È il 1975. L’amministratore delegato della Pirelli, a quel tempo proprietaria del marchio Superga, gli telefonò: «Cortesemente, Panatta, potrebbe venire a Torino? Vorremmo vedere se ci sono gli estremi per una nostra sponsorizzazione».

Ci andò. Lo fecero accomodare in ufficio. Pochi convenevoli e gli domandano: «Quanto vuole?». «Cento milioni».  Dall’altra parte strabuzzarono gli occhi! «Ma lo sa che non li guadagno io che sono l’amministratore delegato?».  Risposta: «Ma lo sa che io metto le palle sulle righe?». Alla fine la Superga ha ceduto.

 

Questo era Panatta, il più grande tennista che l’Italia abbia mai avuto (10 tornei vinti più una Coppa Davis), sfacciato e impulsivo, come si può essere a 25 anni.

E questo è oggi: «Ho perso tutti i miei trofei, non so più dove sono». Per lui il passato non conta, bisogna vivere il presente. «La felicità dura un attimo. E poi? Dopo resta la soddisfazione: bei ricordi, pensieri carini tutto qui, poi uno deve andare avanti».

Oggi è un’icona degli anni Settanta, uno splendido ultrasessantenne che si gode la vita con leggerezza, come ha sempre fatto.

Leggero ma fedele – è l’unico uomo sulla faccia della Terra di cui parla bene Loredana Bertè nella sua biografia – e sincero – «Credo di avere amato poco, essere innamorati può capitare due o al massimo tre volte nella vita. Però ho voluto bene, molto».

 

Leggero sì, ma non stupido.

In Italia si è nel bel mezzo degli anni di Piombo e la vicenda cilena – Augusto Pinochet salito al potere con un Golpe militare ai danni di Salvador Allende – è molto sentita. Gli azzurri conquistano la finale di Coppa Davis (mai vinta) e devono incontrare il Cile. Il Paese si divide: andare a giocare la finale sì o no? A complicare le cose si è messa pure l’Unione Sovietica che in semifinale, piuttosto che affrontare il Cile si ritira. La questione investe in Parlamento, la Federazione tennis è occupata da gruppi di extraparlamentari al grido di «Non si giocano volée contro il boia Pinochet». Panatta, da sempre simpatizzante di sinistra, dichiara: «Bisogna che mi tolgano il passaporto per non farmi andare a giocare in Cile». E così si parte contro il parere dell’Italia politica ma con i favori del pronostico.

E quando si è trattato di scendere in campo nel doppio per conquistare il punto che ci avrebbe fatto vincere il trofeo i nostri giocatori, lui e Bertolucci, si presentano indossando una maglietta rossa per il gusto di provocare Pinochet. L’idea, neanche a dirlo, è di Panatta.  L’episodio è celebrato da Mimmo Calopresti, che intitola un film-documentario sugli anni Settanta Maglietta rossa, partendo proprio da quella storica vittoria.

 

Per gli addetti ai lavori è stato uno dei talenti mondiali che ha raccolto molto meno di quanto avrebbe potuto, se si fosse allenato, se non avesse fumato, se avesse condotto una vita da atleta.

Vita da atleta? Ma quando mai!

Lui è sempre stato, e lo è tutt’ora, un animale notturno, un uomo di vita, che quando era in giro per il mondo dopo aver giocato – e spesso vinto – invece di andare ad allenarsi o riposarsi preferiva girare per locali. Lui, lo sciupafemmine della terra rossa. Un campione mancato? No, un campione che non s’è mai preso sul serio, ma che nella vita, come nello sport, è sempre stato corretto e leale.

«Come facevo a prendermi sul serio? Stavo in mutande a correre dietro a una pallina». Vallo a dire ai tennisti di oggi.

 

Il 1976 coincide per Adriano con l’anno di massima gloria. Dopo aver vinto a Roma gli Internazionali d’Italia si aggiudica prima il Roland Garros e a distanza di pochi mesi conquista la famosa e contestata Coppa Davis. Vittorie che gli consentono di raggiungere il quarto posto nel ranking mondiale ATP. Grazie alle sue vittorie e allo stile in grado di stupire e divertire, per la prima volta l’Italia intera si appassiona a uno sport considerato sino a quel momento una pratica d’élite. Uno dei più grandi meriti di Adriano Panatta è stato quello di aver democratizzato e reso popolare un passatempo per pochi.

 

La racchetta con il manico tagliato alla meglio dal padre gestore di un circolo ai Parioli, con cui ha cominciato a giocare contro il muro di casa, è ormai un cimelio della memoria di un tennis che non c’è più. Anche se forse a non esserci più è lo sport in generale. Non solo i tornei, ma anche le partite, gli incontri, le esibizioni… tutto è un “evento”. Oggi c’è più (troppa?) attenzione, più visibilità e soprattutto più divismo da parte degli atleti. «Noi – racconta – avevamo più contatto con la gente, dopo la doccia e facevamo due passi per andare a vedere altri giocare. Si firmava qualche autografo ma non è che ci saltassero addosso». Oggi, invece, l’ultimo dei tronisti è assediato dalle persone per strada.

Non sopporta la mancanza di rispetto («essere educati non costa nulla»), non gli piace vivere di ricordi («piuttosto la morte!») non si fida del web («troppi fake»), non ha una grande considerazione del tennis di oggi («è diventato uno sport per nevrotici») tantomeno della federazione («non esiste programmazione, rovinano i bambini») e quando è venuto a sapere che suo nipote Adrianino invece della racchetta come il nonno preferisce la moto di Valentino ha tirato un sospiro di sollievo.

Luca Pollini

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