Mina compie ottant’anni ed è l’unica cantante italiana che non è invecchiata. Per tutti noi resterà sempre quell’incredibile animale da palcoscenico che ha salutato i suoi fans con il mitico concerto alla Bussola nell’estate del 1978.

Ognuno ha la sua Mina.
C’è chi ama l’urlatrice di Mille bolle blu, chi l’infinita interprete di Battisti, chi la voce senza corpo degli anni Ottanta, chi quella delle cover dei “pulcini” (una per tutte Oggi sono io di Alex Britti), chi quella made in Usa che canta The Voice.

La mia è e sarà per sempre la Mina degli Anni Settanta.

Quella di Milleluci, per intenderci, che apriva la trasmissione seduta su uno sgabello, fumando una sigaretta (all’epoca si poteva anche in tv!) e cantava accompagnata dall’armonica di Toots Thielmans Non gioco più me ne vado.

La vita è un letto sfatto, io prendo quel trovo e lascio quel che prendo dietro me…”

Correva il 1974 e lei, in coppia con Raffaella Carrà, conduceva il varietà del sabato sera.
Il sogno erotico dell’italiano medio e la Dea pagana.
La ragazza romagnola tutta tuca-tuca e ombelico da fuori e la donna nuova.

Perché lei è stata una “cosa” nuova, un modello di femminilità all’epoca assente nell’immaginario collettivo. Come David Bowie in quegli anni inventava l’androgino marziano che indossava tutine e rossetto, ma trasudava testosterone (non c’era ragazza che non ha sognato di “morire”, come direbbe Mina, tra le esili braccia di Ziggy Stardust), lei proponeva un’alternativa alla maliziosa ingenuità della futura Raffa nazionale. E varcava gli studi Rai dal suo maestoso metro e settantotto, più una dea dell’Olimpo che una cantante. Al suo cospetto Alberto Lupo sembrava un impiegato e le altre, tutte le altre, anche l’aquila di Ligonchio (Iva Zanicchi) e la pantera di Goro (Milva) dei suoi by-product, direbbe un esperto di marketing.

Maestra di stile e di unicità, tra le tante cose che Mina ha insegnato alle donne della sua generazione – tra cui, non ultimo, truccarsi e vestirsi come un’icona – c’è stata l’arte di portare le corna.
E di più.
Solo lei ha saputo rivoltare lo stereotipo della tradita come un calzino e restituirci una donna bella, sensuale, libera e consapevole: cornuta sì, ma viva e desiderante.
Merito degli autori dei testi? Senza dubbio, perché in quegli anni non solo Mogol e Battisti, ma anche Paolo Limiti, Cristiano Malgioglio e il sottostimato Anselmo Genovese (ndr autore di Anche un uomo) erano in stato di grazia.

Ma chi, se non lei, poteva dare voce e forma a quella rivoluzione di costumi iniziata alla fine degli Anni Sessanta? E chi, se non lei, poteva riscattare generazioni passate – e a venire – di donne tradite dagli uomini più egoisti e prepotenti che abbiam conosciuto mai?

Quella tra autore e interprete, si sa, è un’alchimia, una chimica intraducibile, un rapporto erotico di scambio e complicità. Perciò non è azzardato pensare che senza di lei Alberto Testa e Walter Malgoni non sarebbero riusciti a scrivere frasi del tipo

parla fa’ qualcosa
sto morendo da qualcosa
dimmi che mi uccidi
dimmi che mi odi…
mandami dei fiori anche se non sono morta…

E Cristiano Malgioglio non avrebbe scritto i suoi migliori pezzi e scandalizzato, all’epoca davvero, il comune sentire di un’italietta bacchettona e pruriginosa, ma forse più curiosa e viva di quella che oggi trascorre giorni sui social a parlare degli outfit di cantanti, che più che artisti sono dei product placement per maison di moda.
Perché era lei, la sua cascata di capelli ora rosso rame ora biondo platino, i suoi occhi senza sopracciglia bistrati come un mimo triste a dare a parole come “io ti chiedo ancora, il tuo corpo ancora” l’intensità del desiderio e la libertà, finalmente ottenuta, di poterlo pronunciare, urlare con un’estensione di tre ottave e un florilegio vocale di – dicono gli esperti – ben quaranta semitoni, che fa tutto un altro effetto.

Mina è stata la cantante più cornuta della storia della musica leggera.

Mina è stata anche la donna più innamorata e maltrattata.

“io vedo tutte quande le mie amiche
Son tranquille più di me
Non devono discutere ogni cosa
Come tu fai fare a me
Ricevono regali e rose rosse
Per il loro compleanno
Dicon sempre di sì
Non hanno mai problemi e son convinte 
Che la vita è tutta lì”

La schiava d’amore che ogni uomo vorrebbe

“Adesso arriva lui 
Apre piano la porta 
Poi si butta sul letto 
E poi e poi 

Ad un tratto io sento 
Afferrarmi le mani 
Le mie gambe tremare 
E poi e poi e poi e poi…”

Ma soprattutto è stata la voce più intensa del desiderio femminile, che per la prima volta si confessava senza ipocrisie, salvo qualche piccola concessione alla censura che trasformò una “v” in una “f” nella scandalosa L’importante è finire.

E se le corna facevano parte di questo processo di liberazione allora grazie due volte, Unsinkable Mina, perché “se anche un uomo può sempre avere un’anima”,
se le donne oggi hanno un corpo è anche un po’ merito tuo.

 

 

SNAPORAZ l’irresistibile “poveraccio”

 

 

Christian Louboutin, il celebre designer di scarpe, dopo aver fatto innamorare milioni di donne conquista il titolo di artista con una meravigliosa mostra a Parigi.

Ora che il Palais de la Porte Dorée di Parigi ospita fino al 26 luglio le sue creazioni, possiamo definitivamente inserire Christian Louboutin tra gli Inaffondabili del XXI secolo. Non a caso hanno contribuito all’allestimento della Exhibition(iste), inaugurata a febbraio, il regista David Lynch, l’artista Iman Qureshi e la coreografa Blanca Li.

Leggenda narra che fu proprio varcando la soglia di questo museo, che un tempo di chiamava Musée des Art Africains et Océaniens, che il giovane Christian lesse un cartello: “Vietate le scarpe con i tacchi a spillo” e decise, in quel momento, di disegnare solo décolleté dalle altezze vertiginose e tacchi sottili.
La suola rossa pare invece risalga alla visione di una sua assistente che un giorno, in atelier, si stava mettendo dello smalto sulle unghie.

Attorno alla sua celebre suola si è consumata una delle cause più lunghe della storia della moda, che ha visto scendere in campo la Corte di Giustizia Europea per mettere fine alla questione con una sentenza che ha stabilito che l’esclusiva è sua, e basta con i fake!
Di Louboutin ce n’è uno. E noi siamo d’accordo.

Alzi la mano chi non ne ha mai desiderato un paio di Louboutin.

Da indossare o anche da guardare ai piedi di una donna, chi non resta incantato dall’architettura meravigliosa di un paio di Pigalle e chi, anche solo provandone un paio di un’amica non si è sentita per quei pochi istanti sul tetto del mondo.

Altro che Cenerentola, quando sali su un paio di Louboutin -ok, arranchi e bestemmi un po’, ma ne vale pena- a tutto pensi, tranne che al Principe Azzurro.
Ti senti una dea e, come ha dichiarato Jill Abramson, la prima donna a dirigere per quattro anni il New York Times “non temi più nulla”.

E infatti le calzano non solo star del cinema e Jennifer Lopez che ha dedicato una canzone alla sua collezione, Louboutins, ma anche Christine Lagarde, direttore operativo del fondo monetario internazionale, Oprah Winfrey e l’inossidabile Brigitte Macron. E in qualsiasi opera di fiction, da Sex and the City allo sciccosissimo Suits di Netflix, le sue scarpe stanno per potere&successo, prima che seduzione.
Spiacenti, non solo un gadget acchiappa-uomini, sono una dichiarazione di libertà, sicurezza, autostima.

“Non temi più nulla”. Questo è forse il motivo del bisogno che le donne hanno delle scarpe. Perché non sono solo un accessorio, sono un oggetto transizionale, per dirla con lo psicoanalista Donald Woods Winnicot (per intenderci: quello che ci ha spiegato il valore dell’orsacchiotto per ogni bambino). Sono loro che ci traghettano nella realtà esterna ed è a loro che affidiamo la nostra indipendenza, e quindi un po’ anche le nostre paure.

E Christian Louboutin  di donne la sa lunga.

Ha esordito giovanissimo vestendo e calzando attrici del celebre Folies Bergères e recentemente ha infatti dichiarato: “Le scarpe trasformano il tuo linguaggio corporeo e il modo in cui ti atteggi. Ti alzano fisicamente ed emotivamente”.

Ora, è vero che hanno dei prezzi proibitivi, ed è vero che fanno un male porco e che non sono certo adatte a ogni occasione (perché mai?) però se un giorno dovessimo decidere di fare una follia questa potrebbe avere più senso di tante altre.
Perché “è meglio assuefarsi alle scarpe che a cose peggiori”.

Merci M. Christian

Anche la birra Corona è stata penalizzata dal Coronavirus. Colpa dell’omonimia e dell’isteria da contagio che non conosce più limiti, neanche quelli della logica in base alla quale A uguale ad A; A diverso da B.

I dati dei danni avuti dalla Birra Corona a causa del Coronavirus

285 milioni di perdite per i soli primi due mesi del 2020.

8% i punti persi in Borsa dalla Constellation Brands Inc, l’azienda che produce negli Usa la celebre birra messicana.

-24 il punteggio relativo al marchio secondo l’indagine di YouGov.

38% gli americani che hanno dichiarato che non comprerebbero “in nessun caso” la birra a causa dell’epidemia.

14% gli americani che non l’acquisterebbero in pubblico.

Ora, abbiamo riso tutti per i tormentoni virali che giocavano con l’omonimia tra il virus e il nome di una bevanda.
La povera bottiglietta Corona isolata sul lineare del supermercato è stata postata ovunque, sui social e nelle chat private.
That’s the web, babe! E tutto diventa spunto per dar spazio alla creatività che -thanks God- non si ferma, neanche di fronte alle epidemie.

Ma…

Pensare che anche solo una persona mentalmente normodotata possa non acquistare più un prodotto perché un virus porta lo stesso nome è fuori da qualsiasi umana e matematica previsione. Non c’è algoritmo che arriverà mai a prevedere tanto.

La birra Corona impone una riflessione.

Suonò apocalittico, ma si rivelò profetico, l’immenso Pier Paolo Pasolini quando, in un intervento alla Festa dell’Unità, nel 1974, parlò di genocidio culturale. E per quanto si possa essere distanti da quel periodo, e\o dal suo punto di vista, non si può negare che avesse capito qualcosa di profondamente vero, oltre che intelligente.

Nel discorso poi ripubblicato nei famosi Scritti Corsari, PPP si sofferma sui grandi cambiamenti in corso nella società italiana degli Anni Settanta. Parla di “sostituzione dei valori” che porta “anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa”.
Su come avvenisse questo graduale processo di carneficina culturale puntò l’indice contro “una sorta di persuasione occulta” a opera dei mezzi di comunicazione di massa, prima tra tutte la televisione.

Il caso birra Corona non poteva essere previsto da Pasolini.

Perché all’epoca la comunicazione di massa era limitata alla réclame (si chiamava così) di prodotti di consumo e alla creazione della grande distribuzione organizzata. E la satira era per lo più a tema politico. Bisognerà aspettare la Tv delle ragazze per vedere uno sketch ironico su un detersivo per lavatrici o su una marca di assorbenti igienici.

Il ruolo della tv diventa centrale, nel terzo modello di comportamenti che secondo PPP ha contribuito al genocidio culturale: l’afasia, e cioè la perdita di capacità linguistica.

“Tutta l’Italia centro-meridionale aveva proprie tradizioni regionali, o cittadine, di una lingua viva, di un dialetto che era rigenerato da continue invenzioni, e all’interno di questo dialetto, di gerghi ricchi di invenzioni quasi poetiche: a cui contribuivano tutti, giorno per giorno, ogni serata nasceva una battuta nuova, una spiritosaggine, una parola imprevista; c’era una meravigliosa vitalità linguistica”.

Forse  era un romantico bacchettone, innamorato di un’autenticità primitiva che forse solo il suo sguardo poetico vedeva (nei ricchi gerghi spesso si nasconde un’antica violenza), ma è vero che quando definisce “sviluppo senza progresso” il contributo della televisione e del sistema di consumi centra il cuore di un fenomeno di cui noi oggi vediamo effetti centuplicati.

Sviluppo senza progresso.

Informazione senza pensiero.

Afasia cognitiva, prima che linguistica (ndr. i gergalismi e le forme dialettali funzionano da Dio in rete).

Genocidio cognitivo.

Se anche solo una persona mentalmente normodotata non compra un prodotto perché ha lo stesso nome di un virus, vuol dire che qualcosa di fondamentale per la sopravvivenza della specie si è definitivamente compromesso.

Perché la libera associazione di idee era una tecnica terapeutica messa a punto da Sigmund Freud per facilitare la difficoltosa impresa di portare a coscienza l’inconscio, e cercare di risolvere conflitti interiori. Se diventa pratica che orienta i comportamenti consapevoli allora vuol dire che la nevrosi è il nostro destino.

E Pier Paolo Pasolini, ci guarda dall’alto e mormora: io ve l’avevo detto!

Che poi tutti dicono, e quest’anno ancora di più dato il centenario della nascita del regista, “Ah Otto e mezzo, sì certo. Meraviglia, capolavoro…”

Ma poi gratta gratta…

C’è chi l’ha visto da ragazzino, chi in un passato non meglio identificato, chi semplicemente sgrana gli occhi e agita una mano a mulinello perché non trova le parole, chi non specifica tempo e luogo ma “questa la so”.

E tutti la sappiamo, un po’. Perché a spizzichi, a bocconi, a singoli frame tutti portiamo dentro un pezzetto di questo capolavoro. E questo è certo quello che Fellini desiderava.

Il cappellino di pelliccia della Milo, il vestito smangiato della Saraghina, gli occhi bistrati di Barbara Steele, le piume di Yvonne Bonbon, l’eleganza dimessa di Luisa\Anouk Aimée, lo splendore puro di Claudia (Cardinale), la ragazza della fonte, la tenerezza grottesca dei coniugi illusionisti, gli unici in grado di leggere i pensieri incomprensibili del protagonista…
È l’immaginario felliniano. Quindi anche il nostro.

“Felliniano: avevo sempre sognato di fare l’aggettivo da grande”, ipse dixit.

Ma poi c’è lui: Guido Anselmi, alias Snaporaz.

Non un aggettivo, non un sostantivo, un acronimo che sta per “t-chi snà un puràz”, tu sei nato poveraccio. Che era come Fellini incitava Mastroianni a riprendere a lavorare, quando la flemma ciociara dell’attore entrava in conflitto con l’operosità romagnola del regista.

Ma chi è Snaporaz?

Nel film è un regista famoso in crisi creativa, ostaggio dei suoi sogni, del suo infantilismo e dell’industria cinematografica che, come la moglie, l’amante, gli attori, gli amici gli chiedono ciò che lui non può dare. E cioè? L’affidabilità.

Perché è incostante, umorale, infedele, bizzoso, a tratti lagnoso, a tratti dispotico.

“Un bugiardaccio senza più estro né talento”, come si autodefinisce all’inizio del film.

Eppure, è lui l’unico sincero, in quell’infinito e surreale panorama umano che Fellini, co-sceneggiatore insieme a Ennio Flaiano, ci regala.

Il bugiardo più autentico, il solo che si pone domande su sé stesso quando invece tutti – la moglie, l’amante, l’intellettuale grillo parlante, il produttore – sanno cosa vogliono o comunque vogliono qualcosa, anche se non sanno perché.

Snaporaz invece non lo sa.

L’unica certezza di cui dispone è che non vuole venire a patti con la vita, vuole trovare il modo – perché deve esistere un modo – per conciliare sogni e realtà, per non perdere quello sguardo incantato sul mondo che da bambino gli faceva fare una riverenza al cospetto della folle e sciatta Saraghina.

Vorrebbe essere felice, il “puràz”, vorrebbe “poter dire la verità senza far soffrire mai nessuno”, ma sa che è impossibile, perché nessuno ha bisogno della verità.

Tutti però abbiamo bisogno di sogni, e di qualcuno che li sogni anche per noi.

Così, quando ormai è deciso che il film non si farà, e il critico dalla erre arrotata che lo tormenta dal principio è filosoficamente soddisfatto, perché “se non si può avere il tutto, allora il nulla è la vera perfezione”, l’illusionista arriva e annuncia: “Siamo pronti per cominciare”.

E Otto e mezzo ci regala il monologo più bello della storia del cinema:

Ma tutta questa confusione sono io, io come sono non come vorrei essere.
E non mi fa più paura dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi sento vivo… 
È una festa la vita…

E poi parte il girotondo felliniano, quello che tutti conosciamo e citiamo e fischiettiamo sulle celebri note di Nino Rota, ma intanto è il naso perfetto di Marcello Mastroianni a indicarci la giusta angolatura dalla quale guardare alla realtà.

PS per fare bella figura a cena: il titolo Otto e mezzo non significa nulla, si riferisce solo al numero di film girati da Fellini fino al 1963. Sette con l’aggiunta di una co-regia con Lattuada per Luci del varietà, che con questo fanno appunto otto e mezzo. Flaiano gli propose La dolce confusione, citazione voluta della precedente Dolce Vita. A Fellini non piacque.
E neanche a noi.

Che viso aveva la Marchesa de Merteuil prima del 1988? Sembra impossibile da immaginare dopo il film di Stephen Frears e soprattutto dopo lei, l’immensa Glenn Close. Eppure è nata nel 1782, anno in cui uscì l’unico romanzo di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos.
Noi però non possiamo immaginarla che così: algida, gli occhi piccoli e vicini, i lineamenti irregolari e forse per questo magnetici. E poco che importa che la nostra fantasia sia irrimediabilmente condizionata da un film. In fondo anche l’agente Kurtz è completamente diverso, nella descrizione che ne fa Joseph Conrad in Cuore di Tenebra, dal corpulento comandante dell’esercito americano interpretato in Apocalypse Now da Marlon Brando.
Questo non ci toglie il piacere e la sorpresa delle loro parole.

Se Le relazioni pericolose – detto in francese suona meglio però… Les liasons dangerauses–  è uno dei romanzi più incredibili che può capitare di leggere, lei, la Marchesa, è una delle figure femminili più inquietanti con cui confrontarsi, perché rappresenta quel binario di scambio tra il potere e il sapere.
Attenzione, però, non solo e non tanto nel senso alto della metafora, ma anche in quello più concreto.
Incarna la Ragione, la Razionalità con la erre maiuscola che diventa amministrazione del Potere -sempre la pi maiuscola-  grazie a un uso scaltro del Sapere  -la esse va de soi- ma non solo.
Madame de Merteuil rappresenta la sfida più impegnativa e pericolosa che un essere umano possa accettare: costruire se stesso. E il fatto che nel romanzo questo si leghi al suo ruolo di donna in una società maschilista di fine Settecento è importante, per l’epoca in cui è stato scritto, sicuramente utile ancora oggi, ma non esaustivo.

Leggere la Marchesa  come una proto-femminista che fa proprie tutte le armi degli uomini, in primis la ragione e l’arte della guerra, per riscattare il suo sesso ed emanciparlo da una condizione di subalternità non è certo scorretto, ma è poco. Certo, lo dice lei nella celebre lettera LXXXI :
“sono nata per vendicare il mio sesso e dominare il vostro”, ma ci possiamo fidare?
Siamo sicuri che ci stia dicendo la verità, che questa sia tutta la sua verità?

Lei è molto di più.
Ed è per questo che affascina e spaventa.

La grandezza di Choderlos de Laclos è qui, in lei: un personaggio la cui identità è un’opera d’ingegneria linguistica (era un militare esperto di fortificazioni, ndr).
E infatti lei è parola prima che azione, racconto prima che donna, pensiero prima che corpo.
È un’invenzione a se stessa, prima che agli altri, un’illusione di sé. Di ciò che si può o si vuole essere.
E come tale si schianterà.

Chissà se nello scriverlo tra Besançon e l’isola di Aix in cui era stato incaricato di ristrutturare il forte, Pierre-Ambroise-François si è reso conto di aver creato un romanzo di una modernità assoluta.
Nessun narratore onniscente, centosettantacinque lettere, otto voci diverse che cambiano tono a seconda dell’interlocutore e del tema affrontato, per salvare, come scrive il fantomatico redattore all’introduzione del testo “dalla noia dell’uniformità”.
Il romanzo classico non è ancora nato, ma in queste pagine s’intravvede già quello post-moderno. Altro che flusso di coscienza, qui siamo già alla frammentazione delle coscienze, al caleidoscopio d’identità che s’inventano solo e nella misura in cui si raccontano, attraverso quel media apparentemente intimo e vero, come la lettera, che si fa luogo d’artificio, palcoscenico del proprio teatro

E lei è la più brava.
La più falsa.
E quindi la più vera.

Molto più dell’affascinante Valmont, che alla fine trova nell’amore la redenzione dai suoi tanti peccati e si rivela essere solo uno stiloso fake di quello che ci ha raccontato.

Lei no. Madame resta sé stessa fino alla fine.
Ma noi non possiamo essere certi di cosa sia.

“… non contenta di riuscire a non farmi capire, mi divertivo a mostrarmi sotto i più diversi aspetti;
sicura dei miei gesti sorvegliavo le mie parole, regolavo gli uni e gli altri secondo le circostanze o anche solo secondo la mia fantasia: da quel momento, il mio pensiero fu solo mio, e mostrai solamente quello che m’interessava lasciar vedere.”

Chiudiamo il libro e ancora non sappiamo se sia solo una donna innamorata che ha osato troppo, o una  stratega mitomane che ha sbagliato tecnica di guerra come di lì a poco Napoleone a Waterloo.
E pazienza. Forse è così davvero, forse l’illusione è l’unica realtà che ci è data di  conoscere.

Verrà punita nella vanità (un tocco di giustizia divina andava introdotto), sfregiata per sempre dal vaiolo e impoverita dalla perdita di una causa per l’eredità.
Lascerà Parigi senza voltarsi indietro, ma si porterà via l’illusione di sé.
E per questo resterà sempre la più misteriosa Inaffondabile mai raccontata.

Merci Madame de Merteuil, non ci stancheremo mai di domandarci: è davvero possibile riuscire a mostrare di noi solo quello che ci interessa lasciar vedere?

 

Ci sono libri che non si capiscono mai, per questo ogni tot di tempo ci devi ritornare.
Cuore di tenebra, di Joseph Conrad è uno di questi: lo leggi, lo ami, ti segna più di un tatuaggio, ma se poi qualcuno ti chiede: “Di che cosa parla?” non sai rispondere.
Cominci a biascicare cose tipo che è una storia di avventura in cui Marlow, un vecchio lupo di mare ridiscende il fiume Congo per raggiungere Mister Kurtz, l’agente di prima classe della Compagnia che ha conquistato troppo potere e adesso controlla il traffico dell’avorio nel continente nero.
Poi t’inerpichi su interpretazioni più alte: è la più grande metafora del Colonialismo, talmente forte e universale da tornare utile in qualsiasi momento storico in cui si manifesta, come nella guerra del Vietnam, per esempio. E citi Marlon Brando in Apocalypse Now.
Ci aggiungi che è un viaggio nei meandri dell’essere umano, e alla fine t’impantani e concludi dicendo: “Devi leggerlo, è un capolavoro!”.

Ed è vero ma il perché ti sfugge. Ti resta però il turbamento di una lettura indimenticabile.
Perché quello che Conrad ha fatto, scrivendo in una lingua non sua (era polacco e imparò l’inglese a vent’anni) è altro: ha toccato un punto cieco del nostro essere. E l’ha nascosto in fondo al protagonista silente, Mr Kurtz, colui che muove la storia senza fare nulla, semplicemente essendo.
E ti ci lascia avvicinare, ma essendo un punto cieco non lo vedrai mai nitidamente, perché altrimenti avrebbe un nome e una voce tutta sua nel vocabolario.

Ma chi è Kurtz?
“Un uomo davvero notevole”.
“Un prodigio”.
“Un emissario della pietà e della scienza e del progresso e sa il diavolo che altro”.
“Un genio universale”.

Così viene presentato a Marlow. Ma per lui che deve andare a recuperarlo e riportarlo in patria è solo un nome. Una parola che si nasconde alla fine di un fiume “grande e possente, simile a immenso rettile con la testa nel mare”. Immobile, apparentemente, in realtà feroce e vendicativo come la sua “verità interna” che si nasconde sempre, per fortuna, sotto i piccoli incidenti quotidiani, che lungo un fiume sono banchi di sabbia sommersi, subdoli tronchi d’albero, battelli affogati.

Quando Conrad compie il viaggio in Africa che ispirerà questo romanzo (1886), Sigmund Freud è un giovane professore universitario e l’invenzione della psicoanalisi deve attendere ancora dieci anni. Usciranno lo stesso anno L’interpretazione dei sogni e Cuore di tenebra, nel simbolico 1899, quando si chiude l’epoca di tutte le certezze e si apre il dolorante e frammentato, e a breve, folle Novecento.

Joseph Conrad era un uomo di mare, trascorse trentasette anni a bordo di imbarcazioni della Marina Inglese, conosceva bene l’India, l’estremo oriente e l’Africa nera, e la solitudine. E la violenza.
Ma l’inconscio non era certo una sua priorità, e neanche una delle parole più utilizzate a bordo. Eppure, quel fiume che si snoda nel cuore del continente nero è una delle più azzeccate metafore per indicare quello che Freud racconterà da quel momento in poi.
Anzi, di più.
Alla seconda e poi alla terza o quarta rilettura di Cuore di tenebra ci si accorge che è un’intuizione ancora più potente, perché non solo anticipa le avvincenti teorie della psicoanalisi, ma le supera, con quello scarto che solo la letteratura può.

“Risalire quel fiume era come viaggiare indietro nel tempo sino ai più lontani albori del mondo (…) perdevi l’orientamento come in un deserto e incappavi giornate intere nei bassifondi, alla ricerca di un canale, finché non arrivavi a crederti stregato e tagliato fuori da tutto ciò che un tempo avevi conosciuto  (…) questa immobilità non assomigliava per niente alla pace. Era l’immobilità di una forza spietata che stava rimuginando un impenetrabile progetto. Ti guardava con aria vendicativa.”

È il fiume il primo luogo di tenebra ed è il suo movimento lento il pericolo, molto più della sua profondità accessibile a tutti. È la vita che da lì nasce a contenere il seme dell’impurità.
Quella che rumoreggia attorno, quella prima forma incarnata dai selvaggi appare all’uomo bianco “inumana” e “spaventosa” con le sue smorfie orribili, i suoi suoni incomprensibili e scomposti che possono essere allo stesso tempo riti festosi e dichiarazioni di guerra, bene e male. Eppure…

“La mente dell’uomo è capace di tutto – perché contiene tutto, il passato come il futuro. Cosa c’era lì in fin dei conti? Gioia, paura, dolore, devozione, valore, collera -chi può dirlo? – ma anche verità, verità spogliata dal tempo”.

Questo è l’uomo, secondo Conrad: colui che sa “affrontare questa verità con la sua vera essenza, con la sua forza innata”. L’agente di prima classe (e poi il colonnello dell’esercito americano in Vietnam) guarda alla vita per quello che è, e vede l’essenza della verità, e la verità del suo mondo è la violenza di chi sfrutta, aggredisce, prevarica. E l’essenza di questa verità è il Male, scomposto, distorto al punto tale da poter eleggere a rito la morte, a decorazione le teste impalate dei nemici.
Kurtz rintraccia schegge di assoluta bellezza in ciò che alla morale fa ribrezzo.
Kurtz forse ha bisogno di vedere bellezza anche là dove non ce n’è più traccia, deve per sopravvivere.
Kurtz è “vuoto” ci dice Marlow.
Kurtz muore pronunciando due volte la stessa parola: The Horror! the horror!
E questo è Kurtz, l’uomo notevole, il genio universale.
Conrad non ci spiega per cosa stia quella parola, se per lampo di consapevolezza, rigurgito morale, presa d’atto di sé o semplice esclamazione, constatazione.

Thomas Stearnes Eliot proverà venticinque anni dopo la pubblicazione di Cuore di Tenebra a spiegarci chi è Kurtz nella poesia The Hollow Men (Gli uomini vuoti), scritta durante uno dei suoi tanti soggiorni in cliniche psichiatriche. Gliela intitolerà in uno dei due eserghi, si accomunerà a lui (o forse quel siamo riguarda anche noi?) e scriverà un altro capolavoro della letteratura del Novecento.
Un altro testo da leggere e rileggere ogni tot di tempo, con la certezza, stupefacente ogni volta, che non capiremo mai di cosa parli. E questa è senza dubbio una fortuna.

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Appoggiati l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimé!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra i vetri infranti
Nella nostra arida cantina
Volume senza forma, ombre senza colore,
Forza paralizzata, gesto senza movimento
Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati.
È questo il modo in cui il mondo finisce
È questo il modo in cui il mondo finisce
È questo il modo in cui il mondo finisce
Non già con uno schianto ma con un gemito.

(traduzione di Francesca Romana Palumbo)

Tra l’immensamente grande e il sorprendentemente piccolo non è detto che ci siano differenze, se sei Herman Melville.

Può inseguire per oltre settecento pagine una balena bianca o cercare di capire un bizzarro scrivano in cinquantadue fogli, il risultato è lo stesso: qualcosa di assoluto viene rivelato a te che leggi.
E infatti quando poi chiudi il libro – dopo giorni Moby Dick, dopo un’ora Bartleby lo scrivano– non riesci a pensare ad altro, perché sai che ti è appena stato svelato un segreto che però ti sfugge continuamente. Ti riguarda da vicino, ma ti è così prossimo che non riesci neanche a vederlo.

Puoi leggere tutte le interpretazioni che sono state date delle sue opere, non a caso sempre “assolute”, bibliche, e non esserne soddisfatto proprio per questo motivo: lui sta parlando di te.
Delle tue ossessioni, delle tue paure, del tuo bisogno di sfuggire alle regole e ai contesti, della tua minuscola libertà. E ora sei Achab, ora la balena bianca, ora Bartleby, un pallido scrivano assunto dal magistrato della Cancelleria di New York…
“Un immobile giovanotto”, “il più stravagante di quanti abbia mai veduto”, uno di quegli esseri per i quali nulla è possibile accertare”.

I would prefer not to.
Una semplice frase. Compita, educata, “di sbiadita altezzosità” con la quale lo scrivano ribalta la realtà e “sovverte le nostre lingue”. E mette in scacco gli interlocutori.

“Preferirei di no”. Così risponde al suo datore di lavoro ogni volta che gli chiede qualsiasi cosa esuli dal trascrivere e basta. E a nulla servono i richiami, l’ostilità dei suoi colleghi, la minaccia di essere licenziato. “Preferirei di no” è la risposta che rimbomba nelle orecchie del magistrato anche quando gli comunica di non avere più bisogno di lui. E anche quando lo informa che sta trasferendo il suo studio e anche quando lo implora di trasferirsi a casa sua, piuttosto…
Bartleby continua a preferire di no e lui comincia a scricchiolare, e tutto il suo mondo e il suo sistema di regole implicite lentamente si trasforma.

“Non di rado accade che, se contrariati in maniera insolita e profondamente irragionevole, si senta vacillare in noi le nostre più elementari convinzioni. Si comincia, per così dire, a contemplare la possibilità che, per quanto sorprendente sia il fatto, tutte le buone e giuste ragioni abitino a casa dell’altro”

Nel suo negarsi, però Bartleby c’è sempre. E definisce lo spazio e le regole molto più dell’ambizioso Nippers o dell’umorale Turkey, i suoi colleghi anziani, uomini comuni, dominati dalla  fisiologia e dai bioritmi: il primo intrattabile al mattino, il secondo al pomeriggio, quando dopo pranzo è evidentemente troppo stanco e satollo di cibo per scrivere senza commettere errori e sbavature.
Bartleby no, non mangia, tranne qualche biscotto allo zenzero, non ha mai sonno, è sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. O meglio: nessuno l’ha mai visto arrivare né andar via.
“Una  sua qualità primaria consisteva in questo: che egli era sempre là”.
E questo suo esserci sempre e anche più del prevedibile e del ragionevole è ciò che lo renderà a un tratto necessario al suo capo. Non alla vita pratica, al lavoro, ma a qualcos’altro.

A cosa? Non si può sapere, perché questo è il mistero di Melville, la sua capacità di entrare nelle pieghe della nostra anima talmente a fondo da arrivare a quel punto cieco di ognuno di noi in cui alla fine non ci si domanda più “Perché?” ma si accetta che “Così è”.
E non si risponde più cercando scuse e spiegazioni, men che meno affermando il proprio “io”, ma ci si limita a mormorare I would prefer not to.

Perché forse è questo l’unico modo per essere liberi. Infinitamente piccoli e insignificanti ma liberi.

“Ah Bartleby, ah l’umanità”

Prima di Muhammad Alì e di Joe Frazier, prima di Mike Tyson e George Foreman c’è stato lui:
il gigante di Galveston. Il “mandingo” che ha sfidato l’America.

Ricordate Django Unchained di Quentin Tarantino? Beh, è lui.
John Arthur Johnson detto Jack nacque il 31 marzo del 1878 in una sperduta contea del Texas, da genitori da poco liberati dalla schiavitù e quindi, se è possibile, ancora più poveri e ai margini della “land of the free”. E nelle Battle Royal si fece un nome, oltre che i muscoli, e una tecnica difensiva che rivoluzionerà la storia della box.

Senza regole, senza arbitri, senza pietà. Quelle lotte erano state inventate dall’uomo bianco per passare il tempo e forse per confortarsi della propria inferiorità fisica. Non a caso finivano con il lancio di monete nel ring, l’unica vera superiorità “razziale”, la sola cosa più potente dei muscoli e della disperazione.

Jack però era diverso da tutti gli altri. Aveva fame sì, e per questo scappò di casa a dodici anni.
Ma aveva un obiettivo, non un sogno (come fai a fantasticare quando alla sera vai a dormire tumefatto?), un progetto preciso: uscire dall’oscurità. Con tutte le sue forze.

E così nel 1903 vinse il World Colored Heavyweight (il titolo mondiale di box per i neri) e nel 1908 tolse il cinturone a Tommy Burns e diventò il primo boxeur nero della storia a vincere il titolo dei pesi massimi, quello vero, che fino a a quel momento aveva cinto solo addomi bianchi.
L’incontro che consegnò Johnson alla storia non fu, però, quello con il pugile canadese ma quello si tenne due anni dopo a Reno, Nevada, contro James J. Jeffries.
La stampa lo battezzò ancor prima che avesse inizio “l’incontro del secolo”. E tale fu.

Jeffries, che era il campione in carica, due anni prima si era rifiutato di competere contro un “negro”, ma adesso aveva accettato di scendere nel ring per una missione ancora più importante che riconquistare il titolo: essere “the great white hope”, la grande speranza bianca.
E sì, perché era a rischio l’orgoglio del suo Paese e dei suoi padri fondatori.
E lo perse. E malamente, tanto che i suoi secondi gettarono la spugna per evitargli un umiliante KO.

Quella notte del 4 luglio (strano no, il giorno dell’Indipendenza!) gli Stati Uniti furono attraversati dalla West alla East Coast da disordini, scontri, tensioni razziali nella maggior parte dei casi fomentate dalle forze di polizia. Più di venticinque stati, oltre cinquanta città, centinaia di feriti, ventitré morti neri, due bianchi.

65,000 dollari.
Il “negro” era diventato ricco.
E da quel momento la sfida uscì dal ring.

Non ringraziò il buon Dio e neanche la magnanimità dell’uomo che bianco, che comunque l’aveva accettato su un ring, no. Mai. Fece dell’arroganza e della cafonaggine degna di un gangsta rap la sua cifra e, forse inconsapevolmente o forse no, inventò una nuova icona pop: il nero che ce l’ha fatta. Guidava auto da corsa, si vestiva in maniera eccessivamente elegante e sgargiante, spendeva fiumi di soldi in locali notturni tanto che,  per risparmiare, ne comprò uno ad Harlem, lo chiamò non a caso Deluxe e lo vendette tre anni dopo a un gangster vero, Owney Madden, che lo ribattezzò Cotton Club.

Veniva fermato spesso dalla polizia stradale per eccesso di velocità e pagava le multe due volte, “così vale anche per la prossima”. Amava l’opera di Verdi, Il Trovatore più di tutti, suonava la viola e adorava Napoleone. Ma soprattutto frequentava solo donne bianche e adorava farsi paparazzare e rilasciare dichiarazioni alla stampa in cui spiegava, senza omettere i prevedibili dettagli, perché le donne bianche impazzissero per lui.

E un giorno si beccò una denuncia. Nel 1912, all’apice della sua carriera e della sua forza fisica.
Che cosa aveva fatto, oltre che sposare una donna bianca nel 1911?
Aveva violato il Mann Act. Meglio noto come The White Slave Trafic Act era una legge promossa dal senatore repubblicano James Robert Mann per arginare il fenomeno della schiavitù bianca (gulp!),
in particolar modo delle donne. In sostanza la legge perseguiva e puniva chiunque trasportasse oltre il confine del proprio stato di residenza “una donna o una ragazza a fini di prostituzione o dissolutezza o per qualsiasi altro scopo immorale”.
Come dire: non è necessario essere un pappone, basta un comportamento sessuale dissoluto e la legge ti punisce. Ma per una nobile causa: proteggere la donna  – e mai il termine fu più adatto – in oggetto.

E Jack dissoluto lo era, e tanto.
A ogni match che giocava fuori casa si portava dietro il suo codazzo di ragazze, quindi gli estremi c’erano, per il traffico di donne. Dissolutezza, sodomia e altri capi d’imputazione erano facilmente deducibili dagli uomini di legge.
Una, Belle Schreiber, lo denunciò, ma chi rischiò di finire in galera fu un’altra, Lucille Cameron, perché di lei c’erano le prove. Ma la ragazza negò. E lui la sposò, tre mesi dopo la morte della prima moglie.
Ma non bastò il matrimonio riparatore, l’accusa rimase e loro scapparono, destinazione Parigi, la più libertina delle città.
Per sei anni vissero latitanti tra la Francia e il Messico fino a quando nel 1920 tornarono, e lui pagò il suo debito con la giustizia: un anno nel carcere di Leavenworth, Kansas.
Nel 1925 gli tolsero il titolo, ma lui continuò a combattere da professionista fino al 1938, fino a sessant’anni. La motivazione? I soldi, what else?

A decidere della sua vita fu ancora una volta la fame.

La sera del 10 giugno del 1946 Jack sfrecciava sulla sua auto da corsa per le strade di Franklinton, si era fatto tardi e non aveva ancora mangiato. Così si fermò in un ristorante, un buon ristorante, uno di quelli che gli era già costato un numero indefinibile di pugni, per poterselo permettere.
Ma in Nevada, in quei posti per ricchi, i “negri” non erano ammessi. Non era questione di soldi e neanche di fama. Era la razza bianca che si difendeva dai suoi uppercut e da quelli di tutti i “mandinghi” che minacciavano la sua supremazia per il solo fatto di esistere e di essere lì.
Furioso, si rimise alla guida e sgommò.
Si schiantò pochi chilometri dopo e morì sul colpo con quella stessa morsa nello stomaco che lo aveva fatto andare via di casa poco più che bambino.

Nel 1971 Miles Davis, un altro nero uscito dall’oscurità, gli dedicò un album, A tribute to Jack Johnson. La voce di Brock Peters, che chiude l’ultima traccia recita:

«I’m Jack Johnson. Heavyweight champion of the world. I’m black. They never let me forget it.
I’m black all right! I’ll never let them forget it!»*

Nel maggio del 2018 il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha decretato il perdono postumo per Jack Johnson.
Promotore dell’iniziativa e cerimoniere Sylvester Stallone.
Per Lucille, dalla legge equiparata a una cavalla trasportata a uno Stato all’altro, nulla, neanche un
“Ops, ci spiace!”. Ma questa è un’altra storia…

*(“Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei pesi massimi. Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. Sono nero, d’accordo! E non permetterò mai che lo dimentichino!”).

 

 

Blob è in debito con lei. Senza “Oddio, Ciro!” il programma, all’epoca appena nato, non avrebbe mai fatto quell’audience. Ma prima della tv e degli scherzi di pessimo gusto (la telefonata partì dagli uffici dell’Alemagna) Sandra Milo è stata musa e forse anche amuleto di cose ben più importanti.
Si chiamano capolavori e portano firme di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Antonio Pietrangeli, solo per citarne un paio. E ha incarnato un’epoca, il Dopo Guerra, e un momento rimasto unico, il Grande Cinema Italiano,  apposta in maiuscolo.
L’abbiamo incontrata perché di passaggio a Milano al Teatro Franco Parenti con Toc Toc, commedia di Laurent Baffie , e perché ha tenuto a battesimo un Labò, un nuovo spazio culturale nato in città per volontà dell’editore Mauro Morellini.
“C’è bisogno di un messaggio culturale forte in questo momento”, ha detto e noi di mollybrown.it non potevamo non esserci.

Da dove si comincia un’intervista a Sandra Milo?
Cominciamo così: è contenta di essere Sandra Milo?

Giusto. È contenta di essere Sandra Milo?
Sì! E anche molto.

Cosa non sappiamo di lei?
Sapete tutto. I non ho mai nascosto nulla della mia vita. Perché sono un personaggio pubblico e, se scegli questa vita, devi accettare che la tua ti appartenga un po’ di meno, e perché sono caratterialmente così, trasparente.

Si considera una donna fortunata?
Ho avuto delle grandi fortune, ma tutto quello che ho fatto nella vita me lo sono guadagnato. E costruito. Anche il mio modo di essere, è stata una scelta e una fatica diventare la donna che sono, perché nessuno nasce disponibile, pronta alla comprensione, è una questione di scelta.

Quanto ha amato?
Tantissimo, in modo travolgente e sconsiderato.

Qual è stato il suo amore più felice?
Gli amori non sono mai felici, non possono esserlo. Gli amori ti riempiono, ti fanno sentire piena di un’altra persona quasi fino a soffocarne, e nonostante ciò poi finiscono. La felicità in amore è allora solo fatta di attimi, momenti di straordinaria bellezza e fusione. Ma il grosso dell’amore sono le tensioni, le fatiche e le strategie. L’amore ha bisogno di una strategia.

E qual è stata la sua strategia vincente?
L’adulazione. Gli uomini sono più fragili, più insicuri e l’adulazione li rassicura. Perciò bisogna dirgli che sono bravi, intelligenti, belli. Agli uomini piace tanto sentirsi dire che sono belli. Tutto questo si trasforma in attrazione per noi, dipendenza. Sia chiaro: non voglio dire che una donna deve essere sottomessa, è che l’amore funziona meglio così. Qualsiasi tipo d’amore, anche quello per i figli.
Bisogna adulare chi si ama, perché dà sicurezza.

Quindi non è vero che negarsi paga di più in amore?
No, non credo proprio. Quello vale per quelle persone complicate e un po’ involute. Perché alla fine che cosa cerchiamo tutti quanti? Essere amati, e quindi devi amare anche tu, prima tu.

Certo che però adulare Federico Fellini non deve essere stato molto difficile…
Era normale che una ragazzina restasse incantata da un uomo così. E poi, l’attrazione per l’intelligenza, l’attrazione assoluta per il talento, le capacità. Assoluta perché secondo me l’intelligenza, quella vera, è anche bontà straordinaria, capacità di comprensione e di amore. Una persona stupida non ha queste capacità, può essere buono perché inerte, perché non ti fa del male. Ma la bontà è consapevolezza, e richiede intelligenza.

L’ha amato molto?
Ero innamorata persa e lo sono rimasta per tutta la vita. Oggi che ripenso a lui da donna matura, ancora di più, perché lui era un visionario, un precursore, un uomo capace di vedere in là, più avanti. È stato il mio maestro, mi ha insegnato a uscire dalla mia pelle. Mi ha costretta ad abbandonare ogni pudore, perché diceva che un attore non può avere pudore. Quando abbiamo girato Otto e mezzo a un certo punto ho sentito come se mi avesse preso la pelle e me l’avesse strappata di dosso e rovesciata. E superato lo choc ho capito che quello che mi stava insegnando era molto più che recitare, mi stava insegnando a vivere, a esprimere i miei sentimenti senza nessun riserbo.

Come si fa ad amare un uomo senza averne l’esclusiva?
L’amore è amore. Non è possesso, è qualcosa che t’invade, è dentro di te. E ce l’hai comunque, anche se un uomo ha dieci mogli, e  non puoi sradicarlo da dentro te stessa se lo provi.

È mai stata gelosa?
Non ho senso della proprietà. È uno degli effetti di essere nata durante la guerra: si poteva perdere tutto da un giorno all’altro, non aveva senso attaccarsi alle cose. Anche con gli uomini sono sempre stata così, non li ho mai considerati una proprietà, quindi no, non sono mai stata gelosa.

Chi è l’uomo che ha amato tutto di lei?
Secondo me lo devo ancora incontrare! Federico era magico, entrava dentro di te e frugava, sapeva tutto di te anche se ti aveva appena conosciuto. Lui sì, mi aveva capita. Recentemente ho visto una sua vecchia intervista in cui ha detto di me cose che non sapevo: “Sandra ha una natura gentile, ed è una donna molto interessata alle cose, ma… fino a un certo punto! E questa è la vera saggezza”.
Ed è vero, io sono curiosa di tutto, ma… fino a un certo punto.

Lei è un po’ la nostra Marilyn, incarna un modello di femminilità sexy ma ironica. Si riconosce in lei?
La Monroe era una donna profondamente infelice, e io invece no. Io sono sempre stata come appaio. Di lei mi piace quella ingenuità, quel candore interiore, quella lievità che adoro molto nelle donne quando ce l’hanno, e che mi piace pensare di avere.

Quando ha preso consapevolezza del sua bellezza?
Non ancora! Quando mi dicono: “lei aveva soprattutto questa sensualità…” io resto stupita.
Io? Sensuale? Non me n’ero accorta!

Il ricordo più bello della sua vita?
Ne ho molti, ma credo sia mia madre, le sue braccia meravigliose, bianche, morbide. E quel profumo che non era un profumo ma era il suo odore, sapeva di rosa e quando mi abbracciava mi restava nel naso.
E poi la nascita dei miei figli. Io non ho voluto il cesareo, volevo essere vigile, vivere tutto quel momento, quella gioia infinita e poi quella malinconia profonda, perché quando poi tuo figlio nasce, ti senti improvvisamente sola. I nove mesi di gravidanza sono gli unici mesi in cui non ti senti sola.

È stata una madre sbaciucchiona e coccolona?
No. I bambini odiano essere sbaciucchiati. Sono stata presente, ma ho sempre cercato di capire cosa piacesse a loro e quale fosse la loro indole. Mi sono sempre trattenuta nelle mie manifestazioni, ma darei la vita per loro senza pensarci due volte.

Se non avesse avuto figli si sentirebbe una donna meno completa?
Assolutamente no! Sarei molto felice! Avrei fatto molte più cose e speso molto di meno. Io ho un eccessivo senso della responsabilità e quindi per me i figli sono sempre stati un motivo di grande apprensione, anche perché li ho educati tutti e tre da sola. E comunque non credo che una donna si completi con i figli, no.

Lei quando sua madre si è ammalata ha preso una posizione netta a favore dell’eutanasia…
E continuo a difenderla. Vedere una persona amata soffrire senza speranza, solo per arrivare all’inevitabilità della morte è terribile. Mia madre è morta molto vecchia e gli ultimi periodi sono stati atroci, continuava a chiedermi di aiutarla e io le dicevo di no, che non potevo. Un giorno mi ha detto: “Io per te l’avrei fatto”, e lì mi sono sentita egoista. Poi sono stata denunciata per “apologia della morte” da un onorevole democristiano di cui non ricordo il nome, ho subito un processo, rischiavo di essere condannata… Ma ho ricevuto migliaia di lettere dalle persone che mi comunicavano solidarietà e mi ringraziavano. La dignità di morire dovrebbe essere un diritto.

Che effetto le fa l’Italia di oggi?
Mi sembra stia andando un po’ indietro. Io ho vissuto un periodo meraviglio dopo la guerra. Me-ra-vi-glio-so! C’era una tale voglia di vivere, una fiducia, un entusiasmo che si sono trasformati in cultura, alta, pop, d’élite… Cultura. Cinema, musica, teatro, televisione era tutto un fermento. Oggi ne vedo molto meno, ma qualcosa si muove nel teatro e nell’editoria, e io cerco di esserci.

La tecnologia ha tolto o ha dato qualcosa al cinema?
Credo che abbia tolto. Io recitavo con una camera fissa davanti e il volto del regista affianco, che mi guardava negli occhi, mi guidava. Era quasi un dialogo a due, e quell’intensità arrivava allo spettatore. Oggi il regista non lo vedi quando reciti, è in cabina e il suo volto è sostituito da protesi tecnologiche, telecamere volanti, droni.

Com’era Roberto Rossellini?
Un genio. Meno solare ed espansivo di Federico, ma un Leonardo Da Vinci del cinema. Aveva inventato uno zoom fai-da-te e lo chiamava il “panzino” ed era un accrocchio che aveva fatto con un macchinista con una chiave di quelle per l’acqua delle pompe da giardino. Ha vissuto per il cinema, disegnava le scenografie e trasformava i luoghi e le persone che lo incontravano

Dove tiene tutti i premi che ha vinto nella sua carriera?
Non li tengo. Li ho sempre regalati, quelli brutti, buttati. Non ho mai conservato un giornale, un’intervista, nulla. So di colleghi che hanno veri e propri archivi, a me stanca solo l’idea.

È in forma smagliante, fa ginnastica, segue una dieta?
Mai fatto sport in vita mia. Non so neanche nuotare… E sono golosa.

Squilla il telefono…
Mi scusi, guardo chi è.
Ciro!

Questa volta l’espressione è di gioia. Ciro sta bene e ha un bimbo di quattro anni per il quale lei sta scrivendo Lettere a mio nipote, la sua prima, completa autobiografia.
Grazie mille “Sandrocchia”, per il tempo e l’amarcord di quell’Italia meravigliosa che ci ha regalato.
E in bocca al lupo per i suoi mille progetti e desideri ancora tutti da avverare.

 

 

Adesso che Rami Malek ha vinto il prevedibile e previsto Oscar anche noi possiamo dire la nostra.

Abbiamo aspettato e sforato date, “dimenticato” compleanni e anniversari ma non è stato un caso, è stata una scelta condivisa e difesa.

“E voi di mollybrown.it non fate niente su Freddie Mercury?”

Sì, non facciamo niente, a caldo. Mentre tutti ne parlano, noi lo facciamo nostro, ce lo coviamo un po’ e poi lo ve lo restituiamo, sperando che vi lasci  una briciola in più di tutto quello che avete letto altrove.

La sua biografia la conosciamo ormai meglio di quella di antenati e parenti: si chiama Farrokh Bulsara, nasce a Stone Town (Zanzibar) il 5 settembre 1946, è di origine parsi (quindi persiano di religione zoroastriana) vive con i nonni in India fino ai diciotto anni, poi segue i genitori a Londra, fa il facchino, il magazziniere, si diploma all’Ealing Art College, Brian May e Roger Taylor all’inizio non lo vogliono, nel 1970 conosce Mary Austin, aka Love of my life, si scopre gay, nel ’75 scrive Bohemian Rapsody, nessuno crede in un singolo che dura 5:56 minuti, i Queen fanno il botto e diventano una delle rock-band più amate al mondo, nel 1987 annuncia di essere malato di aids, il 24 novembre 1991 muore.

I suoi duetti hanno fatto storia: da Under Pressure con David Bowie nel 1981, che il Duca Bianco si rifiutò sempre di eseguire dal vivo fino alla morte di Mercury, all’album Barcelona con il soprano Monserrat Caballé, che fino al 1987 era nota solo ai cultori della lirica.

I video manco a dirlo: ancora oggi I want to break free resta impareggiabile e insuperato.

Si può non amare la musica dei Queen, si può accusarli di aver svenduto il rock al pop commerciale o. come disse Sid Vicious, di aver “portato la danza classica alle masse”; si può giudicare Bohemian Rapsody “una cagata pazzesca” troppo lunga e artificiosa e We are the champions un jingle pubblicitario.
Si può trovare odioso Brian May, tascio come un pianista da matrimonio Roger Taylor, anonimo come un postino inglese John Deacon.
Si può essere colti da conati di vomito leggendo il testo di Bicycle Race (you say black, I say white, You say bark, I say bite) ma…

Non si può non amare Freddie Mercury.
Impossibile.

Ed è inutile cercare di spiegarlo sociologicamente: ha rappresentato l’immigrato, il “paki” che ce l’ha fatta, il gay che non si è nascosto, il malato di aids che ha lottato fino all’ultimo. Bullshit, come le spiegazioni tecniche: ah che voce, quasi quattro ottave d’estensione (come Albano, Axl Rose nel fa cinque!), eh ma come ballava, sì, d’accordo ma Mick Jagger ancora oggi si muove come una danzatrice balinese di quattordici anni.
Per non parlare di quelle scientifiche: in Olanda, all’università di Groningen, un gruppo di neuroscienziati ha tirato fuori una formula matematica da Don’t Stop me now per dimostrare che è una “feel-good song”, una sorta di benzodiazepina rock che dispensa buon umore. Ah ecco perché…

No. Non è per questo che si ama Freddie Mercury.

Ci sono persone che riempiono lo spazio anche se non superano il metro e settantasette centimetri di altezza, che se alzano un braccio con un pugno chiuso ridefiniscono l’orizzonte, non stanno facendo outing politico. Ci sono uomini che mantengono uno sguardo bambino anche strafatti di coca ed emanano una straordinaria delicatezza vestiti in pelle nera e guinzagli borchiati.

Esistono degli esseri che, nonostante siano speciali e abbiano talenti rari, sono in trappola.
Esattamente come tutti noi. Stessa rat race, quello che cambia è solo l’ordine di grandezza, il parametro.
Certo, magari per noi quello che fanno loro sono cose molto fighe, ma per loro sono l’unica cosa che sanno fare, per questo sono in trappola. E per questo se li guardi bene ti accorgi che non sono molto felici, come tutti noi, anzi molto più di noi. Perché noi, diversamente da loro, possiamo comunque raccontarci che avremmo potuto fare le rock star, prima di finire  a lavorare in banca, loro no.
Brian May sì, Taylor e Deacon pure. Freddie no.

Per questo non si può non amare Freddie Mercury.
Per questo si deve amare Freddie Mercury, indipendentemente.

Perché non potersi immaginare liberi di scegliere il proprio destino è la più grande condanna.
Devi uccidere una parte di te (mama I just killed a man…) e poi andare, andare, andare (I’m gonna go, go, go…), senza fermarti mai, e bruciare attraverso il cielo, Mr Fahrenheit, perché non hai un’altra possibilità. Lo puoi urlare I want to break free, e lo devi urlare, perché non sarai mai libero davvero.

No, non sono le sculettate con l’asta del microfono in mano, i look leggendari, gli acuti e le smorfie
il motivo per cui tutti amiamo Freddie Mercury.

È per la terribile punizione avuta in sorte: non potersi immaginare diverso, non potersi raccontare, neanche sotto effetto di droghe lisergiche, “avrei potuto fare l’ingegnere gestionale, se non fossi finito su un palco a cantare We will rock you”.