Non sempre le battaglie per i diritti civili sono combattute con la giusta rabbia di chi si sente discriminato. Non sempre le rivendicazioni sono accompagnate da pugni chiusi e visi contratti dalla disperazione.

Alle volte l’attivismo può avere il sorriso dolce di una donna innamorata, lo sguardo fermo di un uomo di poche parole che ama la sua donna incondizionatamente.

Fu così per Mildred e Richard Loving. Lei nera, lui bianco. Lei casalinga, lui muratore. Due persone semplici, che semplicemente volevano condurre la loro vita come marito e moglie in un paese che non glielo permetteva per questioni razziali. Nel 1958 nella Contea di Caroline in Virginia, infatti, i matrimoni misti erano proibiti, così come in altri 17 stati americani. Per sposarsi la coppia decise di andare a Washington DC, ma questo non impedì, una volta tornati a casa, il loro arresto, perché quel matrimonio non era valido e la loro convivenza era “contraria alla pace e alla dignità dello stato”.

Liberati su cauzione, seppero che avrebbero potuto evitare la prigione soltanto rimanendo lontani dallo Stato della Virginia per venticinque anni. Costretti all’esilio, resistettero cinque anni lontani da casa, dalle loro famiglie e dagli amici, ma la nostalgia e l’ingiustizia erano troppo dolorose da sopportare. Contattarono un’associazione che combatteva per i diritti civili, la American Civil Liberties Union e il loro caso “Loving vs Virginia” partito da un tribunale locale giunse fino alla Corte suprema degli Stati Uniti.

Mildred e Richard affrontarono con determinata pacatezza l’iter processuale, che ebbe un’enorme risonanza mediatica anche per merito di un servizio fotografico di Grey Villet pubblicato da Life la più importante rivista illustrata americana, che ritrasse la coppia con i suoi tre figli nella loro intimità domestica, mettendo in luce il loro amore, la loro vita quotidiana. Quelle immagini parlavano di una lotta senza rabbiosa contestazione, raccontavano come i Loving fossero una famiglia come tutte le altre, che doveva avere gli stessi diritti di tutte le altre.

“Mr. Cohen, dica in tribunale che amo mia moglie e che è ingiusto che io non possa vivere in Virginia insieme a lei”, fu questo, semplicemente, il messaggio che Richard diede al suo avvocato quando gli fu chiesto se aveva dichiarazioni da fare prima della sentenza.
Il 12 giugno 1967 la Corte Suprema stabilì che il divieto di celebrare matrimoni misti era incostituzionale e contrario al quattordicesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che ribadisce pari diritti agli ex schiavi dopo la Guerra di secessione.

Un amore cambiò per sempre la costituzione americana.

Alle volte, però il destino non è magnanimo con chi ha già sofferto tanto. Richard morì pochi anni dopo, a causa di un incidente causato da un autista ubriaco. Mildred non volle mai risposarsi.

Cosa ci si può aspettare da una dichiarazione d’amore che avviene davanti a una tomba? Ambiente quantomeno insolito e terribilmente “romantico”, ma che di per sé non sembra di buon auspicio, e nei fatti che accadranno ai protagonisti di questa storia, non lo sarà per nulla.

Il 26 giugno 1814 il cimitero di  St. Pancras, a Londra, diviene testimone muto di uno degli amori e delle avventure intellettuali più anticonvenzionali e rivoluzionarie d’inizio Ottocento.

La tomba è quella di Mary Wollstonecraft, intellettuale, scrittrice e femminista, morta il 30 agosto 1797 dando alla luce una bambina che prenderà il suo nome, figlia nata dal legame con  William Godwin, il più famoso filosofo radicale (e romanziere) dell’epoca.

Lì, proprio davanti al suo sepolcro, Percy Bysshe Shelley, rampollo ventiduenne di una nobile famiglia inglese e poeta, che ha già alle spalle alcune pubblicazioni in prosa e in poesia e una serie di comportamenti scandalosi sia nella sfera religiosa che in quella privata, trova il coraggio di aprire il suo cuore a Mary  Wollstonecraft  Godwin, nonostante sia sposato con Harriet Westbrook, dalla quale ha già avuto due figli.

Un amore prepotente, forte non solo di passione ma anche e soprattutto di comuni interessi, un amore nato tra le conversazioni e gli scambi di letture che avvenivano nel salotto di casa Godwin.

Un amore che conduce la coppia clandestina, dopo un solo mese, a decidere l’irreparabile: Percy e Mary fuggiranno infatti da Londra il 28 luglio 1814 insieme a Jane, sorellastra di Mary, figlia della seconda moglie di Godwin, Mary Jane Clairemont. Si dirigono a Calais e di lì in Francia, poi in Svizzera, Germania, Olanda. I due tengono un “diario di bordo”: scrivono, alternandosi, un Giornale
Dopo due decenni di guerre devastanti, le frontiere sono riaperte al flusso dei viaggiatori, che trovano scenari spaventosi e situazioni di estremo disagio.  In Francia, da poco messa a ferro e fuoco dalle truppe cosacche che inseguono le armate napoleoniche in ritirata, i tre giovani fuggiaschi s’imbattono in problemi d’ogni tipo: poco e pessimo cibo, luridi e scomodi alloggi, popolazioni abbruttite dalla guerra, scarsi mezzi finanziari, fatica (viaggiano a piedi, a dorso di mulo, a cavallo, in barca, noleggiano una voiture con un vetturino che però spesso li abbandona impaurito dalla guerra costringendoli a cercarlo e a inseguirlo a piedi). Alla fine dell’estate il terzetto  ritorna in Inghilterra. Mary inizia a scrivere Hate (Odio), un’opera rimasta ancor oggi ignota. La situazione finanziaria di Shelley precipita; è costretto alla clandestinità per evitare la prigione. Verrà più tardi giudicato dal tribunale per amoralità e ateismo. Seguono mesi di miseria e la separazione da Harriet. Per sollevare le precarie condizioni economiche in cui vivono, Mary e Percy pubblicano un libro scritto a quattro mani, Storia di un viaggio di sei settimane, basato sulla loro fuga del 1814 in Francia, Svizzera, Germania e Olanda.

Nel novembre si unisce alla compagnia Tomas Jefferson Hogg, compagno di università di Shelley, espulso insieme a lui da Oxford in seguito alla pubblicazione, da parte di Shelley, del pamphlet Necessità dell’ateismo. Hogg si innamora di Mary e nasce una sorta di ménage à trois, una prova della “romantica” affinità che unisce i tre amici spiritualmente. Il 22 febbraio 1815 nasce la prima figlia di Mary e Percy. Hogg assiste Mary la notte del parto e rimane con lei anche il giorno dopo. Alla morte del nonno di Shelley, che lascia una cospicua eredità, la coppia si libera dalla miseria in cui viveva, tuttavia il sollievo per l’insperata tranquillità economica viene presto distrutto da un nuovo lutto che funesterà l’intera vita di Mary: il 6 marzo 1815 trova la bambina morta, al mattino, nella sua culla. Nel corso degli anni a venire altri tre figli della coppia moriranno in età infantile, soltanto uno, Percy Florence, nato nel novembre 1819, sopravviverà alla madre. La sorellastra di Mary, che ora si fa chiamare Claire, inizia una relazione con Lord Gorge Gordon Byron che si è nel frattempo stabilito in Svizzera, dove si trasferiscono anche Mary, Claire e Percy, a Mont Alègre, vicino a Ginevra. Qui, a metà giugno 1815, iniziano le letture dei racconti di fantasmi e le discussioni sui “Principi Vitali”, che porteranno alla composizione di Frankenstein.

Nel 1816, l’anno che non conobbe estate per le conseguenze climatiche dovute all’eruzione del vulcano Tambora nell’isola indonesiana di Sunbawa, una terribile sequenza di lutti funesta la vita del gruppo: in ottobre Frances detta Fanny, sorellastra di Mary (prima figlia di Mary Wollstonecraft e dello scrittore americano Gilbert Imlay, nata nel 1794) si toglie la vita con una dose di laudano, probabilmente perché anch’essa innamorata di Shelley e gelosa di Mary; in dicembre giunge la notizia della drammatica morte di Harriet, che si è uccisa gettandosi nel laghetto Serpentine di Hyde Park (incinta di un altro uomo, lasciando due bambini).

Sarà a Frankenstein, pubblicato nel marzo del 1818, opera prima anonima con una prefazione di Shelley, a cui Mary affida il suo carico di morte: in essa sfoga, e insieme distanzia, il proprio “indicibile dolore”, dolore che impregnerà anche il romanzo breve Mathilda, a cui lavorò nel 1819, sostanzialmente una biografia romanzata. I tre personaggi sono Mathilda (Mary), il Padre (Godwin) e il Poeta (Shelley). È la storia dell’impossibile e colpevole desiderio del padre, ovvero di un desiderio di incesto. La scrittura è ancora attività riparatrice, di rammemorazione e risarcimento. Sfogo, ma soprattutto distacco. Si ripete per Mathilda la stessa situazione della fiaba Pelle d’asino in cui un re vuole sposare la bella principessa sua figlia, poiché ha perduto la moglie al momento della sua nascita. Nel romanzo di Mary Shelley, però manca l’happy end.

Sempre nel marzo 1818 la coppia riprende il suo girovagare, arriva a Calais insieme alla sorellastra di Mary, Jane, che ora si fa chiamare Claire Clairemont; nel settembre i tre arrivano a Venezia, dove muore la figlia Clara, di appena un anno, in conseguenza – almeno nei rimorsi di Mary – dei disagi dovuti al disastroso viaggio imposto da Claire per raggiungere Byron nella città lagunare. Il viaggio continua e a Roma, nel giugno del 1819 muore anche il figlio William, di tre anni, di malaria, mentre Mary è di nuovo incinta di Percy Florence. Nel giugno 1820 sono a Livorno, poi a Bagni di Pisa. In Toscana faranno nuovi incontri: Emilia Viviani, per la quale Shelley nutrirà una passione platonica, Jane e Edward Williams, una coppia di espatriati che si uniscono al circolo pisano degli Shelley. Percy si invaghisce perdutamente di Jane. L’anno seguente avverrà l’epilogo, la tragica conclusione di tanti eventi tragici e luttuosi: nell’aprile 1822 Allegra, la figlia di Claire e di Byron, muore di tifo. Mary, che è di nuovo incinta, ne è profondamente sconvolta, e subirà un aborto spontaneo.

Ma è l’estate che riserva il destino più atroce: gli Shelley sono a Lerici con gli amici Williams. Il 1° luglio Percy ed Edward salpano verso Livorno con la loro barca a vela (Ariel) per incontrare l’amico Hunt. Faranno naufragio e non arriveranno mai a destinazione, il 18 luglio  i loro corpi vengono restituiti dal mare sulla spiaggia di Viareggio. Mary si ritrova sola, vedova, a soli 25 anni. Due anni dopo morirà anche Byron, in Grecia dove si è recato per partecipare all’insurrezione greca contro i Turchi. Non partecipò a fatti d’arme, morì di febbre reumatica o di meningite. Mary scrive: “Sono nella stessa situazione di una persona anziana: tutti i miei amici sono morti”, una condizione che porterà alla scrittura del romanzo The last man che narra di un’epidemia che si diffonde su tutto il globo terrestre e l’umanità soccombe. Sopravvivere per Mary è il destino più atroce, destino che è stato del resto il suo fin dalla nascita, nascita che non divenne, come i genitori si aspettavano, “the offspring of love”; la sua venuta al mondo coincise, invece, con una tragedia: la morte della madre, colpita da febbre puerperale. Evento che rese la vita della piccola Mary “più romantica d’ogni possibile romanzo” come ebbe a dire lei stessa, e che la condizionò fortemente. Mary dovrà infatti, per tutta la sua esistenza, fare i conti con il terribile presagio di quella morte iniziale che segnò ogni suo possibile sviluppo e di conseguenza, la sua opera letteraria. Frankenstein è giocato, per una gran parte, attorno alla metafora ossessiva della sua nascita (la vita che sfocia nella morte e la morte che dà la vita) e questo stesso tema è sotteso anche nelle altre sue opere. In Frankenstein si tratta dell’ossessione della nascita del mostro, in Mathilda dell’ossessione della morte della madre e dell’incesto da parte del padre e in The last men dell’ossessione dell’estinzione catastrofica di tutto il genere umano.

Tutti sono morti intorno a lei, a volte le sembra di avanzare, colpevole, in un deserto, come appunto accade all’ultimo uomo, palese ritratto di Shelley, del suo ultimo romanzo.

Josephine Verstille Nivison nasce a Manhattan nel 1883 da una famiglia anticonvenzionale (la madre è uno spirito libero, il padre un musicista) e trascorre un’infanzia felice. Conseguito il diploma da maestra, decide però di dedicarsi all’arte e si iscrive alla New York School of Art con l’intenzione di diventare una pittrice.

Già nel 1914 i suoi dipinti vengono esposti in una mostra collettiva che raccoglie opere di Man Ray, tra gli altri, e nel 1922 la sua fama è cresciuta al punto da permetterle di esporre assieme a nomi quali Modigliani, Picasso e Magritte.

Come mai, allora, non conosciamo questa pittrice? Come mai nei musei non troviamo i suoi dipinti?

La risposta è una sola: perché proprio mentre stava per spiccare il volo, Josephine, nell’estate del 1923 conosce Edward Hopper. Lei è una donna già matura, ha 40 anni, lui ha un anno di più.

I due artisti diventano amici inseparabili, lavorano fianco a fianco. Edward è già piuttosto noto come illustratore, ma, proprio dietro consiglio di Jo (così la chiamerà sempre), inizia a lavorare con l’acquerello. È sempre lei a suggerire agli organizzatori di una mostra al Brooklyn Museum di invitare anche lui ad esporre. Le sue opere piacciono e il museo ne compra una: erano ben dieci anni che non vendeva nulla. Questo successo finalmente permette a Hopper di considerarsi un vero artista. Nell’estate del 1924 Edward e Jo si sposano.

Considerati i due caratteri del tutto opposti, lui taciturno, solitario e malinconico, lei vivace emancipata e libera, lui ama il silenzio e la natura, lei la città e la compagnia, si sarebbe potuta prevedere, per questa unione, una breve durata.

Invece, nonostante forti e continui conflitti, la coppia resiste fino alla morte di Hopper, avvenuta nel 1968. Jo diventa la sua musa, la sua sostenitrice più convinta, posa per lui, unica e insostituibile modella dei quadri che tutti conosciamo e amiamo, e allo stesso tempo, però, abbandona pennelli e colori per dedicarsi solo a lui.

Con il matrimonio, dunque, la passione di Jo per la pittura viene progressivamente messa da parte, la sua vita cambia al punto da farle dimenticare il suo talento a favore di quello del marito, che non fa nulla per incoraggiarla a continuare a dipingere. Edward non solo sottovaluta le esigenze e le ambizioni di Jo, disprezzando le sue doti, ma arriva adddirittura a ostacolarne la carriera. Geloso, depresso, insicuro, irascibile, ossessionato dalla riservatezza sulla sua vita privata, a poco a poco la isola dagli amici e dai conoscenti.

Un sodalizio dunque diverso da ciò che poteva apparire, quello degli Hopper, a giudicare dalla struggente tela Due commedianti, nella quale il pittore si ritrae sulla ribalta di un teatro, con la moglie, in abiti di scena, nell’atto di salutare il pubblico durante gli applausi finali. Di una commedia, la commedia della loro vita, si tratta o di una tragedia? Se dobbiamo credere a quanto emerge dalla lettura del libro di Gail Levin, Edward Hopper. Biografia intima (Johan &Levi, 2009) che ha utilizzato stralci del diario di Jo, la sua vita è stata segnata da grandi rinunce: in primis quella a una carriera artistica che si annunciava promettente, ma non solo. Gli Hopper non ebbero figli perché, e sono parole di Jo, “sarebbe stato orribile se ne avessimo avuti”: Edward era geloso perfino del suo gatto, non tollerava le attenzioni che gli riservava Jo. Dopo venticinque anni di un matrimonio tanto tormentato lei scrisse al marito: “meritiamo la croix de guerre, una medaglia per esserci distinti nella battaglia”; clamorose e violente le loro liti, che avvenivano anche in pubblico o perfino in mezzo alla strada, spesso perché Edward non le permettava di guidare l‘automobile.

Naturalmente non si può, e non si deve, giudicare una relazione tra coniugi di cui ignoriamo le dinamiche profonde e gli equilibri che comunque si vengono a creare e non possiamo liquidare esclusivamente come vittima una donna colta ed emancipata come Jo senza conoscere le motivazioni che l’hanno portata ad accettare tutto questo. Vero è, però, che molte donne come lei si sono trovate a vivere situazioni simili, penso ad esempio ad Anna Banti, che ha rinunciato ad una brillante carriera come critica d’arte non sentendosi all’altezza del marito, il grande Roberto Longhi, o forse temendo di oscurarlo, chissà, e ha preferito dedicarsi alla scrittura.

Perché queste donne non si sono ribellate, perché hanno accettato di rimanere in ombra, per non offuscare l’uomo che amavano, oppure per sostenerlo e incoraggiarlo favorendone il successo?

Può l’amore portare a questo? Ma soprattutto: questo è amore?

 

 

Avevano 17 anni quando si sono incontrati, come succede a quell’età, quasi per caso, in uno dei bar ritrovo dei ragazzi di Sarajevo, che nel 1985 era una tranquilla città immersa nel verde e bagnata dalle acque del fiume Miljacka. Una città dove convivevano pacificamente comunità religiose diverse, chiese e moschee una vicina all’altra.

Admira e Boško, otto anni dopo, nel 1993, stanno vivendo il loro amore, che nel frattempo è cresciuto diventando, da una storia adolescenziale, una relazione importante, in una città completamente diversa, lacerata dall’odio etnico e religioso, una città devastata dai cecchini che sparano dall’alto dei palazzi e delle montagne circostanti sui passanti, mietendo ogni giorno decine e decine di vittime innocenti. Ma per loro, lei musulmana e lui cristiano ortodosso, figli di comunità divenute nemiche, la differente appartenenza non rappresenta un ostacolo, sono decisi e determinati a rimanere insieme, costi quel che costi.

Nel mese di maggio di quell’anno, la guerra nell’ex Jugoslavia dura già da un anno, Admira e Boško abitano insieme nella casa dei genitori di Admira, nel settore musulmano della città. Ma immaginarsi e costruire un futuro in quella terra devastata dalle bombe, avvelenata dalla violenza fratricida è impossibile. Per questo decidono di fuggire, però prima Boško vuole andare dai suoi, nel quartiere serbo, per stare un po’ con loro e poi finalmente partire, per sempre.

Per raggiungere il quartiere dove vivono i genitori del ragazzo, però, bisogna attraversare il fiume che divide la città, passando sul ponte Vrbanja che collega il quartiere Grbavica con quello di Marin Dvor, un passaggio obbligatorio, inevitabile.

È 18 maggio 1993, quando i due giovani tentano il tutto per tutto e insieme, mano nella mano, percorrono i pochi metri di quella “terra di nessuno” controllata a vista dai cecchini.

Dopo pochi passi, una pallottola colpisce Boško alla testa. Cade a terra in fin di vita. Altri colpi, sparati dall’alto, raggiungono Admira, ma lei non muore subito. Ferita, raccoglie tutte le sue forze e si trascina verso il suo amore, lo abbraccia, riversa su di lui esala l’ultimo respiro, come in una tragedia Shakespeariana. I loro corpi , uno sull’altro, rimangono abbandonati al sole per sette giorni, finché le famiglie riescono ad ottenere l’assenso dei belligeranti a un cessate il fuoco per poter dare loro sepoltura.

Questa storia d’amore e morte, inaccettabile nella sua crudeltà, è divenuta subito il simbolo della tragedia bosniaca che ha causato tanto dolore e tanti, troppi lutti.

Ora la loro storia è diventata anche il soggetto di uno straordinario ciclo pittorico dell’artista serbo Safet Zec, intitolato “Abbracci”, che ha trovato spazio, in questi mesi della Biennale d’Arte di Venezia, nella Chiesa della Pietà, in Riva degli Schiavoni, a Venezia.

Cinquantasette opere di diverse dimensioni, alcune grandi come pale d’altare, dipinte utilizzando varie tecniche dall’olio su tela alla tempera su carta e poi su tela, alla tempera e carta su tela. In ognuna due figure ferite si stringono in abbraccio, appunto, trasmettendo a chi le guarda un dolore immenso ma anche una forza infinita che è quella dell’amore indistruttibile, vera forza che fa girare il mondo.

Sono nato a Denver, Colorado, nel 1911, in una fabbrica di maccheroni, che è proprio il posto giusto in cui un uomo della mia stirpe possa prendere la prima sculacciata, dato che i miei erano contadini italiani. Mia madre è nata a Chicago, ciò che fa di me un americano quanto basta. Mio padre fu molto felice alla mia nascita. Così felice che si sbronzò e rimase sbronzo per una settimana. E allo stesso modo, negli ultimi ventun anni, ha continuato a celebrare il mio avvento.”

A presentarsi così, in una lettera indirizzata all’illustre e potente critico letterario Henry Louis Mencken, direttore di The American Mercury è un giovanissimo John Fante. Per impressionare colui che diventerà il suo editor, mentirà sulla data di nascita, posticipandola di due anni. La lettera è datata 7 agosto 1932 e risponde alla richiesta di una breve nota biografica da utilizzare per la pubblicazione del suo primo racconto, Chierichetto.

Da queste poche righe emergono già prepotenti sia la personalità dello scrittore che alcuni dei suoi temi narrativi più forti, e due dei personaggi che renderanno indimenticabili i suoi romanzi: il padre Nick e la madre Maria. E già si intravede il suo stile provocatorio, venato di un sarcasmo amaro, di una cruda autoironia, rivelando  la sua innata tendenza  alla spacconata.

Attraverso i suoi alter ego, Arturo Bandini (protagonista dei romanzi Aspetta primavera, Bandini, 1938; La strada per Los Angeles, 1936 pubblicato postumo nel  1985; Chiedi alla polvere,1939 e Sogni di Bunker Hill, 1982)  e Henry e Dominic Molise (La confraternita dell’uva, 1977; A ovest di Roma, pubblicato postumo nel 1985; Un anno terribile, pubblicato postumo nel 1985) raccontò, utilizzando sempre spunti dichiaratamente autobiografici, la vita degli italo-americani di prima e seconda generazione, la  povertà, il desiderio di riscatto, le bevute epiche e caciarone, le umiliazioni, le dinamiche tragicomiche di famiglie litigiose e chiassose sempre al limite – spesso valicato – della rissa, i parenti ingombranti e gli amici rumorosi e invadenti, un padre ubriacone e puttaniere e una madre-madonna fervida credente  e devotissima al figlio scrittore.

John Fante, infatti, nasce l’8 aprile 1909 (e non nel 1911!) in Colorado, da una famiglia di immigrati italiani, anzi abruzzesi: il padre Nick, originario di Torricella Peligna, in provincia di Chieti, era muratore; la madre Maria era nata a Chicago da genitori italiani. Trascorre un’infanzia poverissima a Boulder, frequenta scuole cattoliche e l’Università del Colorado. Nel 1932 si trasferisce a Los Angeles, con la determinazione di diventare uno scrittore, e svolge lavori di ogni genere.

Fante ha quasi immediatamente un buon successo, tra il 1938 e il 1940 pubblica  i  libri che lo portano ad essere tradotto, per esempio, anche in Italia, fin dal 1941. In quegli anni Fante viene considerato uno degli scrittori americani più interessanti. Poi, più nulla. Semplicemente scompare. Una decadenza inesorabile che lo porta ad approdare, come molti altri (Dorothy Parker, ad esempio) a Hollywood (potremmo dire, con Salinger: andò a sputtanarsi a Hollywood, ricordate il fratello del giovane Holden?) dove la sua fama come sceneggiatore percorre lo stesso iter: grande e immediata subito, poi la triste decadenza, l’alcolismo, il diabete che lo porta anche a subire, negli ultimi anni di vita, l’amputanzione di un piede.

Chi era John Fante? Era un “bellimbusto dai modi un po’ spicci e un po’ teatrali con una spudorata propensione a spiattellare fatti e sentimenti privatissimi” come scrive Francesco Durante nella sua introduzione alla raccolta di racconti Dago red, un immigrato italiano di seconda generazione.

Nel Colorado, dov’è nato, quelli come lui venivano derisi, li chiamavano WOP,  dall’acronimo WithOut Passport o Paper, oppure dalla parola Guappo. Li chiamavano anche Dago, da dago red, il vino scadente che bevevano in abbondanza: persone che pur essendo nate negli USA non erano considerate veri Americani, perché mantenevano ancora troppo forte l’impronta del loro paese d’origine.

Fante, partendo dal desiderio di uniformarsi a una realtà, quella americana, che lo respinge come diverso, giungerà all’accettazione della sua diversità che inizialmente sembra una debolezza e che invece, alla fine, dopo umiliazioni, dolori, sconfitte, sarà riconosciuta come un punto di forza. Fante ha anticipato in qualche modo la scelta che faranno molti scrittori ebrei (da Bellow a Roth a Ovadia) ma anche registi come Woody Allen, di raccontare con vena ironica e malinconica allo stesso tempo la sua gente, esibendone vizi e virtù, per dimostrare che alla fin fine, l’America può essere, anzi è, una terra come le altre (altro che “sogno americano”!) una terra inospitale dove nessuno ti regala niente e dove ti devi guadagnare tutto duramente, con sangue sudore e lacrime.

Fante spaccone, rissoso, politicamente scorretto, ha l’onestà intellettuale di dipingersi con tutte le sue contraddizioni e vigliaccherie mascherate da provocazioni, come quando si rivale su quelli che gli sembrano un gradino sotto di lui nella scala sociale: la messicana Camilla, protagonista di Chiedi alla polvere, la barista che lui umilia senza motivo, solo per il gusto di sentirsi superiore a qualcuno, ma della quale si innamorerà perdutamente, oppure, ne La strada per Los Angeles il collega, sempre  messicano, il peón più efficiente di lui che vorrebbe ridicolizzare, ricavandone invece soltanto una colossale brutta figura, oppure, arrivando al parossismo, la strage assurda e ridicola, sempre ne  La strada per Los Angeles, di granchi:

[] Tutt’a un tratto ogni cosa, ai miei piedi, prese a muoversi. [] Erano granchi! [] Avevo una tale paura che non potevo muovermi [] Di colpo sentivo crescere in me una frenesia: dovevo uccidere questi granchi, tutti quanti. [] Erano avversari degni del grande Baldini, Arturo il conquistatore. [] Sparai ai granchi per tutto quel pomeriggio [] Ci avevano provato a depormi, quei granchi dannati: avevano avuto l’ardire di cercare di fomentare una rivoluzione, e io mi stavo vendicando. []  Che cosa gli era preso che erano diventati così presuntuosi? [] Ma pensa: una nazione di granchi in rivolta. Che ardire! Dio, ero fuori di me”.

Siamo di fronte alla rappresentazione perfetta del razzismo violento e  vigliacco del frustrato, che in questi nostri tempi, ahimè, conosciamo fin troppo bene.

Fante racconta con sguardo lucido, infatti, ciò che conosce bene, benissimo, il suo “villaggio” come direbbe Cechov e facendo questo si rende universale ai nostri occhi che seguiamo le vicende dei protagonisti come se fossero le nostre.

E per questo sarà sempre inaffondabile.

 

 

 

 

 

 

 

Quella sera del 25 febbraio 1956, a una festa a Cambridge, Sylvia, giovane poetessa americana  in visita in Gran Bretagna con una borsa di studio Fullbright, c’era andata proprio per cercare di incontrare e di conoscere l’autore di quei  versi che l’avevano folgorata, letti su una rivista qualche giorno prima,  la St. Botolph’s Review. Lei, bionda, bella, spregiudicata e avida di esperienze non solo letterarie, si sentì immediatamente attratta da quel giovane alto, bello, dall’aspetto bohemienne e dai vestiti stazzonati e non troppo puliti, stella nascente della poesia inglese.

Si appartano ben presto dalla confusione della festa, lui la bacia sulla bocca, parlano per tutta la notte continuando a baciarsi finché lei lo morde, quasi famelica, sulla guancia: un morso che stilla qualche goccia di sangue e che lascia il segno per qualche giorno.

Nasce così, con un gesto violento, l’amore travolgente e maledetto tra Sylvia Plath e Ted Huges, consumato, ma si dovrebbe dire bruciato, in soli sette anni e finito tragicamente.
Un amore che nelle aspettative soprattutto di lei, doveva essere perfetto, l’amore tra due poeti, che avrebbero condiviso tutto in una relazione fusionale, fatta di passioni comuni.

Sylvia è brillante e dotata, ha di fronte a sé un luminoso futuro letterario, così come il suo innamorato. Ma Ted non sa, almeno inizialmente, quanto dolore, quali incubi e abissi si celino dietro allo smagliante sorriso americano e all’apparente vitalità  di lei. Un rapporto con la madre estremamente conflittuale, un rapporto mai risolto col padre morto quando lei era bambina, un suicidio sventato per puro caso, qualche anno prima, un aborto, una violenza sessuale, cure psichiatriche che ne seguirono, come poi narrerà nel suo romanzo La campana di vetro. Tutto ciò nascosto da un fortissimo desiderio di eccellere, di soddisfare le aspettative che molti hanno riversato su di lei e che lei stessa nutre fino allo spasimo.

Ma per il momento la loro storia d’amore non sembra riservare ombre: si abbandonano ad un rapporto totalizzante che li vedrà prestissimo convolare a nozze, il 16 giugno 1956, una data non certo scelta a caso, una data letteraria: il giorno del Bloomsday, in cui si svolge l’Ulisse di Joyce.

Entrambi scrittori nascenti, entrambi professori di letteratura e di scrittura creativa, l’anno seguente, Sylvia e Ted si trasferiscono a Northampton,nel Massachusetts, dove lei rientra alla sua Università, lo Smith College, come insegnante. Vivono per qualche tempo nella colonia artistica di Yaddo, dove Sylvia compone buona parte de Il Colosso, quello che sarà il suo primo libro, una silloge di poesie dagli spunti autobiografici, nel quale emergono i suoi fantasmi, su tutti la figura del padre e il dolore, mai risolto,  per la sua perdita prematura. Questa nuova vita però starà stretta a Ted, tanto che alla fine del 1959 la coppia tornerà  a Londra.  Il 1° aprile 1960 nasce la loro prima figlia, Frieda: tutto dovrebbe far pensare a una sfolgorante felicità, anche perché Ted si afferma come poeta e come professore.
Sylvia, invece, cerca faticosamente di conciliare l’insegnamento con la scrittura e con la gestione della sua maternità, finendo per rimanere in ombra dietro alla fama sempre crescente del marito. Rientrata in Inghilterra, la coppia deciderà di stabilirsi nel Devon, in una fattoria che nelle loro intenzioni avrebbe dovuto essere un nido di tranquillità familiare e di ispirazione creativa, e che si trasformerà invece in un cupo scenario che vedrà la fine del loro amore, del loro matrimonio e del loro illusorio sodalizio poetico.

La vita di fattoria non è come Sylvia s’immaginava, soffre di solitudine e si ritrova a fare la casalinga di campagna. Nel 1961, subirà la perdita del loro secondo figlio, nel 1962 nascerà Nicholas. I contrasti con Ted sono sempre più frequenti, la gelosia nei suoi confronti diventa ossessiva, così come l’invidia per i suoi successi letterari, tanto da spingerla, in un momento di rabbia, a bruciare i suoi manoscritti e quelli del marito. La relazione extraconiugale di Ted con Assia Wevill, una splendida  donna ebrea, traduttrice  e pubblicitaria, finirà per allontanarli definitivamente. Sylvia non reggerà emotivamente a questo, non certo il primo, tradimento di Ted, e sprofonderà in un periodo di cupa disperazione che però si rivelerà estremamente fecondo per la sua produzione poetica: nei mesi che seguono l’abbandono di Ted, nell’inverno 1962-63 Sylvia torna vivere con i figli a Londra in una casa dove aveva vissuto William Butker Yeats e, nonostante le difficoltà della sua nuova situazione di donna separata, riprende a scrivere, creando  i suoi capolavori: Ariel e il romanzo La campana di vetro.

A un solo mese dalla pubblicazione di quest’ultimo, nella notte dell’11 febbraio 1963, scrisse la sua ultima poesia, Orlo.

La donna è a perfezione.

Il suo morto

corpo ha il sorriso del compimento,

un’illusione di greca necessità

scorre lungo i drappeggi della sua toga,

i suoi nudi

piedi sembran dire:

abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno

come un bianco serpente a una delle due piccole

tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti

dentro il suo corpo come petali

di una rosa richiusa quando il giardino

s’intorpidisce e sanguinano odori

dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna

che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

Preparò del pane imburrato e due tazze di latte – la colazione per i suoi bambini – sigillò con degli stracci porte e finestre della cucina, aprì il gas e mise la testa nel forno, attendendo la morte che aveva più volte cercato, in vita.

Dopo la sua morte Sylvia divenne, inconsapevolmente, un’icona del femminismo e a Ted venne attribuita la colpa del suo suicidio, che pesò su di lui per tutta la vita, amplificata dal fatto che anche Assia Wevill, sei anni dopo la morte della Plath si suicidò, assieme alla figlia di quattro anni avuta da lui, Shura. Un destino di morte del quale Ted Huges si rifiutò di parlare per molti anni e attorno al quale fiorirono forti sospetti, primo tra tutti che, nel pubblicare gli scritti postumi della moglie curandone l’edizione (diari, poesie) avesse occultato e/o distrutto le parti per lui imbarazzanti e “accusatorie”, nascondendosi dietro la preoccupazione per la tutela dei propri figli.

Vero è che alcune lettere inedite scritte da Sylvia al suo psicanalista tra il febbraio del 1960 e il febbraio del 1963, a pochi giorni dalla suo suicidio, e rinvenute a cinquant’anni dalla sua morte raccontano di aggressioni, violenze e minacce di morte nei suoi confronti da parte di Ted.

Non è possibile e neanche giusto entrare nelle complesse dinamiche di una coppia, tantomeno di un amore malato come quello che unì Sylvia Plath e Ted Huges. Ciò che aveva da dire lui lo covò per molti anni, fino alla pubblicazione di quel complesso e sofferto “canzoniere in morte”, se così si può definire, rappresentato da Birthday Letters, libro pubblicato nel 1998 nel quale il poeta stabilisce finalmente un pubblico dialogo con il suo grande e tormentato amore.

Scriverà nella poesiaThe Rabbit Catcher: “Eri richiusa, boccheggiante, in una camera dove io non potevo trovarti, o anche solo sentirti, e tanto meno capirti”, esplicitando quell’incomunicabilità che la passione non poteva sanare né superare.

 

Era nata Rothschild, il 22 agosto 1893, a Long Branch. Nonostante la famiglia non fosse quella dei ben noti banchieri, la piccola Dorothy visse un’infanzia e una giovinezza agiata, che decise di abbandonare lasciando il New Jersey per approdare a New York nel 1917, inseguendo il sogno di diventare una scrittrice. Ma all’inizio si dovette adattare, assunta nella redazione di Vogue, a scrivere brevissime didascalie a corredo delle immagini da pubblicare nella rivista.
Frasi del tipo: “Con questo abitino rosa ci scappa di sicuro uno spasimante”.

Che sia questa l’origine della sua brevità narrativa? Nella sua lunga carriera – che la portò, oltre a scrivere per Vanity fair e il prestigioso New Yorker, anche a Hollywood dove lavorò come sceneggiatrice, devastandosi l’esistenza come accadde anche a John Fante – non scriverà mai romanzi, ma solo brevi, perfetti, racconti e caustiche, perfette, poesie intrise di quella ironia, molto vicina al sarcasmo, che la rese celebre come una delle penne più corrosive del suo tempo.

Sofisticata umorista, temutissima critica letteraria e teatrale al vetriolo negli anni Venti e Trenta del Novecento, membro dell’esclusivo circolo della Round Table che si riuniva all’Algonquin Hotel a New York, dove sedevano con lei gli intellettuali, scrittori, giornalisti e attori più famosi dell’epoca,
alcolista per niente anonima, anticonformista e donna libera, Dorothy Parker (il cognome che l’accompagnò fino alla morte lo prese dal suo primo marito, Edwin Bond Parker, sposato nel 1917, da cui divorziò nel 1928) fu spesso in prima linea, pronta a  difendere le cause che riteneva giuste, venendo  spesso derisa da chi la definiva “una comunista con il boa di struzzo” sottolineando le contraddizioni che pur la distinguevano, lei che viveva nel mondo dorato e frivolo della New York intellettuale di quegli anni.  Ma questo non le impedì di sfilare  nei cortei contro la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, di sostenere le lotte sindacali dei lavoratori, di partire per la Spagna e diventare corrispondente durante la Guerra Civile e mandando i suoi articoli al giornale di sinistra The new masses, di subire l’ostracismo durante il Maccartismo, ostracismo che le impedirà a lungo di lavorare.

Famosa per le sue battute folgoranti, con le quali riusciva a stroncare e distruggere chiunque, compresa se stessa, per i numerosi tentati  suicidi (mai davvero seriamente messi in atto: prima di tagliarsi le vene o assumere  quantità industriali  di barbiturici ordinava alla cucina dell’hotel dove alloggiava due uova alla Benedict o altro, e immancabilmente il cameriere arrivava in tempo per  salvarla), per i suoi racconti dove metteva alla berlina i tic dell’alta borghesia americana razzista, le sue ipocrisie, le falsità di un mondo che conosceva molto bene, perché ne faceva parte, femminista ante litteram, raccontava la vita delle donne senza indulgenza, ma con vera partecipazione e profondità.

Era conosciuta come la donna più spiritosa di New York, che riusciva con poche battute a mettere tutto in ridicolo, compreso il suicidio, come nella sua poesia più famosa, Resumé:

Razors pain you;

Rivers are damp;

Acids stain you;

And drugs cause cramp.

Guns aren’t lawful;

Nooses give;

Gas smells awful;

You might as well live.

 

Spiritosa anche quando, ormai distrutta dall’alcool e dalla persecuzione politica, nel 1958 andò a ritirare un umiliante premio di mille dollari che l’Istituto Nazionale Americano di Arti e Lettere destinava a “un anziano che abbia continuato a praticare la sua arte con integrità” e nel commentare il fatto che, per la prima volta, il pubblico si fosse alzato in piedi, solo per lei, in segno di omaggio, disse: “Oh, si sono alzati per me? Credevo si fossero alzati per andarsene!”.

 

Eppure la sua vita fu intrisa di tristezza e solitudine, nonostante i molti amori e i molti amici. L’alcolismo, i troppi lutti (sua madre morì che lei era ancora bambina; nel 1912 suo fratello non sopravvisse al naufragio del Titanic e un anno dopo morì anche suo padre; Alan Cambell, il suo ultimo ex marito, si suicidò), i divorzi, gli abbandoni, le traversie politiche, le frustrazioni a cui andò incontro soprattutto lavorando come sceneggiatrice per il cinema, la povertà degli ultimi anni la resero sempre più fragile e sola.

Ultimo paradosso: trascorse i suoi ultimi anni a New York vivendo con un sussidio di 75 dollari alla settimana – cifra che veniva assegnata ai disoccupati –  ma quando la trovarono morta, il 7 giugno del 1967, nella  stanza di un modesto alberghetto dove era finita a vivere, nel cassetto furono trovati assegni per migliaia di dollari mai riscossi. Mantenne la coerenza politica, però, lasciando tutti i suoi beni a Martin Luther King, designato suo unico erede.

Grande, piccola Dorothy, i tuoi occhi da cerbiatta, spaventati e aperti sul mondo, continuano a parlarci dalle fotografie che ci rimangono di te, insieme alla tua splendida scrittura.