ANNA KARENINA un romanzo frivolo

Keira Knightley Anna Karenina«Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

 Tutti, ma proprio tutti conoscono (e citano per far colpo) il celeberrimo incipit di “Anna Karenina” di Lev Tolstoj. Anche quelli che non si sognerebbero mai di leggere un “mattone” di circa mille pagine che, in soldoni, parla della storia di un’adultera che si getta sotto un treno.

Però anche chi l’ha amato, e magari letto e riletto più volte nel corso della vita, raramente si ricorda dell’epigrafe iniziale: “A me la vendetta, io farò ragione”, tratta dalla Lettera ai Romani di San Paolo (12,19). Eppure è proprio questa esortazione a lasciare a Dio il compito di fare giustizia la chiave di lettura per capire il destino di un’eroina tanto passionale e romantica, quanto coraggiosa e controcorrente.

«Anna Arkad’evna leggeva e comprendeva, ma non le faceva piacere leggere, cioè seguire il riflesso della vita altrui. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa».

Una donna rovinata dal tormento interiore tra la consapevolezza di sentirsi intrappolata in un matrimonio infelice con l’opprimente marito Karenin e il desiderio di abbandonarsi a una relazione clandestina con il seducente e irresistibile Conte Vronskij. E a essere sinceri, chi non vorrebbe provare almeno una volta nella vita, quello che prova Anna Karenina per il suo spasimante?

«Non c’era bisogno di chiedergli perché fosse lì. Era certa, come fosse lui stesso a dirglielo, che era lì per essere dov’era lei».

A 140 anni dalla prima edizione del romanzo (pubblicato in Russia nel 1877, anche se era già apparso a puntate sul Russkij vestnik, cioè Il Messaggero russo, a partire dal 1875) Anna Karenina è un personaggio più che mai vivo, amato e attuale. Non a caso cinema e televisione se ne sono appropriati più volte sfornando a intervalli regolari una nuova trasposizione dopo l’altra. Come dimenticarsi le interpretazioni di Greta Garbo (1935) e Lea Massari (1974) fino alle recenti prove d’artista di Keira Knightley nel 2012 e Vittoria Puccini nel 2013?

anna karenina

E ci sarà un motivo se da qualche mese a questa parte, in piena era Putin, il musical tratto dal capolavoro di Tolstoj fa ogni sera il tutto esaurito al Teatro dell’Operetta di Mosca.

Interpretato da Ekaterina Guseva e diretto da Alina Chevik, è uno spettacolo grandioso e avveniristico che, in un gioco tra il reale e il virtuale, accompagna gli spettatori  attraverso la grande Russia, li trasporta nei palazzi sfarzosi di San Pietroburgo ma soprattutto fa “respirare” lo spirito di Tolstoj anche ai giorni nostri.

Potenza di un romanzo che può attraversare le epoche e di un personaggio che ha ancora tanto da svelarci in fatto di crimini del cuore e disperazioni amorose. E che invita a una riflessione sull’amore, quando questo rischia di essere confuso con un suo surrogato (pericolo che ieri riguardava solo le dame dell’aristocrazia, ma che oggi riguarda tutte).

Il giudizio, o se si vuole il “gradimento”, sul libro, cambia parecchio a seconda dell’età e dell’esperienza della lettrice (dei lettori uomini non è dato sapere. Forse si limitano a pensare che sia un romanzo “frivolo”, proprio come fecero i critici all’indomani della sua uscita).

Da adolescenti ci si lascia conquistare semplicemente e semplicisticamente dal suo coraggio di eroina romantica, una capace di abbandonarsi a una passione che non conosce né Dio né Ragione. Un’eroina con cui ci si identifica.

A trenta o quarant’anni, invece, si comincia a mettere qualche puntino sulle “i” e a diventare più consapevoli delle trappole della gelosia. Per Anna l’unica cosa importante è essere amata da Vronsky e quando Vronsky si rivela un uomo imperfetto come qualsiasi altro, la gelosia la consuma, distrugge l’amore e distrugge lei stessa, fino a portarla, in una spirale di disperazione e follia, alla morte.

«Io penso – disse Anna, giocando con un guanto che si era tolto – io penso… se è vero che ci sono tante sentenze quante teste, così pure tante specie d’amore quanti cuori»

«Ben presto sentì che nell’animo suo s’era destato il desiderio dei desideri: la malinconia»

 

Ma per la lettrice di sessanta anni e più, la lezione che esce dalle pagine del romanzo è un’altra: quella che fare di un altro essere umano il proprio dio procura solo una felicità ingannevole, causa della propria rovina.

 

«Laggiù! Proprio in mezzo! Castigherò lui e mi libererò da tutti e da me stessa»

dice Anna prima della scena madre.

Da parte sua, l’autore di questa storia universale rifiutò sempre di esprimere chiavi interpretative per Anna Karenina, anzi dichiarò: «Se volessi dire a parole tutto quel che ho cercato di esprimere con questo romanzo, dovrei per forza riscriver tutto quanto il romanzo daccapo e per l’appunto così come l’ho scritto». Insuperabile nel descrivere gli stati d’animo, Tolstoj a un certo punto fa dire al personaggio di Levin, da molti considerato il suo alter ego:

«Era come se tutte quelle tracce del suo passato lo avessero afferrato dicendogli: No, non ci lascerai, non diventerai un’altra persona, resterai quello che eri: coi tuoi dubbi, con la continua insoddisfazione personale, coi vani tentativi di correggerti, con le cadute e l’eterna attesa della felicità che non ti è stata data e che per te non è possibile!…»,

anna kareninaUn dilemma, quello dell’eterna attesa della felicità, con cui prima o poi tutti dobbiamo fare i conti. E li faceva anche Tolstoj, che mentre scriveva il romanzo era ancora diviso tra la vita semplice inseguita da Levin e il tumulto che agita Anna. Un acuto critico italiano, Igor Sibaldi, ha scritto a questo proposito che nella figura di Anna si intravede Tolstoj mentre cerca di «commettere adulterio contro il proprio mondo, staccandosene e imparando a vederlo con occhi nuovi».

Eppure lo scrittore rinnegò il romanzo: nel 1881, in una lettera al critico Strasov, scrisse: «Quanto alla Karenina: io vi assicuro che per me quello schifo di romanzo non esiste più». Perché?

Forse la risposta sta nella fuga da casa che egli fece la notte del 27 ottobre 1910, correndo incontro a una forza-tormenta che lo chiamava al miraggio di una vita “per la verità, per Dio”, verso un treno che lo portasse chissà dove.

Ultraottuagenario, legato da quasi mezzo secolo a una moglie che lo tiranneggia e lo controlla persino mentre dorme, Tolstoj fugge come fuggirebbe uno che sa solo che è necessario allontanarsi: non ha una destinazione ben precisa, ha solo lasciato la casa dove non poteva più rimanere.

«E si sente libero, questo vecchio saggio, trattato con riverenza da quanti lo riconoscono, libero soprattutto quando è in comunione con la natura, quando il vento gli rinvigorisce il viso, sulla piattaforma del treno, restituendogli interamente la sensazione della fuga», si legge nella presentazione de “La fuga di Tolstoj” di Alberto Cavallari (Skira, 2010).

Di lì a pochi giorni, però, Tolstoj morì. Ironia della sorte, in una stazione ferroviaria. Proprio come l’eroina del libro che aveva ripudiato.

 

Marina Moioli

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *