbattibile sopra a quello strumento avveniristico e povero, di ferro e di poesia, che qualcuno si ostina a chiamare bici.

Per descrivere Fausto Coppi si possono battere tanti sentieri, in primis l’epica. Gianni Brera lo descrisse così, ancora nel 1949:
«Su due spalle stranamente esili s’innesta il capo che neri e lisci capelli, quasi mai pettinati, paiono rendere allungato a dismisura. E il collo, che pure è sottile, quasi si perde nella secchezza della mandibola e nella nuca folta di capelli. Il torace, per una anomalia che è invece funzionale e a tutta prima non ti spieghi, via via che scende, ingrandisce, lo sterno pare carenato come negli uccelli. Ancora ogni normale linea anatomica viene smentita in lui da un improvviso dilatarsi delle anche, dall’assenza totale di un ventre che minimamente sporga, da una brevità del tronco allorché l’uomo è all’impiedi, che rende vistosa assai la solida falcatura delle reni». Poi, per raccontare Coppi, vi sono la terra, quella terra; la povertà dignitosa e solida di quei tempi; la Guerra, che ha tolto a tantissimi la vita e ai più, comunque, i migliori anni della vita; la gloria di uno sport povero e insieme nobilissimo; la rivalità, l’amicizia, alla fine l’incredulità per la morte assurda e persino i sospetti, che ancora, e da allora, allignano in paese.

Prima che la gloria gli sorrida, la vicenda umana e sportiva di Fausto Coppi – oggi, nel 2019, compirebbe 100 anni; oggi, il 2 gennaio, son 59 anni che moriva – si snoda in queste colline nebbiose oppure verdissime, tra questi polverosi e calcinati stradoni; ora schivando la neve, ora sotto il sole abbacinante; godendo di queste viste, laggiù Milano e la pianura padana, più in qua, oltre le alture, Genova la selvaggia, eppure anche parente. È una terra atipica, tra Novi Ligure, Alessandria, e Tortona, che fu già di Costante Girardengo; mondo di ciclisti e di vino, di comignoli e di olmi, di gente di passaggio (una leggenda racconta anche di mori); di torrioni e di focaccia, di pievi e di farinate.

Il paese è Castellania, oggi celebre meta, mecca dei ciclofili, e allora terra di partenza per il padre di Fausto, che batteva i mercati lì attorno, portando l’uva e altri magri raccolti. La prima passione del piccolo Fausto fu una cavalla di nome Zagara, poi, a 15 anni venne il cavallo di ferro, una Maino color grigio. Divenne garzone di salumiere – della salumeria “Merlano”, in centro a Novi, che oggi non esiste più, ma che tutti ricordano – il suo destino era probabilmente quello di diventare “massapursè”, l’ammazza maiali. Isidoro Bergaglio che correva con lui, qualcuno dice, «più forte di lui, almeno all’inizio», lo scopre e, nel 1937, lo porta dal “mago” Biagio Cavanna, l’omone, non ancora completamente cieco: se nella storia dello sport esistono varie figure di demiurgo, nessuno fu come quest’uomo (talent scout, manager, allenatore, anche massaggiatore?) capace, toccando lo “chassis”, il torace, le caviglie quindi solo alla fine, i muscoli delle gambe di prevedere il futuro di un campione. «Ma chi mi hai portato?», dice il burbero Biagio a Bergaglio, «Questo qui ha le gambe di una donna». A Isidoro tocca insistere; e si scopre che Coppi ha un cuore grande davvero; ed è così che la vita di Coppi – e forse di tutti gli italiani di allora, in un certo senso – cambia per sempre.

E ora, la gloria di un uomo che, secondo Gianni Brera, fu semplicemente, il più grande sportivo del Novecento italiano. La radio accompagnava quei tempi eroici: Mario Ferretti squarciava con la sua voce quelle giornate dure e monotone del dopoguerra italiano, facendole diventare radiose: «Un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoceleste…». Prima di partire per la guerra in Tunisia aveva ottenuto il record dell’ora al Vigorelli di Milano; poi, passata la bufera – «chissà quante vittorie, se non ci fosse stata la guerra», ha detto Eddy Merckx, uno che se ne intendeva, ecco il ritorno alle corse, la Sanremo del 1946 dopo 147 chilometri di fuga, iniziata sul Turchino; il Giro del ’49 con la mitica Cuneo-Pinerolo e 192 chilometri di fuga, scalando cinque colli (Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere), con Bartali umiliato; i trionfi al Tour de France del 1952, nel Giro del ’53, al Mondiale su strada dello stesso anno, fino al canto del cigno, il Giro della Lombardia del 1954. In quello stesso anno appare la “dama bianca”, Giulia Occhini. Inizia una relazione clandestina che dà scandalo: pubblica reprimenda da parte del papa Pio XII per abbandono del letto coniugale, arresto per adulterio, pena dapprima di un mese di carcere ad Alessandria, poi ai domiciliari nella casa di una zia ad Ancona.

Poi la rivalità. Non lo potevano sapere, eppure i colpevoli sono loro, di questa polarizzazione che ha avuto una deriva inaspettata e violenta; noi e loro, bianchi e neri, guelfi e ghibellini, coppiani e bartaliani. Certo – e chi lo nega? – già Dante ce l’aveva raccontato di questo campanile, di questa faziosità tutta italiana, ma, restando alle vicende sportive e prima ancora di Mazzola/Rivera, di Baggio/Del Piero, di Juve e tutti gli altri, mai vi era stata una contrapposizione così netta, filosofica, antropologica, tra sostenitori di uno o dell’altro. Accumunati, tra l’altro – particolare inquietante – dall’aver avuto entrambi un fratello morto in gara. «Amici d’infanzia – scrisse Vasco Pratolini – che si tolgono il saluto per una divergenza su Bartali o su Coppi, su un arrivo di tappa…». Coppi, senza Bartali, non sarebbe diventato Coppi. E viceversa. Il vecchio (Gino) e Fausto il giovane (anche se la differenza era solo di 5 anni); il brontolone toscano – «gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare» – e l’introverso piemontese; Gino forte e resistente, la fatica è il suo timbro, Coppi lo stile perfetto, la modernità; uno è un uomo di ferro, l’altro, con le sue 13 fratture in carriera, un fragile prodigio di cristallo pregiato; il bianco e il rosso: qui c’è un po’ di forzatura, insieme avevano firmato un manifesto pro-Dc prima delle elezioni del 1948, ma vuoi mettere, Coppi il libertino, idolo dei laici, e persino dei comunisti. E poi, Coppi tifava Torino, Bartali per la Juventus, anche se si dice fosse semplicemente perché i colori della maglia erano quelli del suo paese, Ponte a Ema, prima che l’inglobasse Firenze. Mario Fossati si avventura in una comparazione di carriere: Tour de France 2 a 2; Giro d’Italia 5 a 3 per Coppi; Campionati mondiali su strada 1 a 0 per Coppi; Milano-Sanremo 4 a 3 per Bartali, totale corse 124 a 122 per Bartali. Ma forse è meglio lasciare il dubbio, la scelta, il campo all’interpretazione; come irrisolto rimarrà il magnifico e teatrale mistero di quella foto sul colle del Galibier, durante il Tour 1952: chi passa la borraccia a chi, chi è l’assetato e chi il generoso?

Fino alla fine da eroe tragico melanconico, Coppi tramonta come fosse – lui, non la sua storia – un romanzo ottocentesco. Deve mantenere due famiglie, si spende, infelice, strapazza il suo fisico, corre circuiti esibizione fino allo stremo, per racimolare i soldi che sufficienti non sono mai. Amicizie, necessità e chissà, ancora un po’ di ambizione lo porteranno nell’Alto Volta, a contrarre (forse) la mortale malaria. Di questo malinconico tramonto, vi sono tracce televisive, al “Musichiere” di Mario Riva del 1959, dove canta una volta “Nel blu dipinto di blu” e l’altra, insieme a Bartali in “C’eravamo tanto amati”; e ancora nel romanzo breriano “Coppi e il diavolo” che esce nel 1981.

Infine, quel Natale-Capodanno tragico, a cavallo di due decenni, tra il 1959 e il ’60. “Fausto Coppi fu ucciso” giornali titolati scrissero. Forse voleva tornare dalla moglie Bruna, qualcuno sussurra (ancora) che prendesse qualche pastiglia “di quelle”. Il dottor Allegri, il medico di famiglia, aveva diagnosticato una banale influenza. Poi i consulti, con gli eminenti professori, il ricovero a Tortona. Alle ore 8 e 45 del 2 gennaio Fausto si spegne, mentre in Francia il collega Raphael Geminiani, si salva dalla malaria grazie al chinino. «Quel funerale di Fausto Coppi – scrisse il grandissimo giornalista Mario Fossati – l’ho sempre inciso nella retina. Il pomeriggio era chiaro, luminoso. Gente a migliaia, commossa. Sulla campagna c’era un grande silenzio: gli occhi di tutti, di Bartali, di Magni, di Bobet, di Anquetil, di Kubler, si alzavano con indicibile malinconia verso il piccolo povero cimitero, a cavallo della collina di San Biagio contro il muro della vecchia chiesa: poi erravano lontano verso le valli della Bormida e del Po, su cui il sole estendeva i vapori della sera. Quel funerale si portava via gran parte della storia ciclistica: forse tutta». Qualcuno giura di aver sentito Ginettaccio sospirare «un po’ è come se fossi morto anch’io…».

In certe giornate, dove il fumo della nebbia si strappa e il sole illumina la terra chiazzata di neve; ecco in queste giornate il fantasma di Coppi sembra riapparire a certi vecchi di qui, che non sanno ancora se son liguri, piemontesi o lombardi. Perché il mito e l’emozione non hanno alcun luogo, e nessun tempo.

È difficile da spiegare, ma davvero ci fu un tempo in cui andare lassù, farsi un giro e poi tornare sulla terra non veniva inteso come un vaneggiamento, un’utopia, o una nostalgica reminescenza leopardiana (“Che fai tu, luna in ciel, dimmi che fai?”). No, quel tempo, nel quale pronunciare la parola “futuro” non era peccato, c’è stato. Tutto era iniziato in un’indimenticabile notte (del 20 luglio, per noi italiani era già l’alba del 21) di cinquant’anni fa. Hai voglia a dire “ti ricordi dov’eri?”, domanda che ciclicamente – attentato a Togliatti, morte di Kennedy, vittoria ai Mondiali, 11 settembre – viene riproposta a ogni generazione: per chi c’era come si fa a non ricordare mamma e papà, il tavolo della cucina, il televisore in bianco e nero con le valvole e i pulsanti belli grossi; come si fa a dimenticare l’Apollo 11 e il Rem, Armstrong, Aldrin, Collins, che a recitarli così sembra poetico come Sarti Burgnich Facchetti o Zoff Gentile Cabrini; e poi Tito Stagno e Ruggero Orlando  – “ha toccato” disse Tito da via Teulada, Roma, “no, non ha toccato”, ribattè Ruggero, stavolta da Huston e non da “NuovaYork”, dove credevamo tutti abitasse stabilmente.

C’era Paolo VI con noi, davanti a quello schermo, insieme ad altri 20 milioni di italiani, consapevoli, anzi illusi, che quell’evento ci avrebbe cambiato la storia. Sì, perché per noi che eravamo bambini si rivelò un’illusione quel “That’s one small step for a man, one giant leap for the mankind”, “un piccolo passo per un uomo, un grande salto per l’umanità”.
Ci avevamo creduto di avere la luna a portata di mano, di poterci camminare sopra anche noi, e un giorno arrivare su Marte o su qualunque dannato pianeta a incontrare l’alieno.

E, invece, anche se oggi sembra tornata una certa “smania” spaziale, fu una falsa partenza: altre sei missioni, dal novembre ’69 al dicembre ’72, tra cui quella della tragedia sfiorata dell’Apollo 13, poi ragioni di bilancio, di opportunità – in fondo la Guerra Fredda interessava più sulla terra, faceva più vittime… e comunque, per chi ama l’avventura ci sono posti interssanti anche sulla terra – fecero sì che quella febbre così anni Sessanta-Settanta si spegnesse.

Era appunto un anno di speranza e di emozioni forti quel 1969, tra demoni  – Charles Manson e la sua “family” che sterminano Sharon Tate e altri  – e concerti immortali come gli happening di Woodstock e dell’isola di Whight; -; tra hit che non abbiamo dimenticato come Lay Lady Laydi Bob Dylan, Give Peace a Chancedi John Lennon, Suspicious Minddi Elvis, The Boxer di Simon e Gurfunkel (vale la pena fermarsi perché erano anni incredibili per “quella musica”) e film altrettanto immortali: solo per citarne tre, Butch Cassidy, Easy Rider, Un uomo da marciapiede). Di un anno prima, neanche a dirlo, quel 2001 Odissea nello spaziodi Kubrick, chiamato in causa, involontario protagonista, per la madre di tutte le bufale: quel complotto, si disse, ordito in collaborazione con il grande regista perché, come scrisse Bill Kaysing nel suo libro sul tema, “non siamo mia stati sulla luna”.

Per noi italiani, atterriti in Tv per il Jekyll di Albertazzi, assorti sugli Atti degli Apostoli di Rossellini e su I Fratelli Karamazovsceneggiato da Sandro Bolchi su Lisa dagli occhi blu o Acqua Azzurra Acqua Chiara,
fu un anno contraddistinto da conquiste internazionali  – Gianni Rivera che vince la Coppa Campioni e il Pallone d’oro –  e dalla… perdita dell’innocenza: venti settimane dopo quel 20 luglio, ecco la strage di piazza Fontana.

“Ci” portarono lassù fantasia e tecnica, coraggio e illusione, immaginazione e progetti visionari.
John Kennedy che nel settembre del 1962 preannuncia l’impresa “entro la fine del decennio” ed ebbe ragione, anche se non riuscì a vederla compiuta “non perché sarà facile, ma al contrario perché sarà difficilissima e metterà in gioco il futuro dell’America”.

Neil Armstrong è, per tutti, l’eroe che viola il primo mistero dell’universo, passa le Colonne d’Ercole, solca un oceano più vasto di quelli già attraversati, un Colombo, anzi un Ulisse novecentesco – in queste settimane di sdolcinata rievocazione forse ci sta bene un accenno trash: la parodia dei fratelli Mario e Pippo Santonastaso, forse ricordate cosa pesta l’astronauta appena mette il piede a terra – ; Buzz Aldrin, è il “secondo uomo sulla luna”, il soggetto ideale per quegli scatti accanto alla bandiera americana (ah, è questa la nuova frontiera da conquistare, pazienza se qui indiani da sterminare non se ne siano visti). E il terzo?  Beh, il terzo incomodo, Michael Collins, è semplicemente… “tutti noi”. Perché vanno bene i coraggiosi, quelli veri e quelli diminuiti, “il secondo, appunto”, e poi gli altri, in tutto 12, che hanno calpestato il suolo lunare, va bene la ricerca scientifica, vanno bene gli studi sui minerali; e, ancora, il lunedì, le lune storte e il Luna Park – con tutte quelle parole mese, mente mestruo, la cui radice antica è “men”, sia calcolo che luna; bellissimo il sogno realizzato di arrivare lagssù a sfidare la notte e la poesia, l’arte, e la letteratura (ah, l’Ariosto), lasciandosi cavalcare da struggenti versi o da note immortali – “a luna rossa me parla e’ te” . Tutto questo è epica, Storia con la S maiuscola, memoria e Gloria immortale, ma la vicenda di Collins merita una riflessione. Collins non toccato dalla depressione post-allunaggio, che attanaglia chi ha saltellato lassù (si racconta che Armstrong di tanto in tanto si incantasse a guardare la luna, e nel frattempo bruciasse le salsicce sul barbecue, e che dicesse: “la Nasa ci ha insegnato ad andare sulla luna, ma non ci ha detto come tornare con i piedi per terra”); Collins che non è nei sogni di alcun bambino; Collins che sarebbe un po’ italiano, perché è nato a Roma; un uomo cui hanno spiegato che in un caso estremo avrebbe dovuto lasciarli là quei due; lui, il primo essere umano a conoscere “il lato scuro della luna”, dove si interrompe il contatto radio e dove naviga per un giorno intero.  Poi l’aggancio riesce, i tre tornano a terra, c’è gloria per tutti, ma forse un po’ meno – sicuramente un po’ meno – per colui che sulla luna non c’è stato, che ha portato fin lassù i due eroi che si fanno belli, piantono la bandiera, saltellano leggeri e scattano le foto per la storia – e pensa ci fossero stati i “selfie” – e poi gira, solitario, quasi eremita, al buio dei riflettori e al buio cosmico, aspettandoli, agganciandoli.

Questa storia assomiglia terribilmente alla vita di tutti noi.

Perché il sogno, quello vero, quello che rimane, non è toccare, ma arrivarci vicino.

Non ce ne libereremo mai, come gli States non ce la faranno a dimenticare Dallas  e Oswald. Non ci libereremo di quei dubbi, quelle domande inquietanti, quei sospetti che ogni 16 marzo – anniversario di via Fani e 9 maggio – il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro, in via Caetani – ci attanagliano, ci inquietano e ci fanno ritornare a quella primavera.

Per chi l’ha vista e per chi non c’era: era la primavera di Sara e di Nata sotto il segno dei pesci di Venditti, di John Travolta e della sua “febbre del sabato sera”, mentre si stava preparando la spedizione della nazionale italiana di calcio – ah Pablito Rossi, ah Cabrini – nell’insanguinata Argentina di Videla.

I mille dubbi, le diecimila domande, i tanti partiti che rimangono. I complottisti da una parte, a volte con ricostruzioni “troppo” fantasiose, o con dietrologie ardite; dall’altra gli ostinati a oltranza, i “negazionisti” con la loro litania, secondo la quale della vicenda Moro si sa tutto. La versione ufficiale, quella creduta dai più, quella andata agli atti, è il frutto di una “confessione” (?), datata 1984, opera di Valerio Morucci: sarebbero stati soltanto i brigatisti ad agire in Via Fani, Moro avrebbe trascorso i 55 in via Montalcini (in uno stabile, peraltro, abitato anche da militari e di proprietà di società legati ai servizi segreti), a uccidere i presidente Dc sarebbe stato il capo delle BR, Mario Moretti, con la collaborazione di qualcuno (Prospero Gallinari).

Quindi bisognerebbe credere alla versione (inverosimile) di Morucci, senza correre dietro ai “fantasmi”. Ma che dire di quella “potenza geometrica di fuoco”, i cui autori sarebbero stati gli inesperti terroristi e non, come scrisse Mino Pecorelli, “… professionisti addestrati in scuole di guerra al massimo livello”; poi del covo di via Montalcini così lontano; del palazzo misterioso di proprietà dello Ior – particolare su cui insiste la II Commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro (2014-2017) – che avrebbe comodamente ospitato terroristi e prigioniero; dei trasbordi dello stesso prigioniero in mezzo alla folla; dell’esecuzione compiuta in un garage; della “restituzione” del cadavere attraversando l’intera città pattugliata da settimane.

Travolti dal giallo e dai misteri, non tutti in questi anni si sono davvero chiesti chi era Moro (restando a Venditti e al suo Dante: “un uomo libero, un fallito, o un servo di partito”?). Moro, leader della Democrazia Cristiana e più volte presidente del Consiglio che in tanti volevano morto; Kissinger ad esempio, che l’aveva minacciato, per le sue aperture a sinistra; i sovietici, e per gli stessi motivi (perché svuotare il comunismo, imborghesirlo, avvicinarlo ai conservatori?). Già, che in tanti volevano morto e se non fosse tragico, verrebbe da sorridere pensando ai politici di oggi, che è bastata, basta e basterà una risata a seppellirli; Moro delle convergenze parallele, ossimoro inaffondabile che in realtà era stato Eugenio Scalfari a coniare, mentre lo statista aveva parlato di “convergenze democratiche”; Moro re – spodestato, rovesciato e ghigliottinato – di un mondo di mezzo, che viveva la propria geopolitica difficile, indecifrabile, contraddittoria: altro che, semplicemente Est contro Ovest.

Moro e le anomalie della storia italiana del dopoguerra, il Patto Atlantico e la tentazione comunista, la gestione della politica mediterranea, che non piaceva agli inglesi; Moro e i personaggi ambigui – Valerio Borghese, Edgardo Sogno, Gianni Agnelli, Henry Kissinger, il cruciale Francesco Malfatti di Montetretto, il direttore d’orchestra Igor Markevic –; Moro degli amici… o dei nemici? (Zaccagnini, Cossiga, Andreotti, Paolo VI);  e, ancora, anni e anni di ambiguità, segreti di Stato cose non dette perché indicibili. Un “presepe di coincidenze” –  l’espressione è di Miguel Gotor, tra gli studiosi più preparati sulla vicenda – un caos che non poteva che avere, come ha avuto, come polo di attrazione un uomo meridionale e levantino; Moro e i suoi segreti, come Gladio; Moro che non si faceva capire dai terroristi – davvero non erano all’altezza di comprendere il suo “politichese”? –; Moro che chissà come sarebbe andata a finire se l’avessero rilasciato, vivo, delegittimato e allo stesso mina vagante contro il suo partito, il suo stato, gli Usa, l’Urss, i palestinesi. Moro il docente universitario, con le tesi in una delle borse – altre contenevano ben più scottanti segreti – perché tra gli impegni mattutini di quel fatidico 16 marzo, oltre a quello eccezionalmente importante in Parlamento in cui si sarebbe votata la fiducia al governo Andreotti, vi era anche quello di una seduta di laurea.

Moro, un uomo, comunque;  debole e pio, cattolico e a suo modo vendicativo “il mio sangue ricadrà su di voi”; Moro trepido e allo stesso tempo lucido, persino ingegnoso nel cercare una via d’uscita per la sua situazione (valutare lo scambio di “prigionieri”); Moro ingrato con il papa Paolo VI suo amico: o è vero esattamente il contrario?

Moro che, nonostante tutto, tormenta i nostri felici ricordi di adolescenti – ah, andavano in onda Fonzie e gli altri di Happy Days, in quelle serate fresche di tarda primavera – Moro cui si deve la più bella frase d’amore mai scritta, che si creda o meno al paradiso. Scrisse alla sua Noretta: “ Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”. Già, come liberarci di un uomo così?

 

Robert Redford si era innamorato di quel cappello in feltro, lo stesso che aveva indossato Marcello Mastroianni in “8 ½”, capolavoro di Fellini. E qualcuno dice persino di averlo visto, di persona, per le vie deserte di Alessandria: vero, falso, verosimile?

Il fatto è che questa città  – da ricordare l’articolo di Umberto Eco “Niente clamori tra la Bormida e il Tanaro” – predica da sempre l’understatement; stronca anziché celebrare. Si nasconde, non gode, non santifica. Salvo poi pentirsi, e commuoversi. Ha fatto così anche con quella ciminiera storica abbattuta nel maggio 1987, il simbolo della città industriale, ed è una ferita ancora aperta. Sta facendo così con la memoria che ha, di fatto, accompagnato la storia del costume – quale uomo, fino agli anni Cinquanta non possedeva un cappello, e quale uomo e anche donna di gusto non agognava il meglio, ovvero un Borsalino? – e anche del cinema. Basta fare pochi nomi: Humprey Bogart in Casablanca, Jean Paul Belmondo e Alain Delon in appunto, Borsalino; Roberto Benigni nel film Oscar La vita è bella, Johnny Depp in Nemico pubblico. E poi ancora Charlot, Giancarlo Giannini, Totò e Peppino De Filippo, John Wayne, i Blues Brothers, e, per passare alla musica pop, Michael Jackson. Eppure, poche tracce di questa gloria, o meglio, poca voglia di enfatizzarle. È vero, la sentenza che ne ha stabilito il fallimento – anche se la storia è tutt’altro che finita – ha creato emozione, rabbia e fatto rinascere un orgoglio di appartenenza che sembrava perduto: pubblicazioni, spettacoli teatrali, iniziative in città, con persino la gloriosa squadra dei “grigi” a entrare in campo con il cappello, il progetto di un nuovo museo.

Una storia lunga 160 anni, iniziata quando, nel 1857, Giuseppe Borsalino fabbrica il primo cappello. Da allora il nome di Alessandria varca oceani e frontiere, entra di prepotenza nei bar, nei teatri (e nei bordelli) di Londra e Parigi, si fa conoscere tra i gangster di New York e  Chicago. Ma anche  papi, diplomatici e re l’hanno indossato, prima o poi, un Borsalino. Lo hanno fatto Churchill, Al Capone, Papa Giovanni XIII, molte ricche donne boliviane, una parte considerevole degli ebrei ortodossi.

Proprio nel 1900 l’azienda era intanto passata a Teresio, figlio di Giuseppe; in epoche diverse i due, insieme ai quotati architetti Gardella (anche in questo caso padre e figlio) crearono una serie di edifici quali l’acquedotto, l’impianto fognario, l’asilo nido, la casa della Divina Provvidenza di madre Teresa Michel, il Sanatorio anti- tubercolare, persino l’edificio sarà sede del liceo Plana, quello che la città non è  riuscita a dedicare a Umberto Eco, che vi aveva studiato. Tutto qui sembra chiamarsi Borsalino; e anche le ragazze più ammirate della città, le operaie che uscivano dalla fabbrica che, per inciso, oggi ospita una delle sedi dell’Università, non per nulla venivano chiamate le borsaline.

Tutto era fatto qui, dagli operai – più di 2.000 nel 29, di cui la maggioranza donne –  a cominciare dal trattamento del pelo del coniglio. Perché gli anni Venti  sono quelli veramente d’oro: più di un milione di cappelli all’anno esportati  nel mondo.

Sarà anche vero, e sarà sempre stato così, ogni epoca sogna quella precedente. Eppure che le foto seppiate di quegli anni che felici non potevano essere; quei manifesti pubblicitari: modernisti, sobri, lineari, a loro modo ingenui; quegli uomini e quelle donne, così eleganti persino… allo stadio, nelle piazze, per le vie; tutto questo sembrano volerci raccontare di uno stile, di un decoro, di una classe che oggi non può più esistere. Eh certo: meglio il casual, meglio l’America, meglio la globalizzazione, vuoi mettere! Eppure un Borsalino, soprattutto quando fa freddo… O anche un Panama, per proteggersi dal sole, che quando batte, batte forte persino ad Alessandria,  la città delle nebbie.


Noodle, De Niro“Sono andato a letto presto”. Trentacinque anni di buio, di inquietudine, di rancori, forse. Noodles è così, misterioso, cupo, perdente – “I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di me?” – è violento, drogato, spietato e dolcissimo. Siamo nella terra epica, una terra che sa di sogno, di avventura, di possibilità e di disillusioni di C’era una volta in America, il film che sintetizza tutto il cinema di un regista incredibile e visionario come Sergio Leone.

Una vicenda tratta dal libro The Hoods di Harry Grey, tradotto in italiano con il titolo Mano armata, un affresco narrativo complesso e potente, che narra l’epopea di giovani e perdenti ebrei, di un uomo, Noodles che è il più perdente di tutti: traditore e tradito. Un film che ha una storia lunga e travagliata. Basti dire che la gestazione durò quasi vent’anni – e nel frattempo Leone girò C’era una volta il West e Giù la testa – e che nel primo montaggio durava ben 10 ore, che la versione americana è stata arbitrariamente accorciata e manipolata dal produttore Arnon Milchan che tra l’altro appare in un cameo del film.

Ma il Tempo, maiuscolo sì, rimane il vero protagonista del racconto: il tempo che cambia le cose, gli uomini, le situazioni, o forse no, non riesce a cambiare nulla, nemmeno i sentimenti quali, l’amore senza speranza tra Noodles e Deborah – una bellissima Elisabeth McGovern – e l’immotivata amicizia tra lo stesso Noodles e Max, che alla fine gli dice: “Ho rubato al tua vita e l’ho vissuta al tuo posto. T’ho preso tutto. Ho preso i tuoi soldi, la tua donna, ti ho lasciato solo 35 anni di rimorso”.

Il Tempo e insieme il Viaggio, visionario e onirico, altra star della vicenda: un itinerario disperato verso il disvelamento della verità, che Noodles, che sia nascosto e drogato nella fumeria, oppure esiliato e lontano, chissà dove, non vuole conoscere fino in fondo. Meglio sarebbe stato non l’avesse conosciuta, la verità di Max. L’inganno del suo amico d’infanzia, che lo ammirava, lo invidiava e quindi l’avrebbe tradito, nonostante le promesse, le parole, le scorribande compiute insieme in un Lower Est End mai così vero, colorato, ebreo.

Che C’era una volta in America sia un racconto epico, infarcito di mitologie, citazioni, rimandi alla storia universale dell’uomo, è dimostrato da altri particolari tutt’altro che insignificanti: la scansione sincopata, e per flashback continui, che ha come punti fermi tre anni dorati e tragici (1923, ’33 e ’68), con riferimento al proibizionismo, alla mafia ebrea e italiana, alla rivoluzione giovanile; le sagome nere di Rama e Ravana, che rappresentano nella mitologia induista, la Luce e l’Oscurità; le figure omeriche di Max e di Noodles, quest’ultimo anarchico, individualista, così dimesso e sconfitto da far dimenticare – che se lo ricorda, in fondo? – l’enorme delitto dello stupro al suo amore, Deborah, compiuto con una bestiale soavità.

Ma in fondo, anche gli dei dell’Olimpo compiono turpi gesti, e non per questo smettono di essere venerati. Piuttosto intrigano, di Noodles, la sua umanità dolente e sofferta, le sue ossessioni. Commuove quando riappare, anziano, nelle sue spalle strette, e apre quella valigia della sua maledizione, stavolta piena di soldi e non di fogli ingialliti come trentacinque anni prima; quando spia la Deborah bambina, che l’aveva chiamato “pezzente”, danzare sulle note di Amapola; quando stringe a sé il povero, piccolo Dominique e per vendetta è costretto a uccidere; quando Lei, la Lei di tutti noi, quella che invece ha vinto si strucca e gli chiede il perché di quel ritorno; quando dice al misterioso senatore Bailey che quello non è il suo modo di vendicarsi, ma che questo è soltanto il suo “modo di vedere le cose”; e quando se ne va dalla scena, prima osservando curioso quel camion dell’immondizia che forse si è portato via il suo amico nemico e la sua vita, e poi ancora, stordito e tristemente sorridente – a cosa, a chi? – in quella fumeria fatale, dove tutto finisce o forse sta solo per ricominciare perché il Tempo sempre si attorciglia su se stesso.

Mito, sogno, morale: cosa racconta questo Noodles, e cosa contiene questa America? Forse è vero che in fondo la storia, la verità, importano poco se si imbatte nell’arte: ciò che conta è come le racconti, le cose. E Leone è un genio. E, a proposito, di grandissimi: anche De Niro, tra gli attori è l’eccellenza. Soltanto che i personaggi, nella grande letteratura, nel grande cinema e in ogni forma d’arte, vivono di luce propria. E Noodles, state sicuri, esiste da qualche parte, è vivo, ed è pronto a ritornare.

Bruno Barba


kapuscinskiEntrare in una libreria, e cercare un libro di Kapuściński: dove dirigersi, in che scaffale cercare? Sai già che potresti trovarlo tra i testi di storia, quelli di economia, geopolitica o antropologia. Tra i libri di viaggio e di avventura.

Tutto questo perché quegli occhi inquieti e saggi, e curiosi – che il vostro umile testimone ha incrociato, un giorno lontano – avevano visto tutto. L’illusoria riscossa africana e le guerriglie sudamericane, la cacciata dello Shah dall’Iran e il collasso dell’Impero sovietico.

Avevano visto soprattutto, più che re, imperatori e dittatori, semplicemente tanti uomini. Uomini che soffrivano. E allora, se è così, un “cinico” non puoi proprio esserlo. Mimetizzarsi, sparire tra la gente, scrivere partendo dal basso, no stare mai fermo. Altro che giornalista, questo polacco inquieto e umile, febbrile: un saggista era, un romanziere, un tale chiamato Ryszard Kapuściński e basta, scomparso nel febbraio del 2007.  

Non si stancò mai di studiare il mondo, quest’uomo il cui sorriso, la cui modestia, il cui fascino umile attraversarono buona parte del Novecento. Bisogna andarci, bisognava esserci dove accadevano le cose, e non importa se si rischiava eccome la vita. Allora, bisognava lasciare la casa di Varsavia – lui era nato a Pinsk, che oggi è in Bielorussia, nel 1932 – e con i pochi mezzi a disposizione partire.

Una missione, la sua, una vita intera ispirata alla grandezza di Erodoto narratore di storie, il viaggio come immersione nella realtà, nell’empatia, nella possibilità di fondersi, di dimenticare “l’altro”, di farsi “un altro”. Perché sempre, in quell’altro, Ryszard sapeva ritrovare qualcosa di sé. Altra sua regola, o fissazione: evitare i percorsi – e i personaggi – ufficiali, importanti e invece chiedere passaggi occasionali ai camionisti, dormire nelle case dei contadini.

L’impressione è che ci servirebbe come il pane, oggi, un personaggio come lui, capace di stemperare, smorzare, ridicolizzare “lo scontro di civiltà” e al contempo di convincerci partecipare del dolore altrui. Perché “tanti poveri del mondo non si ribelleranno mai. Hanno bisogno di qualcuno che parli per loro”.

Ora, avere in mano la monumentale biografia del suo ex allievo, collega e forse amico, Artur Domosławski, “La vera vita di Kapuściński” pubblicata nel 2010, non può che fare uno strano effetto. Certe accuse, come quella di intrattenere rapporti con la polizia politica polacca – il regime lo costrinse a firmare degli impegni per ottenere il passaporto e lui periodicamente trasmetteva notizie di scarsa rilevanza sui… “nemici” – o ancora, quella di avere un po’ inventato, venendo meno all’etica del giornalista, si annullano da sole, si sciolgono come neve al sole.

Come se l’immaginazione fosse un reato, e la fantasia, intesa come capacità di trasmettere il  emozioni, non fosse la più fervida qualità di uno scrittore. Basta leggere una pagina, una pagina sola, di “Imperium” sul dissolvimento dell’Unione Sovietica, di “Ebano”, il libro di memorie africane, dell’indimenticabile “La prima guerra del football e altri racconti” e ancora, certi zibaldoni, certe frasi sue sull’etica del lavoro contenute in “Il cinico non è adatto a questo mestiere” – “”Non possiamo chiudere il nostro ‘desk’ alle quattro del pomeriggio e passare a occupazioni diverse.

Questo è un mestiere che prende tutta la vita, non c’è altro modo per esercitarlo”; “Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie”; “Il vero giornalismo è quello intenzionale, vale a dire quello che si dà uno scopo e che mira a produrre una qualche forma di cambiamento”; basta già tutto questo per capire quale fossero il timbro umano, la cifra stilistica, l’entusiastico e al contempo amaro rispetto per la gente che pativa sulla propria pelle il corso cinico, tumultuoso e disattento della Storia.

Lui invece a questo prestava attenzione: all’uomo. Perché dove sta la verità, allora, “… nella piccola realtà di ciascuno o nell’immenso sogno umano?”, come già si era chiesto Jorge Amado? Forse verrà il giorno in cui proprio quei modesti uomini raccontati da Kapuściński sapranno dirci la loro, e noi li ascolteremo, stavolta con più attenzione.

Bruno Barba


thor heyerdahlHa scritto sulla sabbia, o forse è stato sull’acqua dei suoi mari, la frase più  bella che un viaggiatore possa mai concepire. Una frase che ho ascoltato via telefono, dalla cantina di una redazione; dall’altro capo del filo un uomo del quale avevo sentito parlare da bambino e che, sapevo, mi avrebbe emozionato ancora.

Poi l’ho riletta, quella frase, tante volte perché in tanti se ne sono impossessati,  e l’ho rivista ancora, su un muro del museo che gli hanno dedicato a Oslo. «I confini? Non ho mai visto uno. Ma ho sentito che esistono nella mente di tante persone». Emozione, sì, si può ancora dire, e provare, perché Thor Heyerdahl, o “l’uomo del Kon-Tiki”, ha sfidato teorie e  conformismo, venti e scetticismo. Era forte e coraggioso, l’esploratore dei nostri sogni di bimbo, irraggiungibile eppure così vicino,  se è  vero che dalla sua Norvegia,  dai suoi mari e dai suoi deserti, venne infine a riposare la sue membra e il suo impeto a Colla Micheri, in Liguria, dove morì a 87 anni, nel 2002.

thor heyerdahlFu certo la traversata di 101 giorni e di 4.300 miglia nautiche, dal Perù alla Polinesia, nelle acque del Pacifico, a dargli gloria, notorietà e anche critiche mondiali, impresa compiuta nel 1947 con un equipaggio di cinque uomini e su una zattera di tronchi di balsa. Sì, “si può fare”. Con quell’avventura divenuta epopea e quindi libro e poi film, l’esploratore voleva dimostrare che la Polinesia era stata abitata da popoli provenienti dal Perù e dalle terre degli Incas, e non popolata, come i più credono tuttora, da migrazioni giunte dall’Asia.

Studiò poi le piramidi a Tenerife e in Sicilia; fu archeologo alle Maldive e alle Galapagos; nell’isola di Pasqua cercò di dimostrare come era avvenuto il trasporto dei moai, quelle celebri, monumentali teste, semplicemente con organizzazione e poche unità; e, ancora, fu temerario incrociatore di altri oceani, come l’Atlantico.

Nel 1970, infatti, Thor partì con il Ra II, rudimentale imbarcazione in papiro simile a quelle utilizzate dagli antichi Egizi, per dimostrare che il viaggio Marocco-Barbados, ovvero Vecchio-Nuovo Mondo, era anche questo sì, possibile.

Ma si farebbe prima a dire che cosa Thor non fu: un uomo banale e ordinario. Perché il resto lo fu, e lo sperimentò tutto: archeologo antropologo botanico giornalista scrittore hippy fotografo esploratore regista. Inquieto, irrequieto, curioso. Se è esistito nella storia un uomo degno di incarnare l’Ulisse dantesco  «… ma per seguir virtute e canoscenza», questo non può che essere che Thor.

In più, per lo struggimento degli invidiosi, era bellissimo e fu da bellissimo vecchio che salutò il mondo. Bastian contrario; e solido, sicuro, ma al contempo così umile e semplice da non voler radici, da amare il mondo, gli uomini, la meditazione regalata da quelle colline liguri affacciate sul mare, le stesse di Francesco Biamonti. Così illuminato da pensare, già qualche decennio fa, che il mondo, e la sua gente, sono dei patrimoni da difendere. E che non debbano esistere confini, barriere, limiti, chiusure, se non nei pregiudizi degli uomini più gretti.

Bruno Barba


malinovskiSradicato e coraggioso, complesso e sottile. Sensibile, anche troppo. E poi polacco, ma cosmopolita,  costretto, di fatto a vivere un’identità europea – anzi prettamente inglese – che chissà quanto voleva condividere. È Malinowski, l’eroe in pantaloni e camicia bianca, impeccabile tra quegli “Argonauti del Pacifico Occidentale” che ritrasse nelle loro vesti, nei loro vezzi e nelle loro manie nel libro cardine, e più rivoluzionario, dell’Antropologia mondiale. Ma, potrebbe essere anche Conrad, ossessionato e insieme attratto dall’Orrore da quel “Cuore di tenebra” che entrambi esplorarono, senza limiti e paure, con profondità e angoscia.

Si conoscevano i due, l’antropologo Bronisław, l’uomo dei diari, dei taccuini, di quell’osservazione partecipante (andare là, farsi selvaggio, “vedere con i propri occhi”, dialogare con gli informatori, e poi tornare, e scrivere) che divenne, da quel lontano 1914 – “Argonauti” uscì poi nel ‘22 – un dogma, forse l’unico della ricerca sul campo; e Joseph della follia, del mare e dalle linee – molte – d’ombra.

Si deve a James Clifford e al suo profetico “I frutti puri impazziscono” l’accostamento tra i Diary dell’antropologo, pubblicati postumi nel 1967 e l’Heart of darkness dello scrittore: due veri sfoghi, personali, emotivi, soggettivi, autoreferenziali, e quindi assai diversi tra loro, ma che sanno raccontare la diversità, lo “spaesamento”, la difficoltà dell’incontro.

In fondo Malinowski, nelle sue opere, finché non vennero scoperti questi diari, che erano scritti per lo più in polacco e non erano evidentemente destinati alla pubblicazione, aveva trattato fin troppo bene i suoi Trobriandesi: “suoi” perché ogni antropologo ha “posseduto”, gelosamente, una popolazione, oppure una sfera di studio.

Affidabile e solida la sua analisi, attendibile, autorevole. Il suo studio del “kula”, lo scambio cerimoniale di bracciali e collanine tra gli isolani del Pacifico, scandito dal principio della reciprocità, è un’intuizione che resta, tanto negli studi sociali, quanto nel nostro, quotidiano immaginario collettivo.

Si commercia per stabilire relazioni prima ancora che per comprare, o vendere.  E poi la metafora organica, il trattare la società come un corpo, nel quale ogni segmento ha una propria “funzione”, ecco il “Funzionalismo”: corrente del pensiero e metodo di indagine tutt’ora prezioso. Generazioni di studenti ne hanno amato la chiarezza espositiva, la sua ricerca della verità, magari semplificandone un po’ la statura

Poi, a 25 anni dalla morte, avvenuta nel 1942, la pubblicazione postuma – in italiano porta il titolo “Giornale di un antropologo” – mise in discussione questo presunto mito. Eccolo il disagio di “essere là” e di agognare la casa; eccolo l’altrove che corrompe, l’inaspettata intolleranza nei confronti dei nativi, qua e là persino la volgarità verso le donne, e poi la depressione e l’angoscia. Riecheggia lo “sterminate quei bruti” del colonnello Kurtz: è una lotta ai confini della civiltà, la stessa di Conrad. Ma Bronisław era, in primis, un uomo, né migliore, né peggiore di tanti altri.

E a ben pensarci, strano che nessun regista hollywoodiano non ci abbia ancora pensato: a un film che veda protagonista un etnocentrico biondo britannico, solido e distaccato, che si lasci coinvolgere, nel bene e nel male, dal “contatto”. A metà strada tra un ingenuo entusiasmo per l’altro e un temperato, realistico, rifiuto. “L’orrore, l’orrore”.

Bruno Barba

Carmen MirandaPuò il kitsch andare a braccetto con l’austero e l’elegante? Può la sottile, intellettuale autoironia sposarsi al popolare? E può soprattutto una biondina portoghese diventare credibile nella parte della mulatta afro-brasiliana? Maria do Carmo Miranda da Cunha, in arte Carmen Miranda, tutto poté, in quegli Anni Trenta, tra Rio e New York. 

Costume da baiana, largo, ampio e già sexy;  bracciali e collane di perline, un grande turbante colorato a raccogliere i capelli; banane e ananas tropicali fieramente esibiti come gioielli, immagine tanto esotica quanto (divenuta) familiare, e imitata, nell’iconologia della star internazionali.

Appena nata nel 1909, figlia di un barbiere e di una lavandaia, Maria do Carmo sbarcò in una Rio de Janeiro povera e fervente, portoghese, negra e già meticcia. Il quartiere della Lapa di giorno è rispettabile, ma di notte, tra malandros, musicisti, magnaccia e, ovvio, puttane, diventa la capitale del vizio: Carmen, devota come solo sanno essere le portoghesi, appare indecisa se entrare in convento oppure aprirsi alla vita. Si aprì.

Grazie alla pelle ambrata, agli occhi verdi, vivi e tentatrici, ai seni prosperosi, ai fianchi larghi, alle gambe ben robuste, e vabbé che importa l’altezza… Per diventare un’icona del proprio Paese, un modello d’esportazione, contano di più quel coraggio che hanno le popolane, quella intraprendenza da povero, quella sfrontatezza che vince la timidezza e la fame – in luoghi che non sono il Brasile chiamano queste virtù diversamente –  contano gli incontri, con musicisti, mentori, impresari.

Conta il fatto che questo Paese, meraviglioso e contorto ama se stesso visceralmente, e il proprio Carnevale ancor di più. Carnevale del 1930, ecco le marcette Iaiá Ioiô e Taí; 1932, esordio al cinema, con un documentario naturalmente sulla festa più popolare del mondo: Carmen diventa Carmen, a pequena notavél, la “notevole piccoletta”, soprannome che l’accompagnò per sempre.

Bella vita, bei posti – Copacabana in primis – una vita di lustrini, di grandissimi, immortali successi per lo più di Ary Barroso – No tabuleiro da baiana (“Nel vassoio della baiana”), Quando eu penso na Bahia (“Quando penso a Bahia”), Na baixa dos sapateiro (“Nella strada dei calzolai”) e, soprattutto, O que é que a baiana tem? (“Che cos’ha di speciale la baiana”), quest’ultima del grande Dorival Caymmi e, inutile dire, di tumultuosa infelicità affettiva.

Lo schema delle canzoni è ripetitivo ma accattivante, i refrain sono i padri dei tormentoni dei nostri giorni: un’enumerazione di riti, di abiti e piatti tipici, con sullo sfondo una coppia di mulatti, maschio e femmina, con tante rime in ioiô e iaiá, espressioni che si usavano a Bahia fin dai tempi della schiavitù. Ecco l’America: ci vuole sempre l’America perché una cosa sudamericana – il tango, per esempio, la bossa nova – diventi famosa, e “spacchi”.  

Negli States Carmen, starlette periferica, diventa la South American girl, la Brazilian bombshell, incarna un Brasile – e una Rio – nei quali in realtà si riconoscono in pochi. Insieme al pappagallo Zé Carioca, suo compagno di cartone, creazione disneyana, Carmen diventa la cartolina dell’alleanza con gli Stati Uniti di Roosevelt (c’era una guerra, e che guerra, in corso).

E già, ci voleva Walt Disney per rendere Copacabana e Carmen dei must internazionali. Nei film Saludos Amigos del 1943 e Os tres caballeros del 1945 Donald Duck danza e interagisce con Zé Carioca  e Carmen Miranda sulle note di Aquarela do Brasil di Ary Barroso: passi di samba che valgono più di mille saggi di sociologia, di mille racconti o reportage.

La celebrazione della malandragem carioca, del gusto della cachaça e della vita, il samba, il tracciato ondulato del marciapiede in pietra portoghese dell’Avenida Atlântica rendono famosa, appetibile, charmosa Copacabana.

Eppure la sua americanizzazione non poteva piacere a un Brasile ancora provinciale e come sempre oscillante tra orgoglio e senso di colpa: troppo folclore, troppa patina, troppi lustrini. L’astro della diva declinò precocemente, tra dolori, amarezze e amori infelici, fino alla morte, avvenuta a Los Angeles, nel 1955.

Il tardivo pentimento – con un milione di fan per l’Avenida Rio Branco di Rio a donare un commovente ma inutile abbraccio collettivo –  non poteva più lenire il dolore per un omaggio che tanto avrebbe agognato in vita. Di lei resta però il calore, e il colore, di una stagione di gloria e di felicità irripetibile per Rio, Bahia, il Brasile tutto…

Ciao, Carmen, e poi un  giorno  dicci per favore O que é que a baiana tem, quel che davvero ha la baiana di così speciale…

Bruno Barba


gianni breraC’era una volta il calcio e il suo Omero. Che ebbe una vita avventurosa, scrisse diversi libri e anche migliaia di articoli per il Guerino, la Gazzetta, la Repubblica. Lo “spezzatino” era un secondo con patate, e non una maniera per definire il calendario settimanale delle partite.

Alle 15 e 30 iniziava Tutto il calcio minuto per minuto e il risultato del primo tempo lo potevi sapere soltanto se eri lì, al freddo, sugli spalti. Le 19 l’ora fatidica per vedere un tempo (un tempo, e neanche tutto!) della migliore partita della domenica.

Iniziava tutto – tutto –  la domenica alle 14,30, in pieno inverno, alle 15 un poco più in là, all’apparire della primavera, fino alle 16,30 dell’estenuante estate che regalava i verdetti finali. Anni Sessanta, Settanta, Ottanta, era il Campionato, quello con la C maiuscola, quello della Miano in cima all’Europa prima che qualcuno se la bevesse, di “Milan e Benfica che fatica”, di “Eravamo in centomila…” , di “Luci a San Siro” .

A descrivercelo c’erano veri campioni, della radio o della tv: Ameri, Ciotti, Carosio, poi Martellini e un giovanissimo Pizzul. Ma l’aedo della carta scritta – e sì che ce n’erano tanti di scrittori prestati al giornalismo – fu, indiscutibilmente Giuàn Brera fu Carlo: forza espressiva e violenza epica di un narratore orale. Grazie a loro, grazie soprattutto a lui, l’immaginazione dei bambini, appena diventati in grado di leggerlo, si trasformava in passione vera e fatale. Irrimediabile.

“Mago” della penna, il padano di San Zenone Po ci rendeva l’estraneo familiare, ci spiegava il mistero, ci chiariva la leggenda, la trama oscura, unendo cronaca e letteratura, gesti atletici e mito. Come ci manca oggi questo inventore di un linguaggio che univa dialetti e riferimenti letterari, latinismi e stravolgimenti onomastici, immagini espressive e metafore immortali.

Teniamoci forte e non facciamoci struggere dalla nostalgia: Rivera era l’Abatino, Riva Rombo di Tuono, Baresi il Piscinin, Boninsegna Bonimba. E poi c’erano Schopenhauer Bagnoli, Accaccone (da H.H) Helenio Herrera e Accacchino (idem)  Heriberto Herrera: e  chissà oggi, se avesse potuto vedere  Donnarumma, Cassano, Gabigol e le loro gesta.

Certo, “quel Campionato”  veniva descritto senza che questi grandi, tra cui il nostro “sommo”, si mettessero in discussione. Oggi potremmo dire che l’ottica fosse  “etnocentrista”, determinista, in alcuni casi addirittura razzista, con giudizi perentori, e teorie anche biologico-evoluzioniste.

Brera fu un “leghista” ante litteram, esaltatore della razza padana, secondo lui antropologicamente superiore a tutte le altre. Dati i tempi – quelli di allora, non di adesso –  lo si può perdonare: tra le altre, divertenti ipotesi,  sosteneva il primato del calcio “mandrogno”, ovvero alessandrino, citando grandi campioni quali  Balonceri, Ferrari, lo stesso Rivera, nati proprio tra il Tanaro e la Bormida.

Di lui ci manca ancora e ci mancherà sempre  lo spessore lirico, come quando scrisse a Gigi Riva infortunato: “Hai dunque regnato, Brenno ed ora la penisola brulica di vindici Camilli. Se non sei nella polvere, torna impetuosamente fuori…”

O quando, obtorto collo, santificò Dieguito: “Maradona è un divino scorfano con i drammi secolari del crollo: le sue labbra tumide e amare mi danno disagio e mi aiutano a non invidiarlo… ma ha ridato dignità inventiva e gestuale anche alle mani posteriori, divenute volgarissimi piedi da qualche milione di anni.“

Altro che questionare e accapigliarsi con altri giornalisti tifosi, parlando dei sei scudetti della Juve che però non vince le Champions, del lontano triplete dell’Inter, della Roma e del ponentino, del Napoli che gioca bene e che non vince mai e del Milan ritrovato.

E adesso che sta partendo questo campionato (con la c minuscola) 2017-2018, e i giornalisti improvvisano articolesse sulla “griglia di partenza”, su chi ha fatto la miglior campagna acquisti, sui pronostici d’agosto, insomma, varrebbe la pena rileggere quanto scrisse nell’”Arcimatto”, tra i suoi libri meglio riusciti: “Gli imperativi categorici del calcio sono: primo non prenderle (oh yes, sir); centrocampo dotato di fondo atletico; punteros (due o meglio tre) agili e coraggiosi. Se tutto il gioco d’impostazione lo fai fluire al centro, riduci l’angolo piatto del fronte (180°) a un angolo inferiore a 90°. E le signore punte fanno il piacere di rientrare – dopo ogni azione – al centrocampo”.

Allora, ai tempi di Brera (a proposito, 1919-1992), di questo si parlava e così si scriveva, quando Internet, Facebook e Instagram ancora non li avevano inventati.

Bruno Barba