ADMIRA E BOŠKO La guerra e l’amore

Avevano 17 anni quando si sono incontrati, come succede a quell’età, quasi per caso, in uno dei bar ritrovo dei ragazzi di Sarajevo, che nel 1985 era una tranquilla città immersa nel verde e bagnata dalle acque del fiume Miljacka. Una città dove convivevano pacificamente comunità religiose diverse, chiese e moschee una vicina all’altra.

Admira e Boško, otto anni dopo, nel 1993, stanno vivendo il loro amore, che nel frattempo è cresciuto diventando, da una storia adolescenziale, una relazione importante, in una città completamente diversa, lacerata dall’odio etnico e religioso, una città devastata dai cecchini che sparano dall’alto dei palazzi e delle montagne circostanti sui passanti, mietendo ogni giorno decine e decine di vittime innocenti. Ma per loro, lei musulmana e lui cristiano ortodosso, figli di comunità divenute nemiche, la differente appartenenza non rappresenta un ostacolo, sono decisi e determinati a rimanere insieme, costi quel che costi.

Nel mese di maggio di quell’anno, la guerra nell’ex Jugoslavia dura già da un anno, Admira e Boško abitano insieme nella casa dei genitori di Admira, nel settore musulmano della città. Ma immaginarsi e costruire un futuro in quella terra devastata dalle bombe, avvelenata dalla violenza fratricida è impossibile. Per questo decidono di fuggire, però prima Boško vuole andare dai suoi, nel quartiere serbo, per stare un po’ con loro e poi finalmente partire, per sempre.

Per raggiungere il quartiere dove vivono i genitori del ragazzo, però, bisogna attraversare il fiume che divide la città, passando sul ponte Vrbanja che collega il quartiere Grbavica con quello di Marin Dvor, un passaggio obbligatorio, inevitabile.

È 18 maggio 1993, quando i due giovani tentano il tutto per tutto e insieme, mano nella mano, percorrono i pochi metri di quella “terra di nessuno” controllata a vista dai cecchini.

Dopo pochi passi, una pallottola colpisce Boško alla testa. Cade a terra in fin di vita. Altri colpi, sparati dall’alto, raggiungono Admira, ma lei non muore subito. Ferita, raccoglie tutte le sue forze e si trascina verso il suo amore, lo abbraccia, riversa su di lui esala l’ultimo respiro, come in una tragedia Shakespeariana. I loro corpi , uno sull’altro, rimangono abbandonati al sole per sette giorni, finché le famiglie riescono ad ottenere l’assenso dei belligeranti a un cessate il fuoco per poter dare loro sepoltura.

Questa storia d’amore e morte, inaccettabile nella sua crudeltà, è divenuta subito il simbolo della tragedia bosniaca che ha causato tanto dolore e tanti, troppi lutti.

Ora la loro storia è diventata anche il soggetto di uno straordinario ciclo pittorico dell’artista serbo Safet Zec, intitolato “Abbracci”, che ha trovato spazio, in questi mesi della Biennale d’Arte di Venezia, nella Chiesa della Pietà, in Riva degli Schiavoni, a Venezia.

Cinquantasette opere di diverse dimensioni, alcune grandi come pale d’altare, dipinte utilizzando varie tecniche dall’olio su tela alla tempera su carta e poi su tela, alla tempera e carta su tela. In ognuna due figure ferite si stringono in abbraccio, appunto, trasmettendo a chi le guarda un dolore immenso ma anche una forza infinita che è quella dell’amore indistruttibile, vera forza che fa girare il mondo.

2 Replies to “ADMIRA E BOŠKO La guerra e l’amore”

  1. Grazie, Alberto, per il contributo. Un abbraccio a te (ci siamo conosciuti a CartaCarbone festival)

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