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ALBERTO KORDA il Che immortale e quella fame di pellicole


che guevara, alberto kordaA cancellare i colori di Cuba senza privarla della sua intensità surreale poteva riuscire solo lui, Alberto Korda, nome d’arte di Alberto Diaz Gutierrez, fotografo del bianco e nero. Quello che ha immortalato Che Guevara con le lacrime agli occhi e il basco –immagine  scattata con la fedele Leica nel 1960 e poi regalata a Giangiacomo Feltrinelli. Un’icona che fece il giro del mondo, anche se non gli permise di guadagnare nulla – eppure continua ad essere stampata su t-shirt e su ogni oggetto possibile e immaginabile.

 

C’era qualcosa di unico, e travolgente, in quel suo modo di guardare. Con Alberto feci amicizia un giorno, durante un’attesa al consolato italiano. Lui era lì a ritirare i certificati di viaggio per portare una sua mostra in Italia, io a chiedere le ennesime informazioni di espatrio temporaneo per vari amici.

Korda era capace di sorprendere gente ed eventi prima che si trasformassero in documenti e, proprio perché non si considerava il fotografo ufficiale della rivoluzione castrista, ne diventò il poeta.

Si portava addosso quel mix di incongruenze che, se sapientemente intrecciate, creano uno stile, un modo d’essere inconfondibile.

Così era lui, e la sua casa. Bella casa! Strana, grande, affacciata su un porticciolo e arredata in stile meticcio con oggetti della santeria, africani e di artigianato locale, lì Korda mi raccontava la sua vita a puntate – compreso il fatto che era arrivato alla quinta moglie –  tra una tazzina di caffè e l’altro.

 

Gli piaceva raccontare.

 

«Ho cominciato a lavorare nel 1954, creando uno studio fotografico pubblicitario specializzato in foto di donne: si guadagnava bene e ci si divertiva pure… se mi intendi…

Nel ’59, a Rivoluzione avvenuta, iniziai a dedicarmi a foto socio-politiche, di reportage insomma, e a collaborare con il periodico “Revolution”, organo di partito di Fidel Castro: ebbi una buona relazione con il Comandante e ne diventai il fotografo personale, ma non ufficiale.

Così conobbi il Che, che amava anche lui la fotografia (le sue foto erano molto belle) e io li seguivo nei momenti privati, di svago, nelle partite di golf e di pelota, in barca, con gli amici. Oppure in occasioni inconsuete del loro impegno politico, come nelle immagini del Che coperto di fango o di Fidel che scivola nella neve, in Russia, mentre impara a sciare.

 

Mi creai anche una galleria di personaggi famosi che frequentavano Cuba al momento: Hemingway in primo luogo.

Poi fondai il dipartimento di Scienza Fotografica Sottomarina e mi dedicai alle immagini dell’Oceano, che dovetti abbandonare negli anni ’80 per motivi subacquei legati all’età.

Ricominciai con le produzioni di moda e continuai a collezionare mogli (cinque in tutto), sempre più giovani. Hai visto che carina la ragazza che ci ha servito il caffé? E’ la mia ultima sposa».

 

Del resto era comprensibile che avesse successo con le donne.

Un soggetto di grande fascino, al di là dell’età anagrafica, con le sue espressioni intense e il sorriso accattivante: un volto che colpì anche Wim Wenders, tanto da dedicargli le inquadrature iniziali del suo film ‘Buena Vista Social Club’.

Ma non cedette mai al personaggio. Non si lasciò sovrastare da se stesso.

Lo dimostra il fatto che, pur essendo un fotografo famoso, tutte le volte che arrivavo a L’Avana, mi chiedeva qualche pellicola in regalo.

Un gesto che parla di una storia radicata nell’isola, di quella Cuba autentica, che oggi, con l’avvento del digitale, non avrebbe più ragione d’essere. Però Alberto è morto prima della sua diffusione.

È morto a Parigi, nel 2001, dove si era recato per presenziare a una sua esposizione.

Conobbi poco dopo la sua scomparsa Norka, la figlia che viveva in Messico, con la quale volevo organizzare una mostra sulle foto inconsuete del padre e su quelle di lui come soggetto, fotografato dal Che. Poi il progetto si è perso nelle spirali della quotidianità.

 

Rimangono di lui quegli sguardi, su cui di nuovo si richiama, anche in Italia, l’attenzione meritata. Una mostra a Bologna, in corso fino al 27 aprile alla galleria Ono arte contemporanea, espone cinquanta sue fotografie.

A ricordare che la storia si tramanda e si fa epica grazie agli occhi intensi non solo di chi è guardato, ma anche di chi guarda.

Ernesto Che Guevara Guerrillero Heroico (questo il titolo della “personale” di Bologna) è l’uomo che piange durante quel funerale di Stato il 5 marzo del 1960 (la foto sarà pubblicata l’anno successivo sul quotidiano cubano “Revolución”).

 

Ernesto Che Guevara è il simbolo di grandezza resa più grande dal gesto di un piccolo uomo (nemmeno l’aspetto lo aiuta: basso, pingue), Mario Teràn Salazar, il suo assassino, più braccio del caso che antagonista dell’eroe.

Quando arrivò l’ordine di uccidere il prigioniero Guevara, Teràn si fece avanti, come gli altri sei sottufficiali. Era alticcio, aveva alzato parecchio il gomito per trovare il coraggio. Camminando verso la stanza dove riposava Guevara, stringeva nella mano un M-2 che gli aveva passato Pérez, un altro sottufficiale.

Teràn aveva ricevuto l’ordine: “Spara dal petto in giù, perché deve sembrare che sia morto in battaglia”.

 

Ma quando entrò, vide quel personaggio troneggiare su di lui. Il Che si alzò in piedi e disse che così voleva stare. “Sei venuto a uccidermi”, ricordò. Quasi un’intimazione.

Tentennò, Teràn, poi sparò la prima raffica. Forse fu il Che a incitarlo.

Sbagliò pure la mira il piccolo uomo. E il grande cadde a terra, le gambe maciullate, contorcendosi e perdendo moltissimo sangue.

Teràn insistette, caricò ancora, colpì un braccio, una spalla e il petto.

 

Eppure non si sa se sia stato lui a finirlo. Si racconta invece che il sottoufficiale Carlos Pérez entrò nella stanza e sparò un colpo, e così il soldato Cabrero, per vendicare la morte del suo amico Manuel Morales.

Il tutto successe verso le 13 e 10 di domenica 9 ottobre 1967.

Non capirono allora che, nonostante le armi, non si può uccidere un mito.

 

Per saperne di più: http://www.onoarte.com

 

Chiara Bettelli Lelio*

 

*Counselor in sessuologia, direttore di psicodramma e giornalista nel campo della bellezza e del benessere per molti anni, ha ‘frequentato’ a lungo l’isola di Cuba. Questa profonda conoscenza, mai da turista, ha ispirato due libri: “L’Avana” (presentazione di Danilo Manera, collana le Città Letterarie Edizioni Unicopli) e il romanzo “Havana Melody” di Altromondo Editore. A Cuba, e soprattutto a L’Avana, ha conosciuto molti personaggi. Tra questi ha stretto amicizia con Alberto Korda, il fotografo del Che.

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