VINCENT VAN GOGH Cielo di sogni e paure

– Tu te lo immagini se il cielo di notte si popolasse d’un tratto delle nostre paure più nere?

– E se invece mettesse in fila, come alberi di Natale, i nostri desideri segreti?

– Forse potrebbe intrecciare le due cose: il nero che sta dentro i pensieri più umani e la lotta contro i demoni, che si staglia tra pareti di stanze convesse, un mare di grano, donne sole ai caffè, sguardi giapponesi, ritratti di mangiatori di patate e…

Non lo sentite? Allora abbassate la voce. È questione d’orecchio, avrebbe potuto, con uno spirito che a tratti lo rendeva regale sussurrare, ebbro d’un istante pieno, pieno delle linee, delle tracce, del colore, lo stesso Vincent van Gogh, il pittore dei Girasoli e di Notte Stellata.

Il più grande tra i grandi.

Oggi osannato e con quotazioni incalcolabili.

Eppure si mimetizza, e scompare, l’uomo, viso contadino, barba fulva, occhi di dolore, che, nato il 30 marzo 1853, morì a soli 37 anni, dopo ricoveri infiniti e pochissimo successo.

La sua testa era irta di demoni e streghe. La sua testa s’inaspriva come la capigliatura della Gorgone. Serpenti a squame, e pietra, paralisi, di voci.

A tratti li ha domati. Per singoli, infiniti istanti, è riuscito in quell’impresa titanica di opporre materia a ombre, trame e tracce di un realismo pittorico esattissimo alle acrobazie che, sole, appartengono al regno del niente infinito.

Non chiamatela malattia di mente.

Non sarebbe giusto.

Perché Vincent van Gogh ha stregato la tela con la sua sinfonia d’un volo in caduta.

Ci sono le vertigini a ogni stralcio di sguardo. E quella consapevolezza assoluta che siamo tra Demoni e Dei, nessun’altra via d’uscita, gli estremi che collimano, s’intrecciano, poi collassano. Per fortuna la punta del pennello s’arresta una frazione infinitesimale di nanosecondo prima.

Prima dell’entropia.

Del collasso.

Della paranoia.

Prima che esploda la notte.

La notte non ha sospensione.

La notte è più densa dell’acqua.

La notte ha fame di sole.

Allora eccole, in fila, le sue voci, di tempera a olio. Ovvero: la delusione dell’amante seduta al tavolino, la Donna al Café du Tambourin (olio su tela, 1887, custodito ad Amsterdam nel Rijksmuseum Vincent van Gogh) già modella per Degas, padrona del locale, nonché reduce da una storia tumultuosa con Vincent.

I pensieri segreti de La Mousmé seduta (olio su tela, 1888, National Gallery di Washington. Secondo van Gogh: “Una mousmé è una ragazza giapponese, provenzale in questo caso, dai dodici ai quattordici anni”), incontrata ad Arles, nel periodo di massimo fulgore creativo, di contaminazione di stili, suggestioni.

O il parlottio de I mangiatori di patate (olio su tela, 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam), che aveva conosciuto nella prima giovinezza, quando, per seguire le orme paterne, si era indirizzato ai lavori agresti.

Sono, insomma, questi incendi dello sguardo, capaci di scendere e scalfire la retina, tatuaggi repentini che non si dimenticano, a restituire davvero l’immagine di quel van Gogh pittore, la cui vita è stata analizzata, sezionata, scritta e descritta in un numero infinito di pagine e versioni.

Senza che di lui rimanesse davvero addosso altro che quel blu screziato di giallo della Notte Stellata o il tumulto esagerato dei Girasoli o la sagoma esatta dei corvi che attraversano con inquietante esattezza il Campo di grano con volo di corvi (olio su tela, 1890, Van Gogh Museum di Amsterdam). Quei corvi, linea macabra, che, come li descrisse Antonin Artaud, il fondatore folle e geniale del Teatro dell’Assurdo, nel suo Van Gogh. Il suicidato della società, atterrano su “un mare scatenato di onde di terra vinaccia”.

Mentre le opere s’innalzano e parlano e superano la mano che le ha tracciate, oltre la linea di confine, di ciò che c’era o sarà, «van Gogh non abbellisce la vita, ne fa un’altra, puramente e semplicemente un’altra» (sempre Artaud).

Silvia Andreoli

 

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