ARTHUR RIMBAUD messo al muro

Arrivarci è semplice.

Autobus linea 84 da Porte de Champerret à Panthéon, fermata Luxembourg, oppure metrò ligne 4 (lilla) fermata Saint-Sulpice.

Sono pochi passi che diventano musica a percorrerli nei giorni d’autunno, con le foglie che cadono, ritmate, sui marciapiedi e lungo i controviali alberati, restando per giorni, a crepitare sotto i tacchi se l’inverno è mite, o l’attesa della primavera meno lontana.

S’insinua l’attesa, per qualcuno reticenza, o forse un po’ di scetticismo, ma per quante informazioni si siano assunte, attraverso rete e guide, la sorpresa giunge ed è intensa, apnea, di quei minuscoli salti nel respiro che si iscrivono nella memoria. Perché generano intrecci, costellazioni di silenzi. Incontri, in una parola. Incontri che in questa stretta via meravigliosa di Parigi si fanno lungo i muri.

Letteralmente.

Benvenuti nella Rue Férou, sesto arrondissement. Parigi che più Parigi non si può.

Si dice che qui abbia abitato anche Hemingway, al civico 6, come Man Ray che aveva l’atelier al civico 2B e persino Athos, de I tre moschettieri di Alexandre Dumas.

Ma oggi ci si viene per tuffarsi nella veemenza di Arthur Rimbaud. In quella sua parola incontrastata, che da rapsodico incedere si fa, lungo la via, pietra.

Pietra di muro per l’esattezza. Elegante nella tonalità di beige appena marezzato, silloge perfetta all’antica, vicina chiesa di Saint Sulpice (resa nota al grande pubblico anche da Dan Brown con il suo Codice da Vinci).

Su questo muro si snoda un racconto a cielo aperto lungo ben 300 metri quadrati.

Un binomio estroso, stregato.

Un sobbalzare di lettere che s’inseguono e intrecciano, nella perfezione di una prospettiva che tende a imbuto, se si guarda verso il parco, a cono se si dirige lo sguardo alla chiesa.

Muro e parola, dunque, ma non certo di una parola qualunque.

Invece quella poeticissima e ispirata di Arthur Rimbaud.

Jan Willem Bruins trascrive Rimbaud in St. Sulpice
Jan Willem Bruins trascrive Rimbaud in St. Sulpice

È qui, appunto, che, su commissione della fondazione Tegen-Beeld, con un finanziamento dell’ambasciata dei Paesi Bassi, l’artista calligrafo Jan Willem Bruins ha realizzato nel 2012 l’iscrizione dell’intero poema di giovinezza, furori, ubriacature, amori, terrori – che ha titolo Le Bateau ivre.

Da leggere da destra verso sinistra. A ritroso.

Perché questa scelta?

Fu proprio in un ristorante, ora scomparso, di questa viuzza che, il 30 settembre 1871, Rimbaud recitò a voce alta i versi.

Rimbaud che non ha ancora 17 anni (è nato il 20 ottobre del 1854) quel giorno.

Rimbaud, che giusto un anno prima, il 29 agosto, fugge, acquista un biglietto ferroviario per Saint-Quentin, ma la sua destinazione è Parigi. Alla Gare du Nord viene scoperto, consegnato alla polizia e, accusato di vagabondaggio, incarcerato nella prigione di Mazas in attesa di giudizio.

Rimbaud, che esprime il suo guizzo di poeta veggente e magnifico nella manciata di ventiquattro mesi. E poi si rifiuta di scrivere ancora.

Non toccherà più penna, matita per un poema. Forse nemmeno la voce.

300 metri quadri.

Di passi.

Che indietreggiano. O avanzano.

Di lingue che corrono, scorrono, occhi che si chiudono. Per affondare nello stesso, incantevole tratto.

Di quella voce che s’immagina roca, intensa, appena impastata. Una voce che abbranca e carezza, graffia, mentre s’alza oltre la cortina di nuvole, e cielo, e stelle, invenzioni.

“Comme je descendais des Fleuves impassibles,
Je ne me sentis plus guidé par les haleurs:

Des Peaux-Rouges criards les avaient pris pour cibles,
Les ayant cloués nus aux poteaux de couleurs.

Mentre discendevo lungo fiumi indifferenti, M’avvidi di non essere più in mano ai manovranti.
 Dei pellerossa urlanti li avevano presi a bersaglio,

Nudi li avevano inchiodati a pali variopinti.

Accelerano il ritmo le gambe.

Saltellano indietro. Come fosse un gioco.

Indietro, a occhi chiusi, poi aperti di nuovo, testa in giù, di spalle, poi ancora a guardare, per leggere e sbagliare riga magari. Che la poesia è gioco, ricchezza, ribellione. Cosa che stropicci e inghiotti, e poi mastichi, non sputi mai.

Si può leggere in fila, o invece saltabeccando, come quando si sfoglia un volume in libreria.

Solo così funziona la poesia. Senz’ordine. Meticolosità.

La poesia che è esplosione, sensazione, esperienza.

Entrare. Nelle acque. Nella tormenta. Seguendo la scia lasciata dal battello.

 

La tempête a béni mes éveils maritimes.

Plus léger qu’un bouchon j’ai dansé sur les flots

 

Benedì la tempesta i miei risvegli marittimi

Più leggero di un sughero tra i flutti danzavo

 

Nelle ore della sera, quando i lampioni s’accendono, e creano gli scorci che solo qui vedi, un’ombra pare avvicinarsi, lenta, appena deragliando.

Un’ombra che ha fattezze di ragazzo, uomo, infinito narrare. Un’ombra che, a ben guardare, nella vetrina dinnanzi di una prestigiosa agenzia immobiliare, sembra prendere un viso, un sorriso conosciuto.

Et j’ai vu quelquefois ce que l’homme a cru voir!

E ho visto a volte ciò che umano ha creduto di vedere

Già, un viso.

Forse, gemello del proprio.

Uguale, eppure smarginato.

Perché segreto.

 

Quello che invece Rimbaud non ha mai nascosto, e per farlo si è speso, ha camminato, ha consumato, si è distrutto, creato, distrutto ancora e poi, dicono, spento.

Ma, nella Rue Férou, lo si ritrova a ogni soffio di vento.

Per sapere di più:

http://poesie.webnet.fr/lesgrandsclassiques/poemes/arthur_rimbaud/le_bateau_ivre.html

http://www.lafeltrinelli.it/libri/yves-bonnefoy/rimbaud/9788860364432

Mappa: Rue Férou

https://www.google.it/maps/place/Rue+Férou,+75006+Paris,+Francia/data=!4m2!3m1!1s0x47e671da681e9e89:0xb3edd7b558666178?sa=X&ved=0ahUKEwjQopjP3d_QAhVEfhoKHT6xCrYQ8gEIHDAA

 

Silvia Andreoli

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