ALDO MORO la nostra inquietudine

Non ce ne libereremo mai, come gli States non ce la faranno a dimenticare Dallas  e Oswald. Non ci libereremo di quei dubbi, quelle domande inquietanti, quei sospetti che ogni 16 marzo – anniversario di via Fani e 9 maggio – il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro, in via Caetani – ci attanagliano, ci inquietano e ci fanno ritornare a quella primavera.

Per chi l’ha vista e per chi non c’era: era la primavera di Sara e di Nata sotto il segno dei pesci di Venditti, di John Travolta e della sua “febbre del sabato sera”, mentre si stava preparando la spedizione della nazionale italiana di calcio – ah Pablito Rossi, ah Cabrini – nell’insanguinata Argentina di Videla.

I mille dubbi, le diecimila domande, i tanti partiti che rimangono. I complottisti da una parte, a volte con ricostruzioni “troppo” fantasiose, o con dietrologie ardite; dall’altra gli ostinati a oltranza, i “negazionisti” con la loro litania, secondo la quale della vicenda Moro si sa tutto. La versione ufficiale, quella creduta dai più, quella andata agli atti, è il frutto di una “confessione” (?), datata 1984, opera di Valerio Morucci: sarebbero stati soltanto i brigatisti ad agire in Via Fani, Moro avrebbe trascorso i 55 in via Montalcini (in uno stabile, peraltro, abitato anche da militari e di proprietà di società legati ai servizi segreti), a uccidere i presidente Dc sarebbe stato il capo delle BR, Mario Moretti, con la collaborazione di qualcuno (Prospero Gallinari).

Quindi bisognerebbe credere alla versione (inverosimile) di Morucci, senza correre dietro ai “fantasmi”. Ma che dire di quella “potenza geometrica di fuoco”, i cui autori sarebbero stati gli inesperti terroristi e non, come scrisse Mino Pecorelli, “… professionisti addestrati in scuole di guerra al massimo livello”; poi del covo di via Montalcini così lontano; del palazzo misterioso di proprietà dello Ior – particolare su cui insiste la II Commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro (2014-2017) – che avrebbe comodamente ospitato terroristi e prigioniero; dei trasbordi dello stesso prigioniero in mezzo alla folla; dell’esecuzione compiuta in un garage; della “restituzione” del cadavere attraversando l’intera città pattugliata da settimane.

Travolti dal giallo e dai misteri, non tutti in questi anni si sono davvero chiesti chi era Moro (restando a Venditti e al suo Dante: “un uomo libero, un fallito, o un servo di partito”?). Moro, leader della Democrazia Cristiana e più volte presidente del Consiglio che in tanti volevano morto; Kissinger ad esempio, che l’aveva minacciato, per le sue aperture a sinistra; i sovietici, e per gli stessi motivi (perché svuotare il comunismo, imborghesirlo, avvicinarlo ai conservatori?). Già, che in tanti volevano morto e se non fosse tragico, verrebbe da sorridere pensando ai politici di oggi, che è bastata, basta e basterà una risata a seppellirli; Moro delle convergenze parallele, ossimoro inaffondabile che in realtà era stato Eugenio Scalfari a coniare, mentre lo statista aveva parlato di “convergenze democratiche”; Moro re – spodestato, rovesciato e ghigliottinato – di un mondo di mezzo, che viveva la propria geopolitica difficile, indecifrabile, contraddittoria: altro che, semplicemente Est contro Ovest.

Moro e le anomalie della storia italiana del dopoguerra, il Patto Atlantico e la tentazione comunista, la gestione della politica mediterranea, che non piaceva agli inglesi; Moro e i personaggi ambigui – Valerio Borghese, Edgardo Sogno, Gianni Agnelli, Henry Kissinger, il cruciale Francesco Malfatti di Montetretto, il direttore d’orchestra Igor Markevic –; Moro degli amici… o dei nemici? (Zaccagnini, Cossiga, Andreotti, Paolo VI);  e, ancora, anni e anni di ambiguità, segreti di Stato cose non dette perché indicibili. Un “presepe di coincidenze” –  l’espressione è di Miguel Gotor, tra gli studiosi più preparati sulla vicenda – un caos che non poteva che avere, come ha avuto, come polo di attrazione un uomo meridionale e levantino; Moro e i suoi segreti, come Gladio; Moro che non si faceva capire dai terroristi – davvero non erano all’altezza di comprendere il suo “politichese”? –; Moro che chissà come sarebbe andata a finire se l’avessero rilasciato, vivo, delegittimato e allo stesso mina vagante contro il suo partito, il suo stato, gli Usa, l’Urss, i palestinesi. Moro il docente universitario, con le tesi in una delle borse – altre contenevano ben più scottanti segreti – perché tra gli impegni mattutini di quel fatidico 16 marzo, oltre a quello eccezionalmente importante in Parlamento in cui si sarebbe votata la fiducia al governo Andreotti, vi era anche quello di una seduta di laurea.

Moro, un uomo, comunque;  debole e pio, cattolico e a suo modo vendicativo “il mio sangue ricadrà su di voi”; Moro trepido e allo stesso tempo lucido, persino ingegnoso nel cercare una via d’uscita per la sua situazione (valutare lo scambio di “prigionieri”); Moro ingrato con il papa Paolo VI suo amico: o è vero esattamente il contrario?

Moro che, nonostante tutto, tormenta i nostri felici ricordi di adolescenti – ah, andavano in onda Fonzie e gli altri di Happy Days, in quelle serate fresche di tarda primavera – Moro cui si deve la più bella frase d’amore mai scritta, che si creda o meno al paradiso. Scrisse alla sua Noretta: “ Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”. Già, come liberarci di un uomo così?

 

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