ANTON ČECHOV la voce, il suo ingrediente segreto

Oggi Mollybrown.it ospita un articolo dello scrittore Andrea Di Fabio, diplomato all’Accademia di Brera e autore del romanzo “Non Me” pubblicato nel 2017 da Morellini Editore.

Di Anton Čechov da un punto di vista critico si è parlato così ampiamente che ormai è difficile trovare nuovi spunti per descrivere quanto il suo contributo alla letteratura sia stato fondamentale. Detto questo, però, va anche precisato che la narrativa di Anton Čechov ha una qualità più sottile e per certi altri versi più concreta, nel tradurre sulla pagina l’animo umano, di grandi nomi +suoi contemporanei quali Dostoevskij, o Turgenev e Bulgakov. E per quanto riguarda Tolstoj forse l’unica somiglianza tra i due è l’atteggiamento non violento nei confronti del male, anche se più che una somiglianza si potrebbe definirla una propensione, vista la natura di Čechov di uomo moderato.

 

Di professione medico, Anton Čechov ha saputo mettere in scena un’umanità normale e mediocre, e totalmente (o inconfutabilmente) priva di slanci particolari o eroismi degni di nota. Si è sempre posto nei confronti dei suoi contraddittori personaggi (nelle azioni e nei sentimenti) da osservatore imparziale e distaccato, vale a dire su un piano che potrebbe ricordare il rigore scientifico con cui da medico redigeva uno schedario dei suoi pazienti. Ed è nel connubio con cui Čechov ha trovato i giusti equilibri tra sensibilità artistica e una visione disincantata dell’umanità, che va ricercata la formidabile efficacia del suo stile narrativo. Tuttavia è come se mancasse un terzo ingrediente nella formula o nella ricetta, quello segreto e pertanto difficilmente identificabile, se non dopo un’ulteriore e accurata indagine. Indagine che propone quale primo indizio una breve riflessione dello stesso Anton Čechov: «Scrivendo faccio pieno assegnamento sul lettore, nella presunzione che aggiungerà da sé gli elementi che mancano nel racconto».

 

Su questo stesso punto insisterà anche uno dei padri del minimalismo, Raymond Carver, del quale Anton Čechov, come lui stesso ammetterà, è stato per lungo tempo di enorme importanza e influenza. Vale a dire che non è necessario descrivere minuziosamente ogni dettaglio della scena che si sta rappresentando nel racconto, quando è più stimolante per il lettore mettere in gioco la sua fantasia, per cui la concisione e una particolare cura fin nei minimi dettagli degli aspetti sintattici e d’interpunzione diverranno prioritari rispetto al largo respiro che potrebbero fornire i particolari. L’ampiezza per uno scrittore dovrebbe essere raggiunta, – come spiega Carver, prendendo spunto dallo stesso Čechov, – solo una volta metabolizzata la coerenza (l’aspetto del mestiere che va svolto con assoluto rigore), nel vedere quello che tutti hanno visto, ma vederlo in modo più chiaro da ogni lato (la quidditas Joyciana).

 

E fin qui si potrebbe dire che il fondamento sul quale il realismo ha dilagato nella cultura letteraria del Novecento sia più che giustificato, non solo come elemento di coerenza e quindi propriamente tecnico, ma anche come ingrediente prioritario della formula che permette allo scrittore di talento di prestare un’attenzione intensa e concentrata all’argomento. Tuttavia la semplice pretesa al realismo non è sufficiente a raggiungere l’incisività, ed è qui che Anton Čechov torna in gioco. Qual è il segreto dell’ampiezza che Čechov è stato in grado di raggiungere?  La risposta, per certi versi, potrebbe essere la voce. Esattamente la voce, o intonazione con cui uno scrittore scrive. Ed è una qualità, come è già stato anticipato, che è profondamente personale; personale a tal punto da distinguersi da quella degli altri scrittori in modo evidente.

 

Ricostruire la voce o l’intonazione di uno scrittore dai suoi elementi stilistici potrebbe essere fuorviante, perché ha un obiettivo diverso da quello di esporre il racconto (l’uso della retorica), quanto, piuttosto, di produrre nel lettore quello stimolo alla fantasia e una forte impressione che lo rende partecipe. C’è però un racconto in particolare di Anton Čechov che sembra particolarmente esplicativo in questo senso: “Uno scherzetto”. Il soggetto è il gioco un po’ crudele con cui il protagonista sussurra a una fanciulla “Io vi amo Nadja” durante una ripida discesa in slitta; le parole si confonderanno con il vento, e volar giù dal poggio, per la povera Nadja diverrà come abituarsi al vino e alla morfina. Vivere senza di essa non può. E anche dopo che Nadja si è sposata al minimo accenno di vento le sembrerà di rivivere quel ricordo commovente della sua infanzia, in cui le parole “io vi amo Nadja” le facevano languire l’anima.

 

Anton Čechov aveva la capacità di creare miraggi uditivi e visivi e non aveva bisogno di ricorrere a nessun espediente drammatico, per far sì che la sua voce guidasse il lettore. Forse il segreto è proprio quella qualità che sembra possedere solo il miraggio: qualcosa ti sembra di scorgere, che conosci e capisci, e qualcosa d’altro al contempo sembra suggerirti che è proprio così. E lentamente, senza fretta, sei guidato nella sua esatta direzione.            

Andrea Di Fabio

 

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