SOCRATES un filosofo in campo


socratesCome aveva sognato, morì. Ma, soprattutto, visse come avrebbe voluto, e giocò anche, e protestò. E bevve, un’infinità di cerveijinhas estupidamente geladas, birrette ghiacciate in una maniera insensata.

E invece lui, Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti semplicemente Sócrates, diede eccome un senso alla sua vita, una vita da calciatore spesa tutt’altro che invano. Fu dotto, aperto, poliedrico, carismatico, in quel Corinthians e in quel Brasile di fine anni Settanta primi Ottanta. Fu, questo ironico intellettuale brasiliano barbuto e dinoccolato, il Classius Clay tropicale, su questo.

Laureato in medicina, politico marxista militante, fu il fautore di una proposta semplicemente sovversiva per un ambiente tanto conservatore quanto quello del calcio: all’inizio degli anni Ottanta, proprio nel suo  Corinthians di San Paolo fu il fautore, insieme a qualche compagno di una sorta di autogestione, ribattezzata Democracia Corinthiana, stimolando la coscienza colletiva di compagni, tifosi e di buona parte del popolo brasiliano, instillando una nuova consapevolezza politica.

Partecipò da protagonista e non da comprimario alla campagna per le elezioni dirette (Direita já), un momento che ancora oggi viene ricordato con entusiasmo e saudade, come una delle ore più importanti per la coscienza di un paese finalmente democratico, nonostante tutti i suoi guai. Fumava, beveva, giocava con il tacco – a causa della sua stazza “inventò” una sorta di nuova “giocata” – soprattutto leggeva: di filosofia (e be’, con quel nome lì) e politica. Soprattutto pensava.

Un vero genio in calzoncini, un politico “vero”, autentico, tutt’altro che snob, amico del popolo, nemico dei potenti.

Poteva piacere in Italia, quando arrivò a metà degli anni Ottanta? Poteva piacere – anche se i leghisti non c’erano ancora e i neo fascisti non erano stati ancora sdoganati – in quel paludato mondo che non tollerava, a meno di non essere di Napoli, i guizzi dei geni sudisti e sudici come Maradona, ma soltanto le pulite giocate degli algidi Platini e Mattheus (grandissimi campioni per l’amor di Dio)? Potevano piacere i suoi innominabili vizi – le visite ai musei, il Carnevale facendo le ore piccole, il marchio d’esultanza dopo il gol, con il braccio destro teso e il pugno chiuso, le fasce in testa per veicolare messaggi contro la fame nel mondo o contro la guerra – poteva non scandalizzare  se, appena sbarcato a Firenze, alla domanda se conoscesse qualche giocatore italiano, la risposta fu che era venuto per leggere Gramsci in lingua originale?

“Vorrei morire di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vince il campionato” aveva detto un giorno Sócrates, il dottore. Dio, che forse è brasiliano, ma sicuramente è comunista, la volle ascoltare, e il 4 dicembre del 2011 gli regalò, allo stadio Pacaembu della capitale paulista, l’addio più commovente, oltre che incredibile, che un idolo sportivo avrebbe mai potuto ricevere.

Bruno Barba

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