anne marie sacherIl primo palato a gustarla fu, letteralmente, principesco.

Nientemeno che Metternich faceva di cognome, per l’esattezza.

Quella sera del 1832 il Cancelliere attendeva ospiti a cena. Caso volle che il capocuoco fosse indisposto e che toccasse al giovane apprendista, il sedicenne Eduard Sacher, di sbrigarsela tra stoviglie e tegami.

Lui, che aveva fatto i primi passi nel piccolo negozio di gastronomia del padre, pieno cuore di Vienna, tra Weihburggasse e Rauhensteingasse, forse proprio a quel cuore si appellò e azzardò un dessert che celava, nel centro, sorpresa e dolcezza.

Un trionfo.

E la leggenda comincia.

 

Ma non fu l’unica intuizione brillante del cuoco pasticciere. Che con la stessa indomita abilità, e la spregiudicatezza con cui aveva insinuato quell’albicocca sotto la copertura di cioccolato, scelse sua moglie.

Anna, la deliziosa Anna Fuchs, classe ’59 (dell’800 s’intende), figlia di un intraprendente macellaio e dotata di uno straordinario talento per il gusto.

Sarà lei a diventare il vero simbolo dell’hotel e che grazie all’abile modernismo della moglie, ascenderà a mito.

Avrà carta bianca quella graziosa consorte, di sedici anni più giovane di lui, che conquisterà la fiducia sua, e lo spronerà a investire, tappezzerie, vasellame, e personale, preparato ripeterà all’infinito. Perché sia all’altezza.

 

 

S’aprono le danza all’Hotel Sacher, di fronte all’Opera. E Anna non si sottrarrà ai riflettori.

Lo farà, lo farà molto bene.

Nelle sale come in quel Garten, dove persino l’anoressica imperatrice Elisabetta (“lei non si sedeva, si posava, non si alzava, si levava” diceva il Kaiser tedesco Guglielmo, descrivendola) aveva mangiato una fetta di torta, per mezzo secolo, s’incontra tutto il bel mondo, la crème della crème, potenti e artisti dell’intellighenzia più rispettata dell’Impero.

Si racconta che persino Sigmund Freud, alle prese con le crisi nervose delle sue pazienti, suggerisse loro, ben più che un calmante, di raggiungere l’hotel e di rilassarsi consumando un tè nel salotto riservato alle signore.

Psicoanalisi all’albicocca, insomma.

 

sacherEmancipata, e anche visionaria, Anna mostra subito d’esserlo, tanto più eclettica se si pensa che a quell’epoca alle donne era chiesto di rispondere al modello consueto e casto di timorate di Dio e dell’uomo, inteso come rappresentante della più forte metà del cielo.

Sin da bambina aveva “respirato” la complessità del miscuglio dei popoli, crescendo in quel Leopoldstadt, quartiere ebraico viennese, dove il padre gestiva la macelleria e la famiglia praticava il culto cattolico circondata da ebrei ortodossi. Probabilmente apprese lì quell’abilità di convivenza che scaturisce più dalla curiosità che dall’educazione.

Ne fece un vessillo, silente e aggraziato, che usò anche tra le sale del Sacher, accogliendo viaggiatori d’ogni provenienza, i forestieri.

Un melting pot di studiata esperienza, divenne l’hotel, ammantato d’una patina elegante che ne suggellava l’intelligenza.

Tanto da permettere al Sacher di continuare, anche nei tempi più bui.

 

 

Non perderà mai l’abitudine, Anna, al mattino, insieme alla tazza di caffè, quel grosser brauner, servito in tazza grande con latte o panna, di scorrere le pagine dei quotidiani alla ricerca dei nomi degli ospiti che soggiornano al Sacher, delle epidemie di colera e degli annunci di lavoro alla perenne ricerca di una brava cameriera di sala.

“Dimenticherà” quei tre figli, due femmine e un maschio, quest’ultimo, fonte di preoccupazioni e spesso di imbarazzo. E una delle ragazze scompare a diciannove anni, e non di morte naturale.

Ma non c’è tempo di sapere, Anna ha altro di cui occuparsi.

Egoismo? Non proprio.

Semmai un modernismo premonitore, un’onda di futuro che le si addossa in anticipo sui tempi.

C’è che si fa contagiare da quell’idea che stare su un palcoscenico (e il Sacher lo era) impone di danzare anche quando sanguinano i piedi, la caviglia ha una frattura.

A maggior ragione se sei donna, e vedova (lo resterà a soli trentatré anni, Eduard stroncato da una complicazione polmonare), e imprenditrice e abiti nell’Austria a cavallo tra XIX e XX secolo.

 

 

Nessuna frivolezza, invero.

L’etichetta era affare importante. Una sorta di codice criptato con un effetto estremante strategico, ovvero creare paletti, divisioni, ricordando in un eloquente a pretenziosi arrampicatori sociali: qui voi non potete entrare.

La nobiltà aveva compreso che per essere moderni si richiedesse ormai l’imperativo di sapersi “industrializzare”.

Anna conosceva bene i suoi “polli e cocotte”. Cavalcò quella nuova fede: l’impeccabilità, la squisitezza dei modi, funzionavano più di molti discorsi, anche quando ai tavoli del ristorante si parlava in apparenza di niente.

 

Al Sacher allestisce lo spettacolo.

Lei che, scrupolosa, assegna le parti, ricorda le battute, aggiusta i costumi. Ma la trama recitata non è affatto da Nostalgia canaglia.

Semmai, a saper leggere tra le righe, funziona come avamposto d’una strana onda post-modernista: monarchia e nobiltà, non sono affatto morte, ma come una fenice, si sarebbero rialzate dallo smacco subito, cavalcando quei temi oggi piuttosto navigati del consumismo, del libertinaggio erotico, dell’intreccio tra mercati.

Questo fa Anna, o almeno lo asseconda, lo favorisce, senza dimenticare che il suo ruolo è l’ospitalità, e che noblesse oblige.

 

 

Resisterà, integra, la “creatura”, nonostante la guerra e la disfatta. La caduta. E farà spola verso il nuovo.

Arriverà fino al 1930, data della morte di Anna. E lei che aveva asserito: «Il Sacher sono io e nessun altro», nel testamento imporrà che pur ereditandolo i figli, non avrebbero potuto tenerlo. Sancirà che venga venduto e di dividere il ricavato.

Parenti serpenti. Meglio gli estranei, per quella sua creatura, Doppelgänger, gemello.

 

Nonostante i debiti e la fatica, anche quando s’inabisserà, Anna non violerà insomma l’eterna promessa. Di portare con sé la creatura che la rappresenta. E un sapore, anche, sapore d’albicocca che s’insinua nel palato, mentre il cioccolato crocchia.

Irripetibile. Come la musica che solleva.

 

 

(E oggi a gestirlo ci sta una famiglia, che di cognome fa Gürtler. Sul sito l’icona si apre curiosamente con il titolo “The Sacher Family”, e si vede la foto Trump Style dei suddetti. Nessuna traccia, invece, della storia di Anna, anche se la sala ristorante è a lei dedicata. Mah…)

 

Silvia Andreoli

 

 

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