WINNIE THE POOH l’orsetto di merda


winnie the pooh“Pensa Winnie, pensa…” cosa sarebbe accaduto se tutti avessero saputo, se il tuo dio-padre avesse creato attorno a te il mondo che si portava dentro, se la letteratura non fosse arrivata in tuo soccorso a regalarti una vita da fiaba della buonanotte?

Il miele di cui sei ghiotto forse sarebbe stato Brown Sugar, eroina, quella che uccise Brian Jones nella casa d’infanzia del tuo Christopher Robin (sì: Cotchford Farm, la magione nel Sussex in cui la notte del 3 luglio del 1969 morì il chitarrista dei Rolling Stones, era di proprietà dell’inventore dell’orsetto più dolce del mondo).

E anche tu non te la saresti passata gran bene, con quel tuo modo di parlare atono e vagamente autistico, la tua postura rigida e goffa, e il tuo nome.

Si narra che in principio ti chiamasti Edward, ma poi un giorno Christopher Robin, lo sfortunato figlio del tuo autore, Alan Alexander Milne, venne portato allo zoo di Londra dove vide Winnipeg, un cucciolo di orso adorato da tutti i bambini della città, e tornato a casa, ti ribattezzò.

Il resto, quel trattino e la specifica ‘the-Pooh’, arrivarono in seguito, pare dal nome di un cigno che Christopher vide sempre in compagnia del suo provvido babbo.

Ma nel tuo atto di nascita, il celebre romanzo Winnie-the-Pooh uscito nel 1926 con le meravigliose illustrazioni di Ernest H. Shepard, già il tuo autore seminò un dubbio:

“Ma le sue braccia erano così rigide… stavano dritte per aria per più di una settimana, e ogni volta che una mosca arrivava e si metteva sul suo naso doveva soffiarla via. E penso – ma non sono sicuro – che è per quello che è chiamato Pooh“.

British humor!

Poo è infatti un termine inglese che in baby-slang sta per cacca (da cui la nostra pupù) e l’aggiunta dell’articolo determinativo ‘the’ fa il resto…

Per la serie: la sottile differenza tra Winnie-merda e Winnie-la-merda.

Si dice che tu sia nato dalle fiabe della buonanotte che il tuo creatore raccontava a suo figlio, ma non si dice cosa dichiarò da grande Christopher Robin del suo babbo:

“Alcune persone sono buone con i bambini, altre no. È un dono. O ce l’hai oppure no. Mio padre non l’aveva”.

E infatti lui venne allevato da una nanny e pressoché ignorato da un padre che nonostante lo strepitoso successo della sua creatura, covò pari rancore per non essere stato riconosciuto come opinionista politico e intellettuale di rango, e da una madre distratta e mondana che all’indomani del trasferimento da Londra alla famosa tenuta del Sussex pensò bene di diventare l’amante del commediografo americano Elmer Rice e di trascurarlo ancora più di prima.

Odiava i bambini e con quell’ironia cattiva che solo gli inglesi hanno, trovò il modo di vendicarsi riempiendo i loro immacolati lettini di teddy-bear ‘di merda’ e popolando la loro fantasia di compagni di giochi a dir poco inquietanti, per l’epoca.

Davvero crediamo che A.A. Milne nel 1926 volesse regalare ai suoi contemporanei un manifesto d’integrazione e diversità?

Pochi anni prima Oscar Wilde era stato condannato ai lavori forzati per ‘atti osceni’ (leggi omosessualità) e quasi trent’anni dopo Alan Turing verrà arrestato per lo stesso motivo, senza dimenticare che Winston Churchill alle elementari finì in una classe differenziale perché aveva difficoltà di apprendimento e l’elettroshock era la terapia più usata a fronte di qualsiasi disturbo dell’umore.

Tutto quello che la società dell’epoca rifiutava, Milne lo mise in una fiaba.

E infatti il coniglio Tappo è un maniaco ossessivo-compulsivo che passa il tempo a pulire e mettere in ordine, Pimpi, il porcelletto, veste solo in rosa shocking, è timoroso, balbuziente, facilmente impressionabile e dotato di una sensibilità femminile che ricorda Jacob, il cameriere de Il Vizietto, Tigro, il più virile della compagnia, oggi verrebbe certificato “soggetto affetto da sindrome ADHDe Hi-Ho, il vecchio asino depresso e pessimista che perde continuamente la coda e mangia solo cardi sarebbe sotto Prozac!

Certo, le fiabe devono raccontare di bambini sfortunati e animali più umani degli umani, ma qui forse c’è altro: c’è lo sguardo disincantato dell’adulto che relega il mondo dell’infanzia in un bosco in cui il disagio è norma e l’inadeguatezza è condizione ineludibile.

Christopher Robin, quello vero, non lo spensierato protagonista di quel meraviglioso mondo in cui c’era posto per tutti, dal Bosco dei Cento Acri venne invece spedito a dieci anni in una boarding-school inglese dove fu bullizzato e umiliato secondo la migliore tradizione dei collegi per l’upper class britannica.

“Il costante scherno patito alla Stowe School è stato causa di un imbarazzo che partiva dalla punta dei piedi, faceva mordere le labbra e tenere i pugni chiusi”, dichiarò molti anni dopo.

Ma questo i suoi genitori non lo sapevano o forse lo sapevano e non se ne davano pena, perché era così che doveva essere.

Una volta adulto, Christopher chiuse i rapporti con i genitori e non vide più né loro né i suoi peluche che oggi sono esposti nella New York Public Library e che suo padre diede via nel 1947 senza pensarci un secondo.

Alla sua difficile storia familiare è dedicato il film di Simon Curtis, Addio Christopher Robin in uscita a novembre in Italia.

A noi tutti resterà per sempre quel tenero orsetto ‘di merda’ capace di dire ai suoi sgangherati amici cose del tipo: “Credo che si sogni per non stare distanti a lungo” e di ricordare che “amore è fare qualche passo indietro… forse anche di più, per dare spazio alla felicità della persona che ami”.

Tutto il resto è letteratura. La grande e spietata letteratura per l’infanzia.

Anna Di Cagno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *