ALBERTO MANZI Aridatece il maestro!

«Siate sempre curiosi, cercate di capire, di sapere ancora, e ancora e ancora»

Basterebbe questo messaggio-testamento a fare del maestro Manzi un’indimenticabile icona.
A lui, che dal 1960 al 1968 con la trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi ha insegnato a leggere e scrivere a oltre un milione di analfabeti, spetta di diritto un posto in prima fila tra i protagonisti del progresso dell’Italia nel secondo Dopoguerra.

Nato a Roma il 3 novembre 1924, figlio di un tranviere e di una casalinga, da ragazzo studia all’istituto nautico, sognando di fare il capitano di lungo corso, ma si diploma anche all’istituto magistrale, allora gratuito per i maschi. Sarà l’esperienza della guerra (prima come sommergibilista della Marina Militare Italiana e dopo il 1943 nel Battaglione da sbarco San Marco, divisione aggregata all’VIII Armata inglese) a cambiarlo profondamente, influendo in modo decisivo sulla scelta di fare il maestro.

«Facendo la guerra, poi, ho scoperto che tante cose per cui si pensava valesse la pena vivere erano solo delle falsità. […] Soprattutto dopo l’esperienza della guerra, l’idea fissa che avevo era di aiutare i ragazzi. […] rinnovare un po’ la scuola, per cambiare certe cose che non mi piacevano», scriverà.

Nell’anno scolastico 1946-1947 Manzi insegna nel carcere minorile Aristide Gabelli di Roma, la sua prima esperienza come educatore. Cattedra così poco ambita che ben quattro incaricati prima di lui avevano dato forfait. I suoi allievi sono 90 ragazzi fra i 9 e i 17 anni in un’enorme aula senza banchi, sedie, libri, senza niente.

Il primo impatto è difficile:

«All’inizio della prima lezione mi s’avvicina un ragazzo, il boss dei detenuti e mi dice: “Tu ti metti lì a leggere il giornale e noi ci godiamo quattro ore di tranquillità”. E io: “Mi spiace ma mi pagano, qualcosa devo insegnarvi”. E lui: “Allora ce la giochiamo, se vinci tu insegni, se vinco io te ne stai zitto e buono”. “Bene, ce la giochiamo a carte?”.“No, a botte”. Eravamo quasi coetanei, ma io uscivo da quattro anni di Marina. Vinsi senza fatica e salii in cattedra».

Per guadagnarsi l’attenzione di quella strana classe comincia a raccontare la storia di un gruppo di castori che lottano per salvare la propria libertà. Il suo metodo funziona. Anzi, sarà un successo.
«Di tutti quei ragazzi, quando sono usciti dal carcere, solo 2 su 94, così mi fu detto, sono rientrati in prigione», ricorderà. Nasce lì, in un carcere minorile, il suo metodo anticonformista di insegnante nel quale riversava entusiasmo, volontà di sperimentare, di rimettere continuamente tutto in discussione, in gioco.

Non fu mai entusiasmante, invece, il suo rapporto con l’istituzione e la gerarchia scolastica.
Né con il potere in generale. Famoso è rimasto l’episodio del timbro con la scritta “Fa quel che può. Quel che non può, non fa” che metteva sulle pagelle dei suoi allievi meno dotati, per non “bollarli” a vita con voti pessimi. Iniziativa che gli valse quattro mesi di sospensione dall’insegnamento e dalla paga.

Difficile oggi non emozionarsi nel guardare su You Tube le puntate in bianco e nero di Non è mai troppo tardi, con le vecchine sdentate che raccontano l’orgoglio di riuscire a scrivere una cartolina
ai figli lontani o la propria firma, al posto della croce, per ritirare la pensione alla Posta. Mentre lui, il maestro Manzi, con rapidi tratti di carboncino, disegna schizzi e bozzetti su una lavagna a grandi fogli per tener sempre viva l’attenzione. «Non insegnavo a leggere e scrivere: invogliavo la gente a leggere e a scrivere», ha detto lui della famosissima trasmissione con cui è diventato “il maestro degli italiani”.

Ma i suoi meriti non si sono esauriti lì. Pochi sanno ad esempio che Alberto Manzi, laureato anche in Biologia, nell’estate del 1955 ricevette dall’Università di Ginevra un incarico per ricerche scientifiche nella foresta amazzonica. «Vi andai […] per studiare un tipo di formiche, ma scoprii altre cose che per me valevano molto di più». Scoprì la dura vita dei nativos tenuti nell’ignoranza perché il loro lavoro fosse meglio sfruttabile. E tutte le estati, per oltre 20 anni, continuò ad andare nella foresta amazzonica per insegnare a leggere e a scrivere agli indios; da solo, con studenti universitari e poi con l’appoggio di missionari Salesiani. Diede anche impulso a cooperative agricole, indirizzò i contadini verso piccole attività imprenditoriali. Accusato dalle autorità di essere un “guevarista” collegato ai ribelli, fu anche imprigionato e torturato; dichiarato “non gradito” continuò ad andare in Sudamerica clandestinamente, fino al 1984.

Il perché lo spiegò ancora una volta lui, definendosi un “rivoluzionario”, inteso però nel senso profondo della parola.
«Occorre essere continuamente in lotta, continuamente in rivolta contro le abitudini che generano la passività, la stupidità, l’egoismo. La rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell’abitudine, all’insolenza dell’autorità incontestata, alla compiacente idolizzazione di sé e dei miti imposti dai mezzi di informazione. Per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare».
Parola di Maestro.

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