Tra l’immensamente grande e il sorprendentemente piccolo non è detto che ci siano differenze, se sei Herman Melville.

Può inseguire per oltre settecento pagine una balena bianca o cercare di capire un bizzarro scrivano in cinquantadue fogli, il risultato è lo stesso: qualcosa di assoluto viene rivelato a te che leggi.
E infatti quando poi chiudi il libro – dopo giorni Moby Dick, dopo un’ora Bartleby lo scrivano– non riesci a pensare ad altro, perché sai che ti è appena stato svelato un segreto che però ti sfugge continuamente. Ti riguarda da vicino, ma ti è così prossimo che non riesci neanche a vederlo.

Puoi leggere tutte le interpretazioni che sono state date delle sue opere, non a caso sempre “assolute”, bibliche, e non esserne soddisfatto proprio per questo motivo: lui sta parlando di te.
Delle tue ossessioni, delle tue paure, del tuo bisogno di sfuggire alle regole e ai contesti, della tua minuscola libertà. E ora sei Achab, ora la balena bianca, ora Bartleby, un pallido scrivano assunto dal magistrato della Cancelleria di New York…
“Un immobile giovanotto”, “il più stravagante di quanti abbia mai veduto”, uno di quegli esseri per i quali nulla è possibile accertare”.

I would prefer not to.
Una semplice frase. Compita, educata, “di sbiadita altezzosità” con la quale lo scrivano ribalta la realtà e “sovverte le nostre lingue”. E mette in scacco gli interlocutori.

“Preferirei di no”. Così risponde al suo datore di lavoro ogni volta che gli chiede qualsiasi cosa esuli dal trascrivere e basta. E a nulla servono i richiami, l’ostilità dei suoi colleghi, la minaccia di essere licenziato. “Preferirei di no” è la risposta che rimbomba nelle orecchie del magistrato anche quando gli comunica di non avere più bisogno di lui. E anche quando lo informa che sta trasferendo il suo studio e anche quando lo implora di trasferirsi a casa sua, piuttosto…
Bartleby continua a preferire di no e lui comincia a scricchiolare, e tutto il suo mondo e il suo sistema di regole implicite lentamente si trasforma.

“Non di rado accade che, se contrariati in maniera insolita e profondamente irragionevole, si senta vacillare in noi le nostre più elementari convinzioni. Si comincia, per così dire, a contemplare la possibilità che, per quanto sorprendente sia il fatto, tutte le buone e giuste ragioni abitino a casa dell’altro”

Nel suo negarsi, però Bartleby c’è sempre. E definisce lo spazio e le regole molto più dell’ambizioso Nippers o dell’umorale Turkey, i suoi colleghi anziani, uomini comuni, dominati dalla  fisiologia e dai bioritmi: il primo intrattabile al mattino, il secondo al pomeriggio, quando dopo pranzo è evidentemente troppo stanco e satollo di cibo per scrivere senza commettere errori e sbavature.
Bartleby no, non mangia, tranne qualche biscotto allo zenzero, non ha mai sonno, è sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. O meglio: nessuno l’ha mai visto arrivare né andar via.
“Una  sua qualità primaria consisteva in questo: che egli era sempre là”.
E questo suo esserci sempre e anche più del prevedibile e del ragionevole è ciò che lo renderà a un tratto necessario al suo capo. Non alla vita pratica, al lavoro, ma a qualcos’altro.

A cosa? Non si può sapere, perché questo è il mistero di Melville, la sua capacità di entrare nelle pieghe della nostra anima talmente a fondo da arrivare a quel punto cieco di ognuno di noi in cui alla fine non ci si domanda più “Perché?” ma si accetta che “Così è”.
E non si risponde più cercando scuse e spiegazioni, men che meno affermando il proprio “io”, ma ci si limita a mormorare I would prefer not to.

Perché forse è questo l’unico modo per essere liberi. Infinitamente piccoli e insignificanti ma liberi.

“Ah Bartleby, ah l’umanità”

Prima di Muhammad Alì e di Joe Frazier, prima di Mike Tyson e George Foreman c’è stato lui:
il gigante di Galveston. Il “mandingo” che ha sfidato l’America.

Ricordate Django Unchained di Quentin Tarantino? Beh, è lui.
John Arthur Johnson detto Jack nacque il 31 marzo del 1878 in una sperduta contea del Texas, da genitori da poco liberati dalla schiavitù e quindi, se è possibile, ancora più poveri e ai margini della “land of the free”. E nelle Battle Royal si fece un nome, oltre che i muscoli, e una tecnica difensiva che rivoluzionerà la storia della box.

Senza regole, senza arbitri, senza pietà. Quelle lotte erano state inventate dall’uomo bianco per passare il tempo e forse per confortarsi della propria inferiorità fisica. Non a caso finivano con il lancio di monete nel ring, l’unica vera superiorità “razziale”, la sola cosa più potente dei muscoli e della disperazione.

Jack però era diverso da tutti gli altri. Aveva fame sì, e per questo scappò di casa a dodici anni.
Ma aveva un obiettivo, non un sogno (come fai a fantasticare quando alla sera vai a dormire tumefatto?), un progetto preciso: uscire dall’oscurità. Con tutte le sue forze.

E così nel 1903 vinse il World Colored Heavyweight (il titolo mondiale di box per i neri) e nel 1908 tolse il cinturone a Tommy Burns e diventò il primo boxeur nero della storia a vincere il titolo dei pesi massimi, quello vero, che fino a a quel momento aveva cinto solo addomi bianchi.
L’incontro che consegnò Johnson alla storia non fu, però, quello con il pugile canadese ma quello si tenne due anni dopo a Reno, Nevada, contro James J. Jeffries.
La stampa lo battezzò ancor prima che avesse inizio “l’incontro del secolo”. E tale fu.

Jeffries, che era il campione in carica, due anni prima si era rifiutato di competere contro un “negro”, ma adesso aveva accettato di scendere nel ring per una missione ancora più importante che riconquistare il titolo: essere “the great white hope”, la grande speranza bianca.
E sì, perché era a rischio l’orgoglio del suo Paese e dei suoi padri fondatori.
E lo perse. E malamente, tanto che i suoi secondi gettarono la spugna per evitargli un umiliante KO.

Quella notte del 4 luglio (strano no, il giorno dell’Indipendenza!) gli Stati Uniti furono attraversati dalla West alla East Coast da disordini, scontri, tensioni razziali nella maggior parte dei casi fomentate dalle forze di polizia. Più di venticinque stati, oltre cinquanta città, centinaia di feriti, ventitré morti neri, due bianchi.

65,000 dollari.
Il “negro” era diventato ricco.
E da quel momento la sfida uscì dal ring.

Non ringraziò il buon Dio e neanche la magnanimità dell’uomo che bianco, che comunque l’aveva accettato su un ring, no. Mai. Fece dell’arroganza e della cafonaggine degna di un gangsta rap la sua cifra e, forse inconsapevolmente o forse no, inventò una nuova icona pop: il nero che ce l’ha fatta. Guidava auto da corsa, si vestiva in maniera eccessivamente elegante e sgargiante, spendeva fiumi di soldi in locali notturni tanto che,  per risparmiare, ne comprò uno ad Harlem, lo chiamò non a caso Deluxe e lo vendette tre anni dopo a un gangster vero, Owney Madden, che lo ribattezzò Cotton Club.

Veniva fermato spesso dalla polizia stradale per eccesso di velocità e pagava le multe due volte, “così vale anche per la prossima”. Amava l’opera di Verdi, Il Trovatore più di tutti, suonava la viola e adorava Napoleone. Ma soprattutto frequentava solo donne bianche e adorava farsi paparazzare e rilasciare dichiarazioni alla stampa in cui spiegava, senza omettere i prevedibili dettagli, perché le donne bianche impazzissero per lui.

E un giorno si beccò una denuncia. Nel 1912, all’apice della sua carriera e della sua forza fisica.
Che cosa aveva fatto, oltre che sposare una donna bianca nel 1911?
Aveva violato il Mann Act. Meglio noto come The White Slave Trafic Act era una legge promossa dal senatore repubblicano James Robert Mann per arginare il fenomeno della schiavitù bianca (gulp!),
in particolar modo delle donne. In sostanza la legge perseguiva e puniva chiunque trasportasse oltre il confine del proprio stato di residenza “una donna o una ragazza a fini di prostituzione o dissolutezza o per qualsiasi altro scopo immorale”.
Come dire: non è necessario essere un pappone, basta un comportamento sessuale dissoluto e la legge ti punisce. Ma per una nobile causa: proteggere la donna  – e mai il termine fu più adatto – in oggetto.

E Jack dissoluto lo era, e tanto.
A ogni match che giocava fuori casa si portava dietro il suo codazzo di ragazze, quindi gli estremi c’erano, per il traffico di donne. Dissolutezza, sodomia e altri capi d’imputazione erano facilmente deducibili dagli uomini di legge.
Una, Belle Schreiber, lo denunciò, ma chi rischiò di finire in galera fu un’altra, Lucille Cameron, perché di lei c’erano le prove. Ma la ragazza negò. E lui la sposò, tre mesi dopo la morte della prima moglie.
Ma non bastò il matrimonio riparatore, l’accusa rimase e loro scapparono, destinazione Parigi, la più libertina delle città.
Per sei anni vissero latitanti tra la Francia e il Messico fino a quando nel 1920 tornarono, e lui pagò il suo debito con la giustizia: un anno nel carcere di Leavenworth, Kansas.
Nel 1925 gli tolsero il titolo, ma lui continuò a combattere da professionista fino al 1938, fino a sessant’anni. La motivazione? I soldi, what else?

A decidere della sua vita fu ancora una volta la fame.

La sera del 10 giugno del 1946 Jack sfrecciava sulla sua auto da corsa per le strade di Franklinton, si era fatto tardi e non aveva ancora mangiato. Così si fermò in un ristorante, un buon ristorante, uno di quelli che gli era già costato un numero indefinibile di pugni, per poterselo permettere.
Ma in Nevada, in quei posti per ricchi, i “negri” non erano ammessi. Non era questione di soldi e neanche di fama. Era la razza bianca che si difendeva dai suoi uppercut e da quelli di tutti i “mandinghi” che minacciavano la sua supremazia per il solo fatto di esistere e di essere lì.
Furioso, si rimise alla guida e sgommò.
Si schiantò pochi chilometri dopo e morì sul colpo con quella stessa morsa nello stomaco che lo aveva fatto andare via di casa poco più che bambino.

Nel 1971 Miles Davis, un altro nero uscito dall’oscurità, gli dedicò un album, A tribute to Jack Johnson. La voce di Brock Peters, che chiude l’ultima traccia recita:

«I’m Jack Johnson. Heavyweight champion of the world. I’m black. They never let me forget it.
I’m black all right! I’ll never let them forget it!»*

Nel maggio del 2018 il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha decretato il perdono postumo per Jack Johnson.
Promotore dell’iniziativa e cerimoniere Sylvester Stallone.
Per Lucille, dalla legge equiparata a una cavalla trasportata a uno Stato all’altro, nulla, neanche un
“Ops, ci spiace!”. Ma questa è un’altra storia…

*(“Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei pesi massimi. Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. Sono nero, d’accordo! E non permetterò mai che lo dimentichino!”).

 

 

Blob è in debito con lei. Senza “Oddio, Ciro!” il programma, all’epoca appena nato, non avrebbe mai fatto quell’audience. Ma prima della tv e degli scherzi di pessimo gusto (la telefonata partì dagli uffici dell’Alemagna) Sandra Milo è stata musa e forse anche amuleto di cose ben più importanti.
Si chiamano capolavori e portano firme di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Antonio Pietrangeli, solo per citarne un paio. E ha incarnato un’epoca, il Dopo Guerra, e un momento rimasto unico, il Grande Cinema Italiano,  apposta in maiuscolo.
L’abbiamo incontrata perché di passaggio a Milano al Teatro Franco Parenti con Toc Toc, commedia di Laurent Baffie , e perché ha tenuto a battesimo un Labò, un nuovo spazio culturale nato in città per volontà dell’editore Mauro Morellini.
“C’è bisogno di un messaggio culturale forte in questo momento”, ha detto e noi di mollybrown.it non potevamo non esserci.

Da dove si comincia un’intervista a Sandra Milo?
Cominciamo così: è contenta di essere Sandra Milo?

Giusto. È contenta di essere Sandra Milo?
Sì! E anche molto.

Cosa non sappiamo di lei?
Sapete tutto. I non ho mai nascosto nulla della mia vita. Perché sono un personaggio pubblico e, se scegli questa vita, devi accettare che la tua ti appartenga un po’ di meno, e perché sono caratterialmente così, trasparente.

Si considera una donna fortunata?
Ho avuto delle grandi fortune, ma tutto quello che ho fatto nella vita me lo sono guadagnato. E costruito. Anche il mio modo di essere, è stata una scelta e una fatica diventare la donna che sono, perché nessuno nasce disponibile, pronta alla comprensione, è una questione di scelta.

Quanto ha amato?
Tantissimo, in modo travolgente e sconsiderato.

Qual è stato il suo amore più felice?
Gli amori non sono mai felici, non possono esserlo. Gli amori ti riempiono, ti fanno sentire piena di un’altra persona quasi fino a soffocarne, e nonostante ciò poi finiscono. La felicità in amore è allora solo fatta di attimi, momenti di straordinaria bellezza e fusione. Ma il grosso dell’amore sono le tensioni, le fatiche e le strategie. L’amore ha bisogno di una strategia.

E qual è stata la sua strategia vincente?
L’adulazione. Gli uomini sono più fragili, più insicuri e l’adulazione li rassicura. Perciò bisogna dirgli che sono bravi, intelligenti, belli. Agli uomini piace tanto sentirsi dire che sono belli. Tutto questo si trasforma in attrazione per noi, dipendenza. Sia chiaro: non voglio dire che una donna deve essere sottomessa, è che l’amore funziona meglio così. Qualsiasi tipo d’amore, anche quello per i figli.
Bisogna adulare chi si ama, perché dà sicurezza.

Quindi non è vero che negarsi paga di più in amore?
No, non credo proprio. Quello vale per quelle persone complicate e un po’ involute. Perché alla fine che cosa cerchiamo tutti quanti? Essere amati, e quindi devi amare anche tu, prima tu.

Certo che però adulare Federico Fellini non deve essere stato molto difficile…
Era normale che una ragazzina restasse incantata da un uomo così. E poi, l’attrazione per l’intelligenza, l’attrazione assoluta per il talento, le capacità. Assoluta perché secondo me l’intelligenza, quella vera, è anche bontà straordinaria, capacità di comprensione e di amore. Una persona stupida non ha queste capacità, può essere buono perché inerte, perché non ti fa del male. Ma la bontà è consapevolezza, e richiede intelligenza.

L’ha amato molto?
Ero innamorata persa e lo sono rimasta per tutta la vita. Oggi che ripenso a lui da donna matura, ancora di più, perché lui era un visionario, un precursore, un uomo capace di vedere in là, più avanti. È stato il mio maestro, mi ha insegnato a uscire dalla mia pelle. Mi ha costretta ad abbandonare ogni pudore, perché diceva che un attore non può avere pudore. Quando abbiamo girato Otto e mezzo a un certo punto ho sentito come se mi avesse preso la pelle e me l’avesse strappata di dosso e rovesciata. E superato lo choc ho capito che quello che mi stava insegnando era molto più che recitare, mi stava insegnando a vivere, a esprimere i miei sentimenti senza nessun riserbo.

Come si fa ad amare un uomo senza averne l’esclusiva?
L’amore è amore. Non è possesso, è qualcosa che t’invade, è dentro di te. E ce l’hai comunque, anche se un uomo ha dieci mogli, e  non puoi sradicarlo da dentro te stessa se lo provi.

È mai stata gelosa?
Non ho senso della proprietà. È uno degli effetti di essere nata durante la guerra: si poteva perdere tutto da un giorno all’altro, non aveva senso attaccarsi alle cose. Anche con gli uomini sono sempre stata così, non li ho mai considerati una proprietà, quindi no, non sono mai stata gelosa.

Chi è l’uomo che ha amato tutto di lei?
Secondo me lo devo ancora incontrare! Federico era magico, entrava dentro di te e frugava, sapeva tutto di te anche se ti aveva appena conosciuto. Lui sì, mi aveva capita. Recentemente ho visto una sua vecchia intervista in cui ha detto di me cose che non sapevo: “Sandra ha una natura gentile, ed è una donna molto interessata alle cose, ma… fino a un certo punto! E questa è la vera saggezza”.
Ed è vero, io sono curiosa di tutto, ma… fino a un certo punto.

Lei è un po’ la nostra Marilyn, incarna un modello di femminilità sexy ma ironica. Si riconosce in lei?
La Monroe era una donna profondamente infelice, e io invece no. Io sono sempre stata come appaio. Di lei mi piace quella ingenuità, quel candore interiore, quella lievità che adoro molto nelle donne quando ce l’hanno, e che mi piace pensare di avere.

Quando ha preso consapevolezza del sua bellezza?
Non ancora! Quando mi dicono: “lei aveva soprattutto questa sensualità…” io resto stupita.
Io? Sensuale? Non me n’ero accorta!

Il ricordo più bello della sua vita?
Ne ho molti, ma credo sia mia madre, le sue braccia meravigliose, bianche, morbide. E quel profumo che non era un profumo ma era il suo odore, sapeva di rosa e quando mi abbracciava mi restava nel naso.
E poi la nascita dei miei figli. Io non ho voluto il cesareo, volevo essere vigile, vivere tutto quel momento, quella gioia infinita e poi quella malinconia profonda, perché quando poi tuo figlio nasce, ti senti improvvisamente sola. I nove mesi di gravidanza sono gli unici mesi in cui non ti senti sola.

È stata una madre sbaciucchiona e coccolona?
No. I bambini odiano essere sbaciucchiati. Sono stata presente, ma ho sempre cercato di capire cosa piacesse a loro e quale fosse la loro indole. Mi sono sempre trattenuta nelle mie manifestazioni, ma darei la vita per loro senza pensarci due volte.

Se non avesse avuto figli si sentirebbe una donna meno completa?
Assolutamente no! Sarei molto felice! Avrei fatto molte più cose e speso molto di meno. Io ho un eccessivo senso della responsabilità e quindi per me i figli sono sempre stati un motivo di grande apprensione, anche perché li ho educati tutti e tre da sola. E comunque non credo che una donna si completi con i figli, no.

Lei quando sua madre si è ammalata ha preso una posizione netta a favore dell’eutanasia…
E continuo a difenderla. Vedere una persona amata soffrire senza speranza, solo per arrivare all’inevitabilità della morte è terribile. Mia madre è morta molto vecchia e gli ultimi periodi sono stati atroci, continuava a chiedermi di aiutarla e io le dicevo di no, che non potevo. Un giorno mi ha detto: “Io per te l’avrei fatto”, e lì mi sono sentita egoista. Poi sono stata denunciata per “apologia della morte” da un onorevole democristiano di cui non ricordo il nome, ho subito un processo, rischiavo di essere condannata… Ma ho ricevuto migliaia di lettere dalle persone che mi comunicavano solidarietà e mi ringraziavano. La dignità di morire dovrebbe essere un diritto.

Che effetto le fa l’Italia di oggi?
Mi sembra stia andando un po’ indietro. Io ho vissuto un periodo meraviglio dopo la guerra. Me-ra-vi-glio-so! C’era una tale voglia di vivere, una fiducia, un entusiasmo che si sono trasformati in cultura, alta, pop, d’élite… Cultura. Cinema, musica, teatro, televisione era tutto un fermento. Oggi ne vedo molto meno, ma qualcosa si muove nel teatro e nell’editoria, e io cerco di esserci.

La tecnologia ha tolto o ha dato qualcosa al cinema?
Credo che abbia tolto. Io recitavo con una camera fissa davanti e il volto del regista affianco, che mi guardava negli occhi, mi guidava. Era quasi un dialogo a due, e quell’intensità arrivava allo spettatore. Oggi il regista non lo vedi quando reciti, è in cabina e il suo volto è sostituito da protesi tecnologiche, telecamere volanti, droni.

Com’era Roberto Rossellini?
Un genio. Meno solare ed espansivo di Federico, ma un Leonardo Da Vinci del cinema. Aveva inventato uno zoom fai-da-te e lo chiamava il “panzino” ed era un accrocchio che aveva fatto con un macchinista con una chiave di quelle per l’acqua delle pompe da giardino. Ha vissuto per il cinema, disegnava le scenografie e trasformava i luoghi e le persone che lo incontravano

Dove tiene tutti i premi che ha vinto nella sua carriera?
Non li tengo. Li ho sempre regalati, quelli brutti, buttati. Non ho mai conservato un giornale, un’intervista, nulla. So di colleghi che hanno veri e propri archivi, a me stanca solo l’idea.

È in forma smagliante, fa ginnastica, segue una dieta?
Mai fatto sport in vita mia. Non so neanche nuotare… E sono golosa.

Squilla il telefono…
Mi scusi, guardo chi è.
Ciro!

Questa volta l’espressione è di gioia. Ciro sta bene e ha un bimbo di quattro anni per il quale lei sta scrivendo Lettere a mio nipote, la sua prima, completa autobiografia.
Grazie mille “Sandrocchia”, per il tempo e l’amarcord di quell’Italia meravigliosa che ci ha regalato.
E in bocca al lupo per i suoi mille progetti e desideri ancora tutti da avverare.

 

 

Adesso che Rami Malek ha vinto il prevedibile e previsto Oscar anche noi possiamo dire la nostra.

Abbiamo aspettato e sforato date, “dimenticato” compleanni e anniversari ma non è stato un caso, è stata una scelta condivisa e difesa.

“E voi di mollybrown.it non fate niente su Freddie Mercury?”

Sì, non facciamo niente, a caldo. Mentre tutti ne parlano, noi lo facciamo nostro, ce lo coviamo un po’ e poi lo ve lo restituiamo, sperando che vi lasci  una briciola in più di tutto quello che avete letto altrove.

La sua biografia la conosciamo ormai meglio di quella di antenati e parenti: si chiama Farrokh Bulsara, nasce a Stone Town (Zanzibar) il 5 settembre 1946, è di origine parsi (quindi persiano di religione zoroastriana) vive con i nonni in India fino ai diciotto anni, poi segue i genitori a Londra, fa il facchino, il magazziniere, si diploma all’Ealing Art College, Brian May e Roger Taylor all’inizio non lo vogliono, nel 1970 conosce Mary Austin, aka Love of my life, si scopre gay, nel ’75 scrive Bohemian Rapsody, nessuno crede in un singolo che dura 5:56 minuti, i Queen fanno il botto e diventano una delle rock-band più amate al mondo, nel 1987 annuncia di essere malato di aids, il 24 novembre 1991 muore.

I suoi duetti hanno fatto storia: da Under Pressure con David Bowie nel 1981, che il Duca Bianco si rifiutò sempre di eseguire dal vivo fino alla morte di Mercury, all’album Barcelona con il soprano Monserrat Caballé, che fino al 1987 era nota solo ai cultori della lirica.

I video manco a dirlo: ancora oggi I want to break free resta impareggiabile e insuperato.

Si può non amare la musica dei Queen, si può accusarli di aver svenduto il rock al pop commerciale o. come disse Sid Vicious, di aver “portato la danza classica alle masse”; si può giudicare Bohemian Rapsody “una cagata pazzesca” troppo lunga e artificiosa e We are the champions un jingle pubblicitario.
Si può trovare odioso Brian May, tascio come un pianista da matrimonio Roger Taylor, anonimo come un postino inglese John Deacon.
Si può essere colti da conati di vomito leggendo il testo di Bicycle Race (you say black, I say white, You say bark, I say bite) ma…

Non si può non amare Freddie Mercury.
Impossibile.

Ed è inutile cercare di spiegarlo sociologicamente: ha rappresentato l’immigrato, il “paki” che ce l’ha fatta, il gay che non si è nascosto, il malato di aids che ha lottato fino all’ultimo. Bullshit, come le spiegazioni tecniche: ah che voce, quasi quattro ottave d’estensione (come Albano, Axl Rose nel fa cinque!), eh ma come ballava, sì, d’accordo ma Mick Jagger ancora oggi si muove come una danzatrice balinese di quattordici anni.
Per non parlare di quelle scientifiche: in Olanda, all’università di Groningen, un gruppo di neuroscienziati ha tirato fuori una formula matematica da Don’t Stop me now per dimostrare che è una “feel-good song”, una sorta di benzodiazepina rock che dispensa buon umore. Ah ecco perché…

No. Non è per questo che si ama Freddie Mercury.

Ci sono persone che riempiono lo spazio anche se non superano il metro e settantasette centimetri di altezza, che se alzano un braccio con un pugno chiuso ridefiniscono l’orizzonte, non stanno facendo outing politico. Ci sono uomini che mantengono uno sguardo bambino anche strafatti di coca ed emanano una straordinaria delicatezza vestiti in pelle nera e guinzagli borchiati.

Esistono degli esseri che, nonostante siano speciali e abbiano talenti rari, sono in trappola.
Esattamente come tutti noi. Stessa rat race, quello che cambia è solo l’ordine di grandezza, il parametro.
Certo, magari per noi quello che fanno loro sono cose molto fighe, ma per loro sono l’unica cosa che sanno fare, per questo sono in trappola. E per questo se li guardi bene ti accorgi che non sono molto felici, come tutti noi, anzi molto più di noi. Perché noi, diversamente da loro, possiamo comunque raccontarci che avremmo potuto fare le rock star, prima di finire  a lavorare in banca, loro no.
Brian May sì, Taylor e Deacon pure. Freddie no.

Per questo non si può non amare Freddie Mercury.
Per questo si deve amare Freddie Mercury, indipendentemente.

Perché non potersi immaginare liberi di scegliere il proprio destino è la più grande condanna.
Devi uccidere una parte di te (mama I just killed a man…) e poi andare, andare, andare (I’m gonna go, go, go…), senza fermarti mai, e bruciare attraverso il cielo, Mr Fahrenheit, perché non hai un’altra possibilità. Lo puoi urlare I want to break free, e lo devi urlare, perché non sarai mai libero davvero.

No, non sono le sculettate con l’asta del microfono in mano, i look leggendari, gli acuti e le smorfie
il motivo per cui tutti amiamo Freddie Mercury.

È per la terribile punizione avuta in sorte: non potersi immaginare diverso, non potersi raccontare, neanche sotto effetto di droghe lisergiche, “avrei potuto fare l’ingegnere gestionale, se non fossi finito su un palco a cantare We will rock you”.

 

La sigla la saltavo, nel senso fisico, perché all’epoca non c’erano Raiplay e Sky on demand.
La trovavo insopportabile con quelle vocine isteriche di bambini stonati, guidati da un paternalistico Roberto Vecchioni (sì, la prima l’ha cantata lui!). E ingiusta.
Perché i cartoni di Barbapapà per me non erano un intrattenimento, ma dei maestri di vita.
Il tempo, le letture e gli studi me li hanno poi  rivelati in tutta la loro potenza filosofica e terapeutica.

Prendere la forma del mondo attorno, farsi sedia, uccello, piffero, albero…
Sbugiardare Aristotele e il suo principio d’identità: A uguale ad A, A diverso da B…
Si può essere se stessi e altro, piffero e sedia, albero e uccello.
Io-non io…  Era forse questo quello che intendeva Fichte?
E quanto avrebbe fatto bene a Hegel, invece, guardare qualche episodio e scoprire che no, non è vero che “tutto ciò che è reale è razionale”…

Ma come sono nati questi personaggi? A idearne i fumetti furono Annette Tison e Talus Taylor,
lei designer francese, lui professore di matematica e biologia americano, moglie e marito.
Siamo nel 1969 e in un bistrot sulla Rive Gauche dove si stava facendo la filosofia del secondo Novecento con Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir (ecco perché…) e lei butta giù un bozzetto.
Qualche mese ed esce il primo album e poi un altro e nel 1973 il primo lungometraggio:
Le avventure di Barbapapà. E quindi il successo.

Nelle intenzioni degli autori il fumetto doveva affrontare temi seri e impegnati (le philosophe engagé dominava la ribalta della scena culturale-mondana parigina): inquinamento, ecologia, accettazione della diversità. E infatti Barbapapà, questo blob rosa e tremolante uscito dal sottosuolo di una casetta di provincia, è un emarginato. Incontra due bambini, Francesco e Carlotta, che invece lo accolgono e diventano amici. Dallo stesso giardino nascerà Barbamamma, nera, dalle forme più sinuose, elegante e col filo di perle. Insieme avranno sette figli: Barbabella, la figa scema della famiglia, Barbaforte, lo sportivo, Barbalalla, la musicista, Barbabarba, l’artista, Barbottina l’intellettuale, Barbazoo il naturalista, Barbabravo lo scienziato e Lolita la cagnolina.
Schifati dall’inquinamento e dalla cementificazione del pianeta, la famiglia lascia la terra a bordo di un’astronave, novella arca di Noè che accoglie tutti gli animali spaventati.
Torneranno solo quando gli uomini capiranno di aver sbagliato.

La tematica ecologista è diventata un grande classico nel mondo dei fumetti/cartoni per l’infanzia e quella dell’accettazione della diversità altrettanto. Entrambe hanno trovato testimonial più efficaci ed effetti speciali da grande cinema, ma c’è qualcosa che resta a tutt’oggi insuperato nei Barbapapà ed è la loro funzione terapeutica.
Perché dopo averti sollevato quesiti filosofici, loro non ti lasciano solo, ti indicano la strada.
Adattati al cambiamento, assorbi l’urto senza romperti, rinnovati e reinventati ogni volta in modo di diverso, modifica il tuo funzionamento prima, durante e dopo un imprevisto, ridefinisci gli spazi attorno a te ridefinendo te stesso.

Farsi tavolo il giorno del pranzo di Natale ti rende più sopportabili le tensioni che inevitabilmente la ricorrenza produce; mutarsi in piffero quando le labbra che ti baciano non sono quelle giuste è l’unica soluzione per non perdere la propria armonia; trasformarsi in polpo quando vuoi proteggere chi ami è un atto dovuto; scoprirsi rondine quando la realtà cerca di affossarti è necessario per continuare poi a camminarci dentro…

Oggi gli psicoterapeuti la chiamano Resilienza. Per me resta un Barbatrucco.

Se sei nato con una faccia cubista e un fisico da Barbapapà, come hai fatto a diventare uno degli attori più pagati del cinema inglese, nonché una delle voci più autorevoli e influenti della cultura britannica e quindi un’icona pop amata osannata ormai da un paio di generazioni?
C’è solo una spiegazione: sei la quintessenza di quella cultura che, a sua volta, si lascia ben volentieri rappresentare da un signore corpulento e stravagante, dichiaratamente gay, spudoratamente snob e drammaticamente bipolare.

In Italia Stephen Fry sta per: «Ah, sì quello che ha fatto Oscar Wilde nel film di Brian Gilbert» di cui tutti ricordiamo l’impressionante la somiglianza con Oscar Wilde, oltre che l’abbagliante bellezza di Jude law\Bosie. Ma a casa sua è cento volte più famoso, ed è difficile trovare un nostro equivalente, perché Mr Fry dopo aver conseguito una laurea in Inglese al prestigioso Queen’s College di Cambridge è diventato attore di teatro e cinema, conduttore televisivo, regista, documentarista, scrittore, opinionista per giornali, voce degli audiobook di Harry Potter. Insomma, un’icona culturale.

Se ai suoi esordi la celebrità è arrivata grazie al sodalizio artistico stretto all’università con Hugh Laurie, la rivelazione della cifra di questo incredibile personaggio è avvenuta qualche anno dopo con due documentari, dai lui scritti, diretti e interpretati che hanno vinto una valanga di premi della critica. Stiamo parlando di The Secret life of a Manic Depressive e The Not So Secret Life of a Manic Depressive.

Già il fatto che siano targati BBC è garanzia di qualità ma la loro visione rivela qualcosa di più: sono un concentrato di eleganza, compassione, e sapere.
Fry esamina in modo impietoso il suo stato di maniaco-depressivo, o meglio di Bipolare, che è un termine molto più up-to-date per indicare una malattia terribile e inguaribile.

Non trovate emozionante il modo in cui Piero Angela riesce a far capire anche a una modesta massaia un astruso principio di fisica quantistica? Beh… Provate a vedere The Secret Life of a Manic Depressive e The Not So Secret Life of a Manic Depressive, vi ritroverete a rimpiangere la pacata noia dei documentari di SuperQuark perché quelli di Fry sono un pugno nello stomaco sferrato con l’eleganza del fioretto.

A parità di accuratezza delle fonti scientifiche, di abbondanza dei case studies, di utilità dei dati statistici, lo stile documentaristico di Fry si avvicina, e parecchio, alla buona letteratura.
La narrazione fatta in prima persona in un inglese impeccabile tanto nella dizione quanto nell’eleganza del fraseggio e nella ricercatezza dei termini, intreccia vissuto personale e testimonianze di “compagni al duol”, evidenze scientifiche e infinita compassione, osservazione spietata e immensa solidarietà.

Insomma è una perla di stile ma è anche un lavoro utile, così come impone il pragmatismo anglosassone: sulla scorta dello stellare successo di pubblico, il dibattito sulla malattia mentale si è fatto ancora più aperto, nel Regno Unito, facendo emergere tanto lo stigma che colpisce pesantemente i pazienti psichiatrici quanto la sofferenza dei parenti di questi individui – nel bene e nel male – fuori dal comune.

E in Italia? Il documentario non è mai arrivato. Esiste su YouTube qualche link alla versione originale ma nulla di tradotto o sottotitolato.
Per fortuna, però di Stephen Fry è stato tradotto proprio recentemente un libro che in Gran Bretagna ha avuto grande successo. Non c’entra nulla con il disturbo bipolare, se non fosse che solo un bipolare può essere un ottimo attore, un ottimo regista, un ottimo documentarista e un ottimo classicista… all- in- one! Si tratta di Mythos (Salani), finalista del National Book Awards, osannato dalla critica, apprezzato dal grande pubblico.
Il solito Stephen Fry che fa sempre centro proponendo una lettura dei miti greci o meglio una rilettura che possa essere utile nel ventunesimo secolo.

Il libro è imperdibile. Il suo autore è un inaffondabile che ricorda al mondo quanto possa ancora essere utile laurearsi in lettere (d’accordo, meglio se a Cambridge come ha fatto lui) e dimostra che saper scrivere, parlare, narrare non sono solo abilità artistiche ma possono offrire cure per l’anima, chiavi per comprendere il mondo, armi per portare avanti grandi cause.

Premessa: questo non è un articolo, è un ricordo. E quindi sarà incompleto, ma per quello che ha fatto, per i tantissimi libri e premi letterari, i programmi televisivi e le comparsate in film, le campagne pubblicitarie e le interviste rilasciate c’è Wikipedia, e dal 20 dicembre dozzine di articoli usciti su tutti i giornali. Perciò, scusate l’incompletezza.

Ho conosciuto Andre G. Pinketts nel 1993.
Lui era già “il Pinketts”, io una giovanissima redattrice per Cosmopolitan.
Scriveva per il magazine articoli di costume e attualità, a modo suo.

Bionda, che ne dici di un pezzo su “Come reagiscono le donne davanti a un’esibizionista?”.
Io salgo su un tram, in impermeabile, poi a un tratto lo apro e sono nudo. E vi scrivo cosa mi dicono.

Non abbiamo mai saputo se l’avesse fatto davvero, ma bastava l’idea, e la sua scrittura.
Unica, paradossale, funambolica, in uno strano equilibrio tra Raymond Quenau e Giorgio Scerbanenco, il suo grande maestro. Noir e gioco linguistico, senso della trama e senso della frase, giusto per citare il titolo di un suo celebre romanzo.

Era bello Andrea, un Bruce Springsteen che al posto della bandana indossava cappelli a falde larghe e le cravatte più kitsch che siano mai state prodotte. E fumava il sigaro sempre, ovunque, anche dopo il divieto di fumo nei locali pubblici.

Vieni giovedì a Le Trottoir ho fondato la Scuola dei duri e parliamo di letteratura, ma anche di cazzate.

E ci andai. E lo trovai al tavolo con Fernanda Pivano che lo guardava con amore materno e fiducia. Lei, il mito, la donna che aveva portato in Italia la Beat Generation che taceva mentre questo ragazzone di poco più di trent’anni parlava con voce roca e vocali meneghine di Jack Kerouac, Ernest Hemingway, Edgar Lee Masters, Superman, Batman, Jack lo Squartatore e Franco Califano.

Era pop per vocazione e nel senso nobile: alto e basso, letteratura e canzonette, grande cinema e programmi tv s’incastravano nelle sue parole in una maniera unica e strepitosa.
Poteva parlare di qualsiasi cosa, Andrea, di Shakespeare e di Pupo, e sempre ti arriva addosso quel lampo, quel guizzo di genialità e stupore.
Un bambino talentuoso che guardava alla vita con occhi curiosi e attenti.

E ricordava tutto. Poteva non incontrarti per anni, bere litri di birra, essere in feste affollate attorniato da fan e ragazze semi-nude e ti salutava sempre, e ti riconosceva sempre.
E ti invitava nei suoi luoghi, e ti rispondeva al telefono.
Un cellulare di prima generazione.
Niente WhatsApp, niente email, niente social.
Analogico per scelta etica: parole, voce, sguardi, puzza di Toscano e pinte di birra. 
Era un uomo di mondo (del mondo, avrebbe specificato) un playboy, un grande bevitore, un nottambulo. Ma.

Ciao Ma’ ti volevo dire che stasera non torno a dormire.

Per tre anni ho avuto il numero di telefono di casa (si andava di fisso all’epoca) identico a quello della madre di Andrea, solo una cifra, un 9 suo, che diventava 6 per il mio.
E alla sera, la birra, gli amici, le ragazze… ci va un attimo che lo componi al contrario.
E lo componeva al contrario, con una regolarità che era diventata leggenda.
Se squilla il telefono dopo la mezzanotte, può essere solo il Pinketts.

Non sono la tua mamma, Andrea!
E chi sei allora?
Anna, Cosmpolitan
Ah sì, la bionda. E che ci fai a casa mia?

E nonostante gli avessi spiegato già la prima volta che non ero a casa sua, me lo domandava ogni volta. Lui, il fondatore della Scuola dei Duri, il ragazzaccio sempre con una birra in mano e un paio di pupe sottobraccio, alla sera se tardava o dormiva fuori, avvisava la mamma.

L’anno scorso l’ho chiamato per chiedergli di fare parte dell’antologia Lettere alla madre che stavo curando per Morellini Editore.
Non potevo non farlo dopo aver ricevuto telefonate per conto di sua madre per tre anni!
Mi convocò nella nuova sede de Le Trottoir, mi cantò con una voce bellissima e perfettamente intonata Ciao Mama del Quartetto Cetra e mi disse: «Ok, ci sto».
Prima di inviarmi la sua lettera mi telefonò per dirmi che avrebbe voluto che il testo integrale della canzone venisse impaginato a sinistra, a fronte con l’incipit della sua lettera.

Ti va bene? 
Certo Andrea 
Non vorrei che gli altri autori pensino che voglio fare il fenomeno con questa richiesta particolare.
Ma tu sei un fenomeno!
Cazzo, hai ragione!

Tre giorni dopo mi arrivò il testo, e mi telefonò alle undici di sera.

Leggilo bionda, e fammi sapere subito.

E io lessi in tempo reale e lo richiamai.
«Non credevo che avrei mai desiderato di avere un figlio come te», gli dissi.
E lui, serio, una voce improvvisamente bambina e nitida: «Ma ti è piaciuta?».
Sì, Andrea -adesso seria io- è meravigliosa.
Mi chiese di scrivergli un messaggio in cui apparisse evidente che la sua mamma veniva fuori bene dalla lettera. Non voleva fargliela leggere prima della pubblicazione, ma voleva rassicurarla.

Bellissima lettera! E bellissima “mama”, dalle tue parole traspare una donna meravigliosa e un passo avanti. Spiegato finalmente da dove arriva il talento del Pinketts. Grazie

Ovviamente mi richiamò, perché Andrea era una di quelle persona che quando ti chiedeva un favore poi ti ringraziava. E mi ringraziò, e mi disse che la sua mamma si era commossa.
Ma io prima di lei, quando avevo letto:

Per me una lettera alla mamma è composta da una lettera sola, A come amore, con una firma A come Andrea.

È stato con me la sera del mio compleanno e ha tenuto il discorso prima del taglio della torta come uno sposo di provincia, e ha declamato la sua dedica folle e improvvisata , scritta come sempre in stampatello. Ed è stato al mio fianco la sera della prima presentazione milanese di Lettere alla madre, e ha tenuto banco, incanto, fatto ridere e pensare. Come sempre.
E ha trovato il modo di esserci anche la sera della presentazione per BookCity, con un video feroce e spavaldo in cui ha ancora una volta ha dimostrato di essere un uomo generoso, coraggioso e profondamente onesto.

Spero che questo mio ricordo ti piaccia, Andrea.
A me è piaciuto tantissimo conoscerti.

 

 

 

 

 

“La danza, in misura maggiore delle altre attività artistiche dell’uomo, concede questa sensazione estrema del possibile”, diceva Paul Valery.

La sensazione estrema del possibile: contro le leggi di gravità, contro la miseria, contro la cortina di ferro, contro i pregiudizi, contro le convenzioni di un’arte intoccabile.
Si può essere ciò che si sogna da bambini, sembra raccontare la sua vita da romanzo russo.
Si può raggiungere la perfezione, dimostra la sua arte.
Si può cambiare il mondo, se non il pianeta, quella porzione in cui scegliamo di vivere.

Rudol’f Chametovič Nureev, traslitterato in inglese in Rudolf Nureyev, nacque il 17 marzo del 1938 su un treno, o meglio: su quello che per tutti noi incarna “il” treno, la Transiberiana.
Sua madre doveva raggiungere il padre a Vladivostok, giorni e giorni di viaggio, e lui nacque su una carrozza sgangherata, ultimo di cinque figli.
In seguito si trasferirono a Mosca e poi, durante la guerra, vennero sfollati a Ufa, in Baschiria.
Non semplicemente poveri, miserabili, ultimi in una terra in cui gli alberi non avevano più cortecce perché venivano bollite e mangiate.
«Di quei tempi ricordo la fame generale, il desiderio di mangiare qualcosa di diverso da una patata», dichiarerà. Ma nonostante ciò Farida, la madre, la sera del 31 dicembre del 1944 riuscì a portarlo nell’unico teatro della città per assistere a un balletto classico, una delle poche cose che in Russia non sono mai mancate, neanche nei momenti più duri.

«Pensai che tutto ciò che vedevo era magico. Diventerò un ballerino».

E così fu.

E cominciò da dove poté: danze popolari per piccoli spettacoli supervisionati da Anna Udel’cova, ex allieva del mitico Sergej Djagilev, fondatore dei Ballets Russes e mentore, e amante, della massima icona del balletto fino a quel momento: Vaclav Nižinskij.
Lei lo indirizzò a una maestra di danza e questa gli suggerì di provare le selezioni per l’Accademia del Teatro Kirov, l’istituzione della danza nel mondo.
Partì contro il volere del padre che, come in ogni romanzo russo che si rispetti, lo picchiava ogni volta che lo scopriva a lezioni di danza.

Ancora una volta giorni e giorni di treno, per nascere di nuovo.  

Una sosta a Mosca, un provino al Bolshoi, un’ammissione con plauso della giuria e un “niet”. Suo. Primo segnale di carattere indomabile.
Voleva il Kirov e lì andò.
Gli dissero che era vecchio (aveva 17 anni) e non aveva nessuna formazione, ma…
Non potettero non riconoscerne il talento e -immaginiamo- provare anche loro quella sensazione estrema del possibile.

Tre anni di scuola e nel 1958 era già uno dei ballerini più noti e amati.
Parlare di ballerini in Russia è come parlare di calciatori in Brasile, non sono atleti o semplici talenti, sono eroi, divinità pagane. E lui lo diventò.
Quando poi nel 1961 si trovò a Parigi per caso (il primo ballerino della compagnia del Kirov s’infortunò alla scadenza della tournée), e l’Opera quasi crollò per la sua esibizione, e il successo fu così grande e imprevisto che dovettero immediatamente organizzare repliche e nuove date a Londra, qualcosa cambiò.
Per il KGB che scortava la compagnia e per chi comandava in Urss.
Troppa fama vuol dire troppo potere sulla gente, e sulle emozioni, che sono molto più pericolose e incontrollabili dei corpi.
E così all’aeroporto di Parigi gli comunicarono che no, lui non sarebbe andato a Londra con gli altri, doveva rientrare a Mosca per esibirsi al Cremlino.
Un onore, Nikita Chruščëv in persona lo aspettava fiero dei suoi successi.

Ma se sei un tartaro nato nell’Unione Sovietica, se da ragazzino hai visto l’orrore dello stalinismo, se sei già venuto al mondo due volte su un treno e se hai constatato che anche i nemici del popolo piangono dall’emozione quando balli e, soprattutto, se sei Rudolf Nureyev e hai 23 anni che fai? Ti alzi in volo in un Grand Jeté e superi i funzionari del KGB per atterrare tra le braccia di un poliziotto francese.
Il tartaro volante, fu definito il giorno dopo.
«Il più grande volo della mia carriera», lo definì lui anni dopo.

Da quel momento in poi, la libertà, e con lei una fama e un successo senza precedenti nella storia della danza. Che a sua volta non fu più la stessa. Perché con lui cambiò tutto.
Il ballerino assunse un nuovo ruolo nel balletto: non più semplice “portatore” di étoile ma protagonista, e le coreografie, gli abiti di scena (prima di lui mai nessun maschio in Russia aveva ballato in calzamaglia), i confini tra classica e moderna che gradualmente sparirono.

Nel 1962 l’incontro con Margot Fonteyn, la “prima ballerina assoluta” come l’avrebbe titolata di lì a vent’anni la Royal Ballet di Londra. Un sodalizio artistico, un’amicizia durata tutta la vita, un legame unico iniziato il 21 febbraio del 1963 quando al termine di Giselle, in un Covent Garden estasiato e impegnato in uno degli applausi più lunghi della storia del teatro, lui s’inginocchiò ai suoi piedi e le baciò la mano, una dichiarazione d’amore e fedeltà cui non venne mai meno (le pagò una costosissima clinica quando si ammalò).

E poi i look, così improbabili e kitsch da fare tendenza, e i suoi amori. Tanti, molti inventati (quello con Freddy Mercury), alcuni fondamentali, primo tra tutti quello con Erich Bruhn, direttore del Balletto Reale Svedese e Robert Tracy, ballerino conosciuto in una delle mitologiche notti sfrenate allo Studio 54.
Non amava la mondanità eppure vi si concedeva, idolo osannato dal vero jet set di quegli anni, Jacqueline Kennedy, Maria Callas, Andy Warhol solo per citarne alcuni.

Rivide la madre, che non lo riconobbe, ventott’anni dopo, quando nel 1987 Michail Gorbačëv lo invitò personalmente in Russia, e danzò per l’ultima volta al Kirov di fronte a un pubblico, ancora una volta in estasi, per quanto molto poco informato sulla sua incredibile carriera.

Nel 1991 l’Aids esplose in tutta la sua violenza, e lui si ritirò a Li Galli, isola della Costiera Amalfitana, nella più magnificente delle sue tante residenze.
L’ultima apparizione pubblica fu l’8 ottobre del 1992 all’Opera di Parigi, dove il ministro Jack Lang lo insignì della più alta onorificenza culturale francese  (Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere) e il pubblico lo applaudì per un tempo che sembrò non dover finire mai.

C’è chi dice che non amò mai nessuno oltre la danza, e che fosse spietato con i ballerini,
che non lesinasse insulti e urla durante le infinite prove, che facesse cadere a bella posta le compagne che non gli piacevano, che fosse eccessivo e smodato in tutto, intollerante e a tratti maleducato, che se ne fregasse di tutto e disprezzasse ogni pericolo, Aids incluso, che ricco
da far schifo si presentasse in ristoranti stracostosi con decine di amici al seguito senza
un soldo in tasca…

Eppure lo vedi danzare e pensi: sì, la bellezza può salvare il mondo.
Aveva ragione quel pazzo visionario di Fëdor Dostoevskij.

Con Gino Vignali è diventato addirittura un brand: Gino&Michele. Che vuole dire Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano, Zelig (oggi  pure un canale televisivo, il 243 ddt), Smemoranda, ma prima ancora radio, libri, musica, testi di canzoni per l’amico Jannacci…

Intervistarlo vuol dire ripercorrere la storia della cultura pop italiana dagli anni Settanta a oggi. Una missione praticamente impossibile. Anche perché con Michele Mozzati si comincia a parlare e non ci si riesce più a fermare, perché i suoi ricordi sono tantissimi e bellissimi, e si accavallano con i tuoi, e le varie fasi della tua vita, e ogni due per tre ti ritrovi a domandargli: «Ma hai fatto anche questo?», e ti senti un po’ stupida.
Ma soprattutto ti sembra impossibile che nonostante la fama, il successo, le soddisfazioni e il privilegio di fare il lavoro che ama, abbia mantenuto intatta quella leggerezza, quella voglia di giocare e lanciarsi in cose nuove con la curiosità di un ragazzino pronto a salpare sul Veliero Bastoncino (obbligatoria a questo punto la lettura della prefazione a Gli Inaffondabili).

Quella che segue è perciò una chiacchierata-destrutturata in perfetto stile mollybrown.it, l’unico modo che abbiamo trovato per rendere omaggio al nostro unsinkable d’elezione

Il tuo primo libro…

È stato un libro collettivo, una poesia scritta in una scuola privata di cui non dirò il nome (i miei facevano parte di quegli educatori pagati dallo stato che avevano così poca stima del loro ambiente di lavoro che mettevano i figli nelle scuole private!). Credo fosse in prima o seconda liceo classico, diciamo il ’67, quindi in piena rivoluzione di costumi. La poesia diceva che mio padre era vecchio e quindi aveva abbandonato ormai ogni velleità di tipo sessuale. E lui si incazzò molto. E fu il primo insuccesso della mia vita, perché io ci tenevo. Per fortuna piacque ad alcuni genitori, peraltro amici dei miei. A mia madre non ho mai saputo, era così ambigua nel suo giudizio, forse sotto sotto una verità c’era…

E il primo successo?

Dieci anni dopo, nel 1977 con Gino. Ancora un libro, nato di rimbalzo a una trasmissione di grosso successo di Radio Popolare. Un programma anomalo per la più grande radio di controinformazione; si chiamava Passati col rosso e ospitava una rubrica, un finto quiz che s’intitolava Do you remember ’68? ovviamente in chiave satirica e soprattutto autoironica, perché prendevamo in giro da sinistra la sinistra. L’editore della Savelli ci chiamò e ci chiese di fare un libro ispirato al programma. Noi gli dicemmo: «Guarda che ci conoscono solo a Milano»; lui ci rispose: «Mi fido». E così uscì.

Rosso un cuore in petto ci è fiorito, un rifacimento del libro Cuore in chiave però patetico-sinistrista. E vendette 30.000 copie, quasi solo a Milano, e soprattutto vinse il premio Forte dei Marmi come opera prima della satira politica.

E poi…

Da lì abbiamo incominciato a scrivere diciamo una quindicina di libri, molti di satira, poi ci furono le raccolte delle formiche e poi approdammo lentamente alla narrativa con un romanzo che si intitolava Neppure un rigo in cronaca ed era ambientato a Milano e raccontato con un noi narrante, come se io e Gino fossimo stati bambini nel 1958, ma noi in realtà ci siamo conosciuti molto dopo.

E invece il primo libro che hai letto e che ti ha cambiato?

Ah che bella domanda! Non ci ho mai pensato bene, non credo di saper rispondere, il primo libro è difficile. Da bambino mi terrorizzava la fiaba di Hänsel e Gretel, ma la leggevo continuamente, per quel meccanismo che poi ho capito, quando ho fatto il redattore di casa editrice di psicopedagogia (anche, ndr) e cioè che per raggiungere l’età adulta devi passare attraverso una serie di peripezie terribili. E devi avere paura.

«È la paura di non farcela che ti rende forte», come hai scritto nell’introduzione a Gli Inaffondabili?

Esatto.

Ma c’è un libro che ti ha fatto pensare: se lo avessi letto prima mi avrebbe fatto la differenza, mi avrebbe fatto capire qualcosa che ho impiegato dieci anni per capire?

Pavese, le poesie e i romanzi. Ancora oggi sono faticosi, sono duri, no? E Hemingway, che ho amato tantissimo perché era una roba molto “terona” si direbbe in milanese, tutto sangue, guerra, amore, passioni devastanti… Cose così lontane dalla mia realtà.

Ma tu sei uno che i libri li rilegge?

Stoner l’ho letto dieci volte. Perché per me è – ne discuto spesso con i miei amici– uno dei pochi libri maschili scritti in questi decenni; lo sfogo di un uomo, la summa di quello che è l’uomo attraverso i decenni, con tutte le sue fragilità e anche le sue cattiverie. Un altro libro che amo molto e ho riletto più volte è Eureka Street di Robert McLiam Wilson. Lo paragono a Cent’anni di solitudine, e vorrei che fosse per i ventenni di oggi quello che García Márquez è stato per la mia generazione. Un’incredibile storia di formazione. In questo caso di un gruppo di ragazzi durante la guerra civile dell’Irlanda. E ha uno degli incipit più belli della letteratura contemporanea: “Tutte le storie sono storie d’amore”, la sintesi totale di quello che è la narrativa.

Noi siamo un blog pop, saltelliamo da libri a musica, cinema, sport. Qual è il tuo film?

Qui c’è un problema grossissimo, forse è un mio limite. Io sono convinto che tutte le cose che hai citato, hanno vissuto un ventennio unico, irriproducibile: Sessanta-Ottanta. Lì si è consumato tutto: musica, scrittura, cinema, teatro. La mia generazione ha avuto il culo di aver vissuto quegli anni in presa diretta. Capisci che è difficile per noi… Comunque, sul cinema vado a periodi. Ho dei film che considero capolavori assoluti come Sabrina, che è di un’epoca precedente alla mia, e registi a cui torno sempre, come Ettore Scola, e un film che riguardo una volta all’anno: Romanzo popolare di Mario Monicelli.

E la musica?

Io sono un fanatico della musica italiana d’autore. Ho lavorato tanti anni anche con il club Tenco e ho scritto testi per Enzo Jannacci che è stato un amico, oltre che un personaggio unico nel nostro panorama culturale. E poi c’è Gaber. Io se fossi Dio l’ho sentita in anteprima una sera casa mia. Come posso guardare altrove?

Ma avevate la percezione di che cosa sareste stati per chi vi ascoltava mentre facevate queste cose?

Non credo. In certi momenti ho capito che stavo attraversando un periodo della storia di Milano, dell’Italia, non dico da protagonista ma sicuramente da comprimario di personalità straordinarie. Negli anni siamo diventati più consapevoli, penso a quando abbiamo scritto gli spettacoli più importanti di Paolo Rossi o quando abbiamo cominciato a capire che Smemoranda andava al di là di un’agenda e trasmetteva dei valori ai ragazzi. E Zelig o Emilio che sì, erano programmi leggeri, nazional popolari, ma non beceri o volgari. E quando il successo ti premia perché hai saputo cogliere un bisogno che c’è in giro, allora lo fai tuo, quel bisogno. E anche se guadagni e fai cose bellissime, da privilegiato, resti sei sempre con i piedi ben dentro il fango della vita quotidiana.

Ma per fare certe cose… ci vuole orecchio

È passata per una canzonetta sbarazzina, ma in realtà il contenuto è questo. Racconta la storia di un sassofonista che a un certo punto se ne va per i cazzi suoi mentre la base procede, lui va da una parte, la ritmica dall’altra. A questo punto si accorge che non ha più senso suonare perché ha perso la base, non ha più “il pacco immerso dentro il secchio”. Il grande dibattito della sinistra italiana! Gramsci che diceva non dobbiamo abbandonare il popolo, dobbiamo avere il pacco immerso dentro al secchio… e provare a dargli gli strumenti per crescere. Ma devi starci dentro, al popolo. Le avanguardie che si beano di essere avanguardie, i sassofoni che suonano da soli, presto si perdono…

Parliamo di sport…

Sì, sempre! Sportivo è chi lo pratica e chi lo guarda. Certo se guardi una cosa che pratichi, hai una chiave in più. Io ho giocato sempre a pallone, e grazie al calcio ho imparato a lavorare in squadra.

Come si può essere fedeli per tutta la vita a un’unica squadra?

Ho sempre pensato che la grandezza degli uomini consistesse anche nel fatto di poter cambiare idea, dare sempre il beneficio del dubbio a tutto e rinforzare grazie a questo le proprie convinzioni. Ma l’unica cosa che non ammette il cambiamento d’idee è la squadra, il team sportivo. Le donne che cambiano squadra perché il fidanzato cambia squadra o gli uomini che cambiano bandierone a seconda dell’azienda in cui lavorano per me non sono degli sportivi. Non capiscono la vera essenza del tifo che è l’appartenenza a prescindere, oltre ogni logica. Poi all’interno di questa follia collettiva, in cui ciascuno ha il suo credo, ci sono diversi stili che spesso appartengono a delle squadre specifiche.

Esiste un’identità calcistica?

Sì. L’interista, per esempio, è uno che è sempre incazzato, ipercritico. Ha molti dubbi sull’onestà del gioco del calcio in generale e solleva questioni filosofiche. Il milanista è più pacioccone, si pone meno domande e vota Lega. È il tassista di Milano. L’interista è l’idraulico.

Hai conosciuto tanti campioni. Chi è stato il più grande?

Per me ce ne sono stati tre. Uno simpatico e coglione, Maradona. Uno non intellettuale ma molto intellettuale, Roby Baggio. E uno formidabile in campo e schivo di persona, Ronaldo il Fenomeno. L’unico calciatore che vedevo dal vivo e poi per capire cosa avevo visto dovevo rivedere a casa la stessa azione al rallentatore, tanto era veloce con le finte.

E poi c’è Corso, un personaggio meraviglioso.

Un anno abbiamo fatto un Milan-Inter di vecchie glorie e a un certo punto c’era in porta nel Milan Gianni Palladino, un comico che purtroppo oggi non c’è più. Ci danno un rigore e Corso corre sulla palla la prende e dice: «Questa la batto io». Il povero Palladino va verso Corso e lo implora: «Dai non farmi fare una figura di merda». E lui: «Tranquillo, dove vuoi che te lo butti?», «Sulla mia destra». Batte e… tira a sinistra. Ecco questo è Mario Corso. Poi lo abbiamo portato in trionfo. Compreso Palladino che non ha mancato di dirgli: «Quello eri e quello sei rimasto per tutta la vita».

Chi è la persona più incredibile che hai conosciuto?

Urca miseria, incredibile? Dovrei pensarci molto… Quella che ha segnato di più la mia vita direi Oreste Del Buono. Lui mi ha convinto che potevamo farcela con le nostre gambe e potevamo fare questo lavoro da professionisti. E Beppe Recchia, il regista televisivo, e Maurizio Chierici, l’inviato del Corriere.

Perché Hopper, tra tutti i pittori?

[Ha in uscita Silenzi e Stanze (Skira), secondo libro di racconti ispirati dalle tele di Hopper, ndr]

Perché è il pittore più cinematografico che esista; perché tutte le volte che vedi un suo quadro pensi che sia accaduto qualcosa un secondo prima e che debba accadere qualcosa un secondo dopo. E poi perché era un “cane sciolto”, odiava quando gli dicevano tu devi celebrare l’America perché sei famoso; non gliene fregava niente, lui voleva raccontare pezzi di vita fermandoli lì dov’erano, nella loro apparente banalità. Lui era uno che litigava con la moglie e faceva una vita triste e piatta.

Hopper come Stoner?

Lui è Stoner, per me. Ha avuto un rapporto con la moglie che ognuno di noi dovrebbe non solo conoscere ma studiare perché è la soluzione alla vita di coppia.

La soluzione o l’assoluzione?

La soluzione probabile. Lei era una rompicoglioni pazzesca, però a suo modo simpatica immagino. Parlava sempre e rispondeva al posto suo durante le interviste. Era una sua allieva, ma lui la considerava ciuccia, ma la sposa, da adulti. Si amano tantissimo e si odiano tantissimo, così come deve essere in un buon rapporto di coppia. E non si separano mai. Lei racconta che lui la menava, e le impedì di prendere la patente “perché se va in giro da sola, mi ruba i paesaggi”, diceva. Lei era gelosa e pur descrivendolo nei suoi diari come un mezzo disastro dal punto di vista sessuale non vuole modelle per casa, e s’impone come l’unica. E nei suoi quadri c’è sempre lei; ovunque, bionda, bruna, rossa… E lui la dipinge nelle situazioni più imbarazzanti e lei si offende, si rifiuta e allora lui minaccia di prendere una modella… Insomma, una vita così.

E adesso mi fermo. Non vorrei essere nei tuoi panni, quando sbobinerai questa intervista.

E invece sì. Grazie Unsinkable Michele!

Anna di Cagno

La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciotto anni, lei sedici, io tre. La mamma lavorava come cameriera, da una famiglia di bianchi, e quando i padroni si accorsero che era incinta la buttarono fuori su due piedi… I ragazzi erano tutti e due poveri, e da poveri si cresce alla svelta. 

 

Niente male come incipit di un’autobiografia
(La signora canta il blues, Feltrinelli). Nulla a confronto del resto, però.

A tutti quelli che dicono che l’arte non salva nessuno, a tutti quelli che credono che la musica sia solo un intrattenimento bisognerebbe far leggere la biografia di Billie Holiday; anzi, per la precisione, la biografia di Eleanora Fagan, nata a Filadelfia il 7 aprile del 1915.

La madre ha tredici anni, il padre sedici.
Lei sguattera, lui suonatore di banjo.
La bimba viene lasciata a Baltimora da una cugina della madre, che non la ama e la maltratta.

È ribelle, una piccola “negra” indisciplinata. E finisce in riformatorio due volte.
La prima perché marina la scuola, la seconda perché è stata stuprata da un vicino di casa.
Sì, funziona così a Baltimora negli anni Venti: ha dieci anni, vieni stuprata e finisci in riformatorio. Una volta uscita, raggiunge la madre a New York.

Sadie -questo il suo nome- fa la cameriera, forse la prostituta; la bimba finisce a vivere una casa, con una signora. Farà le pulizie, e forse non solo, forse quella casa è un bordello e la ragazzina viene messa a giro. Siamo ad Harlem, a casa di Alice Dean, destinata a entrare nella leggenda per aver consentito a questa bambina randagia di ascoltare Bessie Smith e Louis Armstrong al fonografo. In cambio però, Eleanora lava i pavimenti e non si fa pagare.

La polizia scopre il bordello e la quattordicenne torna in carcere. Ne esce quattro mesi dopo.
Non vuole tornare a prostituirsi, fa un provino come ballerina da Pod’s & Jerry’s, uno di quei club della mitica Centotrentatreesima.
Un disastro, non sa ballare, e il pianista quasi commosso di fronte alla sua goffagine le domanda: «Sai almeno cantare?». E lei canta.
E nasce Billie Holiday, la voce più bella della musica jazz.
Lady Day diventa il suo soprannome.
Lady anche se ha solo quindici anni, perché è struggente e sofisticata come non si è mai sentito in un locale di Harlem, perché nella sua voce sembra esserci tutto il dolore del mondo, e bisogna aver vissuto per conoscerlo.
Lady perché è l’unica, tra le ragazze del locale, che si rifiuta di accettare le mance dei clienti stringendo le banconote tra le cosce com’era prassi.

Cambia locale, compie diciotto anni e una sera il produttore John Hammond è lì.
L’ascolta e la mattina dopo la porta in sala d’incisione dove ad attenderla c’è suo cognato Benny Goodman. In una settimana incidono due dischi. E se non il mondo intero, ma gli amanti del jazz scoprono qualcosa che già s’intuisce resterà unico.

D’accordo c’è un’altra ragazzina che incanta Harlem, si chiama Ella Fitzgerald e ha una potenza vocale strabiliante, ma Billie è unica. E destinata a restare unica, come tutte le creature fragili che non resistono agli urti della vita.

Dal 1939, anno dello scandalo Strange Fruit (la prima canzone in cui si parla dei linciaggi contro i neri), al 1959, anno della morte avvenuta il 17 luglio, si snodano velocissimi vent’anni di successi, infelicità, lutti, amori finiti male, collaborazioni con i massimi nomi della musica jazz americana, alcol e droga. Tanta droga.

Eroina. Che sembrava quasi farla cantare ancora meglio, se possibile, e che cozzava – o forse si compiva in un profondo e inconsolabile bisogno di bellezza – con quella gardenia bianca sempre appuntata tra i capelli.

«Nessuno canta la parola “fame” e la parola “amore” come le canto io», ebbe a dire.
Ed era vero.
Ed è per questo che a cinquantanove anni dalla sua morte continuiamo a nutrirci della sua arte.