ROBINSON CRUSOE L’uomo (non) è un’isola

In realtà Robinson Crusoe è un’isola. Un’isoletta al largo del Cile, nel Pacifico meridionale. O almeno lo è diventata per molti, anche se gli abitanti del luogo continuano a chiamarla Masafuera, “più lontana”.

Inezie, almeno dal punto di vista delle storie.

Questo sputo di terra in mezzo all’infinito, che sta al mare come l’uomo di fronte alle stelle, direbbe Leopardi, ha origine vulcanica, pareti vertiginose, misura undici chilometri di lunghezza e sei di larghezza. E una schiera meravigliosa di echi tutt’attorno. Di voci umane, però, lì, non se ne sentono. Ad abitarla infatti solo uccelli marini, e un numero infinito di otarie. E le pagine ingiallite, fruscianti, quelle che portano la “firma cancellata” di Daniel Defoe.

Quando esce, il 25 aprile del 1719, il romanzo adotta l’allora piuttosto di moda espediente narrativo di un finto diario ritrovato. Ma dentro c’è qualcosa che vibra oltre il consueto. Tanto che subito la storia deflagra, portando nelle tasche dell’editore e del suo autore una non indifferente quantità di denaro. In una manciata di mesi, da aprile ad agosto ne escono quattro edizioni e Defoe si convince a fare due seguiti – The Further Adventures of Robinson Crusoe e Serious Reflections – accolti con entusiasmo persino maggiore, anche se la qualità ne risente.

Quello di cui nessuno si occupa, all’epoca, è che la storia di Robinson in qualche modo Defoe l’ha “sottratta”. Proprio presa, rapinata, rubata.

Ma a chi?

Qui si apre quell’incanto irresistibile da lanterna magica, caleidoscopio o altri infiniti giochi dell’ottica, che è la storia nella storia.

Perché la “sagoma” di Robinson è stata plasmata sul corpo, reale e autentico, di Alejandro Selkirk. Lui, sottufficiale della Royal Navy, si oppose al comandante della nave e decise di farsi lasciare nell’isoletta suddetta come naufrago, tra l’ottobre del 1704 e il febbraio del 1709, il 2 per l’esattezza, quando venne salvato, beh, ovvio…, da un pirata inglese, il noto Woodes Rogers. Dopo il ritorno di Selkirk in Inghilterra, il racconto delle sue avventure conobbe un’ampia pubblicità nella madre patria. E tra i lettori c’era pure Daniel Defoe.

Come biasimarlo? Gli ingredienti apparivano ghiottissimi: un pirata, un’isola, un marinaio ribelle, la fame, la fatica, la sfida. Leggeva, insomma, nero su bianco i dettagli di qualcosa che, in lui, già s’era scatenato. Lo dimostrano i passaggi più densi del romanzo che ha scritto. Un autentico capolavoro di speculazione ossessiva su quella passione che è la libertà, nell’esatto istante in cui si scontra con l’altrettanto egemone forza dirompente: l’affettività.

E il danno – nella strutturazione stessa dell’essere umano – è presto fatto. Danno demoniaco quanto meraviglioso. Il limite che diventa forza. L’handicap che supera l’impossibile. Un po’ come in quelle fiabe in cui viene chiesto al protagonista di separare i semi di lino dai chicchi di riso, o giù di lì, e se lui non si fosse ingraziato le formiche, la prova non l’avrebbe mai superata. In fondo, le relazioni sono per noi… eterne formiche.

Ma «se è vero che una passione è fatta per metà di ossessione, per l’altra metà è fatta di amore».

Tenetelo a mente, parola di Jonathan Franzen, lo scrittore americano amico di David Foster Wallace che su quell’isola ci è andato, a portare le ceneri dell’amico suicida, e a salvare la pelle sua, come ha raccontato in Più lontano ancora.

Da che cosa? Dal gorgo della solitudine, quella vera, profonda, nera di deserto, che qualche volta si conosce anche in mezzo ai grattacieli affollati di NY, anzi là persino di più. Perché è proprio da quella solitudine che germinano certi racconti. Incubano, letteralmente, e attaccano il corpo, lo spossano, lo sospingono verso l’inferno. Non hanno riguardo nemmeno per la morte, e la paura.

Sono racconti che spaccano la terra, erodono la pietra, che sgorgano rapidi, a tradimento. Eppure non potrebbero farlo se non s’attaccassero a un luogo. Quanto più è lontano, impervio, remoto, quel luogo, tanto più intense e struggenti si fanno le parole.

Appartengono, quelle parole, agli antri delle streghe dimenticate, alle grotte delle prime pitture rupestri, quando per sconfiggere l’assoluto del mondo e la piccolezza di sé anziché dio si chiama in aiuto un suono. Un gesto. Un segno.

Altro che individualismo.

È vero, a cavarsela, Robinson ce la fa. Non a caso l’hanno identificato come la celebrazione dell’individualismo radicale, la possibilità di bastare a se stessi, di sconfiggere le difficoltà. Gli ostacoli. Pratici. Concreti. Materiali.

Dove dormo. Dove mangio. Come mi costruisco una quotidianità che abbia il diritto a essere chiamata così.

Sì, però.

Però non basta.

Tanto che Defoe fa dire al suo Robinson: «Gli affetti traggono alimento da certi stimoli segreti che, quando vengono suscitati dalla vista di qualcosa, o anche da cose che non siano direttamente visibili dai nostri occhi, ma si prospettano alla nostra mente per effetto dell’immaginazione, trascinano l’animo nostro coi loro sommovimenti impetuosi a identificarsi con l’oggetto visivo che hanno evocato, e con un desiderio così ardente, che la sua mancanza diventa intollerabile».

L’immaginazione è la chiave. Il segreto. La droga. Il vizio. Il giogo. L’infinito. Che non basta neppure.

Lo ha capito bene, il Naufrago, che «l’attesa di un male è un supplizio assai più grave del male stesso, soprattutto se non abbiamo la possibilità di scuoterci di dosso quell’aria tormentosa».

Mica facile su un’isola deserta.

Nessuno con cui andare a bere un bicchiere, e magari anche due, perché non tre, né un’amica con cui gettarsi tra le strade affollate fingendo d’interessarsi a scarpe, borse, bracciali e magliette, mentre vi state scambiando il mondo, e dentro il mondo ci sta il dolore, la fatica, ma tanti, tantissimi sorrisi. Da riempire gli occhi di lacrime di sollievo, che io te lo dico e già s’alleggerisce, fosse pure la fatica di uno scoglio, di un incaglio, di un amore tradito, di un segreto che pesa. Io che ti guardo, tu che non rispondi, perché tanto se lo sai, già un poco l’hai condiviso. E allora, avanti, a ridere, stropicciate del niente, mentre il mascara gronda e sembriamo piccoli panda. Ma almeno abbiamo abbattuto quella cosa che Robinson chiama nostalgia, ed è la più feroce delle maghe cattive. È l’inclemenza della mente che stacca il sorriso dai pensieri e cade in quella cosa maldestra e insistente da cui nessuno sfugge, quand’è solo. Robinson la dice, ed è d’una sincerità disarmante: «I miei unici desideri erano per cose che non avevo».

Forse è andata così anche a David Foster Wallace.

L’amico suo, Franzen, invece, s’è salvato.

Lui che dà alla nostalgia un altro nome, la chiama noia, scrive: «Più si va in cerca di distrazioni e meno queste si rivelano efficaci, e così, a furia di aumentare le dosi, senza rendermene conto ero arrivato a controllare l’e-mail ogni dieci minuti, a masticare pezzi di tabacco sempre più grandi e a bere quattro bicchieri ogni sera anziché due. […] Mi accordai per ottenere un passaggio fino a Masafuera su una piccola imbarcazione noleggiata da alcuni botanici avventurosi».

Si salva così. (Poi ha scritto Purity che è un romanzo splendido).

Come Franzen anche noi, grazie a Robinson, la giochiamo ogni giorno questa strana partita bendata. E ogni giorno, più o meno la vinciamo.

Basta che vi guardiate attorno, all’ora in cui giunge la sera, e vi soffermiate su tutte le schiene dinnanzi a voi. Sono naufraghi approdati, almeno per questa volta. Poi domani tutto ricomincia, ma stasera è quiete di pericolo scampato.

Silvia Andreoli

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