MOLLY BROWN
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Straordinari

ANISH KAPOOR le “Mille e una notte” viste dal Tamigi


Sharhazād lo ha rapito, stregato, convinto. Poi ha cambiato mossa, sparigliando le carte.

Lo tira per la camicia, insiste. Adesso tocca a te. Ha rovesciato i giochi. Non lo lascerà mai più in pace. Si sta vendicando.

Raccontare per salvarsi la vita? Ebbene, che ora l’obolo lo paghi lui, il sultano.

 

C’è questo, e molto altro, nelle opere di Anish Kapoor, magistrale scultore anglo-indiano, che sfugge alle etichette. Ha la diaspora nel sangue (il padre è indiano, la madre ebreo-irachena), i cieli e i colori di sabbia insinuati nella retina. E quella specie di rabbia tranquilla, di chi si confronta da millenni con Storia, imperialismi e diserzioni.

Se è vero che la nascita, il 12 marzo 1954, è a Mumbai, gli studi sono prima in Israele, fino a 19 anni, poi raggiunge l’Inghilterra, s’installa a Londra, dove frequenta la scuola d’arte. Ha come mito Marcel Duchamp, che tra un Macinino da caffè e una Fontana, scriveva: «La pittura non dovrebbe essere solamente retinica o visiva; dovrebbe aver a che fare con la materia grigia della nostra comprensione».

Ma si sa, i miti servono a crescere per poi superarli, in quella perenne afasia del conflitto, che presiede ai meccanismi dell’universo. E Kapoor, nel 1979, riscopre la sua radice indiana.

Dichiara da subito l’attrazione per l’androgino, sintesi cercata tra maschio femmina, specchio della scissione universale di opposti, terra cielo, buio luce, vuoto pieno.

Si mette a disegnare come un ossesso, sperimenta.

Dalle sue mani emergerà Leviatano invincibile il mondo diviso, che però non si rassegna a esserlo (Leviatan sarà il nome di una installazione enorme e magnifica, 2011, al Grand Palais di Parigi).

Kapoor raccoglie il guanto di sfida, la ricerca d’un tramite che accorpi. E quel tramite è l’arte.

 

La posta in gioco sale.

A volte raggiunge davvero il cielo con opere gigantesche, che si impongono e non possono passare inosservate. Qualche nome: At the edge of the world del 1998, in fibra di vetro e pigmento. Un soffitto concavo e di quel pigmento rosso-blu-nero che è la sua firma; Dismemberment, 2003-2009, in PVC e acciaio, domina  Kaipara Bay, in Nuova Zelanda; Flesh, 2008-2011, un rendering digitale che attraversa, come una ferita, il Jardin des Tuileries a Parigi; My red homeland, 2003, cera e colore a olio, braccio metallico a motore, ha consistenza di sangue. Mette lì, nella grandezza che si staglia nello spazio, forse primo gesto, qualcosa che sta dentro. E preme, per farsi guardare.

Grazie all’arte, Kapoor apprende le regole infide del reale. Sa che, per equilibrio, all’infinitamente grande deve fare eco l’intimamente piccolo. Che lui esporrà, agli occhi e all’esperienza, entrando “dentro lo specchio”.

Ne crea di incredibili. Il più recente, Mirror (Blak to Read), 2016, rovescia ogni percezione. Non solo quella visuale – l’immagine riflessa risulta rovesciata – ma anche acustica. Se ci si mette in un punto esatto, la propria voce arriva stonata, come provenisse da un antro, una caverna. Alì Babà e i quaranta ladroni?

Dentro la superficie a specchio di Corner disappearing into itself, 2015, vetroresina e oro, s’intravvede il Taj Mahal, un organo genitale femminile, il sorriso di un bambino, e sangue, terra, iuta, acciaio. È una sorta di messaggio criptato: se vuoi leggere il mio cuore, i miei pensieri, devi passare attraverso la materia di cui sono fatto. Che non è, come pretendeva Shakespeare, quella dei sogni, ma piuttosto carne.

Allora Kapoor rischia. Non si trastulla con l’abilità di alchimista consumato (sarebbe piaciuto a quel Baltrušaitis tanto amato anche da Duchamp).

 

Nonostante il successo, l’uomo Kapoor sembra rimanerne a margine, persino un po’ escluso. Fascino personale non ne emana. Non si erge a personalità, a fenomeno di costume. Frasi insinuanti, di quelle che ti s’appiccicano alla memoria, non ne dice. Qualche battuta ai giornalisti, «il gioco è una cosa seria», recitata più come se proseguisse un monologo interiore, che per affascinare. A prevalere nei suoi lavori è il silenzio. Ma di quelli che hanno materia. Richiami. Da un universo all’altro. La musica delle sfere celesti.

 

La sua è un’arte che, crescendo, deve imparare a inglobare in sé lo spazio in cui accade. Esattamente come nelle fiabe, dove un bosco, una casetta, un guscio di noce sono tutto.

Fiabe come chance, talvolta, o condanne, ma sempre intercapedini tra luoghi prossimi, condannati a restare separati, rette parallele che non si incontrerebbero mai.

Forza le cose allora Kapoor: quei riflessi di porte e scale, e ombre, spiriti, sono voci che si moltiplicano fino a divorare lo spazio, sia piccolo o grande, immenso. Una constatazione, saggia e implacabile: l’universo non basta più.

Si mette a smontare i corpi, lui. Lo fa con violenza. Colpisce. A tratti nausea. E spiazza i suoi sostenitori.

Che bisogno c’è di questo sudamento di carni? Di macellare le interiora di ciò che siamo?, mormorano. Piovono critiche.

 

Kapoor non si scompone. Inutile “sedersi” sull’arte. Su quello che il pubblico acclama.

Forse è persino questo il segreto: lui pubblico non ne vuole. Piuttosto sperimentatori, disposti a entrare, provare, ascoltatori severi, spietati persino, re capricciosi che minacciano di tagliare teste.

A loro, a noi, parla. Perché l’arte è visione, nel senso proprio di vedere ciò che abbiamo sotto gli occhi, ma non distinguiamo.

Dei corpi ci stiamo dimenticando, sembra dire Kapoor. Buffo, paradossale. Eppure. Stiamo dimenticando la loro concretezza. La consistenza, ma anche il suono, l’odore.

Foetal, 2012, silicone pigmento e juta, vs. Stench, 2012, silicone pigmento e tela? Ovvero: fetale contro fetore? Ma anche quello sono io?

 

Kapoor è uno che ti aspetta al varco.

Racconta a suo modo la nostra storia rimossa, con un passo di grandiosità e di gioco, poi si scatena, polverizza, e ci induce a rammentare qualcosa che forse non è colpa, ma ci somiglia. Ed è la differenza tra gioco e imbroglio. Tra immaginazione e invenzione. Tra buona e cattiva fede. In una parola: tra infanzia e età adulta.

Kapoor è un artista. Dunque sceglie sempre la via più scomoda.

Si sposta, scarta di lato, arretra forse, scende, risale, precipita e a volte, davvero, vola. Del tradizionale tappeto magico ha cambiato soltanto il materiale.

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