RUDOLF NUREYEV: la sensazione estrema

 

 

 

“La danza, in misura maggiore delle altre attività artistiche dell’uomo, concede questa sensazione estrema del possibile”, diceva Paul Valery.

La sensazione estrema del possibile: contro le leggi di gravità, contro la miseria, contro la cortina di ferro, contro i pregiudizi, contro le convenzioni di un’arte intoccabile.
Si può essere ciò che si sogna da bambini, sembra raccontare la sua vita da romanzo russo.
Si può raggiungere la perfezione, dimostra la sua arte.
Si può cambiare il mondo, se non il pianeta, quella porzione in cui scegliamo di vivere.

Rudol’f Chametovič Nureev, traslitterato in inglese in Rudolf Nureyev, nacque il 17 marzo del 1938 su un treno, o meglio: su quello che per tutti noi incarna “il” treno, la Transiberiana.
Sua madre doveva raggiungere il padre a Vladivostok, giorni e giorni di viaggio, e lui nacque su una carrozza sgangherata, ultimo di cinque figli.
In seguito si trasferirono a Mosca e poi, durante la guerra, vennero sfollati a Ufa, in Baschiria.
Non semplicemente poveri, miserabili, ultimi in una terra in cui gli alberi non avevano più cortecce perché venivano bollite e mangiate.
«Di quei tempi ricordo la fame generale, il desiderio di mangiare qualcosa di diverso da una patata», dichiarerà. Ma nonostante ciò Farida, la madre, la sera del 31 dicembre del 1944 riuscì a portarlo nell’unico teatro della città per assistere a un balletto classico, una delle poche cose che in Russia non sono mai mancate, neanche nei momenti più duri.

«Pensai che tutto ciò che vedevo era magico. Diventerò un ballerino».

E così fu.

E cominciò da dove poté: danze popolari per piccoli spettacoli supervisionati da Anna Udel’cova, ex allieva del mitico Sergej Djagilev, fondatore dei Ballets Russes e mentore, e amante, della massima icona del balletto fino a quel momento: Vaclav Nižinskij.
Lei lo indirizzò a una maestra di danza e questa gli suggerì di provare le selezioni per l’Accademia del Teatro Kirov, l’istituzione della danza nel mondo.
Partì contro il volere del padre che, come in ogni romanzo russo che si rispetti, lo picchiava ogni volta che lo scopriva a lezioni di danza.

Ancora una volta giorni e giorni di treno, per nascere di nuovo.  

Una sosta a Mosca, un provino al Bolshoi, un’ammissione con plauso della giuria e un “niet”. Suo. Primo segnale di carattere indomabile.
Voleva il Kirov e lì andò.
Gli dissero che era vecchio (aveva 17 anni) e non aveva nessuna formazione, ma…
Non potettero non riconoscerne il talento e -immaginiamo- provare anche loro quella sensazione estrema del possibile.

Tre anni di scuola e nel 1958 era già uno dei ballerini più noti e amati.
Parlare di ballerini in Russia è come parlare di calciatori in Brasile, non sono atleti o semplici talenti, sono eroi, divinità pagane. E lui lo diventò.
Quando poi nel 1961 si trovò a Parigi per caso (il primo ballerino della compagnia del Kirov s’infortunò alla scadenza della tournée), e l’Opera quasi crollò per la sua esibizione, e il successo fu così grande e imprevisto che dovettero immediatamente organizzare repliche e nuove date a Londra, qualcosa cambiò.
Per il KGB che scortava la compagnia e per chi comandava in Urss.
Troppa fama vuol dire troppo potere sulla gente, e sulle emozioni, che sono molto più pericolose e incontrollabili dei corpi.
E così all’aeroporto di Parigi gli comunicarono che no, lui non sarebbe andato a Londra con gli altri, doveva rientrare a Mosca per esibirsi al Cremlino.
Un onore, Nikita Chruščëv in persona lo aspettava fiero dei suoi successi.

Ma se sei un tartaro nato nell’Unione Sovietica, se da ragazzino hai visto l’orrore dello stalinismo, se sei già venuto al mondo due volte su un treno e se hai constatato che anche i nemici del popolo piangono dall’emozione quando balli e, soprattutto, se sei Rudolf Nureyev e hai 23 anni che fai? Ti alzi in volo in un Grand Jeté e superi i funzionari del KGB per atterrare tra le braccia di un poliziotto francese.
Il tartaro volante, fu definito il giorno dopo.
«Il più grande volo della mia carriera», lo definì lui anni dopo.

Da quel momento in poi, la libertà, e con lei una fama e un successo senza precedenti nella storia della danza. Che a sua volta non fu più la stessa. Perché con lui cambiò tutto.
Il ballerino assunse un nuovo ruolo nel balletto: non più semplice “portatore” di étoile ma protagonista, e le coreografie, gli abiti di scena (prima di lui mai nessun maschio in Russia aveva ballato in calzamaglia), i confini tra classica e moderna che gradualmente sparirono.

Nel 1962 l’incontro con Margot Fonteyn, la “prima ballerina assoluta” come l’avrebbe titolata di lì a vent’anni la Royal Ballet di Londra. Un sodalizio artistico, un’amicizia durata tutta la vita, un legame unico iniziato il 21 febbraio del 1963 quando al termine di Giselle, in un Covent Garden estasiato e impegnato in uno degli applausi più lunghi della storia del teatro, lui s’inginocchiò ai suoi piedi e le baciò la mano, una dichiarazione d’amore e fedeltà cui non venne mai meno (le pagò una costosissima clinica quando si ammalò).

E poi i look, così improbabili e kitsch da fare tendenza, e i suoi amori. Tanti, molti inventati (quello con Freddy Mercury), alcuni fondamentali, primo tra tutti quello con Erich Bruhn, direttore del Balletto Reale Svedese e Robert Tracy, ballerino conosciuto in una delle mitologiche notti sfrenate allo Studio 54.
Non amava la mondanità eppure vi si concedeva, idolo osannato dal vero jet set di quegli anni, Jacqueline Kennedy, Maria Callas, Andy Warhol solo per citarne alcuni.

Rivide la madre, che non lo riconobbe, ventott’anni dopo, quando nel 1987 Michail Gorbačëv lo invitò personalmente in Russia, e danzò per l’ultima volta al Kirov di fronte a un pubblico, ancora una volta in estasi, per quanto molto poco informato sulla sua incredibile carriera.

Nel 1991 l’Aids esplose in tutta la sua violenza, e lui si ritirò a Li Galli, isola della Costiera Amalfitana, nella più magnificente delle sue tante residenze.
L’ultima apparizione pubblica fu l’8 ottobre del 1992 all’Opera di Parigi, dove il ministro Jack Lang lo insignì della più alta onorificenza culturale francese  (Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere) e il pubblico lo applaudì per un tempo che sembrò non dover finire mai.

C’è chi dice che non amò mai nessuno oltre la danza, e che fosse spietato con i ballerini,
che non lesinasse insulti e urla durante le infinite prove, che facesse cadere a bella posta le compagne che non gli piacevano, che fosse eccessivo e smodato in tutto, intollerante e a tratti maleducato, che se ne fregasse di tutto e disprezzasse ogni pericolo, Aids incluso, che ricco
da far schifo si presentasse in ristoranti stracostosi con decine di amici al seguito senza
un soldo in tasca…

Eppure lo vedi danzare e pensi: sì, la bellezza può salvare il mondo.
Aveva ragione quel pazzo visionario di Fëdor Dostoevskij.

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