Diego MaradonaFatta eccezione per una ristretta minoranza, le donne non amano il calcio. O meglio: non amano quel calcio amato dagli uomini. Quello della Gazza e del campionato, delle coppe che ancora non si capisce che differenza c’è tra Champions, Europa League, Coppa Italia, Super Coppa e del fuorigioco che manco loro sanno spiegarti a cosa serve. 


 

Non lo amano perché non amano l’infinita discussione sul  rigore giusto o sbagliato, i noiosissimi supplementari, la filosofia (!) degli allenatori, la sociologia (!!) delle squadre, la poetica (!!!) del bandierone e l’etica (!!!!) della fedeltà, applicata più alla zebra o alla lupa che alla propria donna.

Da ultimo, ma non per ultimo, le donne non amano il calcio perché non amano assistere alla trasmutazione fisica e mentale del proprio uomo. Il tifoso è la migliore (peggiore?) gif di un trattato di Cesare Lombroso. 

Ma come sempre nel variegato e mutevole mondo delle donne, c’è almeno un’eccezione. 


Lui: Diego Armando Maradona. 


E tutto cambia.

 

Qualsiasi donna che l’abbia visto giocare è “tombée amoureuse”, letteralmente: caduta innamorata, inciampata in qualcosa che mai avrebbe potuto immaginare.

Perché? Perché Maradona e non il “rivale” Platini o quel gran pezzo di figo di Rummenigge? 


Hanno vinto di più,  sia in squadra sia a titolo personale, ed erano forti, fortissimi e decisamente più bellocci.

Ma Diego era un’altra cosa. 


Brutto, piccolo, tozzo, un’improbabile cascata di riccioli neri, la faccia di un qualsiasi “terone” di un qualsiasi Sud del mondo, uno stile di vita orribile e sbracato,  c’era ben poco di cui innamorarsi.

Eppure…

Quando scendeva in campo, bastavano pochi minuti e Diego diventava bellissimo,  alto,  slanciato,  elegante. Armonia allo stato puro.

Un corpo che si muove in assenza di gravità e gioca,  ma gioca davvero. Non calcia,  non segna, non dribbla.  Gioca. 
Come giocava Picasso dipingendo su qualsiasi cosa incontrasse, o Glenn Gould “strimpellando” Bach su un pianoforte, o Louis Armstrong soffiando-e-sorridendo in una tromba o Fred Astaire che faceva sembrare il tip-tap l’unica cosa facile che un uomo può fare nella vita. 


Anche Diego, semplicemente gioca.

E non c’è segno di fatica, e mai una smorfia di dolore, non c’è calcio negli stinchi che lo ferma e non c’è tecnica. 


C’è solo un’immensa, inesprimibile, incomparabile bellezza.

 

La bellezza vera, quella che ti lascia senza fiato, è quella che cancella la fatica; è l’illusione che la perfezione sia e basta; è un dono, una cosa che non può che essere così, non un risultato. Per questo cura,  e fa star bene e ci riconcilia con noi stessi e con la realtà, perfino col calcio!

 

Ma la bellezza è arrogante, e sfida Dio, da sempre. 


E anche Diego l’ha fatto.

Il 22 giugno del 1986 aveva un progetto: umiliare un Paese, l’Inghilterra, che aveva umiliato il suo con la guerra per le Falklands. E così,  al cinquantunesimo minuto,  nella partita più tesa dei mondiali del Messico, segna di mano. 


E non pago, la mostra, la ostenta. 


«È la mano di Dio», dice. 


E per quattro minuti il mondo del calcio, quello degli uomini si scatena (le donne faticano a vedere il pugno nascosto sotto la chioma; le donne difendono gli uomini che amano oltre ogni evidenza).

Vergogna, schifo, ladro, “napoletano”…

Gli insulti si sprecano. 


Ma solo per quattro minuti.

Poi Diego torna in campo una seconda volta (sì, non l’ha mai lasciato il campo, ma è come se…) e adesso tutti zitti.

Non è un calciatore, non è Platini, Van Basten, Matthäus e men che meno Ronaldo (Cristiano o no, fa lo stesso), Totti o Dybala. Lui è Achille, è un semi-dio dispettoso e vendicativo; è Lucifero, il più bello degli angeli ribelli.

Sfida il mondo.  


Con arroganza, con vanità, con quello stesso nichilismo malcavato che lo porterà da lì a pochi anni alla dissoluzione totale.

Dieci secondi, sessanta metri, cinque avversari scartati, un gol. O meglio: “Il più grande gol nella storia della Coppa del Mondo Fifa”, com’è stato decretato dalla Federazione nel 2002.

Un colpo di fulmine. Da togliere il fiato.

 

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Anna Di Cagno


john belushiSe Carrie Fisher, nel film che ne confermò l’assoluto e ineguagliabile talento comico, lo insegue per tutta la durata della pellicola, cerca di ucciderlo nei modi più truculenti e poi si scioglie di fronte ai suoi occhi irresistibili e rivela di esserne ancora innamorata, un motivo ci sarà. Insomma, il bello dei due Blues Brothers non era lui, era Dan Aykroyd. Lui era basso, grasso, sgraziato, strafatto per la maggior parte della sua vita adulta e sempre sudaticcio. Eppure…

 

Se Bob Woodward, il giornalista che fece dimettere Nixon, gli ha dedicato una biografia dal titolo Chi tocca muore, che gli è costata oltre due anni di lavoro e una lite con la vedova Belushi, un motivo ci sarà. Non è stato certo il comico più longevo della storia del cinema (è morto ad appena trentatré anni), né quello politicamente interessante. Eppure…

 

Se Sergio Leone lo voleva in C’era una volta in America nei panni dell’equivoco Max Bercovicz (poi interpretato da James Woods), un motivo ci sarà. Non era certo un attore “serio” e non aveva frequentato nessuna scuola di recitazione e mai neanche provato un ruolo drammatico. Eppure…

 

Sugli occhi Paul Newman ci ha costruito una carriera.

Ancora oggi non esiste attore che possa vantarne di più belli e ancora oggi su Facebook quando qualcuno vuole fare un regalo a tutte le amiche posta una sua foto, e anche se in bianco e nero si resta incantate. 
Eppure io non saprei citare uno sguardo del mitico Paul che vale quello di Jake Brothers nei sotterranei di Chicago e ho sempre capito Carrie Fisher che lascia cadere il fucile a pompa e crolla tra le sue braccia come in preda a un sortilegio. Perché sì, quegli occhi scuri e lunghi che raccontavano la sua origine mediterranea (era figlio di immigrati albanesi), segnati da sopracciglia esageratamente lunghe, facevano ridere ma non solo.

Facevano tenerezza e anche un po’ tristezza e mettevano a disagio, perché tra una battuta folgorante e una smorfia imprevedibile emanavano lampi di disperazione e solitudine, bisogno e dipendenza.

 

Tra le tante leggende che accompagnano il musical più bello e originale della storia del cinema, c’è anche quella che racconta che l’espediente degli occhiali fu reso necessario dal fatto che Belushi in quel periodo fosse così imbottito di droga da non essere presentabile e che a nulla valse l’assunzione di una guardia del corpo pagata dalla produzione proprio per impedirgli di acquistare più droga di quella prevista dal budget (si dice che una modica quantità di cocaina fosse addirittura inserita nei libri contabili).

Il Washington Post all’indomani dell’uscita in sala bollò come “imbecille” la decisione di far recitare gli attori con gli occhiali scuri per tutta la durata del film, perché è vero, che cos’è un attore senza gli occhi? Ma, se è vero che la storia ruota attorno alle mille peripezie dei fratelli Brothers per recuperare i soldi che consentiranno al loro orfanatrofio di non chiudere i battenti, è altrettanto vero che l’aspettativa di ogni spettatore è scoprire che cosa c’è dietro quel paio di Ray-Ban neri. Ed ecco che imprevedibilmente, durante un grande classico di tutti i film comici, l’inseguimento, viene soddisfatta: Jake si toglie gli occhiali neri e lo fa solo per salvarsi la vita, per commuovere una donna che bacia appassionatamente e, una volta abbandonata tra le sue braccia, lascia cadere per terra.

Non bisogna essere un medico per scorgere, in quei pochi secondi in cui la camera li inquadra, pupille strette a spillo e quella specie di patina vitrea che vela lo sguardo di tutti gli eroinomani. E non basta l’esilarante monologo che si chiude con l’inimitabile urlo «Non è stata colpa mia!» a far dimenticare quello sguardo.

Gli occhi di Belushi hanno sempre qualcosa di struggente, anche quando è Bluto di Animal House, e rutta, beve e vestito da antico romano spara frasi diventate mitiche tanto quanto «siamo in missione per conto di Dio» (una per tutte: «quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare»); anche quando è lo strepitoso Samurai Futaba del Saturday Night Life, che affetta con una katana tutto quello che incontra e balla La febbre del sabato sera vestito come Tony Manero, ma in kimono. C’è qualcosa nei suoi occhi che non trovi in quelli degli altri comici suoi coetanei, neanche dell’amico Robin Williams, l’ultimo che lo vedrà prima del fatale speedball nel bungalow n.3 dell’Hotel Chateau Marmont di Los Angeles la sera del 5 marzo del 1982, e che ne seguirà le orme fino all’ultimo.

 

Saranno stati loro, più che la richiesta della giovane vedova Judi Jacklin, a catturare l’attenzione del cronista più famoso del mondo, per realizzare una biografia in cui quella breve vita, costellata di successi e denaro, viene passata al setaccio e riletta attraverso la lente delle sostanze stupefacenti.

E saranno stati sempre loro a farlo chiamare da Sergio Leone per interpretare Max, l’amico di Noodle, quello che alla fine tradisce tutti perché drogato dal fascino del potere e dei soldi.

E resteranno per sempre loro lo specchio più impietoso di quegli Anni Ottanta, edonisti, disimpegnati, demenziali, effimeri. Violenti come un buco nelle vene.

 

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Anna di Cagno

winston churchill“La guerra fredda e il mondo bipolare”. L’Enciclopedia Treccani titola così un capitolo dedicato agli effetti del secondo Dopoguerra.

Ma l’Europa bipolare lo divenne; i suoi padri spirituali invece lo erano già. A Jalta, dal 4 all’11 febbraio del 1945, a prendere le decisioni che cambieranno per le sempre le sorti del mondo contemporaneo, al tavolo delle trattative sedevano due bipolari e un sadico.

Nell’ordine: Sir Winston Churchill, affetto da sindrome maniaco-depressiva (all’epoca si chiamava così), Franklin Delano Roosevelt, grande ipertimico (siamo sempre nello spettro del bipolarismo), e Iosif Stalin, che Erich Fromm in Anatomia della distruttività umana definì “un caso clinico di sadismo non sessuale”.

Lasciamo perdere il dittatore russo, la sua patologia, condivisa dal coetaneo Adolf Hitler, non è affatto interessante, e per questo è misurabile. Diversi invece sono quei disturbi per i quali, non a caso, la moderna psichiatria parla di ‘spettro’, indicando con ciò una variabilità e una mobilità, e un’originaria imprecisione che ci rende tutti un po’ bipolari così come tutti un po’ autistici.

L’ineffabilità del male, quell’intrinseca natura che gli rende possibile declinarsi a diversi livelli d’intensità e mai in un’unica modalità (e infatti le polarità sono due) l’ha reso difficile da diagnosticare. Da sempre, infatti, è stato accomunato alla depressione, versione medica della più poetica malinconia, dimensione comunque unipolare del sentire umano.

Churchill, Roosevelt, Stalin a Yalta

Winston Churchill sapeva che era qualcosa di diverso e per quanto sottoscrivesse la generica diagnosi di depressione, preferiva chiamarlo ‘cane nero’, e da un raffinato intellettuale come lui c’era da aspettarselo. Quella del black dog è infatti una metafora che ha origine nel folclore popolare britannico, ma attraversa tutta la letteratura inglese, dal mostro Grendel di Beowulf, nei cui occhi brilla “una luce di baleno, simile al fuoco” alla celebre “bestia nera” protagonista de Il mastino dei Baskerville di Arthur Conan Doyle.

Se le patologie psichiatriche rendono umani, e quindi simpatici gli artisti, quando riguardano i politici destano, giustamente, più inquietudine. Pensare che il mondo in cui siamo nati sia stato disegnato da tre psicolabili non è consolatorio, per quanto aiuti a spiegare molte cose. Eppure, come sempre quando di mezzo c’è il ‘dato umano’, c’è patologia e patologia e, soprattutto c’è uomo e uomo. E non è da escludere l’ipotesi che sia soprattutto quest’ultimo fattore a ‘scegliere’ la patologia d’elezione.

Non credo che un sadico paranoide come Stalin (o Hitler) avrebbe mai potuto dire davanti al suo parlamento: “Non ho altro da offrirvi che sangue, fatica, lagrime e sudore” (13 maggio 1940), perché il sadico paranoide gode nel non trovare preparato il suo interlocutore, il suo piacere è nel tradire la sua fiducia.
Il bipolare ha una sua ingenuità e una sua spesso drammatica sincerità che gli fa confessare, ancor prima di sprofondare nel baratro in cui lui per primo soffrirà dilaniato dai morsi del suo cane nero, quello che andrà a fare. E nel momento ‘up’ della manìa la contestualizzerà in una visione, magari eccessiva, ma mai retorica.

“Se chiedete quale sia il nostro obiettivo, vi rispondo con una parola: la vittoria, la vittoria a ogni costo, la vittoria malgrado ogni terrore, la vittoria per quanto lunga e aspra possa essere la via; perché senza vittoria non vi è sopravvivenza”.
Sopravvivere. Ecco l’obiettivo.
Per l’Impero Britannico. Per un bipolare.

L’obiettivo non è creare ‘un uomo nuovo’ o epurare l’Europa da ‘razze’ inferiori, avere un sogno, per quanto mostruoso possa essere. L’obiettivo è sopravvivere. E soltanto chi deve farlo ogni giorno non si spaventa all’idea di combattere sui mari e gli oceani, le spiagge, i campi e le montagne, “con crescente fiducia… qualunque possa esserne il costo” (4 giugno 1940).

Solo chi ha paura di morire può dire (deve dire) “we shall never surrender”, perché se ti arrendi “tutto ciò che abbiamo conosciuto e amato, affonderà negli abissi di una nuova età oscura, resa più sinistra, e forse più prolungata, dalla possibilità di una scienza pervertita” (20 agosto 1940). E solo chi ha sfiorato l’abisso sa che l’unico modo per restare all’interno della comunità degli uomini, anche quando sei in preda a una bestia nera, è fare perno sull’etica, su quel dovere morale che segna la linea tra una persona e un animale.

Stringiamoci dunque al nostro dovere”, esorta Sir Wiston Churchill a pochi giorni dalla drammatica aggressione tedesca all’Inghilterra. Discorsi che sono diventati azione, scelte, lacrime, sangue e morti, il costo altissimo che anche chi non era direttamente minacciato dalla follia nazista ha dovuto pagare.

Il 2017 si è aperto all’insegna dei discorsi e tutti ci siamo commossi e tutti ci siamo preoccupati.

Ha anticipato l’inizio dell’anno, il 31 dicembre, come di consuetudine, Barack Obama, presidente uscente, che ha promesso al suo popolo: “Sarò sempre al vostro fianco per garantire che questo paese abbia sempre la forza di rispettare le promesse dei nostri padri fondatori”, e ha concluso dicendo: “Tutti siamo uguali, tutti abbiamo diritto di vivere i nostri sogni”. E come dargli torto, la vita in fondo è un sogno, l’ha detto pure Shakespeare.

Ha continuato Michelle Obama il 6 gennaio, in occasione della premiazione School Conselor dell’anno. I suoi discorsi sono talmente belli che una sprovveduta aspirante first lady li ha anche copiati, e infatti ancora una volta ha tenuto uno speech meraviglioso, dedicato ai ragazzi, in cui li invitava a credere in loro stessi, nei loro sogni, nei diritti e nella libertà, nel potere dello studio come opportunità per una vita migliore e nel valore della diversità etnica e religiosa. Un discorso che non può non commuovere e non farti sentire per un attimo un cittadino del sogno americano, anche se abiti a Cosenza e non hai un lavoro. L’ha chiuso dicendo: “Io starò con voi, tifando per voi e lavorando per tutto il resto della mia vita”.  Non avrebbe potuto dire altro. Chiosa impeccabile.

E infine è arrivato lui, Donald Trump, il nuovo ‘capo’ degli Stati Uniti, che non essendo in guerra, e soprattutto non essendo bipolare non ha potuto dire anche lui: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campi e nelle strade e nelle montagne”, ma si è ispirato a Bane, il nemico di Batman e dopo aver promesso: “Stiamo trasferendo il potere da Washington e lo restituiamo a voi, il popolo” (cfr Tom Hardy ne Il Cavaliere Oscuro, il ritorno), ha minacciato: “Affronteremo sfide, ci confronteremo, ma porteremo a casa il risultato”, che dovrebbe essere il ‘Make America Great Again’, stampato su cartelloni, spille e bandierine. Insomma, non si combatte contro nessuno, non si combatte per un ideale, non si combatte a fianco di qualcuno, ma si combatte. Per un claim pubblicitario che intercetta una paura vaga e diffusa.

Sono convinto che se c’è qualcosa da temere è la paura stessa, il terrore sconosciuto, immotivato e ingiustificato che paralizza. Dobbiamo sforzarci di trasformare una ritirata in un’avanzata”, disse il 4 marzo del 1933, il giorno del suo discorso inaugurale per il terzo mandato, l’ipertimico e paralitico Franklin Delano Roosevelt e pochi anni dopo l’America entrò in guerra.  E forse parlava di sé, e probabilmente nessuno si commosse. E la frase non passò alla storia e non finì su un cappellino in carta a stelle strisce; troppo lunga, non ‘buca’ una frase così.

Nell’opera che nel 1953 gli valse il premio Nobel per la Letteratura Winston Churchill ha scritto: “I governi e i popoli non sempre prendono decisioni razionali. Talvolta essi prendono decisioni pazzesche, oppure alcuni popoli impongono a tutti gli altri di seguirli nella loro follia”. Ora, l’unica cosa che possiamo augurarci in questo momento storico è capitare nello spettro della follia migliore.

Stay hungry, stay foolish, stay bipolar!

 

Anna di Cagno

 

 

john mcafeeQuando nasci con una faccia alla Al Pacino e un cervello superdotato, quando tuo padre è un alcolizzato che ti picchia fino al giorno in cui si suicida (1960) e nove anni dopo, poco più che ventiquattrenne, hai già un Master Degree in Matematica, che la tua non sarà una vita ordinaria è già abbastanza chiaro.
Se poi ci aggiungi una quantità smodata di LSD, DMT, cocaina, alcol e marijuana quando vuoi stare leggero, i risultati saranno necessariamente strabilianti e inquietanti.

John David McAfee, nato in Scozia il 18 settembre 1945, prima che un enfant prodige della New Economy, un plurimiliardario, un wish-to-be a narcotrafficante, un sospetto assassino, un fuggiasco, un aspirante presidente degli Stati Uniti nell’ultima tornata elettorale (non mancava proprio nessuno nel 2016!), l’attuale presidente e amministratore delegato della Mgt Capital Investiments, società attiva nei giochi online è soprattutto un personaggio cinematografico.
Sì, non letterario ma da grande schermo.

Neanche un costumista italiano di quelli che sbancano tutti gli Oscar nel settore sarebbe, infatti, riuscito a immaginare quei capelli chiazzati di biondo effetto ghepardo abbinati a un banale pizzetto ormai fuori moda, tatuaggi simmetrici ma diversi sulle cuffie dei rotatori delle atletiche spalle e gli outfit nerd-barocco-colonial-paramilitare che cura personalmente.
E neanche uno sceneggiatore raffinato come Francis Ford Coppola e\o matto come Quentin Tarantino sarebbe riuscito a buttare giù una vita così incredibile, in cui tutti i topoi del grande cinema americano s’inanellano uno via l’altro, dall’immigrazione di una famiglia dalla Vecchia Europa al Nuovo Mondo alla scalata al successo in ‘the land of opportunity’ passando per perdizione, tracollo economico e rinascita.

La sua vera vita inizia nel 1986 quando due fratelli pachistani, Bagid e Amijad Farooq Alvi, non sapendo come passare il tempo, inventano il primo virus della storia dell’informatica per i sistemi MS-DOS. In quel periodo John McAfee è appena rientrato nel mondo del lavoro dopo essere stato cacciato tre anni prima dalla Omex per spaccio di cocaina ai dipendenti.
Sta lavorando a un programma di riconoscimento vocale per la Lockheed, quando viene a sapere di questa epidemia virtuale e, a sua detta ‘inorridito’, comincia a lavorare a un software. Così nasce la McAfee Associated, e il più famoso antivirus della storia della tecnologia. Passano cinque anni e la rivista Fortune la include nelle ‘fab’ 100, le cento società più importanti al mondo e il giovane genio dell’informatica comincia a guadagnare milioni di dollari. Meno di dieci anni, e Wall Street la quota per ottanta miliardi di dollari.
Diventa scandalosamente ricco, compra case ovunque, fa costruire un aeroporto in New Mexico e apre una scuola di volo in cui, ahilui, muore uno studente. Ha tutto quello che un uomo può desiderare: soldi, donne, successo, è figo e intelligente. E forse proprio per questo si stufa. E proprio perché è furbo vende la società a Intel per quasi otto miliardi di dollari e decide di trasferirsi in Belize, dove compra una tenuta nella foresta pluviale.

Dal 2010 comincia la sua seconda o forse terza vita. Con la nuova moglie bambina e un gruppo di attendenti di mista e soprattutto dubbia origine si dedica alla ricerca nel campo medico, vuole mettere a punto dei nuovi antibiotici naturali (questa la sua versione) e investe un po’ di soldi in diverse attività, da una fabbrica di sigari a una compagnia di taxi. Da questo momento in poi gli eventi si svolgono esattamente come uno di quei film americani un cui è impossibile stabilire chi siano i buoni e chi i cattivi. Lui si dice in prima linea nella lotta al narcotraffico, ma intanto vive come un narcotrafficante e, dopo il ritrovamento del cadavere di un suo vicino di casa invischiato nel traffico di stupefacenti nel suo giardino di un paio di acri, subisce l’assalto della Gang Suppression Unit beliziana, inquietante corpo di polizia del Paese. Seminudo, armato come sempre e aiutato dai suoi uomini, scappa ed entra illegalmente in Guatemala, dove viene arrestato e rispedito negli Stati Uniti senza alcuna incriminazione perché, come spiegherà il ministro degli Esteri del Belize, John McAfee non era accusato dell’omicidio del vicino di casa, ma solo invitato a testimoniare in quanto “persona informata dei fatti”.

Sei mesi prima della sua fuga, Joshua Davis, firma di punta di Wired America, andò a intervistarlo. Lo ricevette nella sua lussuosa magione, una Smith & Wesson sul tavolo, dei proiettili per terra. Quando il giornalista gli domandò come mai il governo beliziano lo accusava di aver organizzato un esercito privato per entrare nel giro del narcotraffico, lo guardò, impugnò la pistola, raccolse un proiettile da terra e gli rispose sibillino: “May be what happened didn’t really happen”, e poi gli chiese: “Can I do a demonstration?”. Quindi, pochi a centimetri dal volto terrorizzato del cronista, gli occhi più spiritati di quelli di Christopher Walken ne Il Cacciatore, cominciò una solitaria roulette russa. Fino al quinto colpo, quello che avrebbe dovuto fargli saltare il cervello, ma che non esplose, perché il proiettile era stato raccolto da terra, ma non inserito nell’arma.

“Avete il diritto di uccidermi, ma non avete il diritto di giudicarmi”, mormora il colonello Kurtz nel monologo finale di Apocalypse Now, perché probabilmente anche lì, nel Vietnam di Coppola o nell’Africa di Joseph Conrad, quello che è accaduto forse non è accaduto realmente. Eppure “the horror” che Kurtz invoca in punto di morte è un’altra cosa, può essere mostrato, ma non dimostrato. E infatti, e per fortuna, i lussureggianti giardini del re degli antivirus non sono disseminati di cadaveri, ma solo di armi, droga, farmaci illegali, computer e cellulari, e McAfee non è riuscito a creare attorno a sé una comunità di fedeli adoranti, ma un blog (www.whoismcafee.com), e da qui illustra, all’anonimo popolo senza nome della rete, la sua filosofia di vita perfetta per quote di Tumblr (“cercate di sembrare più matti che potete”) e dà consigli su come installare e disinstallare antivirus.

Dal 2014 vive a Lexington, in Tennessee e a settembre del 2015, per i suoi settant’anni splendidamente portati (si conferma l’ipotesi ormai in giro da un po’ che la droga faccia bene e allunghi la vita!), ha annunciato la sua candidatura alle presidenziali americane con un suo partito, il Cyber Party e un programma incentrato su tre parole chiave: tecnologia, libertà e privacy (e chi più di lui ne ha bisogno!).
Ha preso l’otto per cento dei voti, più o meno quanto si stima potrà ottenere la Lega di Salvini alle prossime elezioni…

Anna di Cagno

 

 

“Se potessi andare a cena con un personaggio famoso, chi sceglieresti?”.
Tipica domanda da fine cena, pausa caffè in ufficio, serata in campagna o al mare tra amici. Le risposte sono sempre le più varie: si va dai miti della propria adolescenza agli spettri della storia fino ai protagonisti dei grandi romanzi, che crediamo di conoscere davvero e quindi sì, li inviteremmo a cena.

 

Io, se potessi, andrei a cena con due personaggi famosi, che forse in realtà erano un unico personaggio famoso, diviso per necessità, perché assemblato sarebbe stato un po’ troppo per noi umani: Marilyn e Truman. La Monroe e Capote. Il sogno e il genio. Erano amici, si erano conosciuti sul set di Giungla d’asfalto nel 1948, quando lei era agli inizi e lui al suo primo romanzo (Altre voci, altre stanze). Lui aveva ventiquattro anni e lei ventidue. Due bambini.

 

Si conobbero o forse si riconobbero, perché è difficile trovare due vite più simili, due infanzie più sincronicamente dolorose, due carriere così folgoranti e veloci e planetarie. Truman, che di cognome faceva in realtà Persons e di secondo nome Streckfus, era nato il 30 settembre del 1924 a New Orleans, ma di fatto era cresciuto a Monroeville (!) in Alabama, dove dopo il divorzio dal padre, la madre lo abbandonò presso parenti.

 

La madre, il romanzo che Capote non è mai riuscito a scrivere, il dolore originario che si aggira come un fantasma in tutti i suoi romanzi, la donna che lo portava con sé agli appuntamenti con i suoi amanti e lo chiudeva a chiave, al buio, in stanze d’albergo.

 

In lui vede prima un ostacolo, poi un’onta, e solo da ultimo un’opportunità, ma di notorietà. Non si è mai accorta che quel ragazzino basso, magro, con la testa troppo grossa, movenze effemminate e una voce stridula insopportabile ricorda il novantacinque per cento di tutto quello che legge e ascolta, ogni parola, e a dieci anni ha già scritto il suo primo racconto e da quel momento non ha smesso un giorno di scrivere; con un rigore e una disciplina di cui non si troverà mai traccia in una vita segnata da alcol, droghe e farmaci (l’unica eredità materna), eccessi e amanti, provocazioni e disperazione.

 

Non lo voleva quel bambino, Lilly Mae – che a New York diventò ‘Nina’, perché faceva più chic e morì nel 1954, forse suicida, sicuramente di overdose di barbiturici – lo mise la mondo solo perché Arch, il padre, s’impose e poi se ne lavò le mani e non se ne occupò più. Gli andò meglio col patrigno, il cubano Joe Capote, l’unico che lo scelse come figlio, gli diede il suo nome e lo aiutò.

 

marilyn monroe

E poi c’è lei, Marilyn, Norma Jean Baker Monroe, il sogno americano che nasce da un passato di violenza e abusi, abbandoni e patrigni molesti. La madre era schizofrenica, il padre ignoto, lei bellissima, da sempre, dal 1° giugno del 1926. Morbida e sinuosa, sexy e buffa, una serie infinita di espressioni che i fotografi più grandi della sua epoca hanno cercato di catturare.

 

L’infanzia di Truman confronto alla sua sembra quasi invidiabile, almeno lui un’amica ce l’ha, la scrittrice Harper Lee, che nel suo Il buio oltre la siepe lo chiama Dill, e che lo assiste durante tutta la lunghissima gestazione del romanzo che cambierà la storia della letteratura del secondo Novecento, A sangue freddo. Marilyn no, lei lo batte, i suoi primi vent’anni sono peggiori, forse i peggiori che si possano leggere nelle biografie di una qualsiasi donna.

 

 

Lei però è infinitamente bella, di una bellezza che sa di bontà; Truman invece è brutto. E cattivo. Frequenta il jet-set newyorchese e non, entra in quelle vite miliardarie e le cannibalizza, le sfrutta, carpisce segreti e vizietti e poi le sputtana in Preghiere esaudite, ultimo e incompiuto romanzo, uscito postumo ma anticipato a puntate sulla rivista Esquire.

 

“Non ci adorava per le persone che eravamo, sebbene ce lo facesse credere”, ricorda Marella Agnelli nella biografia di George Plimpton, Truman Capote, dove diversi amici, nemici, conoscenti e detrattori ricordano la sua vita turbolenta “per Truman la cosa interessante era la condizione in cui vivevamo, il tipo di vita che conducevamo”.

 

truman capote, "Musica per camaleonti", marilyn monroeEsce prima su Interview Magazine, e dopo nella raccolta Musica per camaleonti, anche un racconto breve su Marilyn. Un ritratto, nato in occasione del loro incontro, nel 1955, al funerale di Costance Collier, attrice shakespeariana che aveva tenuto a lezione Katharine e Audrey Hepburn, Vivien Leigh e altre grandi star. E Marilyn, il suo “problema particolare” ma anche la sua “bellissima bambina”.

 

Arriva in ritardo, trafelata, intabarrata in un vestitone nero e con un foulard in testa a nascondere la ricrescita della tinta. Truman non ‘deve’ intervistarla, ma registra tutto grazie alla sua prodigiosa memoria e vent’anni vende l’articolo al periodico diretto da Andy Warhol, il suo fan numero uno. È pettegolo, Truman, vuole sapere cosa succede con Arthur Miller e pur di estorcerle il segreto mente (o forse no) e le racconta della sua notte di sesso con Errol Flynn.

 

Marilyn è sboccata come un camionista, parla di “uccelli” (ha visto Errol Flynn suonare il piano con il suo) e del “cazzo” di Filippo d’Edimburgo che immagina grosso, è più spiritosa di Billy Wilder (“ci sono due cose che mi piacerebbe sapere. Una è se riuscirò a dimagrire”) ed è intelligente quanto Truman, che infatti non riesce a carpirle alcun dettaglio piccante.

 

Si tormenta l’unghia del pollice mangiucchiandola, ordina lo champagne migliore a prima mattina e non ha i soldi per pagarlo, cambia umore in una frazione di secondo, è capricciosa. Gli fa ordinare una seconda bottiglia e poi gliela fa rimandare indietro, gli chiede di chiamare un taxi e poi si chiude nel bagno per un’eternità. Lui già immagina di trovarla svenuta e imbottita di barbiturici quando lei invece esce, i capelli scarmigliati, le labbra rosse.

 

Vuole andare al molo di South Street, là dove si prende il traghetto per Staten Island, non c’è un motivo particolare, le piace sentire respirare “quell’odore forestiero e dar da mangiare ai gabbiani”, e abborda, lei, un uomo che porta a passeggio un cane e gli firma un autografo e il vento soffia forte e lui, il perfido e spietato Capote, l’animatore dei salotti più chic, la ‘checca’ irritante e invidiosa che irretisce le persone giocando con le parole e le loro fragilità, la guarda con una tenerezza che non riesce a celare.

 

truman capoteTruman Capote, lo scrittore che avrà sulla coscienza il suicidio della miliardaria Anne Woodword all’indomani della pubblicazione del primo capitolo di Promesse esaudite, il ‘giullare di corte’ che verrà bandito dai salotti bene perché “non ci adorava per le persone che eravamo”, vede in un’ex pin-up la ninfa del mare, e resta incantato dalla persona che è, e non sicuramente dal tipo di vita che conduce.

 

“Appoggiata a un pilone d’ormeggio, mi volgeva il profilo. Galatea in contemplazione di lontane distese inesplorate. Il vento le gonfiava i capelli, la sua testa si girò verso di me con una leggerezza eterea, come mossa dalla brezza”. La guarda o forse si guarda, vede riflessa in lei la sua stessa fragilità, e il suo stesso destino.
Il genio e la dea. La mente e la bellezza. I farmaci e l’alcol. Gli amori falliti e la morte solitaria.

 

La invita a dare finalmente da mangiare ai gabbiani, ma lei ancor una volta non ascolta le sue parole e gli chiede: “Se mai qualcuno un domani ti domandasse come ero io, come era veramente Marilyn Monroe… ebbene, cosa risponderesti?”.

 

“La luce andava scemando. Lei sembrava dissolversi con essa, fondersi col cielo e le nubi, svanire al di là dell’orizzonte. Avrei voluto alzare la voce per sovrastare le strida dei gabbiani e richiamarla: Marilyn! Marilyn, perché doveva andare tutto come è andato? Perché la vita deve essere un tale schifo?”.

 

Lo pensa, ma non glielo dice, perché forse sa già cosa come andrà a finire la loro esistenza scintillante di fama e soldi. Sono figli dello stesso mondo, “lo stupido mondo antico” di cui parla Pier Paolo Pasolini nella poesia scritta all’indomani della morte della diva, e vittime sacrificali “del feroce mondo futuro”.

 

Due bellissimi bambini. Forse un po’ impegnativi da portare a cena fuori; sicuramente indimenticabili.

 

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Anna di Cagno

 


julio iglesiasNel 1976 esce Se mi lasci non vale, e un fenomeno musicale, uno dei più eclatanti della musica leggera (300 milioni di dischi venduti) conquista vecchio e nuovo mondo.

Nello stesso anno Roland Barthes ha finalmente ciò che merita: una cattedra di Semiologia Letteraria al Collége de France, e poco dopo pubblica Frammenti di un discorso amoroso, e un nuovo modello di critica letteraria s’impone e conquista l’intellighenzia europea e non.

Nel suo saggio abbozza una geografia dell’amore attraverso i segni e le parole seminati nei romanzi, una mossa azzardata che supera l’analisi strutturalista del testo, riconoscendole un grande debito.

Come noi (le donne soprattutto) dobbiamo riconoscerlo a Julio Iglesias. Che più che farci sognare (per molte è sempre stato difficile andare oltre i primi venticinque secondi di una sua canzone) ci ha insegnato tutto quel che è necessario sapere sull’uomo, inteso non come razza umana, ma come maschio, e latino.

O meglio: avrebbe potuto insegnarci tutto quello che è necessario sapere sugli uomini, se qualcuno ci avesse fatto un’analisi strutturale del suo testo e poi abbozzato una geografia del sentire maschile.

La scorticata

Roland Barthes: “Speciale sensibilità del soggetto amoroso, che lo rende vulnerabile, esposto anche alle ferite più lievi”

 

La valigia sul letto

è quella di un lungo viaggio

e tu senza dirmi niente hai trovato il coraggio

con l’orgoglio ferito di chi poi si ribella

ma quando t’arrabbi sei ancora più bella

 

La ribellione della donna è fonte di stupore per Julio. E di eccitazione. La schiava che spezza le catene, il soggetto amoroso scorticato e vulnerabile non causa senso di colpa, ma in prima battuta meraviglia (che fai, ti ribelli?) e in un secondo momento compiacimento erotico (soffri per me, che sexy!). Essere fonte di dolore e di piacere, quindi essere tutto, essere la vita, che dà, toglie, fa piangere e sorridere.

Risonanza

R.B. “Modo fondamentale della soggettività amorosa: una parola, un’immagine si ripercuotono nella coscienza affettiva del soggetto”

E così, su due piedi, io sarei liquidato

ma vittima sai d’un bilancio sbagliato

se un uomo tradisce, tradisce a metà

per cinque minuti e non eri più qua

 

Una donna tradita, anche se scema, per grandi linee immagina cos’è successo. E cosa fa Julio, sorvola? No, le regala un’immagine: sono stati solo cinque minuti! E, come scrive Roland Barthes,  “la parola, l’immagine, l’idea hanno l’effetto di un colpo di frusta”.

Poi aggiunge: “Nell’immaginario amoroso, niente contraddistingue il più trascurabile stimolo da un fatto realmente conseguente; il tempo viene scosso in avanti (mi vengono in mente predizioni catastrofiche) e indietro (mi ricordo con sgomento dei “precedenti”): da un niente, prende corpo tutto un discorso del ricordo e della morte che mi trascina con sé: è il regno della memoria, arma della risonanza, del “risentimento”.

Perché lo fa? Non sarebbe più furbo passare oltre, rassicurare lei dell’amore che li lega e risvegliare immagini e ricordi della loro meravigliosa storia? No, non sarebbe più furbo.

Julio è arrabbiato perché si sente – lui – vittima di un’ingiustizia.
Ma come, io mi faccio una sveltina con la segretaria e tu mi lasci?
E no, non vale. Con un uomo come me, questo bilancio è sbagliato. L’hai capito o no che mi saltano addosso? Vorresti per caso un uomo che non se lo fila nessuna?

Colpo di frusta. Tac! E adesso rimetti i vestiti nell’armadio.

L’Inconoscibile

R.B.: “Sforzi del soggetto amoroso per capire e definire l’oggetto amato ‘in sé’ come tipo caratteriale, psicologico o nevrotico, indipendentemente dalle peculiari cognizioni del rapporto amoroso”

Metti a posto ogni cosa e parliamone un po’

io di errori ne ho fatti, di colpe ne ho

ma quello che conta tra il dire e il fare

è saper andar via ma saper ritornare

Tra il dire e il fare per gli altri c’è di mezzo il mare, per Julio no.
Lui non va giudicato sulla base delle sue azioni. O meglio, va giudicato sulla base delle sue azioni, ma ben sapendo che queste racchiudono un mistero: il suo essere, la sua inconoscibilità divina. E quindi si sottraggono al giudizio morale che prevede per tutti le stesse condizioni di partenza. Lui no, lui è al di là del bene e del male.

“Prodigarsi, adoperarsi per un soggetto impenetrabile, è religione pura”; scrive Roland Barthes, “fare dell’altro un enigma irrisolvibile da cui dipende la mia vita, significa consacrarlo come dio)”.

E Dio va e Dio ritorna, si manifesta e scompare. Non ti abbandona ma pretende da te un atto di fede. Posto allora che ambire a capire come funziona e secondo quale logica sono orientate le sue azioni è impossibile, domandiamoci con Roland Barthes: “Cosa si verificherebbe se io decidessi di definirti non già come una persona, ma bensì come una forza? E nel caso mi ponessi come una forza contrapposta alla tua forza? Tutto ciò avrebbe come risultato questo: il mio altro si definirebbe solamente attraverso la sofferenza o il piacere che egli mi dà”.

Julio è il principio e la fine, il bene e il male, quello che va e ritorna, la coincidenza degli opposti.

Un pirata e un signore. Appunto.

 

Anna di Cagno

 

 


molly brownIo ne ho conosciute diverse. Erano donne, ma anche uomini; alcune erano giovanissime, altri già maturi. Erano quelli che quando li incontri per la prima volta ci vedi dentro una luce, un lampo, un guizzo di follia e ingenuità, e vuoi conoscerli e parlarci e starli ad ascoltare.

 

Poi per caso ho “incontrato” lei, l’originale, “The unsinkable Molly Brown”, l’inaffondabile Molly Brown, e da quel momento ho continuato a cercare quelle\i che non affondano, che si lanciano in imprese impossibili e bellissime. Nella vita vera e in quella raccontata, tra i corridoi di una redazione e sugli schermi di un cinema. Non conta.

 

Ma veniamo a Molly. Che in realtà si chiamava Margaret e che nacque a Hannibal, in Missouri, come Tobin da una famiglia allargata d’immigrati irlandesi.

 

I suoi genitori erano entrambi al secondo matrimonio e lei, la quarta di sei figli. Terminò gli studi a tredici anni e a diciotto iniziò a lavorare come commessa a Leadville, in Colorado.

 

Qui sposò J.J. Brown e con lui, e una miniera d’oro, divenne una donna ricca, tanto da spostarsi nella lussuosa zona di Capitol Hill, a Denver, e di conseguenza entrare nell’esclusivo Women’s Club della città dove s’impegnò per l’alfabetizzazione delle donne e dei bambini.

 

All’inizio del Novecento si separò dal marito e si trasferì a New York dove s’iscrisse all’Istituto Carnegie. Fino al 1912 la sua vita fu costellata di battaglie filantropiche, una candidatura al Senato purtroppo fallita, abiti, feste, gioielli e viaggi a Parigi. E fu proprio in Francia che le arrivò la notizia della malattia di un suo adorato nipote. E Molly salì sulla prima nave disponibile: il Titanic, cabina B2.

 

Cosa successe la notte del 14 aprile alle 23.40 è storia: lo schianto con l’iceberg, i 1.518 morti sul colpo, la salvezza per i 705 superstiti sul Carpathia. Meno nota, per noi italiani, è la storia di Maggie, cioè Molly, che si guadagnò il soprannome che fece di lei una leggenda americana, proprio quella notte.

 

Con venti donne e due uomini (la vedetta Frederick Fleet e il timoniere Robert Hitchens), si ritrovò sulla scialuppa numero 6 e, dopo aver minacciato con un remo il timoniere troppo pavido, ne prese il controllo, portandola fuori dal pericoloso vortice causato dall’inabissamento della nave. Anche sul Carpathia, Maggie si rivelò fondamentale: parlava tre lingue e stilò l’elenco dei superstiti. Una volta a New York, dovette accontentarsi di qualche foto e un paio di dichiarazioni rilasciate ai cronisti che attendavano al porto i sopravvissuti, perché non poté testimoniare davanti alla Commissione d’inchiesta, in quanto donna (Hitchens invece sì!). E allora Maggie scrisse la sua versione dei fatti e la fece pubblicare, e diventò un mito, un’eroina, un’icona di un mondo nuovo nel Nuovo Mondo.

 

Non contenta della notorietà guadagnata, pochi anni dopo tornò a Parigi: stava per terminare la Prima guerra mondiale e lei lavorò col Comitato Americano per la ricostruzione della Francia così tanto e così bene da guadagnarsi, a pochi anni dalla morte avvenuta nel 1932, la Legion d’onore. L’ultimo periodo della sua vita, lo trascorse recitando in teatro e, si mormora tutt’oggi, a Denver, come affittacamere (ma qualcuno dice gestendo una casa di tolleranza).

 

Dopo la sua morte, fu il teatro a dedicarsi a lei con lo spettacolo che consacrò il suo mito a Broadway, The unsinkable Molly Brown, e poco dopo il cinema, con diversi film dall’identico titolo dedicati al più incredibile incidente mai avvenuto in mare (sì, compare anche nel pluripremiato Titanic di James Cameron grazie a Kathy Bates).

 

In inglese si dice “larger than life”, per indicare quelle persone più grandi della vita stessa, gli affamati e i folli di cui parlava Steve Jobs, quelli che non si fermano, che pagaiano per sfuggire a un vortice che vorrebbe tirarli giù, che non si risparmiano. La maggior parte di loro non sono filantropi, ma artisti, talenti straordinari e quindi egoisti, egocentrici, smodati, maleducati e spesso anche drogati.

 

Possono scrivere poesie o tirare rigori, dipingere quadri o suonare il basso, possono essere persone in carne e ossa o personaggi nati dalla fantasia di romanziere, non conta. Tutti sono degli unsinkable, inaffondabili; personalità straordinarie che hanno segnato un’epoca o anche solo un contesto, ma che comunque hanno remato per sfuggire a un vortice che li voleva risucchiare. E se non hanno salvato delle vite, hanno comunque reso più bella quella di tutti noi.

 

Noi cercheremo di raccontarli con passione e gratitudine, perché con loro siamo cresciuti, abbiamo scoperto mondi e provato a capire realtà diverse. Grazie a loro ci siamo emozionati, a volte arrabbiati, abbiamo gioito, sofferto, esultato…

 

Sono stati i remi che ci hanno consentito di restare a galla, e se siamo diventati un pochino più inaffondabili il merito è anche loro.

 

Anna di Cagno