20 LUGLIO 1969 quando la luna bussò

È difficile da spiegare, ma davvero ci fu un tempo in cui andare lassù, farsi un giro e poi tornare sulla terra non veniva inteso come un vaneggiamento, un’utopia, o una nostalgica reminescenza leopardiana (“Che fai tu, luna in ciel, dimmi che fai?”). No, quel tempo, nel quale pronunciare la parola “futuro” non era peccato, c’è stato. Tutto era iniziato in un’indimenticabile notte (del 20 luglio, per noi italiani era già l’alba del 21) di cinquant’anni fa. Hai voglia a dire “ti ricordi dov’eri?”, domanda che ciclicamente – attentato a Togliatti, morte di Kennedy, vittoria ai Mondiali, 11 settembre – viene riproposta a ogni generazione: per chi c’era come si fa a non ricordare mamma e papà, il tavolo della cucina, il televisore in bianco e nero con le valvole e i pulsanti belli grossi; come si fa a dimenticare l’Apollo 11 e il Rem, Armstrong, Aldrin, Collins, che a recitarli così sembra poetico come Sarti Burgnich Facchetti o Zoff Gentile Cabrini; e poi Tito Stagno e Ruggero Orlando  – “ha toccato” disse Tito da via Teulada, Roma, “no, non ha toccato”, ribattè Ruggero, stavolta da Huston e non da “NuovaYork”, dove credevamo tutti abitasse stabilmente.

C’era Paolo VI con noi, davanti a quello schermo, insieme ad altri 20 milioni di italiani, consapevoli, anzi illusi, che quell’evento ci avrebbe cambiato la storia. Sì, perché per noi che eravamo bambini si rivelò un’illusione quel “That’s one small step for a man, one giant leap for the mankind”, “un piccolo passo per un uomo, un grande salto per l’umanità”.
Ci avevamo creduto di avere la luna a portata di mano, di poterci camminare sopra anche noi, e un giorno arrivare su Marte o su qualunque dannato pianeta a incontrare l’alieno.

E, invece, anche se oggi sembra tornata una certa “smania” spaziale, fu una falsa partenza: altre sei missioni, dal novembre ’69 al dicembre ’72, tra cui quella della tragedia sfiorata dell’Apollo 13, poi ragioni di bilancio, di opportunità – in fondo la Guerra Fredda interessava più sulla terra, faceva più vittime… e comunque, per chi ama l’avventura ci sono posti interssanti anche sulla terra – fecero sì che quella febbre così anni Sessanta-Settanta si spegnesse.

Era appunto un anno di speranza e di emozioni forti quel 1969, tra demoni  – Charles Manson e la sua “family” che sterminano Sharon Tate e altri  – e concerti immortali come gli happening di Woodstock e dell’isola di Whight; -; tra hit che non abbiamo dimenticato come Lay Lady Laydi Bob Dylan, Give Peace a Chancedi John Lennon, Suspicious Minddi Elvis, The Boxer di Simon e Gurfunkel (vale la pena fermarsi perché erano anni incredibili per “quella musica”) e film altrettanto immortali: solo per citarne tre, Butch Cassidy, Easy Rider, Un uomo da marciapiede). Di un anno prima, neanche a dirlo, quel 2001 Odissea nello spaziodi Kubrick, chiamato in causa, involontario protagonista, per la madre di tutte le bufale: quel complotto, si disse, ordito in collaborazione con il grande regista perché, come scrisse Bill Kaysing nel suo libro sul tema, “non siamo mia stati sulla luna”.

Per noi italiani, atterriti in Tv per il Jekyll di Albertazzi, assorti sugli Atti degli Apostoli di Rossellini e su I Fratelli Karamazovsceneggiato da Sandro Bolchi su Lisa dagli occhi blu o Acqua Azzurra Acqua Chiara,
fu un anno contraddistinto da conquiste internazionali  – Gianni Rivera che vince la Coppa Campioni e il Pallone d’oro –  e dalla… perdita dell’innocenza: venti settimane dopo quel 20 luglio, ecco la strage di piazza Fontana.

“Ci” portarono lassù fantasia e tecnica, coraggio e illusione, immaginazione e progetti visionari.
John Kennedy che nel settembre del 1962 preannuncia l’impresa “entro la fine del decennio” ed ebbe ragione, anche se non riuscì a vederla compiuta “non perché sarà facile, ma al contrario perché sarà difficilissima e metterà in gioco il futuro dell’America”.

Neil Armstrong è, per tutti, l’eroe che viola il primo mistero dell’universo, passa le Colonne d’Ercole, solca un oceano più vasto di quelli già attraversati, un Colombo, anzi un Ulisse novecentesco – in queste settimane di sdolcinata rievocazione forse ci sta bene un accenno trash: la parodia dei fratelli Mario e Pippo Santonastaso, forse ricordate cosa pesta l’astronauta appena mette il piede a terra – ; Buzz Aldrin, è il “secondo uomo sulla luna”, il soggetto ideale per quegli scatti accanto alla bandiera americana (ah, è questa la nuova frontiera da conquistare, pazienza se qui indiani da sterminare non se ne siano visti). E il terzo?  Beh, il terzo incomodo, Michael Collins, è semplicemente… “tutti noi”. Perché vanno bene i coraggiosi, quelli veri e quelli diminuiti, “il secondo, appunto”, e poi gli altri, in tutto 12, che hanno calpestato il suolo lunare, va bene la ricerca scientifica, vanno bene gli studi sui minerali; e, ancora, il lunedì, le lune storte e il Luna Park – con tutte quelle parole mese, mente mestruo, la cui radice antica è “men”, sia calcolo che luna; bellissimo il sogno realizzato di arrivare lagssù a sfidare la notte e la poesia, l’arte, e la letteratura (ah, l’Ariosto), lasciandosi cavalcare da struggenti versi o da note immortali – “a luna rossa me parla e’ te” . Tutto questo è epica, Storia con la S maiuscola, memoria e Gloria immortale, ma la vicenda di Collins merita una riflessione. Collins non toccato dalla depressione post-allunaggio, che attanaglia chi ha saltellato lassù (si racconta che Armstrong di tanto in tanto si incantasse a guardare la luna, e nel frattempo bruciasse le salsicce sul barbecue, e che dicesse: “la Nasa ci ha insegnato ad andare sulla luna, ma non ci ha detto come tornare con i piedi per terra”); Collins che non è nei sogni di alcun bambino; Collins che sarebbe un po’ italiano, perché è nato a Roma; un uomo cui hanno spiegato che in un caso estremo avrebbe dovuto lasciarli là quei due; lui, il primo essere umano a conoscere “il lato scuro della luna”, dove si interrompe il contatto radio e dove naviga per un giorno intero.  Poi l’aggancio riesce, i tre tornano a terra, c’è gloria per tutti, ma forse un po’ meno – sicuramente un po’ meno – per colui che sulla luna non c’è stato, che ha portato fin lassù i due eroi che si fanno belli, piantono la bandiera, saltellano leggeri e scattano le foto per la storia – e pensa ci fossero stati i “selfie” – e poi gira, solitario, quasi eremita, al buio dei riflettori e al buio cosmico, aspettandoli, agganciandoli.

Questa storia assomiglia terribilmente alla vita di tutti noi.

Perché il sogno, quello vero, quello che rimane, non è toccare, ma arrivarci vicino.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *