MOLLY BROWN
Image default
Straordinari

AUDREY HEPBURN la donna che visse tre vite


Audrey HepburnAnche se era magra e spigolosa, in controtendenza rispetto alle maggiorate di allora (Marilyn Monroe, Jane Russell, Jayne Mansfield) la più sognata, amata e invidiata attrice degli anni ’50 e ’60 è stata lei: Audrey Hepburn. Un mito condiviso da tutte e da tutti.

Con quel corpo flessuoso da figurina di bisquit (aveva studiato danza classica ma soprattutto aveva sofferto la fame “vera” da piccola) e i grandi occhi da cerbiatta, ha insegnato alle donne l’arte sottile della seduzione e ha cambiato per sempre negli uomini la visione dell’eterno femminino.

L’indimenticabile interprete di Vacanze romane, Sabrina e Colazione da Tiffany possedeva quel mix irresistibile e ineguagliabile di grazia, bellezza, femminilità, sex appeal e innocenza, ma soprattutto di classe e stile che ne hanno fatto un’icona senza tempo.

Non si spiegherebbe altrimenti, a più di vent’anni dalla morte, la “fortuna” intatta che ancora oggi circonda il ricordo della filiforme attrice nata in Belgio il 4 maggio 1929 da una aristocratica olandese (la baronessa Ella van Heemstra) e da un signore inglese (Joseph Anthony Ruston) non troppo raccomandabile, dal momento che era un simpatizzante del nazismo e che abbandonò la famiglia.

Ma chi c’era dietro quel leggendario tubino nero della Cenerentola-Holly inventato per lei dallo stilista francese Hubert de Givenchy (che la definirà “un regalo del cielo”) e quei grandi,impenetrabili, occhiali da sole? Ecco il primo indizio.

Intervistata dopo il successo planetario del film diretto da Blake Edwards nel 1961 ammise: «Sono un’introversa. Interpretare una ragazza estroversa è stata la cosa più difficile che io abbia mai fatto».

Tanto esile fisicamente quanto forte nello spirito, Audrey Hepburn ha vissuto almeno tre vite. E la prima sicuramente non è stata quella della diva di Hollywood e dell’attrice “secchiona” che si alzava alle quattro di mattina per ripassare la parte, sempre estranea agli stravizi della città delle star.

Lontano dai riflettori del cinema, infatti, Audrey Hepburn era solo una donna romantica. Quasi una casalinga, a volte disperata. Che in tv non si perdeva una puntata della sua serie preferita: Cuore e batticuore. «Per me le uniche cose che contano sono quelle che hanno a che fare col cuore», è una delle sue frasi cult.

Arrivata alla boa dei cinquant’anni, quest’icona di charme e semplicità confidò però di considerarsi un “disastro” nella vita privata. Il perché è presto detto. Alle spalle aveva due matrimoni, con l’attore Mel Ferrer e con lo psichiatra italiano Andrea Dotti, finiti con due divorzi, oltre a varie storie che la fecero soffrire e non le resero facile la vita (soprattutto, dicono le biografie, quelle con Albert Finney e Ben Gazzara).

Solo negli ultimissimi anni, forse, trovò la sperata tranquillità tra le braccia dell’attore olandese Robert Wolders (classe 1936), che resterà al suo fianco fino alla fine. Non è per caso se l’unico posto in cui l’attrice si sentiva a casa (la villa di Tolochenaz in Svizzera, nei pressi di Losanna, dove morirà nel sonno, consumata dal cancro, nel 1993 e dove non si è mai interrotto il pellegrinaggio dei fan sulla sua tomba) si chiamava La Paisible, cioè “luogo di pace”.

Anche se il marito italiano lo ribattezzò malignamente La Pénible (luogo di dolore). Lei, invece, in quel paesino svizzero ci visse beatamente, almeno stando alle testimonianze dei negozianti (il panettiere, il droghiere o il fiorista) che ancora se la ricordano bene e la rimpiangono come una gran dama, democratica e gentile.

Dal Belgio (era nata nel 1929 a Ixelles, un quartiere di Bruxelles, in Rue Keyenveld 48) agli studios di Hollywood, da Roma (dove abitò all’epoca del matrimonio con il medico Andrea Dotti) alla Svizzera (dove si trasferì all’inizio degli anni ’80) fino all’Africa, “l’enigma” Audrey Hepburn si capisce un po’ meglio solo esplorando anche la sua terza vita, quella da ambasciatrice umanitaria dell’Unicef.

Perché se nell’immaginario collettivo sarà sempre la ribelle principessa Anna di Vacanze romane, la frivola Holly Golightly di Colazione da Tiffany o la buffa Eliza Doolittle di My Fair Lady, nella vita reale che aveva scelto, e che si era conquistata a caro prezzo, Audrey Hepburn si dedicava con grande generosità ai bambini a cui le guerre e la fame avevano rubato l’infanzia.

Proprio come era successo anche a lei durante l’occupazione nazista dell’Olanda, ad Arnhem, dove visse dal 1939 al 1945. Durante la carestia dell’inverno 1944, la brutalità crebbe e i nazisti confiscarono le limitate riserve di cibo e carburante della popolazione olandese, che senza riscaldamento nelle case o cibo da mangiare moriva letteralmente di fame o di freddo nelle strade.

Anni dopo, parlando della liberazione, la Hepburn dirà: «L’incredibile sensazione di conforto nel ritrovarsi liberi è una cosa difficile da esprimere a parole. La libertà è qualcosa che si sente nell’aria».

Ed è certamente ricordando le sofferenze di quei tempi se al figlio Luca insegnò che: «Al momento giusto, quel che si è ricevuto si ridà». Una lezione indimenticabile, visto che ancora oggi l’Audrey Hepburn Children’s Fund (fondato dai figli Sean e Luca) si occupa della scolarizzazione nei Paesi africani.

Marina Moioli

Related posts

ANNA FRANK Tra le stanze della memoria

Isa Grassano

GUSTAVE CAILLEBOTTE l’impressionista dimenticato

Carlo Alberto Brioschi

LOU REED c’è chi non muore mai

Silvia Andreoli

Lascia un Commento