ROGER FEDERER Arte, potenza&moglie


Un tipo vestito di bianco tira con una racchetta la pallina oltre la rete. Un altro, dalla parte opposta, più o meno vestito come il primo, la ribatte e gliela rimanda. Tutto ciò si chiama tennis, sport tra i più antichi e nobili, nonché violento, perché non basta il fisico per vincere una partita di tennis: conta – eccome se conta – la testa, il cervello, la mente.

Da questo punto di vista solo gli scacchi riescono a essere più violenti del tennis, in una gara di psicologia tra due pronti a distruggersi vicendevolmente con l’utilizzo della strategia, della tattica, della genialità. E fin qui sarebbe tutto chiaro, vero?

No, perché poi c’è lui, anzi, Lui, con la elle maiuscola. Cioè Roger Federer, uno che quando lo guardi in borghese ti sembra un impiegato felice di aver timbrato il cartellino all’uscita dall’ufficio. Inoltre è svizzero, e qui, se permettete, l’affare s’ingrossa. Chiunque, balbettando di sport, sa che la Svizzera al massimo produce, ma raramente, solo discreti sciatori e affini, sport invernali, insomma, niente di più. Non poco, certo, ma niente a che vedere con campioni di discipline come il calcio, l’atletica leggera, il ciclismo. Vabbè, ogni tanto spunta un buon ciclista o un discreto calciatore, ma è sempre poca roba appetto a nazioni meno danarose d’Europa, Italia, Francia, Spagna, per esempio.

Nel frattempo, mentre noi parliamo della pochezza dello sport svizzero, quello che assomiglia a un impiegatuccio luganese si sta cambiando d’abito. Si veste di bianco e diventa uno splendido cigno, di quelli che non smettiamo di guardare quando, senza apparente sforzo, scivolano sul pelo dell’acqua senza bagnarsi, gioiellini galleggianti tra un’onda e l’altra a impreziosire un placido laghetto.Lui sul campo da tennis è come quei cigni: scivola in quegli 11,89 metri di lunghezza per 8,23 di larghezza con la racchetta in mano, leggiadro e felice, coinvolgendo chi lo ammira in quella gioia. Perché è vero: guardare una partita di tennis è, alle lunghe, noioso anche per i più invasati tifosi. Ma quando c’è Roger Federer cambia tutto, entra in campo la meraviglia.

E mentre gioca uno lo guarda e pensa: «Mah, a me sembra che sia facile. Quasi quasi da domani vado a giocare a tennis anch’io». E qui casca l’asino.

Perché la dimensione di un campionissimo è proprio questa: fare cose difficilissime con la stessa facilità con la quale noi, grandissimi sportivi seduti, guardiamo in televisione uno smash, una volée, un ace, e poi esprimiamo inappellabili giudizi. Solo che quando quei gesti li fa Federer, il tennis da sport si trasforma in danza, soavità del corpo in movimento, fantasia al servizio di un fine, la vittoria che si muta in trionfo.

C’è stato un tempo, a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, in cui gli dei dello sport avevano deciso di mandare in Terra gente come Federer, però tutta assieme o quasi. Vuoi vedere il calcio? Ecco Pelè. Ti piace il ciclismo? Et voilà, ti diamo Eddy Merckx. Sei un appassionato di boxe, la “noble art”? E allora ti offriamo Cassius Clay-Muhammad Alì. Che dici? Vuoi sentire rombare i motori? Va bene, Jim Clark e Giacomo Agostini sono lì, in pista. E se ti piace il tennis c’è Rod Laver

Già, Rod Laver, bell’affare. Dopo averlo guardato, infatti, dopo quell’australiano rosso malpelo, mancino con le gambe storte, tutti gli altri sembravano solo pallide imitazioni. Ogni tanto, sparsi nei decenni successivi, gli dei olimpici buttavano giù in Terra qualcuno che poteva confrontarsi con i mostri sacri: un Tomba nello sci, un Bolt nell’atletica, un Maradona nel calcio, un Tyson nella boxe. Servivano a placare le nostalgie. Ma c’era sempre qualcuno che insisteva: «Sì, Tomba è bravissimo, ma voi non avete mai visto Thöni e Stenmark»; «Eh sì, Maradona è grande ma Pelè…»; «Certo, Tyson picchia ma Alì era un’altra cosa» e via di sospiro in sospiro, di nostalgia in nostalgia. Usain Bolt è l’unico prodotto degli dei dello sport che possa davvero affiancarsi agli eroi del passato senza tremare. Poi c’è Roger Federer, che è ancora lì, a 36 anni e mezzo, a farci credere che quella volée era la cosa più facile da fare in quel frangente, a illuderci che anche noi, se riuscissimo – maledizione – ad alzarci dal divano, potremmo fare la stessa cosa.

Non è così: intanto, Federer non gioca sul divano ma in giro per il mondo, Melbourne o Wimbledon fa lo stesso, il finale è già scritto. Oh, be’, perde anche lui ogni tanto, ci sta, dai. Ma il gioco, quel modo di colpire la palla, di stare sul campo, di attirare lo sguardo con un gesto qualsiasi, ecco, tutta quella roba lì è Federer, è solo Federer, è puro Federer, arte mista di potenza e intelligenza, classe e intuito, corpo e mente.

E siccome lo sport è cambiato molto nel corso del tempo, e ai campioni non basta più la bravura, ma serve anche un adeguato compenso, ecco che uno come Roger, mentre guadagna trionfando di qui e di là, incamera anche altri soldi, molti, moltissimi, più di quelli che ottiene vincendo sul campo

Sono i soldi degli sponsor, aziende che fanno la coda nel suo spogliatoio offrendo denaro per la visibilità di un marchio. E non importa se Federer sta a un orologio come una tinca alla cardiochirurgia, l’importante è che sia Roger a dirci che di quell’orologio o di quell’auto ci possiamo fidare. E noi ci crediamo. E gli sponsor gongolano. E Roger fa conti a sei zeri. E Forbes parla di 300 milioni di dollari complessivi tra sport e sponsorizzazioni. E Mirka intanto pensa a domani…

Come chi è Mirka? È l’unica persona che può dire a Roger: «Fai questo, fai quello, questo sì, questo no». Miroslava “Mirka” Vavrinec, ex tennista, moglie del dio in terra del tennis, madre di due coppie di gemelli. Moglie e madre soltanto? Naaah, dai, impossibile. Infatti: è lei che “gestisce” il campionissimo; è lei che gli dice a quali tornei partecipare, dove alloggiare, cosa mangiare, quali racchette utilizzare, come cambiare stile e tattica di gioco perché «Vedi, caro, non hai più 20 anni, devi accettare che il tempo passi». E anche Roger deve adattarsi ai capricci del dio Chronos. Così cambia modo di giocare ma continua a vincere.

Federer, che fuori dal campo fa il maritino un po’ noioso e fedelissimo, da Mirka accetta tutto, obbedisce ai comandi ed esegue, sapendo che poi, alla fine, si rivestirà di bianco e tornerà a essere un magnifico cigno imbattibile, una grande bellezza pronta, anche grazie alle cure di lei, a stupire il mondo degli appassionati con un rovescio lungolinea o un dritto incrociato. Che a noi continueranno a sembrare, dalla poltrona, facilissimi da eseguire, mentre lassù gli dei olimpici sorrideranno soddisfatti.

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