ALFONSINA STRADA La signora del Giro d’Italia

Nascosero una vocale per ben tre giorni, poi la rimisero al posto giusto pensando che sarebbe stato un buon affare. Alfonsa Rosa Maria Morini, coniugata Strada, per tutti gli amanti del ciclismo è, ancora oggi, Alfonsina Strada, l’unica donna al mondo che abbia corso un Giro d’Italia assieme agli uomini. Per gli organizzatori del Giro del 1924, invece, era “Strada Alfonsin”. Almeno fino alle 4,41 del mattino del 10 maggio, quando a Milano, da Porta Ticinese, parte il Giro d’Italia: dodici tappe per 3.621,8 chilometri. Solo quel giorno sulla Gazzetta dello Sport compare il nome completo della ciclista che sfida gli uomini. Ma lei era abituata alla diffidenza.

Correva da quando aveva dieci anni. Suo padre, Carlo Morini, è un lavoratore giornaliero di Castelfranco Emilia, analfabeta e poverissimo. Una sera del 1901 torna a casa con una bici scassata e ormai inservibile. È la paga di una giornata passata da un medico che gli dà quel rottame in cambio della cura dell’orto. Da quel giorno, in paese Alfonsina diviene per tutti “la matta”. Perché lei non pedala, no, lei corre, vola, si diverte col vento in faccia.
Nata il 16 marzo 1891, seconda di dieci figli, in sella alla bici ogni tanto scappa fino a Bologna, gironzola attorno a piste e velodromi, si fa ingaggiare come mascotte. Un giorno torna a casa con un maiale vivo, vinto in una corsa e festeggiato in famiglia come un dono miracoloso.

A 16 anni, nel 1907, esordisce in pista, come “attrazione”, sempre fra i maschi. Perché l’Italia non è la Francia, dove la prima gara femminile si era disputata a Bordeaux nel 1869. Da noi una ragazza in bici se non è una poco di buono è “la matta”. Lei fa finta di nulla e insiste. A 18 anni è in Russia col ciclista Carlo Messori, recordman mondiale dei 500 metri da fermo. Tenetelo a mente ’sto Messori, tornerà nella vita di Alfonsina che intanto gareggia ed è premiata dallo zar Nicola II. Nel 1911, a 20 anni, conquista il record mondiale dell’ora femminile, 37,192 chilometri che –destino cinico e baro – non viene omologato per vizi e cavilli organizzativi. Nel 1915 sposa Luigi Strada, un cesellatore appassionato di ciclismo, che come dono di nozze le regala una bici nuova. Con quella corre il Giro di Lombardia nel 1917 e nel 1918.

Matta? Macché, solo felice. La sua notorietà cresce ma la curiosità fa prevalere la “straordinarietà” alla bravura. Lei sta al gioco, non potrebbe fare altrimenti. Accetta ingaggi su piste dove è costretta a esibirsi da sola o “contro” celebri colleghi, per il sadico gusto di vederla inevitabilmente perdere. Poi, nel 1924, l’azzardo massimo. C’è maretta nel ciclismo italiano: Bianchi, Legnano e altre squadre non partecipano. I ciclisti chiedono soldi d’ingaggio ai gruppi sportivi che, a loro volta, li reclamano dagli organizzatori. Il “niet” della Gazzetta dello Sport porta all’esclusione dei più famosi corridori. Niente Girardengo, Brunero, Bottecchia, Aymo. L’unico grande presente è Gaetano Belloni, ma si ritirerà dopo poche tappe.

Lei s’iscrive, gli organizzatori accettano ma ne occultano il nome fino al giorno della partenza. Via l’ultima A dal nome: Strada Alfonsin. Per Armando Cougnet, patron del Giro, e per i suoi collaboratori, la presenza di una donna trasformerebbe la gara in farsa. Alfonsina, ancora una volta, li ignora e pedala. Fatica a stare dietro agli uomini ma non molla. E il pubblico comincia a tifare per lei, con quel numero 72 sulla maglia.

Silvio Zambaldi, sulla Gazzetta del 14 maggio scrive: «In sole due tappe la popolarità di questa donnina si è fatta più grande di quella di tutti i campioni assenti messi assieme». L’ordine di servizio è palese: parlare di lei per suscitare più interesse. Qualche riga più in là, l’estro intellettuale di Zambaldi, la sua penna potente, la fantasia senza confini, raggiungono vette sublimi. Roba da premio Pulitzer: «È inutile, tira più un capello di donna che cento pedalate di Girardengo e di Brunero». Salvo poi terminare il pregiato capolavoro con un’acrobazia socio-politica che non nasconde lo scetticismo maschile: «Che sia un’avanguardia del femminismo che dà prova della sua capacità di reclamare più forte il diritto al voto amministrativo e politico?».

 

Già, perché le donne italiane pensano perfino ai propri diritti. L’anno dopo, a novembre, si concederà il voto amministrativo alle donne, ma non quello politico. E nel 1926 la legge sarà azzerata. D’altra parte, per il fascismo la donna è racchiusa nella formula “MSFS”: madre, sorella, figlia, sposa. Altro che Pordoi!

 

Giro del 1924, ottava tappa, L’Aquila-Perugia: freddo invernale, cadono gocce di pioggia che sembrano pugnalate nella schiena, il vento toglie perfino la vista della strada. Alfonsina cade più volte, si ferisce a un ginocchio, rompe il telaio della bici; lo ripara con un manico di scopa e fil di ferro. Arriva fuori tempo massimo e deve essere esclusa dalla corsa. Emilio Colombo, direttore della Gazzetta, forza la mano e la fa correre ugualmente, ma fuori classifica. La Gazzetta le paga spese d’albergo e massaggiatore. All’Aquila i tifosi fanno una colletta di 500 lire. La leggenda narra che sia andata precipitosamente alla Posta per spedire due vaglia: uno per un manicomio dove sarebbe internato da due anni il marito, l’altro per un collegio di suore dove studierebbe una ragazza. È forse sua figlia?

 

Indomita, arriva fino a Milano. E per esaltarne l’impresa, volano le corbellerie: la definiscono “diavolo in gonnella”, “regina della pedivella”, e perfino, assurdamente, “donna canguro”. Non mancano riferimenti volgari, come quando qualcuno scrive, inventando, che ai tifosi che la circondano abbia detto con piglio energico, proteggendo la sua bici: «Toccate quello che volete ma non la mia macchina».

 

Pur di restare nell’ambiente fa da attrazione nelle gare su pista, contro campioni sulla via del tramonto. Sfida Giovanni Gerbi, il “diavolo rosso” ormai alle soglie dei 40 anni. E anche Costante Girardengo, che non ci sta a farsi battere da una donna e la surclassa. Si esibisce nei circhi di Francia e Spagna: un fenomeno da baraccone.

A 43 anni, nel 1934, è quindicesima ai primi campionati mondiali femminili di Bruxelles. Tre anni dopo batte il record mondiale delle dodici ore.

Nel dopoguerra vive a Milano. Vedova, nel dicembre 1950 sposa Carlo Messori, sì proprio l’ex ciclista con cui era stata in Russia. Aprono un negozio di biciclette in quella via Varesina narrata da Giovanni Testori ne Il dio di Roserio. A 65 anni vince una corsa di veterani a Novate Milanese. Resta ancora vedova nel 1957.

Nel 1959, Ubaldo Cappi, vecchio pistard, all’inaugurazione stagionale del Vigorelli, la presenta a un giovane giornalista: «Questa era più di una donna, era un corridore». Lei guarda il ragazzo e gli fa: «Studia! Si fa meno fatica a studiare che ad andare in bicicletta».

Domenica 13 settembre 1959 va a vedere la Tre Valli Varesine, orgogliosa della sua bella moto Guzzi 500. Non la riconosce nessuno, torna a casa delusa. Poi riprende la moto per andare al negozio. Ma la moto non parte. Lei preme sul pedale dello start troppo forte e cade trascinando la moto sopra di sé. Le viene una sincope e muore durante il trasporto all’ospedale.

2010: in un Cd, i Tétes de Bois la omaggiano con la canzone Alfonsina e la bici. Realizzano anche un video, con Margherita Hack che interpreta quella donna che credeva, in sella a una bicicletta, di essere libera e uguale agli uomini.

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